- E il Campo dei miracoli dov'è? - domandò Pinocchio. 
- è qui a due passi. 
Detto fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi. 
- Eccoci giunti, - disse la Volpe al burattino. 
- Ora chinati giù a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d'oro. 
Pinocchio ubbidì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d'oro che gli erano rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po' di terra. 
- Ora poi, - disse la Volpe, - vai alla gora qui vicina, prendi una secchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato. 
Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò di piedi una ciabatta e, riempitala d'acqua, annaffiò la terra che copriva la buca. 
Poi domandò: - C'è altro da fare? - Nient'altro, - rispose la Volpe. 
- Ora possiamo andar via. 
Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l'arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. 
Il povero burattino, fuori di sé dalla contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo. 
- Noi non vogliamo regali, - risposero quei due malanni. 
- A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque. 
Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro. 
Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro e, per gastigo, si busca quattro mesi di prigione. 
Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli. 
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. 
E intanto pensava dentro di sé: - E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?... E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? 
Oh che bel signore, allora, che diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna. 
Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. 
Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul campo... 
andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. 
Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo. 
In quel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso. 
- Perché ridi? - gli domandò Pinocchio con voce di bizza. 
- Rido, perché nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali. 
Il burattino non rispose. 
Andò alla gora e riempita d'acqua la solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le monete d'oro. 
Quand'ecco che un'altra risata, anche più impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo. 
- Insomma, - gridò Pinocchio, arrabbiandosi, - si può sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi? - Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro. 
- Parli forse di me? - Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. 
Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. 
Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa. 
- Non ti capisco, - disse il burattino, che già cominciava a tremare dalla paura. 
- Pazienza! Mi spiegherò meglio, - soggiunse il Pappagallo. 
- Sappi dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo: hanno preso le monete d'oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento. 
E ora chi li raggiunge, è bravo! 
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. 
E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano più. Allora, preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato. 
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d'occhi, che lo tormentava da parecchi anni. 
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia. 
Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. 
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. 
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: - Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. 
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia. 
E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. 
Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini. 
- Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, - disse Pinocchio al carceriere. 
- Voi no, - rispose il carceriere, - perché voi non siete del bel numero... 
- Domando scusa, - replicò Pinocchio, - sono un malandrino anch'io. 
- In questo caso avete mille ragioni, - disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare. 
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola. 
Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio, quando si sentì libero. 
Senza stare a dire che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese la strada che doveva ricondurlo alla Casina della Fata. 
A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un pantano e ci si andava fino a mezza gamba. 
Ma il burattino non se ne dava per inteso. 
Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti come un cane levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. 
Intanto andava dicendo fra sé e sé: - Quante disgrazie mi sono accadute... 
E me le merito! perché io sono un burattino testardo e piccoso... 
e voglio far sempre tutte le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte più giudizio di me!... Ma da questa volta in là, faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente... 
Tanto ormai ho bell'e visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai una per il sù verso. 
E il mio babbo mi avrà aspettato?... Ce lo troverò a casa della Fata? è tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo più, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! 
E la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatto?... E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure amorose... 
e pensare che se oggi son sempre vivo, lo debbo a lei! 
Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?... Nel tempo che diceva così, si fermò tutt'a un tratto spaventato e fece quattro passi indietro. 
Che cosa aveva veduto?... Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino. 
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada. 
Aspettò un'ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre là, e, anche di lontano, si vedeva il rosseggiare dè suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda. 
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al Serpente: - Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? 
Fu lo stesso che dire al muro. 
Nessuno si mosse. 
Allora riprese colla solita vocina: - Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c'è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!... Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada? 
Aspettò un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. 
Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare. 
- Che sia morto davvero?... - disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte della strada. 
Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all'improvviso, come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciampò e cadde per terra. 
E per l'appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria. 
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero. 
Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fata prima che si facesse buio. 
Ma lungo la strada non potendo più reggere ai morsi terribili della fame, saltò in un campo coll'intenzione di cogliere poche ciocche d'uva moscadella. 
Non l'avesse mai fatto! 
Appena giunto sotto la vite, crac... 
sentì stringersi le gambe da due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano in cielo. 
Il povero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata là da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello di tutti i pollai del vicinato. 
Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio. 
Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perché lì all'intorno non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva. 
Intanto si fece notte. 
Un po' per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po' per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi passare una Lucciola di sul capo, la chiamò e le disse: - O Lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo supplizio?... - Povero figliuolo! - replicò la Lucciola, fermandosi impietosita a guardarlo. 
- Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti ferri arrotati? - Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva moscadella, e... 
- Ma l'uva era tua? - No... 
- E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?... - Avevo fame... 
- La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potere appropriarsi la roba che non è nostra... 
- è vero, è vero! - gridò Pinocchio piangendo, - ma un'altra volta non lo farò più. A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano. 
Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al trabocchetto della tagliuola. 
E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s'accorse che, invece di una faina, c'era rimasto preso un ragazzo. 
- Ah, ladracchiolo! - disse il contadino incollerito, - dunque sei tu che mi porti via le galline? - Io no, io no! - gridò Pinocchio, singhiozzando. 
- Io sono entrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!... - Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. 
Lascia fare a me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo. 
E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte. 
Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse: - Oramai è tardi e voglio andare a letto. 
I nostri conti li aggiusteremo domani. 
Intanto, siccome oggi mi è morto il cane che mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. 
Tu mi farai da cane di guardia. 
Detto fatto, gl'infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa dentro. 
Al collare c'era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro. 
- Se questa notte, - disse il contadino, - cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c'è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr'anni al mio povero cane. 
E se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare. 
Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull'aia, più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. 
E di tanto in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo: - Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! 
Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo... 
ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna mi perseguita sempre. 
Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n'è tanti, se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest'ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa d'un contadino. 
Oh, se potessi rinascere un'altra volta!... Ma oramai è tardi, e ci vuol pazienza! 
Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addormentò. Pinocchio scuopre i ladri e, in ricompensa di essere stato fedele, vien posto in libertà. Ed era già più di due ore che dormiva saporitamente; quando verso la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine strane, che gli parve di sentire nell'aia. 
Messa fuori la punta del naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiuole di pelame scuro, che parevano gatti. 
Ma non erano gatti: erano faine, animaletti carnivori, ghiottissimi specialmente di uova e di pollastrine giovani. 
Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne, andò alla buca del casotto e disse sottovoce: - Buona sera, Melampo. 
- Io non mi chiamo Melampo, - rispose il burattino. 
- O dunque chi sei? - Io sono Pinocchio. 
- E che cosa fai costì? - Faccio il cane di guardia. 
- O Melampo dov'è? dov'è il vecchio cane, che stava in questo casotto? - è morto questa mattina. 
- Morto? Povera bestia! 
Era tanto buono!... Ma giudicandoti alla fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo. 
- Domando scusa, io non sono un cane!... - O chi sei? - Io sono un burattino. 
- E fai da cane di guardia? - Purtroppo: per mia punizione!... - Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto Melampo: e sarai contento. 
- E questi patti sarebbero? - Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. 
Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s'intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il contadino. 
- E Melampo faceva proprio così? - domandò Pinocchio. 
- Faceva così, e fra noi e lui siamo andati sempre d'accordo. 
Dormi dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui, ti lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelata, per la colazione di domani. 
Ci siamo intesi bene? - Anche troppo bene!... - rispose Pinocchio: e tentennò il capo in un certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: "Fra poco ci riparleremo!". Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane, e aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne chiudeva l'entratina, vi sgusciarono dentro, una dopo l'altra. 
Ma non erano ancora finite d'entrare, che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza. 
Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di averla richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di puntello. 
E poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane di guardia, faceva colla voce bu-bu-bu-bu. 
A quell'abbaiata, il contadino saltò dal letto e, preso ii fucile e affacciatosi alla finestra, domandò: - Che c'è di nuovo? - Ci sono i ladri! - rispose Pinocchio. 
- Dove sono? - Nel pollaio. 
- Ora scendo subito. 
E infatti, in men che non si dice amen, il contadino scese: entrò di corsa nel pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza: - Alla fine siete cascate nelle mie mani! 
Potrei punirvi, ma sì vil non sono! 
Mi contenterò, invece, di portarvi domani all'oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. 
E' un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!... Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze, e, fra le altre cose, gli domandò: - Com'hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? 
E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era mai accorto di nulla... 
Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano fra il cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sé: - A che serve accusare i morti?... I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!... - All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? - continuò a chiedergli il contadino. 
- Dormivo, - rispose Pinocchio, - ma le faine mi hanno svegliato coi loro chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi: "Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una pollastra bell'e pelata!...". Capite, eh? 
Avere la sfacciataggine di fare a me una simile proposta! 
Perché bisogna sapere che io sono un burattino, che avrò tutti i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta! - Bravo ragazzo! - gridò il contadino, battendogli sur una spalla. 
- Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. 
E gli levò il collare da cane. 
Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto. 
Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso i campi, e non si fermò un solo minuto, finché non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva ricondurlo alla Casina della Fata. 
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella sottoposta pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma guarda di qua, guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini. 
Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. 
Ma la Casina bianca non c'era più. C'era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole: QUI GIACE LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI MORTA DI DOLORE PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. 
Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. 
Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti e acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco. 
E piangendo diceva: - O Fatina mia, perché sei morta?... perché, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo, dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi bene... 
se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci... 
ritorna viva come prima!... Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da tutti? 
Se arrivano gli assassini. 
mi attaccheranno daccapo al ramo dell'albero... 
e allora morirò per sempre. 
Che vuoi che faccia qui, solo in questo mondo? 
Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? 
Dove anderò a dormire la notte? 
Chi mi farà la giacchettina nuova? 
Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! 
Sì, voglio morire!... ih! ih! ih!... E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita. 
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali distese, gli gridò da una grande altezza: - Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù? - Non lo vedi? piango! - disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta. 
- Dimmi, - soggiunse allora il Colombo - non conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio? - Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? - ripetè il burattino saltando subito in piedi. 
- Pinocchio sono io! 
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a terra. 
Era più grosso di un tacchino. 
- Conoscerai dunque anche Geppetto? - domandò al burattino. 
- Se lo conosco? 
E' il mio povero babbo! 
Ti ha forse parlato di me? 
Mi conduci da lui? 
Ma è sempre vivo? 
Rispondimi per carità: è sempre vivo? - L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare. 
- Che cosa faceva? - Si fabbricava da sé una piccola barchetta per traversare l'Oceano. 
Quel pover'uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo. 
- Quanto c'è di qui alla spiaggia? - domandò Pinocchio con ansia affannosa. 
- Più di mille chilometri. 
- Mille chilometri? 
O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!... - Se vuoi venire, ti ci porto io. 
- Come? - A cavallo sulla mia groppa. 
Sei peso di molto?... - Peso? tutt'altro! 
Son leggiero come una foglia. 
E lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo e messa una gamba di qua e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò tutto contento: - Galoppa, galoppa, cavallino, ché mi preme di arrivar presto!... Il Colombo prese l'aire e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. 
Giunto a quell'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir disotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura. 
Volarono tutto il giorno. 
Sul far della sera, il Colombo disse: - Ho una gran sete! - E io una gran fame! - soggiunse Pinocchio. 
- Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. 
Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella piena d'acqua e un cestino ricolmo di veccie. 
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse: - Non avrei mai creduto che le veccie fossero così buone! - Bisogna persuadersi, ragazzo mio, - replicò il Colombo, - che quando la fame dice davvero e non c'è altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite! 
La fame non ha capricci né ghiottonerie! 
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! 
La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. 
Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e sparì. La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando il mare. 
- Che cos'è accaduto? - domandò Pinocchio a una vecchina. 
- Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo, gli è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare sott'acqua... 
- Dov'è la barchetta? - Eccola laggiù, diritta al mio dito, - disse la vecchia, accennando una piccola barca che, veduta in quella distanza, pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino. 
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando: - Gli è il mì babbo! gli è il mì babbo! 
Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sulla punta di un alto scoglio non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo. 
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. 
Tutt'a un tratto, venne una terribile ondata, e la barca sparì. Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare. 
- Pover'omo! - dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero per tornarsene alle loro case. 
Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e, voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando: - Voglio salvare il mio babbo! 
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. 
Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. 
Alla fine lo persero d'occhio e non lo videro più. - Povero ragazzo! - dissero alIora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alle loro case. 
Pinocchio arriva all'isola delle Api industriose e ritrova la Fata. 
Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte. 
E che orribile nottata fu quella! 
Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente, e con certi lampi che pareva di giorno. 
Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia di terra. 
Era un'isola in mezzo al mare. 
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. 
Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. 
Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di peso sulla rena del lido. 
Il colpo fu così forte che, battendo in terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture: ma si consolò subito col dire: - Anche per questa volta l'ho proprio scampata bella! 
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio. 
Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose a guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. 
Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sé che cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma cosi lontana, che pareva una mosca. 
- Sapessi almeno come si chiama quest'isola! - andava dicendo. 
- Sapessi almeno se quest'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi; ma a chi mai posso domandarlo? 
A chi, se non c'è nessuno?... Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; quando tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce, che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la testa fuori dell'acqua. 
Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire: - Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola? - Anche due, - rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo. 
- Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati? - Ve ne sono sicuro, - rispose il Delfino. 
- Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui. 
- E che strada si fa per andarvi? - Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre diritto al naso. 
Non puoi sbagliare. 
- Mi dica un'altra cosa. 
Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mì babbo? - E chi è il tuo babbo? - Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare. 
- Colla burrasca che ha fatto questa notte, - rispose il delfino, - la barchettina sarà andata sott'acqua. 
- E il mio babbo? - A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque. 
- Che è grosso di molto questo Pesce-cane? - domandò Pinocchio, che digià cominciava a tremare dalla paura. 
- Se gli è grosso!... - replicò il Delfino. 
- Perché tu possa fartene un'idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa. 
- Mamma mia! - gridò spaventato il burattino: e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al delfino e gli disse: - Arrivedella, signor pesce: scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua garbatezza. 
Detto ciò, prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse. 
E a ogni più piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca. 
Dopo mezz'ora di strada, arrivò a un piccolo paese detto "Il paese delle Api industriose". 
Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. 
Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino. 
- Ho capito, - disse subito quello svogliato di Pinocchio, - questo paese non è fatto per me! 
Io non son nato per lavorare! 
Intanto la fame lo tormentava, perché erano oramai passate ventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di veccie. 
Che fare? Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po' di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane. 
A chiedere l'elemosina si vergognava: perché il suo babbo gli aveva predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl'infermi. 
I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. 
Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro. 
In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il quale da sé tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone. 
Pinocchio, giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce: - Mi fareste la carità di darmi un soldo, perché mi sento morir dalla fame? - Non un soldo solo, - rispose il carbonaio, - ma te ne do quattro, a patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone. 
- Mi meraviglio! - rispose il burattino quasi offeso, - per vostra regola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto!... - Meglio per te! - rispose il carbonaio. 
- Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di non prendere un'indigestione. 
Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle un corbello di calcina. 
- Fareste, galantuomo, la carità d'un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia dall'appetito? - Volentieri; vieni con me a portar calcina, - rispose il muratore, - e invece d'un soldo, te ne darò cinque. 
- Ma la calcina è pesa, - replicò Pinocchio, - e io non voglio durar fatica. 
- Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, - divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia. 
In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero: - Non ti vergogni? 
Invece di fare il bighellone per la strada, và piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! 
Finalmente passò una buona donnina che portava due brocche d'acqua. 
- Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra brocca? - disse Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete. 
- Bevi pure, ragazzo mio! - disse la donnina, posando le due brocche in terra. 
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca: - La sete me la sono levata! 
Così mi potessi levar la fame!... La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito: - Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un bel pezzo di pane. 
Pinocchio guardò la brocca, e non rispose né sì né no. 
- E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavolfiore condito coll'olio e coll'aceto, - soggiunse la buona donna. 
Pinocchio dette un'altra occhiata alla brocca, e non rispose né sì né no. 
- E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. 
- Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più resistere e, fatto un animo risoluto, disse: - Pazienza! 
Vi porterò la brocca fino a casa! 
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla colle mani, si rassegnò a portarla in capo. 
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto. 
Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi. 
Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo per ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito di fissarla in volto, che cacciò un lunghissimo ohhh!... di maraviglia e rimase là incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavolfiore. 
- Che cos'è mai tutta questa maraviglia? - disse ridendo la buona donna. 
- Egli è... - rispose balbettando Pinocchio, - egli è... egli è... che voi somigliate... 
voi mi rammentate... 
sì, sì, sì, la stessa voce... 
gli stessi occhi.. 
gli stessi capelli... 
sì, sì, sì... anche voi avete i capelli turchini... 
come lei!... O Fatina mia!... O Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non mi fate più piangere! 
Se sapeste!... Ho pianto tanto, ho patito tanto.. 
E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettandosi ginocchioni per terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa. 
Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo. 
In sulle prime la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e non volendo mandare più a lungo la commedia, fini col farsi riconoscere, e disse a Pinocchio: - Birba d'un burattino! 
Come mai ti sei accorto che ero io? - Gli è il gran bene che vi voglio quello che me l'ha detto. 
- Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma. 
- L'ho caro dimolto, perché così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. 
Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere cosi presto? - è un segreto. 
- Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. 
Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio. 
- Ma tu non puoi crescere, - replicò la Fata. 
- Perché? - Perché i burattini non crescono mai. 
Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini. 
- Oh! sono stufo di far sempre il burattino! - gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. 
- Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo come tutti gli altri. 
- E lo diventerai, se saprai meritartelo... 
- Davvero? E che posso fare per meritarmelo? - Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene. 
- O che forse non sono? - Tutt'altro! 
I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece... 
- E io non ubbidisco mai. 
- I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu... 
- E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno. 
- I ragazzi perbene dicono sempre la verità... - E io sempre le bugie. 
- I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola... 
- E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. 
Ma da oggi in poi voglio mutar vita. 
- Me lo prometti? - Lo prometto. 
Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere la consolazione del mio babbo... 
Dove sarà il mio povero babbo a quest'ora? - Non lo so. 
- Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare? - Credo di sì: anzi ne sono sicura. 
A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò: - Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta? - Par di no, - rispose sorridendo la Fata. 
- Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi qui giace... 
- Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. 
La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c'è sempre da sperar qualcosa: ossia, c'è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. 
Ecco perché son venuta a cercarti fin qui. 
Io sarò la tua mamma... 
- Oh! che bella cosa! - gridò Pinocchio saltando dall'allegrezza. 
- Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io. 
- Volentieri, volentieri, volentieri! - Fino da domani, - soggiunse la Fata, - tu comincerai coll'andare a scuola. 
Pinocchio diventò subito un po' meno allegro. 
- Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere... 
Pinocchio diventò serio. 
- Che cosa brontoli fra i denti? - domandò la Fata con accento risentito. 
- Dicevo... - mugolò il burattino a mezza voce, - che oramai per andare a scuola mi pare un po' tardi... 
- Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi. 
- Ma io non voglio fare né arti né mestieri... 
- Perché? - Perché a lavorare mi par fatica. 
- Ragazzo mio, - disse la Fata, - quelli che dicono cosi, finiscono quasi sempre o in carcere o all'ospedale. 
L'uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. 
Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! 
L'ozio è una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi: se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata: - Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perché, insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. 
Me l'hai promesso, non è vero? - Te l'ho promesso, e ora dipende da te. 
Pinocchio va cò suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane. 
Il giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale. 
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! 
Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare. 
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che più lo tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro: - Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. 
Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato. 
- Bravo berlicche! 
Hai parlato come un libro stampato! - urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, più impertinente degli altri allungò la mano coll'idea di prendere il burattino per la punta del naso. 
Ma non fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e gli consegnò una pedata negli stinchi. 
- Ohi! che piedi duri! - urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino. 
- E che gomiti!... anche più duri dei piedi! - disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco. 
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell'anima. 
E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita. 
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e fra questi, c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di studiare e di farsi onore. 
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli più volte: - Bada, Pinocchio! 
Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia. 
- Non c'è pericolo! - rispondeva il burattino, facendo una spallucciata e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire: "C'è tanto giudizio qui dentro!". Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontrò un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero: - Sai la gran notizia? - No. 
- Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane, grosso come una montagna. 
- Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio povero babbo? - Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. 
Vieni anche tu? - Io, no: voglio andare a scuola. 
- Che t'importa della scuola? 
Alla scuola ci anderemo domani. 
Con una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari. 
- E il maestro che dirà? - Il maestro si lascia dire. 
E' pagato apposta per brontolare tutto il giorno. 
- E la mia mamma?... - Le mamme non sanno mai nulla, - risposero quei malanni. 
- Sapete che cosa farò? - disse Pinocchio. 
- Il Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni... 
ma anderò a vederlo dopo la scuola. 
- Povero giucco! - ribattè uno del branco. 
- Che credi che un pesce di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo tuo? 
Appena s'è annoiato, piglia il dirizzone per un'altra parte, e allora chi s'è visto s'è visto. 
- Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? - domandò il burattino. 
- Fra un'ora, siamo bell'e andati e tornati. 
- Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! - gridò Pinocchio. 
Dato cosi il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio, si messero a correre attraverso ai campi; e Pinocchio era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali ai piedi. 
Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a una bella distanza, e nel vederli, ansanti, trafelati, polverosi e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. 
Lo sciagurato in quel momento non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro!... Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dè quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri. 
Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dette subito una grande occhiata sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane. 
Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio. 
- O il Pesce-cane dov'è? - domandò, voltandosi ai compagni. 
- Sarà andato a far colazione, - rispose uno di loro, ridendo. 
- O si sarà buttato sul letto per far un sonnellino, - soggiunse un altro, ridendo più forte che mai. 
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse a loro con voce di bizza: - E ora? 
Che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del Pesce-cane? - Il sugo c'è sicuro!... - risposero in coro quei monelli. 
- E sarebbe?... - Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. 
Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e cosi diligente alle lezioni? 
Non ti vergogni a studiar tanto, come fai? - E se io studio, che cosa ve ne importa? - A noi ce ne importa moltissimo perché ci costringi a fare una brutta figura col maestro... 
- Perché? - Perché gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. 
E noi non vogliamo scomparire! 
Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!... - E allora che cosa devo fare per contentarvi? - Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici. 
- E se io volessi seguitare a studiare? - Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la pagherai!... - In verità mi fate quasi ridere, - disse il burattino con una scrollatina di capo. 
- Ehi, Pinocchio! - gridò allora il più grande di quei ragazzi, andandogli sul viso. 
- Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui a far tanto il galletto!... Perché se tu non hai paura di noi, noi non abbiamo paura di te! 
Ricordati che tu sei solo e noi siamo in sette. 
- Sette come i peccati mortali, - disse Pinocchio con una gran risata. 
- Avete sentito? 
Ci ha insultati tutti! 
Ci ha chiamati col nome di peccati mortali!... - Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa... 
se no, guai a te!... - Cucù! - fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura. 
- Pinocchio! la finisce male!... - Cucù! - Ne toccherai quanto un somaro!... - Cucù! - Ritornerai a casa col naso rotto!... - Cucù! - Ora il cucù te lo darò io! - gridò il più ardito di quei monelli. 
- Prendi intanto quest'acconto e serbalo per la cena di stasera. 
E nel dir così gli appiccicò un pugno sul capo. 
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perché il burattino, come c'era da aspettarselo, rispose con un altro pugno: e lì, da un momento all'altro, il combattimento diventò generale e accanito. 
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. 
Con quei suoi piedi di legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici a rispettosa distanza. 
Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo. 
Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti dè loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d'occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare. 
Figuratevi i pesci! 
I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: "Non è roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!" 
Intanto il combattimento s'inferociva sempre più, quand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone infreddato: - Smettetela, birichini che non siete altro! 
Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. 
Qualche disgrazia accade sempre!... Povero Granchio! 
Fu lo stesso che avesse predicato al vento. 
Anzi quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse sgarbatamente: - Chetati, Granchio dell'uggia!... Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. 
Vai piuttosto a letto e cerca di sudare! 
In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice. 
Fra questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla costola e colle punte di cartapecora. 
Era un Trattato di Aritmetica. 
Vi lascio immaginare se era peso dimolto! 
Uno di quei monelli agguantò quel volume e, presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni; il quale diventò bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole: - O mamma mia, aiutatemi... 
perché muoio! Poi cadde disteso sulla rena del lido. 
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe e in pochi minuti non si videro più. Ma Pinocchio rimase lì, e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse a inzuppare il suo fazzoletto nell'acqua del mare e si pose a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. 
E intanto piangendo dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva: - Eugenio!... povero Eugenio mio!... apri gli occhi, e guardami!... Perché non mi rispondi? 
Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! 
Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio... 
Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me... 
O Dio mio! come farò ora a tornare a casa?... Con che coraggio potrò presentarmi alla mia buona mamma? 
Che sarà di me?... Dove fuggirò?... Dove andrò a nascondermi?... Oh! quant'era meglio, mille volte meglio che fossi andato a scuola!... Perche ho dato retta a questi compagni, che sono la mia dannazione?... E il maestro me l'aveva detto!... e la mia mamma me lo aveva ripetuto: "Guardati dai cattivi compagni!"-. Ma io sono un testardo... 
un caparbiaccio... 
lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio!... E dopo mi tocca a scontarle... 
E così, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. 
Dio mio! Che sarà di me, che sarà di me, che sarà di me?... E Pinocchio continuava a piangere, e berciare, a darsi pugni nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio: quando sentì a un tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano. 
Si voltò: erano due carabinieri - Che cosa fai così sdraiato per terra? - domandarono a Pinocchio. 
- Assisto questo mio compagno di scuola. 
- Che gli è venuto male? - Par di sì!.. - Altro che male! - disse uno dei carabinieri, chinandosi e osservando Eugenio da vicino. 
- Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi è che l'ha ferito? - Io no, - balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo. 
- Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l'ha ferito? - Io no, - ripetè Pinocchio. 
- E con che cosa è stato ferito? - Con questo libro. 
- E il burattino raccattò di terra il Trattato di Aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere. 
- E questo libro di chi è? - Mio. 
- Basta così: non occorre altro. 
Rizzati subito e vieni via con noi. 
- Ma io... - Via con noi! - Ma io sono innocente... 
- Via con noi! Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e dissero loro: - Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. 
Portatelo a casa vostra e assistetelo. 
Domani torneremo a vederlo. 
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due, gl'intimarono con accento soldatesco: - Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! 
Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella viottola, che conduceva al paese. 
Ma il povero diavolo non sapeva più nemmeno lui in che mondo si fosse. 
Gli pareva di sognare, e che brutto sogno! 
Era fuori di sé. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva più spiccicare una sola parola. 
Eppure, in mezzo a quella specie di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. 
Avrebbe preferito piuttosto di morire. 
Erano già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo lontano una decina di passi. 
- Si contentano, - disse il burattino ai carabinieri, - che vada a riprendere il mio berretto? - Vai pure: ma facciamo una cosa lesta. 
Il burattino andò, raccattò il berretto... 
ma invece di metterselo in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. 
Andava via come una palla di fucile. 
I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane mastino, che aveva guadagnato il primo premio in tutte le corse dei cani. 
Pinocchio correva, e il cane correva più di lui: per cui tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa di veder la fine di questo palio feroce. 
Ma non poté levarsi questa voglia, perché il cane mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal polverone, che dopo pochi minuti non fu più possibile di veder nulla. 
Pinocchio corre pericolo di essere fritto in padella come un pesce. 
Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento in cui Pinocchio si credé perduto: perché bisogna sapere che Alidoro (era questo il nome del can-mastino) a furia di correre e correre, l'aveva quasi raggiunto. 
Basti dire che il burattino sentiva dietro di sé, alla distanza d'un palmo, l'ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva perfino la vampa calda delle fiatate. 
Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si vedeva lì a pochi passi. 
Appena fu sulla spiaggia, il burattino spiccò un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un ranocchio, e andò a cascare in mezzo all'acqua. 
Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportato dall'impeto della corsa, entrò nell'acqua anche lui. 
E quel disgraziato non sapeva nuotare; per cui cominciò subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla: ma più annaspava e più andava col capo sott'acqua. 
Quando torno a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi impauriti e stralunati, e, abbaiando, gridava. 
- Affogo! Affogo! - Crepa! - gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo. 
- Aiutami, Pinocchio mio!... salvami dalla morte!... A quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane gli disse: - Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi più noia e di non corrermi dietro? - Te lo prometto! 
Te lo prometto! Spicciati per carità, perché se indugi un altro mezzo minuto, son bell'e morto. 
Pinocchio esitò un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, andò nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutte e due le mani, lo portò sano e salvo sulla rena asciutta del lido. 
Il povero cane non si reggeva più in piedi. 
Aveva bevuto, senza volerlo, tant'acqua salata, che era gonfiato come un pallone. 
Per altro il burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stimò cosa prudente di gettarsi novamente in mare; e, allontanandosi dalla spiaggia, gridò all'amico salvato: - Addio, Alidoro, fai buon viaggio e tanti saluti a casa. 
- Addio, Pinocchio, - rispose il cane; - mille grazie di avermi liberato dalla morte. 
Tu mi hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel che è fatto è reso. 
Se capita l'occasione, ci riparleremo. 
Pinocchio seguitò a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra. 
Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando un' occhiata alla spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta, dalla quale usciva un lunghissimo pennacchio di fumo. 
- In quella grotta, - disse allora fra sé, - ci deve essere del fuoco. 
Tanto meglio! Anderò a rasciugarmi e a riscaldarmi, e poi?... E poi sarà quel che sarà. Presa questa risoluzione, si avvicinò alla scogliera; ma quando fu lì per arrampicarsi, sentì qualche cosa sotto l'acqua che saliva, saliva, saliva e lo portava per aria. 
Tentò subito di fuggire, ma oramai era tardi, perché con sua grandissima maraviglia si trovò rinchiuso dentro a una grossa rete in mezzo a un brulichio di pesci d'ogni forma e grandezza, che scodinzolando si dibattevano come tant'anime disperate. 
E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore così brutto, ma tanto brutto, che pareva un mostro marino. 
Invece di capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin quaggiù. Pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro. 
Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, gridò tutto contento: - Provvidenza benedetta! 
Anch'oggi potrò fare una bella scorpacciata di pesce! - Manco male, che io non sono un pesce! - disse Pinocchio dentro di sé, ripigliando un po' di coraggio. 
La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta buia e affumicata, in mezzo alla quale friggeva una gran padella d'olio, che mandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro. 
- Ora vediamo un po' che pesci abbiamo presi! - disse il pescatore verde; e ficcando nella rete una manona così spropositata, che pareva una pala da fornai, tirò fuori una manciata di triglie. 
- Buone queste triglie! - disse, guardandole e annusandole con compiacenza. 
E dopo averle annusate, le scaraventò in una conca senz'acqua. 
Poi ripetè più volte la solita operazione; e via via che cavava fuori gli altri pesci, sentiva venirsi l'acquolina in bocca e gongolando diceva: - Buoni questi naselli!... - Squisiti questi muggini!... - Deliziose queste sogliole!... - Prelibati questi ragnotti!... - Carine queste acciughe col capo!... Come potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e le acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a tener compagnia alle triglie. 
L'ultimo che restò nella rete fu Pinocchio. 
Appena il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgranò dalla maraviglia i suoi occhioni verdi, gridando quasi impaurito: - Che razza di pesce è questo? 
Dei pesci fatti a questo modo non mi ricordo di averne mai mangiati! 
E tornò a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene per ogni verso, finì col dire: - Ho già capito: dev'essere un granchio di mare. 
Allora Pinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un granchio, disse con accento risentito: - Ma che granchio e non granchio? 
Guardi come lei mi tratta! 
Io per sua regola sono un burattino. 
- Un burattino? - replicò il pescatore. 
- Dico la verità, il pesce burattino è per me un pesce nuovo! 
Meglio così! Ti mangerò più volentieri. 
- Mangiarmi? Ma la vuol capire che io non sono un pesce? 
O non sente che parlo, e ragiono come lei? - è verissimo, - soggiunse il pescatore, - e siccome vedo che sei un pesce, che hai la fortuna di parlare e di ragionare, come me, così voglio usarti anch'io i dovuti riguardi. 
- E questi riguardi sarebbero?... - In segno di amicizia e di stima particolare, lascerò a te la scelta del come vuoi essere cucinato. 
Desideri essere fritto in padella, oppure preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa di pomidoro? - A dir la verità, - rispose Pinocchio, - se io debbo scegliere, preferisco piuttosto di essere lasciato libero, per potermene tornare a casa mia. 
- Tu scherzi? Ti pare che io voglia perdere l'occasione di assaggiare un pesce cosi raro? 
Non capita mica tutti i giorni un pesce burattino in questi mari. 
Lascia fare a me: ti friggerò in padella assieme a tutti gli altri pesci, e te ne troverai contento. 
L'esser fritto in compagnia è sempre una consolazione. 
L'infelice Pinocchio, a quest'antifona, cominciò a piangere, a strillare, a raccomandarsi e piangendo diceva: - Quant'era meglio, che fossi andato a scuola!... Ho voluto dar retta ai compagni, e ora la pago! 
Ih!... Ih!... Ih!... E perché si divincolava come un anguilla e faceva sforzi incredibili, per isgusciare dalle grinfie del pescatore verde, questi prese una bella buccia di giunco, e dopo averlo legato per le mani e per i piedi, come un salame, lo gettò in fondo alla conca cogli altri. 
Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno di farina, si dette a infarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva infarinati, li buttava a friggere dentro la padella. 
I primi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli: poi toccò ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la volta di Pinocchio. 
Il quale a vedersi così vicino alla morte (e che brutta morte!) fu preso da tanto tremito e da tanto spavento, che non aveva più né voce né fiato per raccomandarsi. 
Il povero figliuolo si raccomandava cogli occhi! 
Ma il pescatore verde, senza badarlo neppure, lo avvoltolò cinque o sei volte nella farina, infarinandolo così bene dal capo ai piedi, che pareva diventato un burattino di gesso. 
Poi lo prese per il capo, e... 
Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. 
Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento. 
Mentre il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella padella, entrò nella grotta un grosso cane condotto là dall'odore acutissimo e ghiotto della frittura. 
- Passa via! - gli gridò il pescatore minacciandolo e tenendo sempre in mano il burattino infarinato. 
Ma il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e dimenando la coda, pareva che dicesse: "Dammi un boccon di frittura e ti lascio in pace". 
- Passa via, ti dico! - gli ripetè il pescatore; e allungò la gamba per tirargli una pedata. 
Allora il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a lasciarsi posar mosche sul naso, si rivoltò ringhioso al pescatore, mostrandogli le sue terribili zanne. 
In quel mentre si udì nella grotta una vocina fioca fioca, che disse: - Salvami, Alidoro!... Se non mi salvi, son fritto! 
Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio e si accorse con sua grandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagotto infarinato che il pescatore teneva in mano. 
Allora che cosa fa? 
Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel fagotto infarinato e tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, e via come un baleno! 
Il pescatore, arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pesce, che egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si provò a rincorrere il cane; ma fatti pochi passi, gli venne un nodo di tosse e dovè tornarsene indietro. 
Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che conduceva al paese, si fermò e posò delicatamente in terra l'amico Pinocchio. 
- Quanto ti debbo ringraziare! - disse il burattino. 
- Non c'è bisogno, - replicò il cane. 
- Tu salvasti me, e quel che è fatto, è reso. 
Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l'uno coll'altro. 
- Ma come mai sei capitato in quella grotta? - Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più morto che vivo, quando il vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura. 
Quell'odorino mi ha stuzzicato l'appetito, e io gli sono andato dietro. 
Se arrivavo un minuto più tardi!... - Non me lo dire! - urlò Pinocchio che tremava ancora dalla paura. 
- Non me lo dire! 
Se tu arrivavi un minuto più tardi, a quest'ora io ero bell'e fritto, mangiato e digerito. 
Brrr!... mi vengono i brividi soltanto a pensarvi!... Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il quale gliela strinse forte forte in segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono. 
Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio, rimasto solo, andò a una capanna lì poco distante, e domandò a un vecchietto che stava sulla porta a scaldarsi al sole: - Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo e che si chiamava Eugenio?... - Il ragazzo è stato portato da alcuni pescatori in questa capanna, e ora... 
Ora sarà morto!... - interruppe Pinocchio con gran dolore. 
- No: ora è vivo, ed è già ritornato a casa sua. 
- Davvero, davvero? - gridò il burattino, saltando dall'allegrezza. 
- Dunque la ferita non era grave? - Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale, - rispose il vecchietto, - perché gli tirarono sul capo un grosso libro rilegato in cartone. 
- E chi glielo tirò? - Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio... 
- E chi è questo Pinocchio? - domandò il burattino facendo lo gnorri. 
- Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero rompicollo... 
- Calunnie! Tutte calunnie! - Lo conosci tu questo Pinocchio? - Di vista! - rispose il burattino. 
- E tu che concetto ne hai? - gli chiese il vecchietto. 
- A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno di voglia di studiare, ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia... 
Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si toccò il naso e si accorse che il naso gli s'era allungato più d'un palmo. 
Allora tutto impaurito cominciò a gridare: - Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto: perché conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch'io che è davvero un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, che invece di andare a scuola, va coi compagni a fare lo sbarazzino! 
Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo naso raccorcì e tornò della grandezza naturale, come era prima. 
- E perché sei tutto bianco a codesto modo? - gli domandò a un tratto il vecchietto. 
- Vi dirò... senza avvedermene, mi sono strofinato a un muro, che era imbiancato di fresco, - rispose il burattino, vergognandosi a confessare che lo avevano infarinato come un pesce, per poi friggerlo in padella. 
- O della tua giacchetta, dè tuoi calzoncini e del tuo berretto che cosa ne hai fatto? - Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. 
Dite, buon vecchio, non avreste per caso da darmi un po' di vestituccio, tanto perché io possa ritornare a casa? - Ragazzo mio, in fatto di vestiti, io non ho che un piccolo sacchetto, dove ci tengo i lupini. 
Se vuoi, piglialo: eccolo là. E Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il sacchetto dei lupini che era vuoto, e dopo averci fatto colle forbici una piccola buca nel fondo e due buche dalle parti, se lo infilò a uso camicia. 
E vestito leggerino a quel modo, si avviò verso il paese. 
Ma, lungo la strada, non si sentiva punto tranquillo; tant'è vero che faceva un passo avanti e uno indietro e, discorrendo da se solo, andava dicendo: - Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? 
Che dirà quando mi vedrà?... Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?... Scommetto che non me la perdona!... Oh! 
Non me la perdona di certo... 
E mi sta il dovere: perché io sono un monello che prometto sempre di correggermi, e non mantengo mai!... Arrivò al paese che era già notte buia, e perché faceva tempaccio e l'acqua veniva giù a catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata coll'animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire. 
Ma, quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio, e invece di bussare si allontanò, correndo, una ventina di passi. 
Si avvicinò una seconda volta alla porta, e non concluse nulla: si avvicinò una terza volta, e nulla: la quarta volta prese, tremando, il battente di ferro in mano, e bussò un piccolo colpettino. 
Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz'ora si aprì una finestra dell'ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse: - Chi è a quest'ora? - La Fata è in casa? - domandò il burattino. 
- La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei? - Sono io! - Chi io? - Pinocchio. 
- Chi Pinocchio? - Il burattino, quello che sta in casa colla Fata. 
- Ah! ho capito, - disse la Lumaca. 
- Aspettami costì, che ora scendo giù e ti apro subito. 
- Spicciatevi, per carità, perché io muoio dal freddo. 
- Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta. 
Intanto passò un'ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall'acqua che aveva addosso, si fece cuore e bussò una seconda volta, e bussò più forte. 
A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano di sotto e si affacciò la solita Lumaca. 
- Lumachina bella, - gridò Pinocchio dalla strada, - sono due ore che aspetto ! E due ore, a questa serataccia, diventano più lunghe di due anni. 
Spicciatevi, per carità. - Ragazzo mio - gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace e tutta flemma, - ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta. 
E la finestra si richiuse. 
Di lì a poco suonò la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sempre chiusa. 
Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò con rabbia il battente della porta per bussare un gran colpo da far rintronare tutto il casamento: ma il battente che era di ferro, diventò a un tratto un'anguilla viva, che sgusciandogli dalle mani sparì nel rigagnolo d'acqua in mezzo alla strada. 
- Ah, sì? - gridò Pinocchio sempre più accecato dalla collera. 
- Se il battente è sparito, io seguiterò a bussare a furia di calci. 
E tiratosi un poco indietro, lasciò andare una solennissima pedata nell'uscio della casa. 
Il colpo fu così forte, che il piede penetrò nel legno fino a mezzo: e quando il burattino si provò a ricavarlo fuori, fu tutta fatica inutile: perché il piede c'era rimasto conficcato dentro, come un chiodo ribadito. 
Figuratevi il povero Pinocchio ! Dovè passare tutto il resto della notte con un piede in terra e con quell'altro per aria. 
La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si aprì. Quella brava bestiola della Lumaca, a scendere dal quarto piano fino all'uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore. 
Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata! - Che cosa fate con codesto piede conficcato nell'uscio? - domandò ridendo al burattino. 
- E' stata una disgrazia. 
Vedete un po', Lumachina bella, se vi riesce di liberarmi da questo supplizio. 
- Ragazzo mio, così ci vuole un legnaiolo, e io non ho mai fatto la legnaiola. 
- Pregate la Fata da parte mia!... - La Fata dorme e non vuol essere svegliata. 
- Ma che cosa volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a questa porta? - Divertiti a contare le formicole che passano per la strada. 
- Portatemi almeno qualche cosa da mangiare, perché mi sento rifinito. 
- Subito! - disse la Lumaca. 
Difatti dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoio d'argento in capo. 
Nel vassoio c'era un pane, un pollastro arrosto e quattro albicocche mature. 
- Ecco la colazione che vi manda la Fata, - disse la Lumaca. 
Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sentì consolarsi tutto. 
Ma quale fu il suo disinganno, quando incominciando a mangiare, si dovè accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale. 
Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttar via il vassoio e quel che c'era dentro: ma invece, o fosse il gran dolore o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto. 
Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e la Fata era accanto a lui. 
- Anche per questa volta ti perdono, - gli disse la Fata, - ma guai a te se me ne fai un'altra delle tue!... Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene. 
E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno. 
Difatti, agli esami delle vacanze, ebbe l'onore di essere il più bravo della scuola; e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati così lodevoli e soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli disse: - Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato! - Cioè? - Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene. 
Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata, non potrà mai figurarsela. 
Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra. 
Quella giornata prometteva d'essere molto bella e molto allegra, ma... 
Disgraziatamente, nella vita dei burattini c'è sempre un ma, che sciupa ogni cosa. 
Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi. 
Com'è naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare in giro per la città a fare gli inviti: e la Fata gli disse: - Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. 
Hai capito? - Fra un'ora prometto di essere bell'e ritornato, - replicò il burattino. 
- Bada, Pinocchio! 
I ragazzi fanno presto a promettere: ma il più delle volte, fanno tardi a mantenere. 
- Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la mantengo. 
- Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto peggio per te. 
- Perché? - Perché i ragazzi che non danno retta ai consigli di chi ne sa più di loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia. 
- E io l'ho provato! - disse Pinocchio. 
- Ma ora non ci ricasco più! - Vedremo se dici il vero. 
Senza aggiungere altre parole, il burattino salutò la sua buona Fata, che era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando uscì fuori della porta di casa. 
In poco più d'un'ora, tutti i suoi amici furono invitati. 
Alcuni accettarono subito e di gran cuore: altri da principio si fecero un po' pregare; ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caffè-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire: "Verremo anche noi, per farti piacere". 
Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo: ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte. 
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. 
Difatti andò subito a cercarlo a casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c'era: tornò una terza volta, e fece la strada invano. 
Dove poterlo ripescare? 
Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini. 
- Che cosa fai costì? - gli domandò Pinocchio, avvicinandosi. 
- Aspetto la mezzanotte, per partire... 
- Dove vai? - Lontano, lontano, lontano! - E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!... - Che cosa volevi da me? - Non sai il grande avvenimento? 
Non sai la fortuna che mi è toccata? - Quale? - Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri. 
- Buon pro ti faccia. 
- Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia. 
- Ma se ti dico che parto questa sera. 
- A che ora? - Fra poco. 
- E dove vai? - Vado ad abitare in un paese... 
che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!... - E come si chiama? - Si chiama il Paese dei Balocchi. 
Perché non vieni anche tu? - Io? no davvero! - Hai torto, Pinocchio! 
Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. 
Dove vuoi trovare un paese più salubre per noialtri ragazzi? 
Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. 
In quel paese benedetto non si studia mai. 
Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. 
Figurati che le vacanze dell'autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll'ultimo di dicembre. 
Ecco un paese, come piace veramente a me! 
Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!... - Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi? - Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. 
La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. 
Che te ne pare? - Uhm!... - fece Pinocchio: e tentennò leggermente il capo, come dire: "è una vita che farei volentieri anch'io!". - Dunque, vuoi partire con me? 
Sì o no? Risolviti. 
- No, no, no e poi no. 
Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. 
Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. 
Dunque addio e buon viaggio. 
- Dove corri con tanta furia? - A casa. 
La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte. 
- Aspetta altri due minuti. 
- Faccio troppo tardi. 
- Due minuti soli. 
- E se poi la Fata mi grida? - Lasciala gridare. 
Quando avrà gridato ben bene, si cheterà, - disse quella birba di Lucignolo. 
- E come fai? Parti solo o in compagnia? - Solo? 
Saremo più di cento ragazzi. 
- E il viaggio lo fate a piedi? - A mezzanotte passerà di qui il carro che ci deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese. 
- Che cosa pagherei che ora fosse mezzanotte!... - Perché? - Per vedervi partire tutti insieme. 
- Rimani qui un altro poco e ci vedrai. 
- No, no: voglio ritornare a casa. 
- Aspetta altri due minuti. 
- Ho indugiato anche troppo. 
La Fata starà in pensiero per me. 
- Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli? - Ma dunque, - soggiunse Pinocchio, - tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?... - Neanche l'ombra. 
- E nemmeno maestri?... - Nemmen'uno. 
- E non c'è mai l'obbligo di studiare? - Mai, mai, mai! - Che bel paese! - disse Pinocchio, sentendo venirsi l'acquolina in bocca. 
- Che bel paese! 
Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!... - Perché non vieni anche tu? - E inutile che tu mi tenti! 
Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola. 
- Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!... E anche quelle liceali, se le incontri per la strada. 
- Addio, Lucignolo: fai buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici. 
Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all'amico, gli domandò: - Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei giovedì e di una domenica? - Sicurissimo. 
- Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll'ultimo di dicembre? - Di certissimo! - Che bel paese! - ripetè Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione. 
Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e furia: - Dunque, addio davvero: e buon viaggio. 
- Addio. - Fra quanto partirete? - Fra due ore! - Peccato! 
Se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare. 
- E la Fata?... - Oramai ho fatto tardi!... E tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo, è lo stesso. 
- Povero Pinocchio! 
E se la Fata ti grida? - Pazienza! 
La lascerò gridare. 
Quando avrà gridato ben bene, si cheterà. Intanto si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi in lontananza un lumicino... 
e sentirono un suono di bubboli e uno squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di una zanzara! - Eccolo! - gridò Lucignolo, rizzandosi in piedi. 
- Chi è? - domandò sottovoce Pinocchio. 
- E' il carro che viene a prendermi. 
Dunque, vuoi venire, sì o no? - Ma è proprio vero, - domandò il burattino, - che in quel paese i ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare? - Mai, mai, mai! - Che bel paese!... che bel paese!... che bel paese!... Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con sua grande maraviglia, sente spuntarsi un bel paio d'orecchie asinine e diventa un ciuchino, con la coda e tutto. 
Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci. 
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame. 
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati a grandi strisce gialle e turchine. 
Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutti le altre bestie da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivali da uomo di vacchetta bianca. 
E il conduttore del carro?... Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. 
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi. 
Difatti il carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe nella salamoia. 
Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare: ma nessuno diceva ohi!, nessuno si lamentava. 
La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c'erano né libri, né scuole, né maestri, li rendeva così contenti e rassegnati, che non sentivano né i disagi, né gli strapazzi, né la fame, né la sete, né il sonno. 
Appena che il carro si fu fermato, l'omino si volse a Lucignolo e con mille smorfie e mille manierine, gli domandò sorridendo: - Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato paese? - Sicuro che ci voglio venire. 
- Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c'è più posto. 
Come vedi, è tutto pieno!... - Pazienza! - replicò Lucignolo, - se non c'è posto dentro, io mi adatterò a star seduto sulle stanghe del carro. 
E spiccato un salto, montò a cavalcioni sulle stanghe. 
- E tu, amor mio?... - disse l'omino volgendosi tutto complimentoso a Pinocchio. 
- Che intendi fare? 
Vieni con noi, o rimani?... - Io rimango, - rispose Pinocchio. 
- Io voglio tornarmene a casa mia: voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno tutti i ragazzi perbene. 
- Buon pro ti faccia! - Pinocchio! - disse allora Lucignolo. 
- Dai retta a me: vieni via con noi e staremo allegri. 
- No, no, no! - Vieni via con noi e staremo allegri, - gridarono altre quattro voci di dentro al carro. 
- Vieni via con noi e staremo allegri, - urlarono tutte insieme un centinaio di voci di dentro al carro. 
- E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? - disse il burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico. 
- Non ti fasciare il capo con tante melanconie. 
Pensa che andiamo in un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla sera! 
Pinocchio non rispose: ma fece un sospiro: poi fece un altro sospiro: poi un terzo sospiro; finalmente disse: - Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io !... - I posti son tutti pieni, - replicò l'omino, - ma per mostrarti quanto sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta... 
- E voi?... - E io farò la strada a piedi. 
- No, davvero, che non lo permetto. 
Preferisco piuttosto di salire in groppa a qualcuno di questi ciuchini! - gridò Pinocchio. 
Detto fatto, si avvicinò al ciuchino manritto della prima pariglia e fece l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiola, voltandosi a secco, gli dette una gran musata nello stomaco e lo gettò a gambe all'aria. 
Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi presenti alla scena. 
Ma l'omino non rise. 
Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà dell'orecchio destro. 
Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizzò con un salto sulla groppa di quel povero animale. 
E il salto fu così bello, che i ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare: "Viva Pinocchio!" e a fare una smanacciata di applausi, che non finivano più. Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alzò tutt'e due le gambe di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino in mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia. 
Allora grandi risate daccapo: ma l'omino, invece di ridere, si sentì preso da tanto amore per quell'irrequieto asinello, che, con un bacio, gli portò via di netto la metà di quell'altro orecchio. 
Poi disse al burattino: - Rimonta pure a cavallo e non aver paura. 
Quel ciuchino aveva qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi e spero di averlo reso mansueto e ragionevole. 
Pinocchio montò: e il carro cominciò a muoversi: ma nel tempo che i ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciotoli della via maestra, gli parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena intelligibile, che gli disse: - Povero gonzo! 
Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai! 
Pinocchio, quasi impaurito, guardò di qua e di là, per conoscere da qual parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: i ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava come un ghiro e l'omino seduto a cassetta, canterellava fra i denti: Tutti la notte dormono E io non dormo mai... 
Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì la solita vocina fioca che gli disse: - Tienlo a mente, grullerello! 
I ragazzi che smettono di studiare e voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una fine disgraziata!... Io lo so per prova!... E te lo posso dire! 
Verrà un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io... 
ma allora sarà tardi !... A queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino, spaventato più che mai, saltò giù dalla groppa della cavalcatura e andò a prendere il suo ciuchino per il muso. 
E immaginatevi come restò, quando s'accorse che il suo ciuchino piangeva... 
e piangeva proprio come un ragazzo! - Ehi, signor omino, - gridò allora Pinocchio al padrone del carro, - sapete che cosa c'è di nuovo? 
Questo ciuchino piange. 
- Lascialo piangere: riderà quando sarà sposo - Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare ? - No: ha imparato da sé a borbottare qualche parola, essendo stato tre anni in una compagnia di cani ammaestrati. 
- Povera bestia!... - Via, via, - disse l'omino, - non perdiamo il nostro tempo a veder piangere un ciuco. 
Rimonta a cavallo, e andiamo: la notte è fresca e la strada è lunga. 
Pinocchio obbedì senza rifiatare. 
Il carro riprese la sua corsa: e la mattina, sul far dell'alba, arrivarono felicemente nel Paese dei Balocchi. 
Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. 
La sua popolazione era tutta composta di ragazzi. 
I più vecchi avevano quattordici anni: i più giovani ne avevano otto appena. 
Nelle strade, un'allegria, un chiasso, uno strillio da levar di cervello! 
Branchi di monelli dappertutto. 
Chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra a un cavallino di legno; questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano; altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in aria; chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll'elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta; chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l'ovo; insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. 
Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: Viva i balocci (invece di balocchi): non voglamo più schole (invece di non vogliamo più scuole): abbasso Larin Metica (invece di l'aritmetica) e altri fiori consimili. 
Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il viaggio coll'omino, appena ebbero messo il piede dentro la città, si ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, come è facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. 
Chi più felice, chi più contento di loro? 
In mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni. 
- Oh! che bella vita! - diceva Pinocchio tutte le volte che per caso s'imbatteva in Lucignolo. 
- Vedi, dunque, se avevo ragione?... - ripigliava quest'ultimo. 
- E dire che tu non volevi partire! 
E pensare che t'eri messo in capo di tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare!.... Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a me, ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? 
Non vi sono che i veri amici che sappiano rendere di questi grandi favori. 
- E' vero, Lucignolo! 
Se oggi io sono un ragazzo veramente contento, è tutto merito tuo. 
E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, parlando di te? 
Mi diceva sempre: "Non praticare quella birba di Lucignolo perché Lucignolo è un cattivo compagno e non può consigliarti altro che a far del male!...". - Povero maestro! - replicò l'altro tentennando il capo. 
- Lo so purtroppo che mi aveva a noia e che si divertiva sempre a calunniarmi, ma io sono generoso e gli perdono! - Anima grande! - disse Pinocchio, abbracciando affettuosamente l'amico e dandogli un bacio in mezzo agli occhi. 
Intanto era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una scuola, quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire, una gran brutta sorpresa che lo messe proprio di malumore. 
A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare. 
E questa sorpresa quale fu? 
Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel grattarsi il capo si accorse... 
Indovinate un po' di che cosa si accorse? 
Si accorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli erano cresciuti più d'un palmo. 
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure! 
Immaginatevi dunque come restò, quando si poté scorgere che i suoi orecchi, durante la notte, erano così allungati, che parevano due spazzole di padule. 
Andò subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non trovando uno specchio, empì d'acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini. 
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio! 
Cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma quanto più si disperava, e più i suoi orecchi crescevano, crescevano e diventavano pelosi verso la cima. 
Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella stanza una bella Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino in così grandi smanie, gli domandò premurosamente: - Che cos'hai, mio caro casigliano? - Sono malato, Marmottina mia, molto malato... 
e malato d'una malattia che mi fa paura! 
Te ne intendi tu del polso? - Un pochino. 
- Senti dunque se per caso avessi la febbre. 
La Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso di Pinocchio gli disse sospirando: - Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!... - Cioè? - Tu hai una gran brutta febbre!... - E che febbre sarebbe? - E' la febbre del somaro. 
- Non la capisco questa febbre! - rispose il burattino, che l'aveva pur troppo capita. 
- Allora te la spiegherò io, - soggiunse la Marmottina. 
- Sappi dunque che fra due o tre ore tu non sarai più burattino, né un ragazzo... 
- E che cosa sarò? - Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al mercato. 
- Oh! Povero me! 
Povero me! - gridò Pinocchio pigliandosi con le mani tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strapazzandoli rabbiosamente, come se fossero gli orecchi di un altro. 
- Caro mio, - replicò la Marmottina per consolarlo, - che cosa ci vuoi tu fare? 
Oramai è destino. 
Oramai è scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari. 
- Ma davvero è proprio così? - domandò singhiozzando il burattino. 
- Purtroppo è cosi! 
E ora i pianti sono inutili. 
Bisognava pensarci prima! - Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di Lucignolo!... - E chi è questo Lucignolo!... - Un mio compagno di scuola. 
Io volevo tornare a casa: io volevo essere ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore... 
ma Lucignolo mi disse: "Perché vuoi annoiarti a studiare? 
Perché vuoi andare alla scuola? 
Vieni piuttosto con me, nel Paese dei Balocchi: lì non studieremo più: lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri". 
- E perché seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel cattivo compagno? - Perché?... Perché, Marmottina mia, io sono un burattino senza giudizio... 
e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai abbandonato quella buona Fata, che mi voleva bene come una mamma e che aveva fatto tanto per me!... E a quest'ora non sarei più un burattino... 
ma sarei invece un ragazzino a modo, come ce n'è tanti! 
Oh!... ma se incontro Lucignolo, guai a lui! 
Gliene voglio dire un sacco e una sporta! 
E fece l'atto di volere uscire. 
Ma quando fu sulla porta, si ricordò che aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli al pubblico, che cosa inventò?... Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa, se lo ingozzò fin sotto la punta del naso. 
Poi uscì: e si dette a cercar Lucignolo dappertutto. 
Lo cercò nelle strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo trovò. Ne chiese notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno l'aveva veduto. 
Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta bussò. - Chi è? - domandò Lucignolo di dentro. 
- Sono io! - rispose il burattino. 
- Aspetta un poco, e ti aprirò. Dopo mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi come restò Pinocchio quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso. 
Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi consolarsi e pensò subito dentro di sé: "Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? 
Che abbia anche lui la febbre del ciuchino?..." E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo: - Come stai, mio caro Lucignolo? - Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano. 
- Lo dici proprio sul serio? - E perché dovrei dirti una bugia? - Scusami, amico: e allora perché tieni in capo codesto berretto di cotone che ti cuopre tutti gli orecchi? - Me l'ha ordinato il medico, perché mi sono fatto male a questo ginocchio. 
E tu, caro burattino, perché porti codesto berretto di cotone ingozzato fin sotto il naso? - Me l'ha ordinato il medico, perche mi sono sbucciato un piede. 
- Oh! povero Pinocchio!... - Oh! povero Lucignolo!... A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto di canzonatura. 
Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al suo compagno: - Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di malattia agli orecchi? - Mai!... E tu? - Mai! 
Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio, che mi fa spasimare. 
- Ho lo stesso male anch'io. 
- Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole? - Tutt'e due. 
E tu? - Tutt'e due. 
Che sia la medesima malattia? - Ho paura di sì? - Vuoi farmi un piacere, Lucignolo? - Volentieri! 
Con tutto il cuore. 
- Mi fai vedere i tuoi orecchi? - Perché no? 
Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio. 
- No: il primo devi essere tu. 
- No, carino! Prima tu, e dopo io! - Ebbene, - disse allora il burattino, - facciamo un patto da buoni amici. 
- Sentiamo il patto. 
- Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti? - Accetto. 
- Dunque attenti! 
E Pinocchio cominciò a contare a voce alta: - Uno! 
Due! Tre! 
Alla parola tre! i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li gettarono in aria. 
E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. 
Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare in una bella risata. 
E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chetò, e barcollando e cambiando colore, disse all'amico: - Aiuto, aiuto, Pinocchio! - Che cos'hai? - Ohimè. Non mi riesce più di star ritto sulle gambe. 
- Non mi riesce più neanche a me, - gridò Pinocchio, piangendo e traballando. 
E mentre dicevano così, si piegarono tutt'e due carponi a terra e, camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. 
E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero. 
Ma il momento più brutto per què due sciagurati sapete quando fu? 
Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. 
Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino. 
Non l'avessero mai fatto! 
Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt'e due coro: j-a, j-a, j-a. 
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse: - Aprite! 
Sono l'Omino, sono il conduttore del carro che vi portò in questo paese. 
Aprite subito, o guai a voi! 
Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi; ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo. 
Vedendo che la porta non si apriva, l'Omino la spalancò con un violentissimo calcio: ed entrato che fu nella stanza, disse col suo solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo: - Bravi ragazzi! 
Avete ragliato bene, e io vi ho subito riconosciuti alla voce. 
E per questo eccomi qui. 
A tali parole, i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù, con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe. 
Da principio l'Omino li lisciò, li accarezzò, li palpeggiò: poi, tirata fuori la striglia, cominciò a strigliarli perbene. 
E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi, allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno. 
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare. 
Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo comprò per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia. 
E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l'Omino? 
Questo brutto mostriciattolo, che aveva una fisionomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li conduceva nel Paese dei Balocchi, perché passassero tutto il loro tempo in giochi, in chiassate e in divertimenti. 
Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiare mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s'impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere e sui mercati. 
E così in pochi anni aveva fatto fior di quattrini ed era diventato milionario. 
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so, per altro, che Pinocchio andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata. 
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empì la greppia di paglia: ma Pinocchio, dopo averne assaggiata una boccata, la risputò. Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia di fieno: ma neppure il fieno gli piacque. 
- Ah! non ti piace neppure il fieno? - gridò il padrone imbizzito. 
- Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo, penserò io a levarteli!... E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle gambe. 
Pinocchio dal gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare, e ragliando, disse: - J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!... - Allora mangia il fieno! - replicò il padrone che intendeva benissimo il dialetto asinino. 
- J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!... - Pretenderesti, dunque, che un somaro, par tuo, lo dovessi mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? - soggiunse il padrone arrabbiandosi sempre più e affibbiandogli una seconda frustata. 
A quella seconda frustata Pinocchio, per prudenza, si chetò subito e non disse altro. 
Intanto la stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perché erano molte ore che non aveva mangiato cominciò a sbadigliare dal grande appetito. 
E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno. 
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegnò a masticare un po' di fieno: e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo tirò giù. - Questo fieno non è cattivo, - poi disse dentro di sé, - ma quanto sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest'ora, invece di fieno, potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella fetta di salame!... Pazienza! 
La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro po' di fieno; ma non lo trovò perché l'aveva mangiato tutto nella notte. 
Allora prese una boccata di paglia tritata: ma in quel mentre che la masticava si dovè accorgere che il sapore della paglia tritata non somigliava punto né al risotto alla milanese né ai maccheroni alla napoletana. 
- Pazienza! - ripetè, continuando a masticare. 
- Che almeno la mia disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non hanno voglia di studiare. 
Pazienza!... pazienza! - Pazienza un corno! - urlò il padrone, entrando in quel momento nella stalla. 
- Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? 
Io ti ho comprato perché tu lavori e perché tu mi faccia guadagnare molti quattrini. 
Su, dunque, da bravo! 
Vieni con me nel Circo, e là ti insegnerà a saltare i cerchi, a rompere col capo le botti di foglio e a ballaré il valzer e la polca, stando ritto sulle gambe di dietro. 
Il povero Pinocchio, per amore o per forza, dovè imparare tutte queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e molte frustate da levare il pelo. 
Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone poté annunziare uno spettacolo veramente straordinario. 
I cartelloni di vario colore, attaccati alle cantonate delle strade, dicevano cosi: Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo spettacolo, il teatro era pieno stipato. 
Non si trovava più né un posto distinto, né un palco, nemmeno a pagarlo a peso d'oro. 
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio. 
Finita la prima parte dello spettacolo, il direttore della compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin sopra ai ginocchi, si presentò all'affollatissimo pubblico, e, fatto un grande inchino, recitò con molta solennità il seguente spropositato discorso: "Rispettabile pubblico, cavalieri e dame! 
L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonché il piacere di presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al cospetto di Sua Maestà l'Imperatore di tutte le Corti principali d'Europa. 
"E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e compatiteci!" 
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. 
Egli era tutto agghindato a festa. 
Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi; la criniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini d'argento attraverso alla vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto amaranto e celeste. 
Era, insomma, un ciuchino da innamorare! 
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole: "Miei rispettabili auditori! 
Non starò qui a farvi menzogne delle grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle pianure della zona torrida. 
Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasudi dà suoi occhi, conciossiaché essendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto più volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. 
Ma ogni mia gentilezza invece di farmi da lui benvolere, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. 
Io però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa Facoltà Medicea di Parigi riconobbe essere quello il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. 
E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo nonché nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio. 
Ammiratelo, e poi giudicatelo! 
Prima però di prendere cognato da voi, permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di domani sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo spettacolo invece di domani sera, sarà posticipato a domattina, alle ore undici antimeridiane del pomeriggio". 
E qui il direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi rivolgendosi a Pinocchio, gli disse: - Animo, Pinocchio!... Avanti di dar principio ai vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi! 
Pinocchio, ubbidiente, piegò subito i due ginocchi davanti, fino a terra, e rimase inginocchiato fino a tanto che il direttore, schioccando la frusta, non gli gridò: - Al passo! 
Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e cominciò a girare intorno al Circo, camminando sempre di passo. 
Dopo un poco il direttore grido: - Al trotto! - e Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo in trotto. 
- Al galoppo!... - e Pinocchio staccò il galoppo. 
- Alla carriera! - e Pinocchio si dette a correre di gran carriera. 
Ma in quella che correva come un barbero, il direttore, alzando il braccio in aria, scaricò un colpo di pistola. 
A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo, come se fosse moribondo davvero. 
Rizzatosi da terra, in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di battimani, che andavano alle stelle, gli venne naturalmente di alzare la testa e di guardare in su... 
e guardando, vide in un palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla quale pendeva un medaglione. 
Nel medaglione c'era dipinto il ritratto d'un burattino. 
- Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! - disse dentro di sé Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla gran contentezza, si provò a gridare: - Oh Fatina mia! oh Fatina mia! 
Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio cosi sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro. 
Allora il direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non è buona creanza mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diè col manico della frusta una bacchettata sul naso. 
Il povero ciuchino, tirato fuori un palmo di lingua, durò a leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore che aveva sentito. 
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!... Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. 
Nessuno però se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò: - Da bravo, Pinocchio! 
Ora farete vedere a questi signori con quanta grazia sapete saltare i cerchi. 
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente di sotto. 
Alla fine spiccò un salto e l'attraversò: ma le gambe di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra dall'altra parte tutto in un fascio. 
Quando si rizzò, era azzoppito, e a malapena poté ritornare alla scuderia. 
- Fuori Pinocchio! 
Vogliamo il ciuchino! 
Fuori il ciuchino! - gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso. 
Ma il ciuchino per quella sera non si fece rivedere. 
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando l'ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita. 
Allora il direttore disse al suo garzone di stalla: - Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? 
Sarebbe un mangiapane a ufo. 
Portalo dunque in piazza e rivendilo. 
Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al garzone di stalla: - Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo? - Venti lire. 
- Io ti do venti soldi. 
Non credere che io lo compri per servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. 
Vedo che ha la pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese. 
Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo! 
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse il ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli diè improvvisamente uno spintone e lo gettò nell'acqua. 
Pinocchio, con quel macigno al collo, andò subito a fondo; e il compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire affogato, per poi levargli la pelle. 
Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane. 
Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il compratore disse, discorrendo da sé solo: - A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'affogato. 
Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo. 
E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d'acqua... 
indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua un burattino vivo che scodinzolava come un'anguilla. 
Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credé di sognare e rimase lì intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa. 
Riavutosi un poco dal suo primo stupore, disse piangendo e balbettando: - E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è? - Quel ciuchino son io! - rispose il burattino, ridendo. 
- Tu? - Io. - Ah! mariuolo! 
Pretenderesti forse burlarti di me? - Burlarmi di voi? 
Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul serio. 
- Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora, stando nell'acqua sei diventato un burattino di legno?... - Sarà effetto dell'acqua del mare. 
Il mare ne fa di questi scherzi. 
- Bada, burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie spalle. 
Guai a te, se mi scappa la pazienza. 
- Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? 
Scioglietemi questa gamba e io ve la racconterò. Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell'aria prese a dirgli così: - Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo mondo ce n'è tanti: se non che per la mia poca voglia di studiare e per dar retta ai cattivi compagni, scappai di casa... 
e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto di orecchi... 
e con tanto di coda!... Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! 
Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me un gran ballerino e un gran saltatore di cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tutt'e due le gambe. 
Allora il direttore non sapendo che cosa farsi d'un asino zoppo, mi mandò a rivendere, e voi mi avete comprato! - Pur troppo! 
E ti ho pagato venti soldi. 
E ora chi mi rende i miei poveri venti soldi? - E perché mi avete comprato? 
Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un tamburo!... un tamburo!... - Pur troppo!... E ora dove troverò un'altra pelle? - Non vi date alla disperazione, padrone. 
Dei ciuchini ce n'è tanti, in questo mondo! - Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui? - No, - rispose il burattino, - ci sono altre due parole, e poi è finita. 
Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per uccidermi; ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d'umanità, avete preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al mare. 
Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne serberò eterna riconoscenza. 
Per altro, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata... 
- E chi è questa Fata? - E la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balia a se stessi. 
Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo di affogare, mandò subito intorno a me un branco infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell'e morto, cominciarono a mangiarmi! 
E che bocconi che facevano! 
Non avrei mai creduto che i pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi! 
Chi mi mangiò gli orecchi, chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia della schiena... 
e fra gli altri, vi fu un pesciolino cosi garbato, che si degnò perfino di mangiarmi la coda. 
- Da oggi in poi, - disse il compratore inorridito, - faccio giuro di non assaggiar più carne di pesce. 
Mi dispiacerebbe troppo di aprire una triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco! - Io la penso come voi, - replicò il burattino, ridendo. 
- Del resto, dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono,- com'è naturale, all'osso... 
o per dir meglio, arrivarono al legno, perché, come vedete, io son fatto di legno durissimo. 
Ma dopo dati i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accorsero subito che il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie... 
Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo, invece d'un ciuchino morto. 
- Io mi rido della tua storia, - gridò il compratore imbestialito. 
- Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. 
Sai che cosa farò? Ti porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel caminetto. 
- Rivendetemi pure: io sono contento, - disse Pinocchio. 
Ma nel dir cosi, fece un bel salto e schizzò in mezzo all'acqua. 
E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero compratore: - Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me. 
E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi indietro, urlava più forte: - Addio, padrone: se avete bisogno di un po' di legno stagionato, per accendere il caminetto, ricordatevi di me. 
Fatto sta che in un batter d'occhio si era tanto allontanato, che non si vedeva quasi più: ossia, si vedeva solamente sulla superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell'acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buonumore. 
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi. 
La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina. 
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte! 
Raddoppiando di forza e di energia si diè a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza strada, quando ecco uscir fuori dall'acqua e venirgli incontro una orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte. 
E sapete chi era quel mostro marino? 
Quel mostro marino era né più né meno quel gigantesco Pesce-cane, ricordato più volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracità, veniva soprannominato "l'Attila dei pesci e dei pescatori". 
Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio alla vista del mostro. 
Cerco di scansarlo, di cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocità di una saetta. 
- Affrettati, Pinocchio, per carità! - gridava belando la bella Caprettina. 
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi. 
- Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvicina! 
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa. 
- Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge!... Eccolo!... Eccolo!... Affrettati per carità, o sei perduto!... E Pinocchio a nuotar più lesto che mai, e via, e via, e via, come andrebbe una palla di fucile. 
E già era presso lo scoglio, e già la Caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall'acqua! 
Ma oramai era tardi! 
Il mostro lo aveva raggiunto: il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina: e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pesce-cane, battè un colpo cosi screanzato, da restarne sbalordito per un quarto d'ora. 
Quando ritornò in sé da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. 
Intorno a sé c'era da ogni parte un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d'inchiostro. 
Stette in ascolto e non senti nessun rumore: solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. 
Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro. 
Perché bisogna sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d'asma, e quando respirava, pareva proprio che tirasse la tramontana. 
Pinocchio, sulle prime, s'ingegnò di farsi un poco di coraggio: ma quand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino allora cominciò a piangere e a strillare: e piangendo diceva: - Aiuto! aiuto! 
Oh povero me! Non c'è nessuno che venga a salvarmi? - Chi vuoi che ti salvi, disgraziato?... - disse in quel buio una vociaccia fessa di chitarra scordata. 
- Chi è che parla cosi? - domandò Pinocchio, sentendosi gelare dallo spavento. 
- Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme con te. 
E tu che pesce sei? - Io non ho che vedere nulla coi pesci. 
Io sono un burattino. 
- E allora, se non sei un pesce, perché ti sei fatto inghiottire dal mostro? - Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli è lui che mi ha inghiottito! 
Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?... - Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt'e due!... - Ma io non voglio esser digerito! - urlò Pinocchio, ricominciando a piangere. 
- Neppure io vorrei esser digerito, - soggiunse il Tonno, - ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c'è più dignità a morir sott'acqua che sott'olio!... - Scioccherie! - gridò Pinocchio. 
- La mia è un'opinione, - replicò il Tonno, - e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate! - Insomma... 
io voglio andarmene di qui... 
io voglio fuggire... 
- Fuggi, se ti riesce!... - è molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? - domandò il burattino. 
- Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare la coda. 
Nel tempo che facevano questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di veder lontan lontano una specie di chiarore. 
- Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? - disse Pinocchio. 
- Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà come noi il momento di esser digerito!.... - Voglio andare a trovarlo. 
Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire? - Io te l'auguro di cuore, caro burattino. 
- Addio, Tonno. - Addio, burattino; e buona fortuna. 
- Dove ci rivedremo?... - Chi lo sa?... è meglio non pensarci neppure! 
Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane... 
Chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete. 
Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominciò a camminare a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, avviandosi un passo dietro l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. 
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima. 
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato... 
che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca. 
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. 
Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. 
Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare: - Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! 
Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più! - Dunque gli occhi mi dicono il vero? - replicò il vecchietto stropicciandosi gli occhi, - Dunque tu sé proprio il mì caro Pinocchio? - Sì, sì, sono io, proprio io! 
E voi mi avete digià perdonato, non è vero? 
Oh! babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece... 
Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! 
Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca mi compraste l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perché gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d'oro, perché le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all'osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finché m'impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecché la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: "Se non è morto, è segno che è sempre vivo", e allora mi scappò detto una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa all'osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perché facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto e cosi ritornai alla Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: "Ho visto il tù babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare", e io gli dissi: "Oh! se avessi l'ali anch'io", e lui mi disse: "Vuoi venire dal tuo babbo?", e io gli dissi: "Magari! ma chi mi ci porta", e lui mi disse: "Ti ci porto io", e io gli dissi: "Come?", e lui mi disse: "Montami sulla groppa", e così abbiamo volato tutta la notte, e poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: "C'è un pover'uomo in una barchetta che sta per affogare", e io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core, e vi feci cenno di tornare alla spiaggia... 
- Ti riconobbi anch'io, - disse Geppetto, - e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? 
Il mare era grosso e un cavallone m'arrovesciò la barchetta. 
Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena m'ebbe visto nell'acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m'inghiottì come un tortellino di Bologna. 
- E quant'è che siete chiuso qui dentro? - domandò Pinocchio. 
- Da quel giorno in poi, saranno oramai due anni: due anni, Pinocchio mio, che mi son parsi due secoli! - E come avete fatto a campare? 
E dove avete trovata la candela? 
E i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati? - Ora ti racconterò tutto. 
Devi dunque sapere che quella medesima burrasca, che rovesciò la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento mercantile. 
I marinai si salvarono tutti, ma il bastimento colò a fondo e il solito Pesce-cane, che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito me, inghiottì anche il bastimento... 
- Come? Lo inghiottì tutto in un boccone?... - domandò Pinocchio maravigliato. 
- Tutto in un boccone: e risputò solamente l'albero maestro, perché gli era rimasto fra i denti come una lisca. 
Per mia gran fortuna, quel bastimento era carico di carne conservata in cassette di stagno, di biscotto, ossia di pane abbrostolito, di bottiglie di vino, d'uva secca, di cacio, di caffè, di zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. 
Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c'è più nulla, e questa candela, che vedi accesa, è l'ultima candela che mi sia rimasta... 
- E dopo?... - E dopo, caro mio, rimarremo tutt'e due al buio. 
- Allora, babbino mio, - disse Pinocchio, - non c'è tempo da perdere. 
Bisogna pensar subito a fuggire... 
- A fuggire?... e come? - Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare. 
- Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare. 
- E che importa?... Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia. 
- Illusioni, ragazzo mio! - replicò Geppetto, scotendo il capo e sorridendo malinconicamente. 
- Ti par egli possibile che un burattino, alto appena un metro, come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle spalle? - Provatevi e vedrete! 
A ogni modo, se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme. 
E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti per far lume, disse al suo babbo: - Venite dietro a me, e non abbiate paura. 
E così camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. 
Ma giunti che furono al punto dove cominciava la gran gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per dare un'occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga. 
Ora bisogna sapere che il Pesce-cane, essendo molto vecchio e soffrendo d'asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormir a bocca aperta: per cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su, poté vedere al di fuori di quell'enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna. 
- Questo è il vero momento di scappare, - bisbigliò allora voltandosi al suo babbo. 
- Il Pescecane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e ci si vede come di giorno. 
Venite dunque, babbino, dietro a me e fra poco saremo salvi. 
Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in quell'immensa bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua così larga e così lunga, che pareva il viottolone d'un giardino. 
E già stavano lì lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul più bello, il Pesce-cane starnutì, e nello starnutire, dette uno scossone così violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all'indietro e scaraventati novamente in fondo allo stomaco del mostro. 
Nel grand'urto della caduta la candela si spense, e padre e figliuolo rimasero al buio. 
- E ora?... - domandò Pinocchio facendosi serio. 
- Ora ragazzo mio, siamo bell'e perduti. 
- Perché perduti? 
Datemi la mano, babbino, e badate di non sdrucciolare!... - Dove mi conduci? - Dobbiamo ritentare la fuga. 
Venite con me e non abbiate paura. 
Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. 
Prima però di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo: - Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. 
Al resto ci penso io. 
Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliuolo, Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gettò nell'acqua e cominciò a nuotare. 
Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che non l'avrebbe svegliato nemmeno una cannonata. 
Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo. 
Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si accorse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze nell'acqua, tremava fitto fitto, come se al pover'uomo gli battesse la febbre terzana. 
Tremava di freddo o di paura? 
Chi lo sa? Forse un po' dell'uno e un po' dell'altro. 
Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli disse per confortarlo: - Coraggio babbo! 
Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi. 
- Ma dov'è questa spiaggia benedetta? - domandò il vecchietto diventando sempre più inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l'ago. 
- Eccomi qui, che guardo da tutte le parti, e non vedo altro che cielo e mare. 
- Ma io vedo anche la spiaggia, - disse il burattino. 
- Per vostra regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno. 
Il povero Pinocchio faceva finta di essere di buonumore: ma invece... 
Invece cominciava a scoraggiarsi: le forze gli scemavano, il suo respiro diventava grosso e affannoso... 
insomma non ne poteva più, la spiaggia era sempre lontana. 
Nuotò finché ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse con parole interrotte: - Babbo mio, aiutatemi... 
perché io muoio! 
E il padre e il figliuolo erano oramai sul punto di affogare, quando udirono una voce di chitarra scordata che disse: - Chi è che muore? - Sono io e il mio povero babbo!... - Questa voce la riconosco! 
Tu sei Pinocchio!... - Preciso: e tu? - Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pesce-cane. 
- E come hai fatto a scappare? - Ho imitato il tuo esempio. 
Tu sei quello che mi hai insegnato la strada, e dopo te, sono fuggito anch'io. 
- Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! 
Ti prego per l'amor che porti ai Tonnini tuoi figliuoli: aiutaci, o siamo perduti. 
- Volentieri e con tutto il cuore. 
Attaccatevi tutt'e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. 
In quattro minuti vi condurrò alla riva. 
Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo accettarono subito l'invito: ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno. 
- Siamo troppo pesi?... - gli domandò Pinocchio. 
- Pesi? Neanche per ombra; mi par di avere addosso due gusci di conchiglia, - rispose il Tonno, il quale era di una corporatura così grossa e robusta, da parere un vitello di due anni. 
Giunti alla riva, Pinocchio saltò a terra il primo, per aiutare il suo babbo a fare altrettanto; poi si voltò al Tonno, e con voce commossa gli disse: - Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! 
Dunque non ho parole per ringraziarti abbastanza! 
Permetti almeno che ti dia un bacio in segno di riconoscenza eterna!... Il Tonno cacciò il muso fuori dall'acqua, e Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. 
A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c'era avvezzo, si sentì talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere come un bambino, ricacciò il capo sott'acqua e sparì. Intanto s'era fatto giorno. 
Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva appena il fiato di reggersi in piedi, gli disse: - Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. 
Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo stanchi ci riposeremo lungo la via. 
- E dove dobbiamo andare? - domandò Geppetto. 
- In cerca di una casa o d'una capanna, dove ci diano per carità un boccon di pane e un po' di paglia che ci serva da letto. 
Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione della strada due brutti ceffi, i quali stavano lì in atto di chiedere l'elemosina. 
Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli d'una volta. 
Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll'accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva più nemmeno la coda. 
Così è. Quella trista ladracchiola, caduta nella più squallida miseria, si trovò costretta un bel giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la comprò per farsene uno scacciamosche. 
- O Pinocchio, - gridò la Volpe con voce di piagnisteo, - fai un po' di carità a questi due poveri infermi. 
- Infermi! - ripetè il Gatto. 
- Addio, mascherine! - rispose il burattino. 
- Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ripigliate più. - Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero! - Davvero! - ripetè il Gatto. 
- Se siete poveri, ve lo meritate. 
Ricordatevi del proverbio che dice: "I quattrini rubati non fanno mai frutto". 
Addio, mascherine! - Abbi compassione di noi!... - Di noi!... - Addio, mascherine! 
Ricordatevi del proverbio che dice: "La farina del diavolo va tutta in crusca". 
- Non ci abbandonare!... - ...are! - ripetè il Gatto. 
- Addio, mascherine! 
Ricordatevi del proverbio che dice: "Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia". 
E così dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente per la loro strada: finché, fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola in mezzo ai campi una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto d'embrici e di mattoni. 
- Quella capanna dev'essere abitata da qualcuno, - disse Pinocchio. 
- Andiamo là e bussiamo. 
Difatti andarono, e bussarono alla porta. 
- Chi è? - disse una vocina di dentro. 
- Siamo un povero babbo e un povero figliuolo, senza pane e senza tetto, - rispose il burattino. 
- Girate la chiave, e la porta si aprirà, - disse la solita vocina. 
Pinocchio girò la chiave, e la porta si apri. 
Appena entrati dentro, guardarono di qua, guardarono di là, e non videro nessuno. 
- O il padrone della capanna dov'è? - disse Pinocchio maravigliato. 
- Eccomi quassù! Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra un travicello il Grillo-parlante: - Oh! mio caro Grillino, - disse Pinocchio salutandolo garbatamente. 
- Ora mi chiami il "tuo caro Grillino", non è vero? 
Ma ti rammenti di quando, per scacciarmi di casa tua, mi tirasti un martello di legno?... - Hai ragione, Grillino! 
Scaccia anche me... 
tira anche a me un martello di legno: ma abbi pietà del mio povero babbo... 
- Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo: ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno. 
- Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terrò a mente la lezione che mi hai data. 
Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella capanna? - Questa capanna mi è stata regalata ieri da una graziosa capra, che aveva la lana d'un bellissimo colore turchino. 
- E la capra dov'è andata? - - Non lo so. 
- E quando ritornerà?... - domandò Pinocchio, con vivissima curiosità. - Non ritornerà mai. 
Ieri è partita tutta afflitta, e, belando, pareva che dicesse: "Povero Pinocchio... 
oramai non lo rivedrò più... il Pesce-cane a quest'ora l'avrà bell'e divorato!...". - Ha detto proprio così?... Dunque era lei!... Era lei!... era la mia cara Fatina!... - cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo dirottamente. 
Quand'ebbe pianto ben bene, si rasciugò gli occhi e, preparato un buon lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. 
Poi domandò al Grillo-parlante: - Dimmi, Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo? - Tre campi distante di qui c'è l'ortolano Giangio, che tiene le mucche. 
Và da lui e troverai il latte, che cerchi. 
Pinocchio andò di corsa a casa dell'ortolano Giangio; ma l'ortoiano gli disse: - Quanto ne vuoi del latte? - Ne voglio un bicchiere pieno. 
- Un bicchiere di latte costa un soldo. 
Comincia intanto dal darmi il soldo. 
- Non ho nemmeno un centesimo, - rispose Pinocchio tutto mortificato e dolente. 
- Male, burattino mio, - replicò l'ortolano. 
- Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte. 
- Pazienza! - disse Pinocchio e fece l'atto di andarsene. 
- Aspetta un po', - disse Giangio. 
- Fra te e me ci possiamo accomodare. 
Vuoi adattarti a girare il bindolo? - Che cos'è il bindolo? - Gli è quell'ordigno di legno, che serve a tirar su l'acqua dalla cisterna, per annaffiare gli ortaggi. 
- Mi proverò... - Dunque, tirami su cento secchie d'acqua e io ti regalerò in compenso un bicchiere di latte. 
- Sta bene. Giangio condusse il burattino nell'orto e gl'insegnò la maniera di girare il bindolo. 
Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su le cento secchie d'acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. 
Una fatica a quel modo non l'aveva durata mai. 
- Finora questa fatica di girare il bindolo, - disse l'ortolano, - l'ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale è in fin di vita. 
- Mi menate a vederlo? - disse Pinocchio. 
- Volentieri. Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro. 
Quando l'ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di sé, turbandosi: - Eppure quel ciuchino lo conosco! 
Non mi è fisonomia nuova! 
E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino: - Chi sei? 
A questa domanda, il ciuchino apri gli occhi moribondi, e rispose balbettando nel medesimo dialetto: - Sono Lu...ci...gno...lo. 
E dopo richiuse gli occhi e spirò. - Oh! povero Lucignolo! - disse Pinocchio a mezza voce: e presa una manciata di paglia, si rasciugò una lacrima che gli colava giù per il viso. 
- Ti commovi tanto per un asino che non ti costa nulla? - disse l'ortolano. 
- Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti? - Vi dirò... era un mio amico!... - Tuo amico? - Un mio compagno di scuola!... - Come?! - urlò Giangio dando in una gran risata. 
- Come?! avevi dei somari per compagni di scuola!... Figuriamoci i belli studi che devi aver fatto!... Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna. 
E da quel giorno in poi, continuò più di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima dell'alba, per andare a girare il bindolo, e guadagnare così quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla salute cagionosa del suo babbo. 
Né si contentò di questo: perché a tempo avanzato, imparò a fabbricare anche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. 
Fra le altre cose, costruì da sé stesso un elegante carrettino per condurre a spasso il suo babbo alle belle giornate, e per fargli prendere una boccata d'aria. 
Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. 
Aveva comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al quale mancavano il frontespizio e l'indice, e con quello faceva la sua lettura. 
Quanto allo scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna; e non avendo né calamaio né inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more e di ciliege. 
Fatto sta, che con la sua buona volontà d'ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore sempre malaticcio, ma per di più aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un vestitino nuovo. 
Una mattina disse a suo padre: - Vado qui al mercato vicino, a comprarmi una giacchettina, un berrettino e un paio di scarpe. 
Quando tornerò a casa, - soggiunse ridendo, - sarò vestito così bene, che mi scambierete per un gran signore. 
E uscito di casa, cominciò a correre tutto allegro e contento. 
Quando a un tratto sentì chiamarsi per nome: e voltandosi, vide una bella Lumaca che sbucava fuori della siepe. 
- Non mi riconosci? - disse la Lumaca. 
- Mi pare e non mi pare... 
- Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la Fata dai capelli turchini? 
Non ti rammenti di quella volta, quando scesi a farti lume e che tu rimanesti con un piede confitto nell'uscio di casa? - Mi rammento di tutto, - gridò Pinocchio. 
- Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? 
Che fa? Mi ha perdonato? 
Si ricorda sempre di me? 
Mi vuol sempre bene? 
E' molto lontana da qui? 
Potrei andare a trovarla? 
A tutte queste domande fatte precipitosamente e senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la sua solita flemma: - Pinocchio mio! 
La povera Fata giace in un fondo di letto allo spedale!... - Allo spedale?... - Pur troppo! 
Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata e non ha più da comprarsi un boccon di pane. 
- Davvero?... Oh! 
Che gran dolore che mi hai dato! 
Oh! povera Fatina! 
Povera Fatina! Povera Fatina!... Se avessi un milione, correrei a portarglielo... 
Ma io non ho che quaranta soldi... 
eccoli qui: andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. 
Prendili, Lumaca, e và a portarli subito alla mia buona Fata. 
- E il tuo vestito nuovo?... - Che m'importa del vestito nuovo? 
Venderei anche questi cenci che ho addosso, per poterla aiutare! 
Và, Lumaca, spicciati: e fra due giorni ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro soldo. 
Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più per mantenere anche la mia buona mamma. 
Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. 
La Lumaca, contro il suo costume, cominciò a correre come una lucertola nei grandi solleoni d'agosto. 
Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo gli domandò: - E il vestito nuovo? - Non m'è stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene. 
Pazienza!... Lo comprerò un'altra volta. 
Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle dieci, vegliò fino alla mezzanotte suonata; e invece di far otto canestre di giunco ne fece sedici. 
Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse così. - Bravo Pinocchio! 
In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. 
I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d'ubbidienza e di buona condotta. 
Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice. 
A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d'occhi spalancati. 
Ora immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. 
Dette un'occhiata all'intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicità quasi elegante. 
Saltando giù dal letto, trovò preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura. 
Appena si fu vestito gli venne fatto naturalmente di mettere la mani nelle tasche e tirò fuori un piccolo portamonete d'avorio, sul quale erano scritte queste parole: "La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore". 
Aperto il portamonete, invece dei quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d'oro, tutti nuovi di zecca. 
Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d'essere un altro. 
Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l'immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose. 
In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva più nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti. 
- E il mio babbo dov'è? - gridò tutt'a un tratto: ed entrato nella stanza accanto trovò il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buonumore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua professione d'intagliatore in legno, stava appunto disegnando una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali. 
- Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? - gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci. 
- Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo, - disse Geppetto. 
- Perché merito mio?... - Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all'interno delle loro famiglie. 
- E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto? - Eccolo là, - rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto. 
Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: - Com'ero buffo, quand'ero un burattino!... e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!... Ma si provi a ciarlare alquanto, ed il cattivo umore si dissiperà. E s'ella non vuol ciarlare, ciarlerò io.» «Del vostro amante, eh?» «Eh no! non sempre di lui; so anche parlar d'altro.» E cominciava infatti a raccontarmi de' suoi interessucci di casa, dell'asprezza della madre, della bonarietà del padre, delle ragazzate dei fratelli; ed i suoi racconti erano pieni di semplicità e di grazia. 
Ma, senza avvedersene, ricadeva poi sempre nel tema prediletto, il suo sventurato amore. 
Io non volea cessare d'esser burbero, e sperava che se ne indispettisse. 
Ella, fosse ciò inavvedutezza od arte, non se ne dava per intesa, e bisognava ch'io finissi per rasserenarmi, sorridere, commuovermi, ringraziarla della sua dolce pazienza con me. 
Lasciai andare l'ingrato pensiero di volerla indispettire, ed a poco a poco i miei timori si calmarono. 
Veramente io non erane invaghito. 
Esaminai lungo tempo i miei scrupoli; scrissi le mie riflessioni su questo soggetto, e lo svolgimento di esse mi giovava. 
L'uomo talvolta s'atterrisce di spauracchi da nulla. 
A fine di non temerli, bisogna considerarli con più attenzione e più da vicino. 
E che colpa v'era s'io desiderava con tenera inquietudine le sue visite, s'io ne apprezzava la dolcezza, s'io godea d'essere compianto da lei, e di retribuirle pietà per pietà, dacché i nostri pensieri relativi uno all'altro erano puri come i più puri pensieri dell'infanzia, dacché le sue stesse toccate di mano ed i suoi più amorevoli sguardi, turbandomi, m'empieano di salutare riverenza? 
Una sera, effondendo nel mio cuore una grande afflizione ch'ella avea provato, l'infelice mi gettò le braccia al collo, e mi coperse il volto delle sue lagrime. 
In quest'amplesso non v'era la minima idea profana. 
Una figlia non può abbracciare con più rispetto il suo padre. 
Se non che, dopo il fatto, la mia immaginativa ne rimase troppo colpita. 
Quell'amplesso mi tornava spesso alla mente, e allora io non potea più pensare ad altro. 
Un'altra volta ch'ella s'abbandonò a simile slancio di filiale confidenza, io tosto mi svincolai dalle sue care braccia, senza stringerla a me, senza baciarla, e le dissi balbettando: «Vi prego, Zanze, non m'abbracciate mai; ciò non va bene.» M'affissò gli occhi in volto, li abbassò, arrossì; - e certo fu la prima volta che lesse nell'anima mia la possibilità di qualche debolezza a suo riguardo. 
Non cessò d'esser meco famigliare d'allora in poi, ma la sua famigliarità divenne più rispettosa, più conforme al mio desiderio, e gliene fui grato. 
CAPO XXXI Io non posso parlare del male che affligge gli altri uomini; ma quanto a quello che toccò in sorte a me dacché vivo, bisogna ch'io confessi che, esaminatolo bene, lo trovai sempre ordinato a qualche mio giovamento. 
Sì, perfino quell'orribile calore che m'opprimeva, e quegli eserciti di zanzare che mi facean guerra sì feroce! 
Mille volte vi ho riflettuto. 
Senza uno stato di perenne tormento com'era quello, avrei io avuta la costante vigilanza necessaria per serbarmi invulnerabile ai dardi d'un amore che mi minacciava, e che difficilmente sarebbe stato un amore abbastanza rispettoso, con un'indole sì allegra ed accarezzante qual'era quella della fanciulla? 
Se io talora tremava di me in tale stato, come avrei io potuto governare le vanità della mia fantasia in un aere alquanto piacevole, alquanto consentaneo alla letizia? 
Stante l'imprudenza de' genitori della Zanze, che cotanto si fidavano di me; stante l'imprudenza di lei, che non prevedeva di potermi essere cagione di colpevole ebbrezza; stante la poca sicurezza della mia virtù, non v'ha dubbio che il soffocante calore di quel forno e le crudeli zanzare erano salutar cosa. 
Questo pensiero mi riconciliava alquanto con que' flagelli. 
Ed allora io mi domandava: "Vorresti tu esserne libero, e passare in una buona stanza consolata da qualche fresco respiro, e non veder più quell'affettuosa creatura?". Debbo dire il vero? 
Io non avea coraggio di rispondere al quesito. 
Quando si vuole un po' di bene a qualcheduno, è indicibile il piacere che fanno le cose in apparenza più nulle. 
Spesso una parola della Zanze, un sorriso, una lagrima, una grazia del suo dialetto veneziano, l'agilità del suo braccio in parare col fazzoletto o col ventaglio le zanzare a sé ed a me, m'infondeano nell'animo una contentezza fanciullesca che durava tutto il giorno. 
Principalmente m'era dolce il vedere che le sue afflizioni scemassero parlandomi, che la mia pietà le fosse cara, che i miei consigli la persuadessero, e che il suo cuore s'infiammasse allorché ragionavamo di virtù e di Dio. 
«Quando abbiamo parlato insieme di religione,» diceva ella «io prego più volentieri e con più fede.» E talvolta troncando ad un tratto un ragionamento frivolo prendeva la Bibbia, l'apriva, baciava a caso un versetto, e volea quindi ch'io gliel traducessi e commentassi. 
E dicea: «Vorrei che ogni volta che rileggerà questo versetto, ella si ricordasse che v'ho impresso un bacio.» Non sempre per verità i suoi baci cadeano a proposito, massimamente se capitava aprire il Cantico de' Cantici. 
Allora, per non farla arrossire, io profittava della sua ignoranza del latino, e mi prevaleva di frasi in cui, salva la santità di quel volume, salvassi pur l'innocenza di lei, ambe le quali m'ispiravano altissima venerazione. 
In tali casi non mi permisi mai di sorridere. 
Era tuttavia non picciolo imbarazzo per me, quando alcune volte, non intendendo ella bene la mia pseudo-versione, mi pregava di tradurle il periodo parola per parola, e non mi lasciava passare fuggevolmente ad altro soggetto. 
Nulla è durevole quaggiù! La Zanze ammalò. Ne' primi giorni della sua malattia, veniva a vedermi lagnandosi di grandi dolori di capo. 
Piangeva, e non mi spiegava il motivo del suo pianto. 
Solo balbettò qualche lagnanza contro l'amante. 
«È uno scellerato,» diceva ella «ma Dio gli perdoni!» Per quanto io la pregassi di sfogare, come soleva, il suo cuore, non potei sapere ciò che a tal segno l'addolorasse. 
«Tornerò domattina» mi disse una sera. 
Ma il dì seguente il caffè mi fu portato da sua madre, gli altri giorni da' secondini, e la Zanze era gravemente inferma. 
I secondini mi dicean cose ambigue dell'amore di quella ragazza, le quali mi faceano drizzare i capelli. 
Una seduzione? Ma forse erano calunnie. 
Confesso che vi prestai fede, e fui conturbatissimo di tanta sventura. 
Mi giova tuttavia sperare che mentissero. 
Dopo più d'un mese di malattia, la poveretta fu condotta in campagna, e non la vidi più. È indicibile quant'io gemessi di questa perdita. 
Oh, come la mia solitudine divenne più orrenda! 
Oh come cento volte più amaro della sua lontananza erami il pensiero che quella buona creatura fosse infelice! 
Ella aveami tanto colla sua dolce compassione consolato nelle mie miserie; e la mia compassione era sterile per lei! 
Ma certo sarà stata persuasa ch'io la piangeva; ch'io avrei fatto non lievi sacrifizi per recarle, se fosse stato possibile, qualche conforto; ch'io non cesserei mai di benedirla e di far voti per la sua felicità! A' tempi della Zanze, le sue visite, benché pur sempre troppo brevi, rompendo amabilmente la monotonia del mio perpetuo meditare e studiare in silenzio, intessendo alle mie idee altre idee, eccitandomi qualche affetto soave, abbellivano veramente la mia avversità, e mi doppiavano la vita. 
Dopo, tornò la prigione ad essere per me una tomba. 
Fui per molti giorni oppresso di mestizia, a segno di non trovar più nemmeno alcun piacere nello scrivere. 
La mia mestizia era per altro tranquilla, in paragone delle smanie ch'io aveva per l'addietro provate. 
Voleva ciò dire ch'io fossi già più addimesticato coll'infortunio? più filosofo? più cristiano? ovvero solamente che quel soffocante calore della mia stanza valesse a prostrare persino le forze del mio dolore? 
Ah! non le forze del dolore! 
Mi sovviene ch'io lo sentiva potentemente nel fondo dell'anima, - e forse più potentemente, perché io non avea voglia d'espanderlo gridando e agitandomi. 
Certo il lungo tirocinio m'avea già fatto più capace di patire nuove afflizioni, rassegnandomi alla volontà di Dio. 
Io m'era sì spesso detto, essere viltà il lagnarsi, che finalmente sapea contenere le lagnanze vicine a prorompere, e vergognava che pur fossero vicine a prorompere. 
L'esercizio di scrivere i miei pensieri avea contribuito a rinforzarmi l'animo, a disingannarmi delle vanità, a ridurre la più parte de' ragionamenti a queste conclusioni: "V'è un Dio: dunque infallibile giustizia: dunque tutto ciò che avviene è ordinato ad ottimo fine: dunque il patire dell'uomo sulla terra è pel bene dell'uomo". 
Anche la conoscenza della Zanze m'era stata benefica: m'avea raddolcito l'indole. 
Il suo soave applauso erami stato impulso a non ismentire per qualche mese il dovere ch'io sentiva incombere ad ogni uomo d'essere superiore alla fortuna, e quindi paziente. 
E qualche mese di costanza mi piegò alla rassegnazione. 
La Zanze mi vide due sole volte andare in collera. 
Una fu quella che già notai, pel cattivo caffè; l'altra fu nel caso seguente. 
Ogni due o tre settimane, m'era portata dal custode una lettera della mia famiglia; lettera passata prima per le mani della Commissione, e rigorosamente mutilata con cassature di nerissimo inchiostro. 
Un giorno accadde che, invece di cassarmi solo alcune frasi, tirarono l'orribile riga su tutta quanta la lettera, eccettuate le parole: «Carissimo Silvio» che stavano a principio, e il saluto ch'era in fine: «T'abbracciamo tutti di cuore». Fui così arrabbiato di ciò, che alla presenza della Zanze proruppi in urla, e maledissi non so chi. 
La povera fanciulla mi compatì, ma nello stesso tempo mi sgridò d'incoerenza a' miei principii. 
Vidi ch'ella aveva ragione, e non maledissi più alcuno. 
CAPO XXXIII Un giorno, uno de' secondini entrò nel mio carcere con aria misteriosa, e mi disse: «Quando v'era la siora Zanze... 
siccome il caffè le veniva portato da essa... 
e si fermava lungo tempo a discorrere... 
ed io temeva che la furbaccia esplorasse tutti i suoi secreti, signore...» «Non n'esplorò pur uno» gli dissi in collera «ed io, se ne avessi, non sarei gonzo da lasciarmeli trar fuori. 
Continuate.» «Perdoni, sa; non dico già ch'ella sia un gonzo, ma io della siora Zanze non mi fidava. 
Ed ora, signore, ch'ella non ha più alcuno che venga a tenerle compagnia... 
mi fido... di...» «Di che? 
Spiegatevi una volta.» «Ma giuri prima di non tradirmi.» «Eh, per giurare di non tradirvi, lo posso: non ho mai tradito alcuno.» «Dice dunque davvero, che giura, eh?» «Sì, giuro di non tradirvi. 
Ma sappiate, bestia che siete, che uno il quale fosse capace di tradire, sarebbe anche capace di violare un giuramento.» Trasse di tasca una lettera, e me la consegnò tremando, e scongiurandomi di distruggerla, quand'io l'avessi letta. 
«Fermatevi;» gli dissi aprendola «appena letta, la distruggerò in vostra presenza.» «Ma, signore, bisognerebbe ch'ella rispondesse, ed io non posso aspettare. 
Faccia con suo comodo. 
Soltanto mettiamoci in questa intelligenza. 
Quando ella sente venire alcuno, badi che se sono io, canterellerò sempre l'aria: "Sognai, mi gera un gato". 
Allora ella non ha a temere di sorpresa, e può tenersi in tasca qualunque carta. 
Ma se non ode questa cantilena, sarà segno che o non sono io, o vengo accompagnato. 
In tal caso non si fidi mai di tenere alcuna carta nascosta, perché potrebb'esservi perquisizione, ma se ne avesse una, la stracci sollecitamente e la getti dalla finestra.» «State tranquillo: vedo che siete accorto, e lo sarò ancor io.» «Eppure ella m'ha dato della bestia.» «Fate bene a rimproverarmelo» gli dissi stringendogli la mano. 
«Perdonate.» Se n'andò, e lessi: «Sono...» e qui diceva il nome «uno dei vostri ammiratori: so tutta la vostra Francesca da Rimini a memoria. 
Mi arrestarono per...» e qui diceva la causa della sua cattura e la data «e darei non so quante libbre del mio sangue per avere il bene d'essere con voi, o d'avere almeno un carcere contiguo al vostro, affinché potessimo parlare insieme. 
Dacché intesi da Tremerello» così chiameremo il confidente «che voi, signore, eravate preso, e per qual motivo, arsi di desiderio di dirvi che nessuno vi compiange più di me, che nessuno vi ama più di me. 
Sareste voi tanto buono da accettare la seguente proposizione, cioè che alleggerissimo entrambi il peso della nostra solitudine, scrivendoci? 
Vi prometto da uomo d'onore, che anima al mondo da me nol saprebbe mai, persuaso che la stessa secretezza, se accettate, mi posso sperare da voi. 
- Intanto, perchè abbiate qualche conoscenza di me, vi darò un sunto della mia storia, ecc.» Seguiva il sunto. 
CAPO XXXIV Ogni lettore che abbia un po' d'immaginativa capirà agevolmente quanto un foglio simile debba essere elettrico per un povero prigioniero, massimamente per un prigioniero d'indole niente affatto selvatica, e di cuore amante. 
Il mio primo sentimento fu d'affezionarmi a quell'incognito, di commuovermi sulle sue sventure, d'esser pieno di gratitudine per la benevolenza ch'ei mi dimostrava. 
«Sì,» sclamai «accetto la tua proposizione, o generoso. 
Possano le mie lettere darti egual conforto a quel che mi daranno le tue, a quel che già traggo dalla tua prima!» E lessi e rilessi quella lettera con un giubilo da ragazzo, e benedissi cento volte chi l'avea scritta, e pareami ch'ogni sua espressione rivelasse un'anima schietta e nobile. 
Il sole tramontava; era l'ora della mia preghiera. 
Oh come io sentiva Dio! com'io lo ringraziava di trovar sempre nuovo modo di non lasciar languire le potenze della mia mente e del mio cuore! 
Come mi si ravvivava la memoria di tutti i preziosi suoi doni! 
Io era ritto sul finestrone, le braccia tra le sbarre, le mani incrocicchiate: la chiesa di San Marco era sotto di me, una moltitudine prodigiosa di colombi indipendenti amoreggiava, svolazzava, nidificava su quel tetto di piombo: il più magnifico cielo mi stava dinanzi: io dominava tutta quella parte di Venezia ch'era visibile dal mio carcere: un romore lontano di voci umane mi feriva dolcemente l'orecchio. 
In quel luogo infelice ma stupendo, io conversava con Colui, gli occhi soli del quale mi vedeano, gli raccomandava mio padre, mia madre, e ad una ad una tutte le persone a me care e sembravami ch'ei mi rispondesse: «T'affidi la mia bontà!» ed io esclamava: «Si, la tua bontà m'affida!». E chiudea la mia orazione intenerito, confortato, e poco curante delle morsicature che frattanto m'aveano allegramente dato le zanzare. 
Quella sera, dopo tanta esaltazione, la fantasia cominciando a calmarsi, le zanzare cominciando a divenirmi insoffribili, il bisogno d'avvolgermi faccia e mani tornando a farmisi sentire un pensiero volgare e maligno m'entrò ad un tratto nel capo, mi fece ribrezzo, volli cacciarlo e non potei. 
Tremerello m'aveva accennato un infame sospetto, intorno la Zanze: che fosse un'esploratrice de' miei secreti, ella! quell'anima candida! che nulla sapeva di politica! che nulla volea saperne! 
Di lei m'era impossibile dubitare; ma mi chiesi: "Ho io la stessa certezza intorno Tremerello? 
E se quel mariuolo fosse stromento d'indagini subdole? 
Se la lettera fosse fabbricata da chi sa chi, per indurmi a fare importanti confidenze al novello amico? 
Forse il preteso prigione che mi scrive, non esiste neppure; - forse esiste, ed è un perfido che cerca d'acquistare secreti, per far la sua salute rivelandoli; - forse è un galantuomo, sì, ma il perfido è Tremerello, che vuol rovinarci tutti e due per guadagnare un'appendice al suo salario". 
Oh brutta cosa, ma troppo naturale a chi geme in carcere, il temere dappertutto inimicizia e frode! 
Tai dubbi m'angustiavano, m'avvilivano. 
No; per la Zanze io non avea mai potuto averli un momento! 
Tuttavia, dacché Tremerello avea scagliata quella parola riguardo a lei, un mezzo dubbio pur mi crucciava, non sovr'essa, ma su coloro che la lasciavano venire nella mia stanza. 
Le avessero, per proprio zelo o per volontà superiore, dato l'incarico di esploratrice? 
Oh, se ciò fosse stato, come furono mal serviti! 
Ma circa la lettera dell'incognito, che fare? 
Appigliarsi ai severi, gretti consigli della paura che s'intitola prudenza? 
Rendere la lettera a Tremerello, e dirgli: "Non voglio rischiare la mia pace"? 
E se non vi fosse alcuna frode? 
E se l'incognito fosse un uomo degnissimo della mia amicizia, degnissimo ch'io rischiassi alcunché per temprargli le angosce della solitudine? 
Vile! tu stai forse a due passi dalla morte, la feral sentenza può pronunciarsi da un giorno all'altro, e ricuseresti di fare ancora un atto d'amore? 
Rispondere, rispondere io debbo! 
Ma venendo per disgrazia a scoprirsi questo carteggio, e nessuno potesse pure in coscienza farcene delitto, non è egli vero tuttavia che un fiero castigo cadrebbe sul povero Tremerello? 
Questa considerazione non è ella bastante ad impormi come assoluto dovere il non imprendere carteggio clandestino? 
CAPO XXXV Fui agitato tutta sera, non chiusi occhio la notte, e fra tante incertezze non sapea che risolvere. 
Balzai dal letto prima dell'alba, salii sul finestrone, e pregai. 
Nei casi ardui bisogna consultarsi fiducialmente con Dio, ascoltare le sue ispirazioni, e attenervisi. 
Così feci, e dopo lunga preghiera, discesi, scossi le zanzare, m'accarezzai colle mani le guance morsicate, ed il partito era preso: esporre a Tremerello il mio timore che da quel carteggio potesse a lui tornar danno; rinunciarvi, s'egli ondeggiava; accettare, se i terrori non vinceano lui. 
Passeggiai, finché intesi canterellare: «Sognai, mi gera an gato, E ti me carezzevi». Tremerello mi portava il caffè. Gli dissi il mio scrupolo, non risparmiai parola per mettergli paura. 
Lo trovai saldo nella volontà di servire, diceva egli, due così compiti signori. 
Ciò era assai in opposizione colla faccia di coniglio ch'egli aveva e col nome di Tremerello che gli davamo. 
Ebbene, fui saldo anch'io. 
«Io vi lascerò il mio vino;» gli dissi «fornitemi la carta necessaria a questa corrispondenza, e fidatevi che se odo sonare le chiavi senza la cantilena vostra, distruggerò sempre in un attimo qualunque oggetto clandestino.» «Eccole appunto un foglio di carta; gliene darò sempre, finché vuole, e riposo perfettamente sulla sua accortezza.» Mi bruciai il palato per ingoiar presto il caffè, Tremerello se ne andò, e mi posi a scrivere. 
Faceva io bene? Era, la risoluzione ch'io prendeva, ispirata veramente da Dio? 
Non era piuttosto un trionfo del mio naturale ardimento, del mio anteporre ciò che mi piace a penosi sacrifizi? un misto d'orgogliosa compiacenza per la stima che l'incognito m'attestava e di timore di parere un pusillanime, s'io preferissi un prudente silenzio ad una corrispondenza alquanto rischiosa? 
Come sciogliere questi dubbi? 
Io li esposi candidamente al concaptivo rispondendogli, e soggiunsi nondimeno essere mio avviso, che quando sembra a taluno d'operare con buone ragioni e senza manifesta ripugnanza della coscienza, ei non debba più paventare di colpa. 
Egli tuttavia riflettesse parimente con tutta la serietà all'assunto che imprendevamo, e mi dicesse schietto con qual grado di tranquillità o d'inquietudine vi si determinasse. 
Che, se per nuove riflessioni ei giudicava l'assunto troppo temerario, facessimo lo sforzo di rinunciare al conforto promessoci dal carteggio, e ci contentassimo d'esserci conosciuti collo scambio di poche parole ma indelebili e mallevadrici di alta amicizia. 
Scrissi quattro pagine caldissime del più sincero affetto, accennai brevemente il soggetto della mia prigionia, parlai con effusione di cuore della mia famiglia e d'alcuni altri miei particolari, e mirai a farmi conoscere nel fondo dell'anima. 
A sera la mia lettera fu portata. 
Non avendo dormito la notte precedente, era stanchissimo; il sonno non si fece invocare, e mi svegliai la mattina seguente ristorato, lieto, palpitante al dolce pensiero d'aver forse a momenti la risposta dell'amico. 
CAPO XXXVI La risposta venne col caffè. Saltai al collo di Tremerello, e gli dissi con tenerezza: «Iddio ti rimuneri di tanta carità!». I miei sospetti su lui e sull'incognito s'erano dissipati, non so né anche dir perché; perché m'erano odiosi; perché avendo la cautela di non parlar mai follemente di politica, m'apparivano inutili; perché mentre sono ammiratore dell'ingegno di Tacito, ho tuttavia pochissima fede nella giustezza del taciteggiare, del veder molto le cose in nero. 
Giuliano (così piacque allo scrivente di firmarsi) cominciava la lettera con un preambolo di gentilezze, e si diceva senza alcuna inquietudine sull'impreso carteggio. 
Indi scherzava dapprima moderatamente sul mio esitare, poi lo scherzo acquistava alcun che di pungente. 
Alfine, dopo un eloquente elogio sulla sincerità, mi dimandava perdono se non potea nascondermi il dispiacere che avea provato, ravvisando in me, diceva egli, una certa scrupolosa titubanza, una certa cristiana sottigliezza di coscienza, che non può accordarsi con vera filosofia. 
«Vi stimerò sempre» soggiungeva egli «quand'anche non possiamo accordarci su ciò; ma la sincerità che professo mi obbliga a dirvi che non ho religione, che le abborro tutte, che prendo per modestia il nome di Giuliano perché quel buon imperatore era nemico de' Cristiani, ma che realmente io vado molto più in là di lui. 
Il coronato Giuliano credeva in Dio, ed aveva certe sue bigotterie. 
Io non ne ho alcuna, non credo in Dio, pongo ogni virtù nell'amare la verità e chi la cerca, e nell'odiare chi non mi piace.» E di questa foggia continuando, non recava ragioni di nulla, inveiva a dritto e a rovescio contro il Cristianesimo, lodava con pomposa energia l'altezza della virtù irreligiosa, e prendeva con istile parte serio e parte faceto a far l'elogio dell'imperatore Giuliano per la sua apostasia e pel filantropico tentativo di cancellare dalla terra tutte le tracce del Vangelo. 
Temendo quindi d'aver troppo urtate le mie opinioni, tornava a dimandarmi perdono e a declamare contro la tanto frequente mancanza di sincerità. Ripeteva il suo grandissimo desiderio di stare in relazione con me, e mi salutava. 
Una poscritta diceva: «Non ho altri scrupoli, se non di non essere schietto abbastanza. 
Non posso quindi tacervi di sospettare che il linguaggio cristiano che teneste meco sia finzione. 
Lo bramo ardentemente. 
In tal caso gettate la maschera; v'ho dato l'esempio». Non saprei dire l'effetto strano che mi fece quella lettera. 
Io palpitava come un innamorato ai primi periodi: una mano di ghiaccio sembrò quindi stringermi il cuore. 
Quel sarcasmo sulla mia coscienziosità m'offese. 
Mi pentii d'aver aperta una relazione con siffatt'uomo: io che dispregio tanto il cinismo! io che lo credo la più infilosofica, la più villana di tutte le tendenze! io, a cui l'arroganza impone si poco! 
Letta l'ultima parola, pigliai la lettera fra il pollice e l'indice d'una mano, e il pollice e l'indice dell'altra, ed alzando la mano sinistra tirai giù rapidamente la destra, cosicché ciascuna delle due mani rimase in possesso d'una mezza lettera. 
CAPO XXXVII Guardai que' due brani, e meditai un istante sull'incostanza delle cose umane e sulla falsità delle loro apparenze. 
"Poc'anzi tanta brama di questa lettera, ed ora la straccio per isdegno! 
Poc'anzi tanto presentimento di futura amicizia con questo compagno di sventura, tanta persuasione di mutuo conforto, tanta disposizione a mostrarmi con lui affettuosissimo, ed ora lo chiamo insolente!" 
Stesi i due brani un sull'altro, e collocato di nuovo come prima l'indice e il pollice di una mano, e l'indice e il pollice dell'altra, tornai ad alzare la sinistra ed a tirar giù rapidamente la destra. 
Era per replicare la stessa operazione, ma uno dei quarti mi cadde di mano; mi chinai per prenderlo, e nel breve spazio di tempo del chinarmi e del rialzarmi, mutai proposito e m'invogliai di rileggere quella superba scritta. 
Siedo, fo combaciare i quattro pezzi sulla Bibbia e rileggo. 
Li lascio in quello stato, passeggio, rileggo ancora ed intanto penso: "S'io non gli rispondo, ei giudicherà ch'io sia annichilato di confusione, ch'io non osi ricomparire al cospetto di tanto Ercole. 
Rispondiamogli, facciamogli vedere che non temiamo il confronto delle dottrine. 
Dimostriamogli con buona maniera non esservi alcuna viltà nel maturare i consigli, nell'ondeggiare quando si tratta d'una risoluzione alquanto pericolosa, e più pericolosa per altri che per noi. 
Impari che il vero coraggio non istà nel ridersi della coscienza, che la vera dignità non ístà nell'orgoglio. 
Spieghiamogli la ragionevolezza del Cristianesimo e l'insussistenza dell'incredulità. - E finalmente se codesto Giuliano si manifesta d'opinioni così opposte alle mie, se non mi risparmia pungenti sarcasmi, se degna così poco di cattivarmi, non è ciò prova almeno ch'ei non è una spia? - Se non che non potrebb'egli essere un raffinamento d'arte, quel menar ruvidamente la frusta addosso al mio amor proprio? - Eppur no; non posso crederlo. 
Sono un maligno che, perché mi sento offeso da quei temerarii scherzi, vorrei persuadermi che chi li scagliò non può essere che il più abbietto degli uomini. 
Malignità volgare, che condannai mille volte in altri, via dal mio cuore! 
No, Giuliano è quel che è, e non più, è un insolente, e non una spia. 
- Ed ho io veramente il diritto di dare l'odioso nome d'insolenza a ciò ch'egli reputa sincerità? - Ecco la tua umiltà, o ipocrita! 
Basta che uno, per errore di mente, sostenga opinioni false e derida la tua fede, subito t'arroghi di vilipenderlo. 
- Dio sa se questa umiltà rabbiosa e questo zelo malevolo, nel petto di me cristiano, non è peggiore dell'audace sincerità di quell'incredulo! - Forse non gli manca se non un raggio della grazia, perchè quel suo energico amore del vero si muti in religione più solida della mia. 
- Non farei io meglio di pregare per lui, che d'adirarmi e di suppormi migliore? - Chi sa, che mentre io stracciava furentemente la sua lettera, ei non rileggesse con dolce amorevolezza la mia, e si fidasse tanto della mia bontà da credermi incapace d'offendermi delle sue schiette parole? - Qual sarebbe il più iniquo dei due, uno che ama e dice: 'Non sono cristiano', ovvero uno che dice: 'Son cristiano' e non ama? - È cosa difficile conoscere un uomo, dopo avere vissuto con lui lunghi anni; ed io vorrei giudicare costui da una lettera? 
Fra tante possibilità, non havvi egli quella che, senza confessarlo a sé medesimo, ei non sia punto tranquillo del suo ateismo, e che indi mi stuzzichi a combatterlo, colla secreta speranza di dover cedere? 
Oh fosse pure! Oh gran Dio, in mano di cui tutti gli stromenti più indegni possono essere efficaci, sceglimi, sceglimi a quest'opera! 
Detta a me tai potenti e sante ragioni che convincano quell'infelice! che lo traggano a benedirti e ad imparare che, lungi da te, non v'è virtù la quale non sia contraddizione!" 
CAPO XXXVIII Stracciai più minutamente, ma senza residuo di collera, i quattro pezzi di lettera, andai alla finestra, stesi la mano, e mi fermai a guardare la sorte dei diversi bocconcini di carta in balia del vento. 
Alcuni si posarono sui piombi della chiesa, altri girarono lungamente per aria, e discesero a terra. 
Vidi che andavano tanto dispersi, da non esservi pericolo che alcuno li raccogliesse e ne capisse il mistero. 
Scrissi poscia a Giuliano, e presi tutta la cura per non essere e per non apparire indispettito. 
Scherzai sul suo timore ch'io portassi la sottigliezza di coscienza ad un grado non accordabile colla filosofia, e dissi che sospendesse almeno intorno a ciò i suoi giudizi. 
Lodai la professione ch'ei faceva di sincerità, l'assicurai che m'avrebbe trovato eguale a sé in questo riguardo, e soggiunsi che per dargliene prova io m'accingeva a difendere il Cristianesimo; «ben persuaso» diceva io «che, come sarò sempre pronto ad udire amichevolmente tutte le vostre opinioni, così abbiate la liberalità d'udire in pace le mie». Quella difesa, io mi proponeva di farla a poco a poco, ed intanto la incominciava, analizzando con fedeltà l'essenza del Cristianesimo: - culto di Dio, spoglio di superstizioni, - fratellanza fra gli uomini, - aspirazione perpetua alla virtù, - umiltà senza bassezza, - dignità senza orgoglio, - tipo, un uomo-Dio! 
Che di più filosofico e di più grande? 
Intendeva poscia di dimostrare, come tanta sapienza era più o meno debolmente trasparsa a tutti coloro che coi lumi della ragione aveano cercato il vero, ma non s'era mai diffusa nell'universale: e come, venuto il divin Maestro sulla terra, diede segno stupendo di sé, operando coi mezzi umanamente più deboli quella diffusione. 
Ciò che sommi filosofi mai non poterono, l'abbattimento dell'idolatria, e la predicazione generale della fratellanza, s'eseguisce con pochi rozzi messaggeri. 
Allora l'emancipazione degli schiavi diviene ognor più frequente, e finalmente appare una civiltà senza schiavi, stato di società che agli antichi filosofi pareva impossibile. 
Una rassegna della storia, da Gesù Cristo in qua, dovea per ultimo dimostrare come la religione da lui stabilita s'era sempre trovata adattata a tutti i possibili gradi d'incivilimento. 
Quindi essere falso che, l'incivilimento continuando a progredire, il Vangelo non sia più accordabile con esso. 
Scrissi a minutissimo carattere ed assai lungamente, ma non potei tuttavia andar molto oltre; ché mi mancò la carta. 
Lessi e rilessi quella mia introduzione, e mi parve ben fatta. 
Non v'era pure una frase di risentimento sui sarcasmi di Giuliano, e le espressioni di benevolenza abbondavano, ed aveale dettate il cuore già pienamente ricondotto a tolleranza. 
Spedii la lettera, ed il mattino seguente ne aspettava con ansietà la risposta. 
Tremerello venne, e mi disse: «Quel signore non ha potuto scrivere, ma la prega di continuare il suo scherzo.» «Scherzo?» sclamai. 
«Eh, che non avrà detto scherzo! avrete capito male.» Tremerello si strinse nelle spalle «Avrò capito male». «Ma vi par proprio che abbia detto scherzo?» «Come mi pare di sentire in questo punto i colpi di San Marco.» (Sonava appunto il campanone.) 
Bevvi il caffè e tacqui. 
«Ma ditemi: avea quel signore già letta tutta la mia lettera?» «Mi figuro di sì; perché rideva, rideva come un matto, e facea di quella lettera una palla, e la gettava per aria, e quando gli dissi che non dimenticasse poi di distruggerla, la distrusse subito.» «Va benissimo.» E restituii a Tremerello la chicchera, dicendogli che si conosceva che il caffè era stato fatto dalla siora Bettina. 
«L'ha trovato cattivo?» «Pessimo.» «Eppur l'ho fatto io, e l'assicuro che l'ho fatto carico, e non v'erano fondi.» «Non avrò forse la bocca buona.» CAPO XXXIX Passeggiai tutta mattina fremendo. 
"Che razza d'uomo è questo Giuliano? 
Perché chiamare la mia lettera uno scherzo? 
Perché ridere e giocare alla palla con essa? 
Perché non rispondermi pure una riga? 
Tutti gl'increduli son così! Sentendo la debolezza delle loro opinioni, se alcuno s'accinge a confutarle non ascoltano, ridono, ostentano una superiorità d'ingegno la quale non ha più bisogno d'esaminar nulla. 
Sciagurati! E quando mai vi fu filosofia senza esame, senza serietà? Se è vero che Democrito ridesse sempre, egli era un buffone! 
Ma ben mi sta: perché imprendere questa corrispondenza? 
Ch'io mi facessi illusione un momento, era perdonabile. 
Ma quando vidi che colui insolentiva, non fui io uno stolto di scrivergli ancora?" 
Era risoluto di non più scrivergli. 
A pranzo, Tremerello prese il mio vino, se lo versò in un fiasco, e mettendoselo in saccoccia: «Oh, mi accorgo» disse «che ho qui della carta da darle.» E me la porse. 
Se n'andò; ed io guardando quella carta bianca mi sentiva venire la tentazione di scrivere un'ultima volta a Giuliano, di congedarlo con una buona lezione sulla turpitudine dell'insolenza. 
"Bella tentazione!" dissi poi "rendergli disprezzo per disprezzo! fargli odiare vieppiù il Cristianesimo, mostrandogli in me cristiano impazienza ed orgoglio! - No, ciò non va. 
Cessiamo affatto il carteggio. 
- E se lo cesso così asciuttamente, non dirà colui del pari, che impazienza ed orgoglio mi vinsero? - Conviene scrivergli ancora una volta, e senza fiele. 
- Ma se posso scrivere senza fiele, non sarebbe meglio non darmi per inteso delle sue risate e del nome di scherzo ch'egli ha gratificato alla mia lettera? 
Non sarebbe meglio continuar buonamente la mia apologia del Cristianesimo?" 
Ci pensai un poco, e poi m'attenni a questo partito. 
La sera spedii il mio piego, ed il mattino seguente ricevetti alcune righe di ringraziamento, molto fredde, però senza espressioni mordaci, ma anche senza il minimo cenno d'approvazione né d'invito a proseguire. 
Tal biglietto mi spiacque. 
Nondimeno fermai di non desistere sino al fine. 
La mia tesi non potea trattarsi in breve, e fu soggetto di cinque o sei altre lunghe lettere, a ciascuna delle quali mi veniva risposto un laconico ringraziamento, accompagnato da qualche declamazione estranea al tema, ora imprecando i suoi nemici, ora ridendo d'averli imprecati, e dicendo esser naturale che i forti opprimano i deboli, e non rincrescergli altro che di non essere forte, ora confidandomi i suoi amori, e l'impero che questi esercitavano sulla sua tormentata immaginativa. 
Nondimeno, all'ultima mia lettera sul Cristianesimo, ei diceva che mi stava apparecchiando una lunga risposta. 
Aspettai più d'una settimana, ed intanto ei mi scriveva ogni giorno di tutt'altro, e per lo più d'oscenità. Lo pregai di ricordarsi la risposta di cui mi era debitore, e gli raccomandai di voler applicare il suo ingegno a pesar veramente tutte le ragioni ch'io gli avea portate. 
Mi rispose alquanto rabbiosamente, prodigandosi gli attributi di filosofo, d'uomo sicuro, d'uomo che non avea bisogno di pesare tanto per capire che le lucciole non erano lanterne. 
E tornò a parlare allegramente d'avventure scandalose. 
CAPO XL Io pazientava per non farmi dare del bigotto e dell'intollerante, e perché non disperava che, dopo quella febbre di erotiche buffonerie, venisse un periodo di serietà. Intanto gli andava manifestando la mia disapprovazione alla sua irriverenza per le donne, al suo profano modo di fare all'amore, e compiangeva quelle infelici ch'ei mi diceva essere state sue vittime. 
Ei fingeva di creder poco alla mia disapprovazione, e ripeteva «Checché borbottiate d'immoralità, sono certo di divertirvi co' miei racconti; - tutti gli uomini amano il piacere come io, ma non hanno la franchezza di parlarne senza velo; ve ne dirò tante che v'incanterò, e vi sentirete obbligato in coscienza d'applaudirmi». Ma di settimana in settimana, ei non desisteva mai da queste infamie, ed io (sperando sempre ad ogni lettera di trovare altro tema, e lasciandomi attrarre dalla curiosità) leggeva tutto, e l'anima mia restava - non già sedotta - ma pur conturbata, allontanata da pensieri nobili e santi. 
Il conversare cogli uomini degradati degrada, se non si ha una virtù molto maggiore della comune, molto maggiore della mia. 
"Eccoti punito" diceva io a me stesso "della tua presunzione! 
Ecco ciò che si guadagna a voler fare il missionario senza la santità da ciò!" Un giorno mi risolsi a scrivergli queste parole: «Mi sono sforzato finora di chiamarvi ad altri soggetti, e voi mi mandate sempre novelle che vi dissi schiettamente dispiacermi. 
Se v'aggrada che favelliamo di cose più degne continueremo la corrispondenza, altrimenti tocchiamoci la mano, e ciascuno se ne stia con sé.» Fui per due giorni senza risposta, e dapprima ne gioii. 
«Oh benedetta solitudine!» andava sclamando «quanto meno amara tu sei d'una conversazione inarmonica e snobilitante! 
Invece di crucciarmi leggendo impudenze, invece di faticarmi invano ad oppor loro l'espressione di aneliti che onorino l'umanità, tornerò a conversare con Dio, colle care memorie della mia famiglia e de' miei veri amici. 
Tornerò a leggere maggiormente la Bibbia, a scrivere i miei pensieri sulla tavola studiando il fondo del mio cuore e procacciando di migliorarlo, a gustare le dolcezze d'una melanconia innocente, mille volte preferibili ad immagini liete ed inique.» Tutte le volte che Tremerello entrava nel mio carcere mi diceva: «Non ho ancor risposta.» «Va bene» rispondeva io. 
Il terzo giorno mi disse: «Il signor N.N. 
è mezzo ammalato.» «Che ha?» «Non lo dice, ma è sempre steso sul letto, non mangia, non bee, ed è di mal umore.» Mi commossi, pensando ch'egli pativa e non aveva alcuno che lo confortasse. 
Mi sfuggì dalle labbra, o piuttosto dal cuore: «Gli scriverò due righe.» «Le porterò stassera» disse Tremerello; e se ne andò. Io era alquanto imbarazzato, mettendomi al tavolino. 
"Fo io bene a ripigliare il carteggio? 
Non benediceva io dianzi la solitudine come un tesoro riacquistato? 
Che incostanza è dunque la mia! - Eppure quell'infelice non mangia, non beve; sicuramente è ammalato. 
È questo il momento d'abbandonarlo? 
L'ultimo mio viglietto era aspro: avrà contribuito ad affliggerlo. 
Forse, ad onta dei nostri diversi modi di sentire, ei non avrebbe mai disciolta la nostra amicizia. 
Il mio viglietto gli sarà sembrato più malevolo che non era: ei l'avrà preso per un assoluto sprezzante congedo." 
CAPO XLI Scrissi così: «Sento che non istate bene, e me ne duole vivamente. 
Vorrei di tutto cuore esservi vicino, e prestarvi tutti gli uffici d'amico. 
Spero che la vostra poco buona salute sarà stata l'unico motivo del vostro silenzio, da tre giorni in qua. 
Non vi sareste già offeso del mio viglietto dell'altro di? 
Lo scrissi, v'assicuro, senza la minima malevolenza, e col solo scopo di trarvi a più serii soggetti di ragionamento. 
Se lo scrivere vi fa male, mandatemi soltanto nuove esatte della vostra salute: io vi scriverò ogni giorno qualcosetta per distrarvi, e perché vi sovvenga che vi voglio bene.» Non mi sarei mai aspettato la lettera ch'ei mi rispose. 
Cominciava così: «Ti disdico l'amicizia; se non sai che fare della mia, io non so che fare della tua. 
Non sono uomo che perdoni offese, non sono uomo che, rigettato una volta, ritorni. 
Perché mi sai infermo, ti riaccosti ipocritamente a me, sperando che la malattia indebolisca il mio spirito e mi tragga ad ascoltare le tue prediche...» E andava innanzi di questo modo, vituperandomi con violenza, schernendomi, ponendo in caricatura tutto ciò ch'io gli avea detto di religione e di morale, protestando di vivere e di morire sempre lo stesso, cioè col più grand'odio e col più gran disprezzo contro tutte le filosofie diverse dalla sua. 
Restai sbalordito! 
"Le belle conversioni ch'io fo!" dicev'io con dolore ed inorridendo. 
"Dio m'è testimonio se le mie intenzioni non erano pure! - No, queste ingiurie non le ho meritate! - Ebbene, pazienza; è un disinganno di più. Tal sia di colui, se s'immagina offese per aver la voluttà di non perdonarle! 
Più di quel che ho fatto non sono obbligato di fare." 
Tuttavia, dopo alcuni giorni il mio sdegno si mitigò, e pensai che una lettera frenetica poteva essere stato frutto d'un esaltamento non durevole. 
"Forse ei già se ne vergogna" diceva io "ma è troppo altero da confessare il suo torto. 
Non sarebbe opera generosa, or ch'egli ha avuto tempo di calmarsi, lo scrivergli ancora?" 
Mi costava assai far tanto sacrifizio d'amor proprio, ma lo feci. 
Chi s'umilia senza bassi fini, non si degrada, qualunque ingiusto spregio gliene torni. 
Ebbi per risposta una lettera meno violenta, ma non meno insultante. 
L'implacato mi diceva ch'egli ammirava la mia evangelica moderazione. 
«Or dunque ripigliamo pure» proseguiva egli «la nostra corrispondenza; ma parliamo chiaro. 
Noi non ci amiamo. 
Ci scriveremo per trastullare ciascuno se stesso, mettendo sulla carta liberamente tutto ciò che ci viene in capo: voi le vostre immaginazioni serafiche ed io le mie bestemmie; voi le vostre estasi sulla dignità dell'uomo e della donna, io l'ingenuo racconto delle mie profanazioni; sperando io di convertir voi, e voi di convertir me. 
Rispondetemi se vi piaccia il patto.» Risposi: «Il vostro non è un patto, ma uno scherno. 
Abbondai in buon volere con voi. 
La coscienza non mi obbliga più ad altro che ad augurarvi tutte le felicità per questa e per l'altra vita». Così finì la mia clandestina relazione con quell'uomo - chi sa? - forse più inasprito dalla sventura e delirante per disperazione, che malvagio. 
CAPO XLII Benedissi un'altra volta davvero la solitudine, ed i miei giorni passarono di nuovo per alcun tempo senza vicende. 
Finì la state; nell'ultima metà di settembre, il caldo scemava. 
Ottobre venne; io mi rallegrava allora d'avere una stanza che nel verno doveva esser buona. 
Ecco una mattina il custode che mi dice avere ordine di mutarmi di carcere. 
«E dove si va?» «A pochi passi, in una camera più fresca.» «E perché non pensarci quand'io moriva dal caldo, e l'aria era tutta zanzare, ed il letto era tutto cimici?» «Il comando non è venuto prima.» «Pazienza, andiamo.» Bench'io avessi assai patito in quel carcere, mi dolse di lasciarlo; non soltanto perché nella fredda stagione doveva essere ottimo, ma per tanti perché. Io v'avea quelle formiche, ch'io amava e nutriva con sollecitudine, se non fosse espressione ridicola, direi quasi paterna. 
Da pochi giorni quel caro ragno di cui parlai, era, non so per qual motivo, emigrato; ma io diceva: "Chi sa che non si ricordi di me e non ritorni? 
Ed or che me ne vado, ritornerà forse, e troverà la prigione vota, o se vi sarà qualch'altro ospite, potrebbe essere un nemico de' ragni, e raschiar giù colla pantofola quella bella tela, e schiacciare la povera bestia! 
Inoltre quella trista prigione non m'era stata abbellita dalla pietà della Zanze? 
A quella finestra s'appoggiava sì spesso, e lasciava cadere generosamente i bricioli de' buzzolai alle mie formiche. 
Lì solea sedere; qui mi fece il tal racconto; qui il tal altro; là s'inchinava sul mio tavolino e le sue lagrime vi grondarono! ". Il luogo ove mi posero era pur sotto i Piombi, ma a tramontana e ponente, con due finestre, una di qua, l'altra di là; soggiorno di perpetui raffreddori, e d'orribile ghiaccio ne' mesi rigidi. 
La finestra a ponente era grandissima; quella a tramontana era piccola ed alta, al disopra del mio letto. 
M'affacciai prima a quella, e vidi che metteva verso il palazzo del patriarca. 
Altre prigioni erano presso la mia, in un'ala di poca estensione a destra, ed in uno sporgimento di fabbricato che mi stava dirimpetto. 
In quello sporgimento stavano due carceri, una sull'altra. 
La inferiore aveva un finestrone enorme, pel quale io vedea dentro passeggiare un uomo signorilmente vestito. 
Era il signor Caporali di Cesena. 
Questi mi vide, mi fece qualche segno, e ci dicemmo i nostri nomi. 
Volli quindi esaminare dove guardasse l'altra mia finestra. 
Posi il tavolino sul letto e sul tavolino una sedia, m'arrampicai sopra, e vidi essere a livello d'una parte del tetto del palazzo. 
Al di là del palazzo appariva un bel tratto della città e della laguna. 
Mi fermai a considerare quella bella veduta, e udendo che s'apriva la porta, non mi mossi. 
Era il custode, il quale scorgendomi lassù arrampicato, dimenticò ch'io non poteva passare come un sorcio attraverso le sbarre, pensò ch'io tentassi di fuggire, e nel rapido istante del suo turbamento saltò sul letto, ad onta di una sciatica che lo tormentava, e m'afferrò per le gambe, gridando come un'aquila. 
«Ma non vedete,» gli dissi «o smemorato, che non si può fuggire per causa di queste sbarre? 
Non capite che salii per sola curiosità?» «Vedo, sior, vedo, capisco, ma la cali giù, le digo, la cali, queste le son tentazion de scappar.» E mi convenne discendere, e ridere. 
CAPO XLIII Alle finestre delle prigioni laterali conobbi sei altri detenuti per cose politiche. 
Ecco dunque che, mentre io mi disponeva ad una solitudine maggiore che in passato, io mi trovo in una specie di mondo. 
A principio m'increbbe, sia che il lungo vivere romito avesse già fatto alquanto insocievole l'indole mia, sia che il dispiacente esito della mia conoscenza con Giuliano mi rendesse diffidente. 
Nondimeno quel poco di conversazione che prendemmo a fare, parte a voce e parte a segni, parvemi in breve un beneficio, se non come stimolo ad allegrezza, almeno come divagamento. 
Della mia relazione con Giuliano non feci motto con alcuno. 
C'eravamo egli ed io dato parola d'onore che il segreto resterebbe sepolto in noi. 
Se ne favello in queste carte, gli è perché, sotto gli occhi di chiunque andassero, gli sarebbe impossibile indovinare chi, di tanti che giacevano in quelle carceri, fosse Giuliano. 
Alle nuove mentovate conoscenze di concaptivi s'aggiunse un'altra che mi fu pure dolcissima Dalla finestra grande io vedeva, oltre lo sporgimento di carceri che mi stava in faccia, una estensione di tetti, ornata di camini, d'altane, di campanili, di cupole, la quale andava a perdersi colla prospettiva del mare e del cielo. 
Nella casa più vicina a me, ch'era un'ala del patriarcato, abitava una buona famiglia, che acquistò diritti alla mia riconoscenza mostrandomi coi suoi saluti la pietà ch'io le ispirava. 
Un saluto, una parola d'amore agl'infelici, è una gran carità! Cominciò colà, da una finestra, ad alzare le sue manine verso me un ragazzetto di nove o dieci anni, e l'intesi gridare: «Mamma, mamma, han posto qualcheduno lassù ne' Piombi. 
O povero prigioniero, chi sei?» «Io sono Silvio Pellico» risposi. 
Un altro ragazzo più grandicello corse anch'egli alla finestra, e gridò: «Tu sei Silvio Pellico?» «Sì, e voi cari fanciulli?» «Io mi chiamo Antonio S..., e mio fratello Giuseppe.» Poi si voltava indietro, e diceva: «Che cos'altro debbo dimandargli?». Ed una donna, che suppongo essere stata lor madre, e stava mezzo nascosta, suggeriva parole gentili a que' cari figliuoli, ed essi le diceano, ed io ne li ringraziava colla più viva tenerezza. 
Quelle conversazioni erano piccola cosa, e non bisognava abusarne per non far gridare il custode, ma ogni giorno ripetevansi con mia grande consolazione, all'alba, a mezzodì e a sera. 
Quando accendevano il lume, quella donna chiudeva la finestra, i fanciulli gridavano: «Buona notte, Silvio!» ed ella, fatta coraggiosa dall'oscurità, ripetea con voce commossa: «Buona notte, Silvio! coraggio!». Quando que' fanciulli faceano colezione o merenda, mi diceano: «Oh se potessimo darti del nostro caffè e latte! 
Oh se potessimo darti de' nostri buzzolai! 
Il giorno che andrai in libertà sovvengati di venirci a vedere. 
Ti daremo dei buzzolai belli e caldi, e tanti baci!» CAPO XLIV Il mese d'ottobre era la ricorrenza del più brutto de' miei anniversari Io era stato arrestato il 13 di esso mese dell'anno antecedente. 
Parecchie tristi memorie mi ricorrevano inoltre in quel mese. 
Due anni prima, in ottobre, s'era per funesto accidente annegato nel Ticino un valentuomo ch'io molto onorava. 
Tre anni prima, in ottobre, s'era involontariamente ucciso con uno schioppo Odoardo Briche, giovinetto ch'io amava quasi fosse stato mio figlio. 
A' tempi della mia prima gioventù, in ottobre, un'altra grave afflizione m'avea colpito. 
Bench'io non sia superstizioso, il rincontrarsi fatalmente in quel mese ricordanze così infelici, mi rendea tristissimo. 
Favellando dalla finestra con que' fanciulli e co' miei concaptivi, io mi fingea lieto, ma appena rientrato nel mio antro un peso inenarrabile di dolore mi piombava sull'anima. 
Prendea la penna per comporre qualche verso o per attendere ad altra cosa letteraria, ed una forza irresistibile parea costringermi a scrivere tutt'altro. 
Che? lunghe lettere ch'io non poteva mandare; lunghe lettere alla mia cara famiglia, nelle quali io versava tutto il mio cuore. 
Io le scriveva sul tavolino, e poi le raschiava. 
Erano calde espressioni di tenerezza, e rimembranze della felicità ch'io aveva goduto presso genitori, fratelli e sorelle così indulgenti, così amanti. 
Il desiderio ch'io sentiva di loro m'ispirava un'infinità di cose appassionate. 
Dopo avere scritto ore ed ore, mi restavano sempre altri sentimenti a svolgere. 
Questo era, sotto una nuova forma, un ripetermi la mia biografia, ed illudermi ridipingendo il passato; un forzarmi a tener gli occhi sul tempo felice che non era più. Ma, oh Dio! quante volte, dopo aver rappresentato con animatissimo quadro un tratto della mia più bella vita, dopo avere inebbriata la fantasia fino a parermi ch'io fossi colle persone a cui parlava, mi ricordava repentinamente del presente, e mi cadea la penna ed inorridiva! 
Momenti veramente spaventosi eran quelli! 
Aveali già provati altre volte, ma non mai con convulsioni pari a quelle che or mi assalivano. 
Io attribuiva tali convulsioni e tali orribili angosce al troppo eccitamento degli affetti, a cagione della forma epistolare ch'io dava a quegli scritti, e del dirigerli a persone si care. 
Volli far altro, e non potea; volli abbandonare almeno la forma epistolare, e non potea. 
Presa la penna, e messomi a scrivere, ciò che ne risultava era sempre una lettera piena di tenerezza e di dolore. 
"Non son io più libero del mio volere?" andava dicendo. 
"Questa necessità di fare ciò che non vorrei fare, è dessa uno stravolgimento del mio cervello? 
Ciò per l'addietro non m'accadeva. 
Sarebbe stata cosa spiegabile ne' primi tempi della mia detenzione; ma ora che sono maturato alla vita carceraria, ora che la fantasia dovrebbe essersi calmata su tutto, ora che mi son cotanto nutrito di riflessioni filosofiche e religiose, come divento io schiavo delle cieche brame del cuore, e pargoleggio così? Applichiamoci ad altro." 
Cercava allora di pregare, o d'opprimermi collo studio della lingua tedesca. 
Vano sforzo! Io m'accorgeva di tornar a scrivere un'altra lettera. 
CAPO XLV Simile stato era una vera malattia; non so se debba dire, una specie di sonnambulismo. 
Era senza dubbio effetto d'una grande stanchezza, operata dal pensare e dal vegliare. 
Andò più oltre. Le mie notti divennero costantemente insonni e per lo più febbrili. 
Indarno cessai di prendere caffè la sera; l'insonnia era la stessa. 
Ma pareva che in me fossero due uomini, uno che voleva sempre scriver lettere, e l'altro che voleva far altro. 
"Ebbene" diceva io "transigiamo, scrivi pur lettere, ma scrivile in tedesco; così impareremo quella lingua. 
" Quindi in poi scriveva tutto in un cattivo tedesco. 
Per tal modo almeno feci qualche progresso in quello studio. 
Il mattino, dopo lunga veglia, il cervello spossato cadeva in qualche sopore. 
Allora sognava, o pinttosto delirava, di vedere il padre, la madre, o altro mio caro disperarsi sul mio destino. 
Udiva di loro i più miserandi singhiozzi, e tosto mi destava singhiozzando e spaventato. 
Talvolta in que' brevissimi sogni sembravami d'udir la madre consolare gli altri, entrando con essi nel mio carcere, e volgermi le più sante parole sul dovere della rassegnazione; e quand'io più rallegrava del suo coraggio e del coraggio degli altri, ella prorompeva improvvisamente in lagrime, e tutti piangevano. 
Niuno può dire quali strazii fossero allora quelli all'anima mia. 
Per uscire di tanta miseria, provai di non andare più affatto a letto. 
Teneva acceso il lume l'intera notte, e stava al tavolino a leggere e scrivere. 
Ma che? Veniva il momento ch'io leggeva, destissimo, ma senza capir nulla, e che assolutamente la testa più non mi reggeva a comporre pensieri. 
Allora io copiava qualche cosa, ma copiava ruminando tutt'altro che ciò ch'io scriveva, ruminando le mie afflizioni. 
Eppure, s'io andava a letto era peggio. 
Niuna posizione m'era tollerabile, giacendo: m'agitava convulso, e conveniva alzarmi. 
Ovvero, se alquanto dormiva, que' disperanti sogni mi faceano più male del vegliare. 
Le mie preci erano aride, e nondimeno io le ripeteva sovente; non con lungo orare di parole, ma invocando Dio! 
Dio unito all'uomo ed esperto degli umani dolori! 
In quelle orrende notti, l'immaginativa mi s'esaltava talora in guisa che pareami, sebbene svegliato, or d'udir gemiti nel mio carcere, or d'udir risa soffocate. 
Dall'infanzia in poi non era mai stato credulo a streghe e folletti, ed or quelle risa e que' gemiti mi atterrivano, e non sapea come spiegar ciò, ed era costretto a dubitare s'io non fossi ludibrio d'incognite maligne potenze. 
Più volte presi tremando il lume, e gridai se v'era alcuno sotto il letto che mi beffasse. 
Più volte mi venne il dubbio che m'avessero tolto dalla prima stanza e trasportato in questa perché ivi fosse qualche trabocchello, ovvero nelle pareti qualche secreta apertura, donde i miei sgherri spiassero tutto ciò ch'io faceva e si divertissero crudelmente a spaventarmi. 
Stando al tavolino, or pareami che alcuno mi tirasse pel vestito, or che fosse data una spinta ad un libro, il quale cadeva a terra, or che una persona dietro a me soffiasse sul lume per ispegnerlo. 
Allora io balzava in piedi, guardava intorno, passeggiava con diffidenza, e chiedeva a me stesso s'io fossi impazzato od in senno. 
Non sapea più che cosa, di ciò ch'io vedeva e sentiva, fosse realtà od illusione, e sclamava con angoscia: «Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me?» CAPO XLVI Una volta, andato a letto alquanto prima dell'alba, mi parve d'avere la più gran certezza d'aver messo il fazzoletto sotto il capezzale. 
Dopo un momento di sopore, mi destai al solito, e mi sembrava che mi strangolassero. 
Sento d'avere il collo strettamente avvolto. 
Cosa strana! Era avvolto col mio fazzoletto, legato forte a più nodi. 
Avrei giurato di non aver fatto que' nodi, di non aver toccato il fazzoletto, dacché l'avea messo sotto il capezzale. 
Convieni ch'io avessi operato sognando o delirando, senza più serbarne alcuna memoria; ma non potea crederlo, e d'allora in poi stava in sospetto ogni notte d'essere strangolato. 
Capisco quanto simili vaneggiamenti debbano essere ridicoli altrui, ma a me che li provai faceano tal male che ne raccapriccio ancora. 
Si dileguavano ogni mattino; e finché durava la luce del dì, io mi sentiva l'animo così rinfrancato contro que' terrori, che mi sembrava impossibile di doverli mai più patire. 
Ma al tramonto del sole io cominciava a rabbrividire, e ciascuna notte riconduceva le brutte stravaganze della precedente. 
Quanto maggiore era la mia debolezza nelle tenebre, tanto maggiori erano i miei sforzi durante il giorno per mostrarmi allegro ne' colloquii co' compagni, co' due ragazzi del patriarcato e co' rnici carcerieri. 
Nessuno, udendomi scherzare com'io faceva, si sarebbe immaginato la misera infermità ch'io soffriva. 
Sperava con quegli sforzi di rinvigorirmi; ed a nulla giovavano. 
Quelle apparenze notturne, che il giorno io chiamava sciocchezze, la sera tornavano ad essere per me realtà spaventevoli. 
Se avessi ardito, avrei supplicato la Commissione di mutarmi di stanza, ma non seppi mai indurmivi, temendo di far ridere. 
Essendo vani tutti i raziocinii, tutti i proponimenti, tutti gli studii, tutte le preghiere, l'orribile idea d'essere totalmente e per sempre abbandonato da Dio s'impadronì di me. 
Tutti que' maligni sofismi contro la Provvidenza, che in istato di ragione, poche settimane prima, m'apparivano sì stolti, or vennero a frullarmi nel capo bestialmente, e mi sembrarono attendibili. 
Lottai contro questa tentazione parecchi dì, poi mi vi abbandonai. 
Sconobbi la bontà della religione; dissi, come avea udito dire da rabbiosi atei, e come testé Giuliano scriveami: «La religione non vale ad altro che ad indebolire le menti». M'arrogai di credere che rinunciando a Dio la mente mi si rinforzerebbe. 
Forsennata fiducia! 
Io negava Dio, e non sapea negare gl'invisibili malefici enti che sembravano circondarmi e pascersi de miei dolori. 
Come qualificare quel martirio? 
Basta egli il dire ch'era una malattia? od era egli, nello stesso tempo, un castigo divino per abbattere il mio orgoglio e farmi conoscere che, senza un lume particolare, io potea divenire incredulo come Giuliano, e più insensato di lui? 
Checché ne sia, Dio mi liberò di tanto male quando meno me l'aspettava. 
Una mattina, preso il caffè, mi vennero vomiti violenti, e coliche. 
Pensai che m'avessero avvelenato. 
Dopo la fatica de' vomiti, era tutto in sudore, e stetti a letto. 
Verso mezzogiorno mi addormentai, e dormii placidamente fino a sera. 
Mi svegliai, sorpreso di tanta quiete; e, parendomi di non aver più sonno, m'alzai. 
"Stando alzato" diss'io "sarò più forte contro i soliti terrori." 
Ma i terrori non vennero. 
Giubilai, e nella piena della mia riconoscenza, tornando a sentire Iddio, mi gettai a terra ad adorarlo e chiedergli perdono d'averlo per più giorni negato. 
Quell'effusione di gioia esaurì le mie forze, e fermatomi in ginocchio alquanto, appoggiato ad una sedia, fui ripigliato dal sonno, e m'addormentai in quella posizione. 
Di lì non so se ad un'ora o più ore, mi desto a mezzo, ma appena ho tempo di buttarmi vestito sul letto, e ridormo sino all'aurora. 
Fui sonnolento ancor tutto il giorno; la sera mi coricai presto, e dormii l'intera notte. 
Qual crisi erasi operata in me? 
Lo ignoro, ma io era guarito. 
CAPO XLVII Cessarono le nausee che pativa da lungo tempo il mio stomaco, cessarono i dolori di capo, e mi venne un appetito straordinario. 
Io digeriva eccellentemente, e cresceva in forze. 
Mirabile Provvidenza! ella m'avea tolto le forze per umiliarmi; ella me le rendea perché appressavasi l'epoca delle sentenze, e volea ch'io non soccombessi al loro annunzio. 
Addì 24 novembre, uno de' nostri compagni, il dottor Foresti, fu tolto dalle carceri de' Piombi e trasportato non sapevam dove. 
Il custode, sue moglie ed i secondini erano atterriti; niuno di loro volea darmi luce su questo mistero «E che cosa vuol ella sapere,» diceami Tremerello «se nulla v'è di buono a sanare? 
Le ho detto già troppo, le ho detto già troppo.» «Su via, che serve il tacere?» gridai raccapricciando «non v'ho io capito? 
Egli è dunque condannato a morte?» «Chi?... egli?... il dottor Foresti...» Tremerello esitava; ma la voglia di chiacchierare non era l'infima delle sue virtù. «Non dica poi che son ciarlone; io non volea proprio aprir bocca su queste cose. 
Si ricordi che m'ha costretto» «Si, sì, v'ho costretto; ma, animo! ditemi tutto Che n'è del povero Foresti?» «Ah, signore! gli fecero passare il ponte de' Sospiri! egli è nelle carceri criminali! 
La sentenza di morte è state letta a lui e a due altri.» «E si eseguirà? quando? 
Oh miseri! E chi sono gli altri due?» «Non so altro, non so altro. 
Le sentenze non sono ancora pubblicate. 
Si dice per Venezia che vi saranno parecchie commutazioni di pena. 
Dio volesse che la morte non s'eseguisse per nessuno di loro! 
Dio volesse che, se non son tutti salvi da morte, ella almeno lo fosse! 
Io ho messo a lei tale affezione... 
perdoni la libertà... come se fosse un mio fratello!» E se n'andò commosso. 
Il lettore può pensare in quale agitazione io mi trovassi tutto quel dì, e la notte seguente, e tanti altri giorni, che nulla di più potei sapere. 
Durò l'incertezza un mese: finalmente le sentenze relative al primo processo furono pubblicate. 
Colpivano molte persone, nove delle quali erano condannate a morte, e poi per grazia a carcere duro, quali per vent'anni, quali per quindici (e ne' due casi doveano scontar la pena nella fortezza di Spielberg, presso la città di Brünn in Moravia), quali per dieci anni o meno (ed allora andavano nella fortezza di Lubiana). 
L'essere stata commutata la pena a tutti quelli del primo processo, era egli argomento che la morte dovesse risparmiarsi anche a quelli del secondo? 
Ovvero l'indulgenza sarebbesi usata ai soli primi, perché arrestati prima delle notificazioni che si pubblicarono contro le società secrete, e tutto il rigore cadrebbe sui secondi? 
"La soluzione del dubbio non può esser lontana;" diss'io "sia ringraziato il Cielo, che ho tempo di prevedere la morte e d'apparecchiarmivi." 
CAPO XLVIII Era mio unico pensiero il morire cristianamente e col debito coraggio. 
Ebbi la tentazione di sottrarmi al patibolo col suicidio, ma questa sgombrò. "Qual merito evvi a non lasciarsi ammazzare da un carnefice, ma rendersi invece carnefice di sé? Per salvar l'onore? 
E non è una fanciullaggine il credere che siavi più onore nel fare una burla al carnefice, che nel non fargliela, quando pur sia forza morire?" 
Anche se non fossi stato cristiano, il suicidio, riflettendovi, mi sarebbe sembrato un piacere sciocco, una inutilità. "Se il termine della mia vita è venuto," m'andava io dicendo "non sono io fortunato, che sia in guisa da lasciarmi tempo per raccogliermi e purificare la coscienza con desideri e pentimenti degni d'un uomo? 
Volgarmente giudicando, l'andare al patibolo è la peggiore delle morti: giudicando da savio, non è dessa migliore delle tante morti che avvengono per malattia, con grande indebolimento d'intelletto, che non lascia più luogo a rialzar l'anima da pensieri bassi?» La giustezza di tal ragionamento mi penetrò sì forte nello spirito, che l'orror della morte, e di quella specie di morte, si dileguava interamente da me. 
Meditai molto sui sacramenti che doveano invigorirmi al solenne passo, e mi parea d'essere in grado di riceverli con tali disposizioni da provarne l'efficacia. 
Quell'altezza d'animo ch'io credea d'avere, quella pace, quell'indulgente affezione verso coloro che m'odiavano, quella gioia di poter sacrificare la mia vita alla volontà di Dio, le avrei io serbate s'io fossi stato condotto al supplizio? 
Ahi! che l'uomo è pieno di contraddizioni, e quando sembra essere più gagliardo e più santo può cadere fra un istante in debolezza ed in colpa! 
Se allora io sarei morto degnamente, Dio solo il sa. 
Non mi stimo abbastanza da affermarlo. 
Intanto la verisimile vicinanza della morte fermava su questa idea siffattamente la mia immaginazione, che il morire pareami non solo possibile, ma significato da infallibile presentimento. 
Niuna speranza d'evitare questo destino penetrava più nel mio cuore, e ad ogni suono di pedate e di chiavi, ad ogni aprirsi della mia porta, io mi dicea: "Coraggio! forse vengono a prenderti per udire la sentenza. 
Ascoltiamola con dignitosa tranquillità, e benediciamo il Signore». Meditai ciò ch'io dovea scrivere per l'ultima volta alla mia famiglia, e partitamente al padre, alla madre, a ciascun dei fratelli, e a ciascuna delle sorelle; e volgendo in mente quelle espressioni d'affetti sì profondi e sì sacri, io m'inteneriva con molta dolcezza, e piangeva, e quel pianto non infiacchiva la mia rassegnata volontà. Come non sarebbe ritornata l'insonnia? 
Ma quanto era diversa dalla prima! 
Non udiva né gemiti né risa nella stanza; non vaneggiava né di spiriti né d'uomini nascosti. 
La notte m'era più deliziosa del giorno, perché io mi concentrava di più nella preghiera. 
Verso le quattr'ore io solea mettermi a letto, e dormiva placidamente circa due ore. 
Svegliatomi, stava in letto tardi per riposare. 
M'alzava verso le undici. 
Una notte, io m'era coricato alquanto prima del solito ed avea dormito appena un quarto d'ora, quando, ridesto, m'apparve un'immensa luce nella parete in faccia a me. 
Temetti d'esser ricaduto ne' passati delirii; ma ciò ch'io vedeva non era un'illusione. 
Quella luce veniva dal finestruolo a tramontana, sotto il quale io giaceva. 
Balzo a terra, prendo il tavolino, lo metto sul letto, vi sovrappongo una sedia, ascendo; - e veggo uno de' più belli e terribili spettacoli di fuoco, ch'io potessi immaginarmi. 
Era un grande incendio, a un tiro di schioppo dalle nostre carceri. 
Prese alla casa ov'erano i forni pubblici, e la consumò. La notte era oscurissima, e tanto più spiccavano que' vasti globi di fiamme e di fumo, agitati com'erano da furioso vento. 
Volavano scintille da tutte le parti, e sembrava che il cielo le piovesse. 
La vicina laguna rifletteva l'incendio. 
Una moltitudine di gondole andava e veniva. 
Io m'immaginava lo spavento ed il pericolo di quelli che abitavano nella casa incendiata e nelle vicine, e li compiangeva. 
Udiva lontane voci d'uomini e donne che si chiamavano: Tognina! 
Momolo! Beppo! 
Zanze!. Anche il nome di Zanze mi sonò all'orecchio! 
Ve ne sono migliaia a Venezia; eppure io temeva che potesse essere quell'una, la cui memoria m'era sì soave! 
"Fosse mai là quella sciagurata? e circondata forse dalle fiamme? 
Oh potessi scagliarmi a liberarla!" 
Palpitando, raccapricciando, ammirando, stetti sino all'aurora a quella finestra; poi discesi oppresso da tristezza mortale, figurandomi molto più danno che non era avvenuto. 
Tremerello mi disse non essere arsi se non i forni e gli annessi magazzini, con grande quantità di sacchi di farina. 
CAPO XLIX La mia fantasia era ancora vivamente colpita dall'aver veduto quell'incendio, allorché, poche notti appresso - io non era ancora andato a letto, e stava al tavolino studiando, e tutto intirizzito dal freddo -, ecco voci poco lontane: erano quelle del custode, di sua moglie, de' loro figli, de' secondini: «Il fogo! il fogo. 
Oh Beata Vergine! oh noi perdui!». Il freddo mi cessò in un istante: balzai tutto sudato in piedi, e guardai intorno se già si vedevano fiamme. 
Non se ne vedevano. 
L'incendio per altro era nel palazzo stesso, in alcune stanze ufficio vicine alle carceri. 
Uno de' secondini gridava: «Ma, sior paron, cossa faremo de sti siori ingabbiai, se el fogo s'avanza?». Il custode rispondeva: «Mi no gh'ho cor de lassarli abbrustolar. 
Eppur no se po averzeri le preson, senza el permesso de la Commission. 
Anemo, digo, corrè dunque a dimandar sto permesso». «Vado de botto, sior, ma la risposta no sarà miga in tempo, sala» E dov'era quella eroica rassegnazione ch'io teneami così sicuro di possedere, pensando alla morte? 
Perché l'idea di bruciar vivo mi mettea la febbre? 
Quasiché ci fosse maggior piacere a lasciarsi stringer la gola che a bruciare! 
Pensai a ciò, e mi vergognai della mia paura; stava per gridare al custode che per carità m'aprisse, ma mi frenai. 
Nondimeno io avea paura. 
"Ecco," diss'io "qual sarà il mio coraggio, se scampato dal fuoco verrò condotto a morte! 
Mi frenerò, nasconderò altrui la mia viltà, ma tremerò. Se non che... 
non è egli pure coraggio l'operare come se non si sentissero tremiti, e sentirli? 
Non è egli generosità lo sforzarsi di dar volentieri ciò che rincresce di dare? 
Non è egli obbedienza l'obbedire ripugnando?" 
Il trambusto nella casa del custode era sì forte, che indicava un pericolo sempre crescente. 
Ed il secondino ito a chiedere la permissione di trarci di que' luoghi, non ritornava! 
Finalmente sembrommi d'intendere la sua voce. 
Ascoltai, e non distinsi le sue parole. 
Aspetto, spero; indarno! nessuno viene. 
Possibile che non siasi conceduto di traslocarci in salvo dal fuoco? 
E se non ci fosse più modo di scampare? 
E se il custode e la sua famiglia stentassero a mettere in salvo se medesimi, e nessuno più pensasse ai poveri ingabbiai? 
"Tant'è," ripigliava io "questa non è filosofia, questa non è religione! 
Non farei io meglio d'apparecchiarmi a veder le fiamme entrare nella mia stanza e divorarmi?" 
Intanto i romori scemavano. 
A poco a poco non udii più nulla. 
"È questo prova esser cessato l'incendio? 
Ovvero tutti quelli che poterono sarann'essi fuggiti, e non rimangono più qui se non le vittime abbandonate a sì crudel fine?" 
La continuazione del silenzio mi calmò: conobbi che il fuoco doveva essere spento. 
Andai a letto, e mi rimproverai come viltà l'affanno sofferto; ed or che non si trattava più di bruciare, m'increbbe di non esser bruciato, piuttosto che avere fra pochi giorni ad essere ucciso dagli uomini. 
La mattina seguente intesi da Tremerello qual fosse stato l'incendio, e risi della paura ch'ei mi disse aver avuta; quasi che la mia non fosse stata eguale o maggiore della sua. 
CAPO L Addì 11 gennaio (1822), verso le 9 del mattino, Tremerello coglie un'occasione per venire da me, e tutto agitato mi dice: «Sa ella che nell'isola di San Michele di Murano, qui poco lontano da Venezia, v'è una prigione dove sono forse più di cento carbonari?» «Me l'avete già detto altre volte. 
Ebbene... che volete dire?... Su, parlate. 
Havvene forse di condannati?» «Appunto.» «Quali?» «Non so.» «Vi sarebbe mai il mio infelice Maroncelli?» «Ah signore! non so, non so chi vi sia.» Ed andossene turbato, e guardandomi con atti di compassione. 
Poco appresso viene il custode, accompagnato da' secondini e da un uomo ch'io non avea mai veduto. 
Il custode parea confuso. 
L'uomo nuovo prese la parola: «Signore, la Commissione ha ordinato ch'ella venga con me.» «Andiamo;» dissi «e voi dunque chi siete?» «Sono il custode delle carceri di San Michele, dov'ella dev'essere tradotta.» Il custode de' Piombi consegnò a questo i denari miei, ch'egli avea nelle mani. 
Dimandai ed ottenni la permissione di far qualche regalo a' secondini. 
Misi in ordine la mia roba, presi la Bibbia sotto il braccio, e partii. 
Scendendo quelle infinite scale, Tremerello mi strinse furtivamente la mano; parea voler dirmi: "Sciagurato! tu sei perduto". 
Uscimmo da una porta che mettea sulla laguna; e quivi era una gondola con due secondini del nuovo custode Entrai in gondola, ed opposti sentimenti mi commoveano: - un certo rincrescimento d'abbandonare il soggiorno dei Piombi, ove molto avea patito, ma ove pure io m'era affezionato ad alcuno, ed alcuno erasi affezionato a me, - il piacere di trovarmi, dopo tanti mesi di reclusione, all'aria aperta, di vedere il cielo e la città e le acque, senza l'infausta quadratura delle inferriate, - il ricordarmi la lieta gondola che in tempo tanto migliore mi portava per quella laguna medesima, e le gondole del lago di Como e quelle del lago Maggiore, e le barchette del Po, e quelle del Rodano e della Sonna!... Oh ridenti anni svaniti! 
E chi era stato, al mondo, felice al pari di me? 
Nato da' più amorevoli parenti, in quella condizione che non è povertà, e che avvicinandoti quasi egualmente al povero ed al ricco t'agevola il vero conoscimento de' due stati - condizione ch'io reputo la più vantaggiosa per coltivare gli affetti -; io, dopo un'infanzia consolata da dolcissime cure domestiche, era passato a Lione presso un vecchio cugino materno, ricchissimo e degnissimo delle sue ricchezze, ove tutto ciò che può esservi d'incanto per un cuore bisognoso d'eleganza e d'amore avea deliziato il primo fervore della mia gioventù: di lì tornato in Italia, e domiciliato co' genitori a Milano, avea proseguito a studiare ed amare la società ed i libri, non trovando che amici egregi, e lusinghevole plauso. 
Monti e Foscolo, sebbene avversarli fra loro, m'erano benevoli egualmente. 
M'affezionai più a quest'ultimo; e siffatto iracondo uomo, che colle sue asprezze provocava tanti a disamarlo, era per me tutto dolcezza e cordialità, ed io lo riveriva teneramente. 
Gli altri letterati d'onore m'amavano anch'essi, com'io li riamava. 
Niuna invidia, niuna calunnia m'assalì mai, od almeno erano di gente sì screditata che non potea nuocere. 
Alla caduta del regno d'Italia, mio padre avea riportato il suo domicilio a Torino, col resto della famiglia, ed io, procrastinando di raggiungere sì care persone, avea finito per rimanermi a Milano, ove tanta felicità mi circondava, da non sapermi indurre ad abbandonarla. 
Fra altri ottimi amici, tre, in Milano, predominavano sul mio cuore, D. 
Pietro Borsieri, Monsign. 
Lodovico di Breme, ed il conte Luigi Porro Lambertenghi. 
Vi s'aggiunse in appresso il conte Federigo Confalonieri. 
Fattomi educatore di due bambini di Porro, io era a quelli come un padre, ed al loro padre come un fratello. 
In quella casa affluiva tutto ciò non solo che avea di più colto la città, ma copia di ragguardevoli viaggiatori. 
Ivi conobbi la Stäel, Schlegel, Davis, Byron, Hobhouse, Brougham, e molti altri illustri di varie parti d'Europa. 
Oh quanto rallegra, e quanto stimola ad ingentilirsi, la conoscenza degli uomini di merito! 
Sì, io era felice! io non avrei mutata la mia sorte con quella d'un principe! - E da sorte sì gioconda balzare tra sgherri, passare di carcere in carcere, e finire per essere strozzato, o perire nei ceppi! 
CAPO LI Volgendo tai pensieri, giunsi a San Michele, e fui chiuso in una stanza che avea la vista d'un cortile, della laguna e della belle isola di Murano. 
Chiesi di Maroncelli al custode, alla moglie sua, a quattro secondini. 
Ma mi faceano visite brevi e piene di diffidenza, e non voleano dirmi niente Nondimeno, dove son cinque o sei persone egli è difficile che non se ne trovi una vogliosa di compatire e di parlare. 
Io trovai tal persona, e seppi quanto segue: Maroncelli, dopo essere stato lungamente solo, era stato messo col conte Camillo Laderchi: quest'ultimo era uscito di carcere, da pochi giorni, come innocente, ed il primo tornava ad esser solo. 
De' nostri compagni erano anche usciti, come innocenti, il professor Gian-Domenico Romagnosi, ed il conte Giovanni Arrivabene. 
Il capitano Rezia ed il signor Canova erano insieme. 
Il professor Ressi giacea moribondo, in un carcere vicino a quello di questi due. 
«Di quelli che non sono usciti» diss'io «le condanne son dunque venute. 
E che s'aspetta a palesarcele? 
Forse che il povero Ressi muoia, o sia in grado d'udire la sentenza, non è vero?» «Credo di sì.» Tutti i giorni io dimandava dell'infelice. 
«Ha perduto la parola; - l'ha riacquistata, ma vaneggia e non capisce; - dà pochi segni di vita; - sputa sovente sangue, e vaneggia ancora; - sta peggio; - sta meglio; - è in agonia.» Tali risposte mi si diedero per più settimane. 
Finalmente una mattina mi si disse: «È morto!». Versai una lagrima per lui, e mi consolai pensando ch'egli aveva ignorata la sua condanna! 
Il dì seguente, 21 febbraio (1822), il custode viene a prendermi: erano le dieci antimeridiane. 
Mi conduce nella sale della Commissione, e si ritira. 
Stavano seduti, e si alzarono, il presidente, l'inquisitore e i due giudici assistenti. 
Il presidente, con atto di nobile commiserazione, mi disse che la sentenza era venuta, e che il giudizio era stato terribile, ma già l'Imperatore l'aveva mitigato. 
L'inquisitore mi lesse la sentenza: «Condannato a morte». Poi lesse il rescritto imperiale: «La pena è commutata in quindici anni di carcere duro, da scontarsi nella fortezza di Spielberg». Risposi: «Sia fatta là volontà di Dio!». E mia intenzione era veramente di ricevere da cristiano questo orrendo colpo, e non mostrare né nutrire risentimento contro chicchessia. 
Il presidente lodò la mia tranquillità, e mi consigliò a serbarla sempre, dicendomi che da questa tranquillità potea dipendere l'essere forse, fra due o tre anni, creduto meritevole di maggior grazia. 
(Invece di due o tre, furono poi molti di più.) Anche gli altri giudici mi volsero parole di gentilezza e di speranza. 
Ma uno di loro che nel processo m'era ognora sembrato molto ostile, mi disse alcun che di cortese che pur pareami pungente; e quella cortesia giudicai che fosse smentita dagli sguardi, ne' quali avrei giurato essere un riso di gioia e d'insulto. 
Or non giurerei più che fosse così: posso benissimo essermi ingannato. 
Ma il sangue allora mi si rimescolò, e stentai a non prorompere in furore. 
Dissimulai, e mentre ancora mi lodavano della mia cristiana pazienza, io già l'aveva in segreto perduta. 
«Dimani» disse l'inquisitore «ci rincresce di doverle annunciare la sentenza in pubblico; ma è formalità impreteribile.» «Sia pure» dissi. 
«Da quest'istante le concediamo» soggiunse «la compagnia del suo amico.» E chiamato il custode, mi consegnarono di nuovo a lui, dicendogli che fossi messo con Maroncelli. 
CAPO LII Qual dolce istante fu per l'amico e per me il rivederci, dopo un anno e tre mesi di separazione e di tanti dolori! 
Le gioie dell'amicizia ci fecero quasi dimenticare per alcuni istanti la condanna. 
Mi strappai nondimeno tosto dalle sue braccia, per prendere la penna e scrivere a mio padre. 
Io bramava ardentemente che l'annuncio della mia triste sorte giungesse alla famiglia da me, piuttosto che da altri, affinché lo strazio di quegli amati cuori venisse temperato dal mio linguaggio di pace e di religione. 
I giudici mi promisero di spedir subito quella lettera. 
Dopo ciò Maroncelli mi parlò del suo processo, ed io del mio, ci confidammo parecchie carcerarie peripezie, andammo alla finestra, salutammo tre altri amici ch'erano alle finestre loro: due erano Canova e Rezia, che trovavansi insieme, il primo condannato a sei anni di carcere duro ed il secondo a tre; il terzo era il dottor Cesare Armari, che ne' mesi precedenti era stato mio vicino ne' Piombi. 
Questi non aveva avuto alcuna condanna, ed uscì poi dichiarato innocente. 
Il favellare cogli uni e cogli altri fu piacevole distrazione per tutto il dì e tutta la sera. 
Ma andati a letto, spento il lume, e fatto silenzio, non mi fu possibile dormire, la testa ardevami, ed il cuore sanguinava, pensando a casa mia. 
- Reggerebbero i miei vecchi genitori a tanta sventura? 
Basterebbero gli altri lor figli a consolarli? 
Tutti erano amati quanto io, e valeano più di me; ma un padre ed una madre trovano essi mai, ne' figli che lor restano, un compenso per quello che pèrdono? 
Avessi solo pensato a' congiunti ed a qualche altra diletta persona! 
La lor ricordanza mi affliggeva e m'inteneriva. 
Ma pensai anche al creduto riso di gioia e d'insulto di quel giudice, al processo, al perché delle condanne, alle passioni politiche, alla sorte di tanti miei amici... 
e non seppi più giudicare con indulgenza alcuno dei miei avversarii. 
Iddio mi metteva in una gran prova! 
Mio debito sarebbe stato di sostenerla con virtù. Non potei! non volli! 
La voluttà dell'odio mi piacque più del perdono: passai una notte d'inferno. 
Il mattino, non pregai. 
L'universo mi pareva opera d'una potenza nemica del bene. 
Altre volte era già stato così calunniatore di Dio; ma non avrei creduto di ridivenirlo, e ridivenirlo in poche ore! 
Giuliano ne' suoi massimi furori non poteva essere più empio di me. 
Ruminando pensieri di odio, principalmente quand'uno è percosso da somma sventura, la quale dovrebbe renderlo vieppiù religioso, foss'egli anche stato giusto, diventa iniquo. 
Si, foss'egli anche stato giusto; perocché non si può odiare senza superbia. 
E chi sei tu, o misero mortale, per pretendere che niuno tuo simile ti giudichi severamente? per pretendere che niuno ti possa far male di buona fede, credendo d'operare con giustizia? per lagnarti, se Dio permette che tu patisca piuttosto in un modo che in un altro? 
Io mi sentiva infelice di non poter pregare; ma ove regna superbia, non rinviensi altro Dio che sé medesimo. 
Avrei voluto raccomandare ad un supremo soccorritore i miei desolati parenti, e più in lui non credeva. 
CAPO LIII Alle 9 antimeridiane, Maroncelli ed io fummo fatti entrare in gondola, e ci condussero in città. Approdammo al palazzo del Doge, e salimmo alle carceri. 
Ci misero nella stanza ove pochi giorni prima era il signor Caporali; ignoro ove questi fosse stato tradotto. 
Nove o dieci sbirri sedeano a farci guardia, e noi passeggiando aspettavamo l'istante di esser tratti in piazza L'aspettazione fu lunga. 
Comparve soltanto a mezzodì l'inquisitore, ad annunciarci che bisognava andare. 
Il medico si presentò, suggerendoci di bere un bicchierino d'acqua di menta; accettammo, e fummo grati, non tanto di questa, quanto della profonda compassione che il buon vecchio ci dimostrava. 
Era il dottor Dosmo. 
S'avanzò quindi il capo-sbirro, e ci pose le manette. 
Seguimmo lui, accompagnati dagli altri sbirri. 
Scendemmo la magnifica scala de' giganti, ci ricordammo del doge Marin Faliero, ivi decapitato, entrammo nel gran portone che dal cortile del palazzo mette sulla piazzetta, e qui giunti voltammo verso la laguna. 
A mezzo della piazzetta era il palco ove dovemmo salire. 
Dalla scala de' giganti fino a quel palco stavano due file di soldati tedeschi; passammo in mezzo ad esse. 
Montati là sopra, guardammo intorno, e vedemmo in quell'immenso popolo il terrore. 
Per varie parti in lontananza schieravansi altri armati. 
Ci fu detto, esservi i cannoni colle micce accese dappertutto. 
Ed era quella piazzetta, ove nel settembre 1820, un mese prima del mio arresto, un mendico aveami detto: «Questo è luogo di disgrazia!». Sovvènnemi di quel mendico, e pensai: "Chi sa, che in tante migliaia di spettatori non siavi anch'egli, e forse mi ravvisi?". Il capitano tedesco gridò che ci volgessimo verso il palazzo e guardassimo in alto. 
Obbedimmo, e vedemmo sulla loggia un curiale con una carta in mano. 
Era la sentenza. 
La lesse con voce elevata. 
Regnò profondo silenzio sino all'espressione: condannati a morte. 
Allora s'alzò un generale mormorio di compassione. 
Successe nuovo silenzio per udire il resto della lettura. 
Nuovo mormorio s'alzò all'espressione: condannati a carcere duro, Maroncelli per vent'anni, e Pellico per quindici. 
Il capitano ci fe' cenno di scendere. 
Gettammo un'altra volta lo sguardo intorno, e scendemmo. 
Rientrammo nel cortile, risalimmo lo scalone, tornammo nella stanza donde eravamo stati tratti, ci tolsero le manette, indi fummo ricondotti a San Michele. 
CAPO LIV Quelli ch'erano stati condannati avanti noi, erano già partiti per Lubiana e per lo Spielberg, accompagnati da un commissario di polizia. 
Ora aspettavasi il ritorno del medesimo commissario, perché conducesse noi al destino nostro. 
Questo intervallo durò un mese. 
La mia vita era allora di molto favellare ed udir favellare, per distrarmi. 
Inoltre Maroncelli mi leggeva le sue composizioni letterarie, ed io gli leggeva le mie. 
Una sera lessi dalla finestra l'Ester d'Engaddi a Canova, Rezia ed Armari; e la sera seguente l'Iginia d'Asti. 
Ma la notte io fremeva e piangeva, e dormiva poco o nulla. 
Bramava, e paventava ad un tempo, di sapere come la notizia del mio infortunio fosse stata ricevuta da' miei parenti. 
Finalmente venne una lettera di mio padre. 
Qual fu il mio dolore, vedendo che l'ultima da me direttagli non gli era stata spedita subito, come io avea tanto pregato l'inquisitore! 
L'infelice padre, lusingatosi sempre che sarei uscito senza condanna, presa un giorno la «Gazzetta di Milano», vi trovò la mia sentenza! 
Egli stesso mi narrava questo crudele fatto, e mi lasciava immaginare quanto l'anima sua ne rimanesse straziata. 
Oh come, insieme all'immensa pietà che sentii di lui, della madre, e di tutta la famiglia, arsi di sdegno, perché la lettera mia non fosse stata sollecitamente spedita! 
Non vi sarà stata malizia in questo ritardo, ma io la supposi infernale; io credetti di scorgervi un raffinamento di barbarie, un desiderio che il flagello avesse tutta la gravezza possibile anche per gl'innocenti miei congiunti. 
Avrei voluto poter versare un mare di sangue, per punire questa sognata inumanità. Or che giudico pacatamente, non la trovo verisimile. 
Quel ritardo non nacque, senza dubbio, da altro che da noncuranza. 
Furibondo qual io era, fremetti udendo che i miei compagni si proponeano di far la Pasqua prima di partire, e sentii ch'io non dovea farla, stante la niuna mia volontà di perdonare. 
Avessi dato questo scandalo! 
CAPO LV Il commissario giunse alfine di Germania, e venne a dirci che fra due giorni partiremmo. 
«Ho il piacere» soggiunse «di poter dar loro una consolazione. 
Tornando dallo Spielberg, vidi a Vienna S.M. 
l'Imperatore, il quale mi disse che i giorni di pena di lor signori vuol valutarli non di 24 ore, ma di 12. 
Con questa espressione intende significare che la pena è dimezzata.» Questo dimezzamento non ci venne poi mai annunziato officialmente, ma non v'era alcuna probabilità che il commissario mentisse; tanto più che non ci diede già quella nuova in segreto, ma conscia la Commissione. 
Io non seppi neppur rallegrarmene. 
Nella mia mente erano poco meno orribili sett'anni e mezzo di ferri, che quindici anni. 
Mi pareva impossibile di vivere sì lungamente. 
La mia salute era di nuovo assai misera. 
Pativa dolori di petto gravi, con tosse, e credea lesi i polmoni. 
Mangiava poco, e quel poco nol digeriva. 
La partenza fu nella notte tra il 25 ed il 26 marzo. 
Ci fu permesso d'abbracciare il dottor Cesare Armari nostro amico. 
Uno sbirro c'incatenò trasversalmente la mano destra ed il piede sinistro, affinché ci fosse impossibile fuggire. 
Scendemmo in gondola, e le guardie remigarono verso Fusina. 
Ivi giunti, trovammo allestiti due legni. 
Montarono Rezia e Canova nell'uno; Maroncelli ed io nell'altro. 
In uno dei legni era co' due prigioni il commissario, nell'altro un sottocommissario cogli altri due. 
Compivano il convoglio sei o sette guardie di polizia, armate di schioppo e sciabola, distribuite parte dentro i legni, parte sulla cassetta del vetturino. 
Essere costretto da sventura ad abbandonare la patria è sempre doloroso, ma abbandonarla incatenato, condotto in climi orrendi, destinato a languire per anni fra sgherri, è cosa sì straziante che non v'ha termini per accennarla! 
Prima di varcare le Alpi, vieppiù mi si facea cara d'ora in ora la mia nazione, stante la pietà che dappertutto ci dimostravano quelli che incontravamo. 
In ogni città, in ogni villaggio, per ogni sparso casolare, la notizia della nostra condanna essendo già pubblica da qualche settimana, eravamo aspettati. 
In parecchi luoghi, i commissarii e le guardie stentavano a dissipare la folla che ne circondava. 
Era mirabile il benevolo sentimento che veniva palesato a nostro riguardo. 
In Udine ci accadde una commovente sorpresa. 
Giunti alla locanda, il commissario fece chiudere la porta del cortile e respingere il popolo. 
Ci assegnò una stanza, e disse ai camerieri che ci portassero da cena e l'occorrente per dormire. 
Ecco un istante appresso entrare tre uomini, con materassi sulle spalle. 
Qual è la nostra meraviglia, accorgendoci che solo uno di loro è al servizio della locanda, e che gli altri sono due nostri conoscenti! 
Fingemmo d'aiutarli a por giù i materassi, e toccammo loro furtivamente la mano. 
Le lagrime sgorgavano dal cuore ad essi ed a noi. 
Oh quanto ci fu penoso di non poterle versare tra le braccia gli uni degli altri! 
I commissarii non s'avvidero di quella pietosa scena, ma dubitai che una delle guardie penetrasse il mistero, nell'atto che il buon Dario mi stringeva la mano. 
Quella guardia era un veneto. 
Mirò in volto Dario e me, impallidì, sembrò tentennare se dovesse alzar la voce, ma tacque, e pose gli occhi altrove, dissimulando. 
Se non indovinò che quelli erano amici nostri, pensò almeno che fossero camerieri di nostra conoscenza. 
CAPO LVI Il mattino partivamo d'Udine, ed albeggiava appena: quell'affettuoso Dario era già nella strada, tutto mantellato; ci salutò ancora, e ci seguì lungo tempo. 
Vedemmo anche una carrozza venirci dietro per due o tre miglia. 
In essa qualcheduno facea sventolare un fazzoletto. 
Alfine retrocesse. 
Chi sarà stato? Lo supponemmo. 
Oh Iddio benedica tutte le anime generose che non s'adontano d'amare gli sventurati! 
Ah, tanto più le apprezzo, dacché, negli anni della mia calamità, ne conobbi pur di codarde, che mi rinnegarono e credettero vantaggiarsi ripetendo improperii contro di me. 
Ma quest'ultime furono poche, ed il numero delle prime non fu scarso. 
M'ingannava, stimando che quella compassione che trovavamo in Italia dovesse cessare laddove fossimo in terra straniera. 
Ah il buono è sempre compatriota degl'infelici! 
Quando fummo in paesi illirici e tedeschi avveniva lo stesso che ne' nostri. 
Questo gemito era universale: arme Herren! (poveri signori!). Talvolta, entrando in qualche paese, le nostre carrozze erano obbligate a fermarsi, avanti di decidere ove s'andasse ad alloggiare. 
Allora la popolazione si serrava intorno a noi, ed udivamo parole di compianto che veramente prorompevano dal cuore. 
La bontà di quella gente mi commoveva più ancora di quella de' miei connazionali. 
Oh come io era riconoscente a tutti! 
Oh quanto è soave la pietà de' nostri simili! 
Quanto è soave l'amarli! 
La consolazione ch'io indi traea, diminuiva persino i miei sdegni contro coloro ch'io nomava miei nemici. 
"Chi sa" pensavo io "se vedessi da vicino i loro volti, e se essi vedessero me, e se potessi leggere nelle anime loro, ed essi nella mia, chi sa ch'io non fossi costretto a confessare non esservi alcuna scelleratezza in loro; ed essi, non esservene alcuna in me! 
Chi sa che non fossimo costretti a compatirci a vicenda e ad amarci!" 
Pur troppo sovente gli uomini s'abborrono, perché reciprocamente non si conoscono; e se scambiassero insieme qualche parola, uno darebbe fiducialmente il braccio all'altro. 
Ci fermammo un giorno a Lubiana, ove Canova e Rezia furono divisi da noi e condotti nel castello; è facile immaginarsi quanto questa separazione fosse dolorosa per tutti quattro. 
La sera del nostro arrivo a Lubiana ed il giorno seguente, venne a farci cortese compagnia un signore che ci dissero, se io bene intesi, essere un segretario municipale. 
Era molto umano, e parlava affettuosamente e dignitosamente di religione. 
Dubitai che fosse un prete: i preti in Germania sogliono vestire affatto come secolari. 
Era di quelle facce sincere che ispirano stima: m'increbbe di non poter fare più lunga conoscenza con lui, e m'incresce d'avere avuto la storditezza di dimenticare il suo nome. 
Quanto dolce mi sarebbe anche di sapere il tuo nome, o giovinetta, che in un villaggio della Stiria ci seguisti in mezzo alla turba; e poi, quando la nostra carrozza dovette fermarsi alcuni minuti, ci salutasti con ambe le mani, indi partisti col fazzoletto agli occhi, appoggiata al braccio d'un garzone mesto, che alle chiome biondissime parea tedesco, ma che forse era stato in Italia, ed avea preso amore alla nostra infelice nazione! 
Quanto dolce mi sarebbe di sapere il nome di ciascuno di voi, o venerandi padri e madri di famiglia, che in diversi luoghi vi accostaste a noi per dimandarci se avevamo genitori, ed intendendo che sì, impallidivate, esclamando: «Oh, restituiscavi presto Iddio a que' miseri vecchi!». CAPO LVII Arrivammo al luogo della nostra destinazione il 10 di aprile. 
La città di Brünn è capitale della Moravia, ed ivi risiede il governatore delle due provincie di Moravia e Slesia. 
È situata in una valle ridente, ed ha un certo aspetto di ricchezza. 
Molte manifatture di panni prosperavano ivi allora, le quali poscia decaddero; la popolazione era di circa 30 mila anime. 
Accosto alle sue mura, a ponente, s'alza un monticello, e sovr'esso siede l'infausta rocca di Spielberg, altre volte reggia de' signori di Moravia, oggi il più severo ergastolo della monarchia austriaca. 
Era cittadella assai forte, ma i Francesi la bombardarono e presero a' tempi della famosa battaglia d'Austerlitz (il villaggio d'Austerlitz è a poca distanza). 
Non fu più ristaurata da poter servire di fortezza, ma si rifece una parte della cinta, ch'era diroccata. 
Circa trecento condannati, per lo più ladri ed assassini, sono ivi custoditi, quali a carcere duro, quali a durissimo. 
Il carcere duro significa essere obbligati al lavoro, portare la catena ai piedi, dormire su nudi tavolacci, e mangiare il più povero cibo immaginabile. 
Il durissimo significa essere incatenati più orribilmente, con una cerchia di ferro intorno a' fianchi, e la catena infitta nel muro in guisa che appena si possa camminare rasente il tavolaccio che serve di letto: il cibo è lo stesso, quantunque la legge dica: pane ed acqua. 
Noi, prigionieri di Stato, eravamo condannati al carcere duro. 
Salendo per l'erta di quel monticello, volgevamo gli occhi indietro per dire addio al mondo, incerti se il baratro che vivi c'ingoiava si sarebbe più schiuso per noi. 
Io era pacato esteriormente, ma dentro di me ruggiva. 
Indarno volea ricorrere alla filosofia per acquetarmi; la filosofia non avea ragioni sufficienti per me. 
Partito di Venezia in cattiva salute, il viaggio m'avea stancato miseramente. 
La testa e tutto il corpo mi dolevano: ardea dalla febbre. 
Il male fisico contribuiva a tenermi iracondo, e probabilmente l'ira aggravava il male fisico. 
Fummo consegnati al soprintendente dello Spielberg, ed i nostri nomi vennero da questo inscritti fra i nomi de' ladroni. 
Il commissario imperiale ripartendo ci abbracciò, ed era intenerito; «Raccomando a lor signori particolarmente la docilità:» diss'egli «la minima infrazione alla disciplina può venir punita dal signor soprintendente con pene severe.» Fatta la consegna, Maroncelli ed io fummo condotti in un corridoio sotterraneo, dove ci s'apersero due tenebrose stanze non contigue. 
Ciascuno di noi fu chiuso nel suo covile. 
CAPO LVIII Acerbissima cosa, dopo aver già detto addio a tanti oggetti, quando non si è più che in due amici, egualmente sventurati, ah sì! acerbissima cosa il dividersi! 
Maroncelli nel lasciarmi vedeami infermo, e compiangeva in me un uomo ch'ei probabilmente non vedrebbe mai più: io compiangea in lui un fiore splendido di salute, rapito forse per sempre alla luce vitale del sole. 
E quel fiore infatti oh come appassì! Rivide un giorno la luce, ma oh in quale stato! 
Allorché mi trovai solo in quell'orrido antro, e intesi serrarsi i catenacci, e distinsi, al barlume che discendeva da alto finestruolo, il nudo pancone datomi per letto, ed una enorme catena al muro, m'assisi fremente su quel letto, e, presa quella catena, ne misurai la lunghezza, pensando fosse destinata per me. 
Mezz'ora dappoi, ecco stridere le chiavi; la porta s'apre: il capocarceriere mi portava una brocca d'acqua. 
«Questo è per bere;» disse con voce burbera «e domattina porterò la pagnotta.» «Grazie, buon uomo.» «Non sono buono» riprese. 
«Peggio per voi» gli dissi sdegnato. 
«E questa catena,» soggiunsi «è forse per me?» «Sì, signore, se mai ella non fosse quieta, se infuriasse, se dicesse insolenze. 
Ma se sarà ragionevole, non le porremo altro che una catena a' piedi. 
Il fabbro la sta apparecchiando.» Ei passeggiava lentamente su e giù, agitando quel villano mazzo di grosse chiavi, ed io con occhio irato mirava la sua gigantesca, magra, vecchia persona; e, ad onta de' lineamenti non volgari del suo volto, tutto in lui mi sembrava l'espressione odiosissima d'un brutale rigore! 
Oh come gli uomini sono ingiusti, giudicando dall'apparenza e secondo le loro superbe prevenzioni! 
Colui ch'io m'immaginava agitasse allegramente le chiavi per farmi sentire la sua trista podestà, colui ch'io riputava impudente per lunga consuetudine d'incrudelire, volgea pensieri di compassione, e certamente non parlava a quel modo, con accento burbero, se non per nascondere questo sentimento Avrebbe voluto nasconderlo, a fine di non parer debole e per timore ch'io ne fossi indegno; ma nello stesso tempo, supponendo che forse io era più infelice che iniquo, avrebbe desiderato di palesarmelo. 
Noiato della sua presenza, e più della sua aria da padrone, stimai opportuno d'umiliarlo, dicendogli imperiosamente, quasi a servitore: «Datemi da bere.» Ei mi guardò, e parea significare: "Arrogante! qui bisogna divezzarsi dal comandare". 
Ma tacque, chinò la sua lunga schiena, prese in terra la brocca, e me la porse. 
M'avvidi, pigliandola, ch'ei tremava, e attribuendo quel tremito alla sua vecchiezza, un misto di pietà e di reverenza temperò il mio orgoglio. 
«Quanti anni avete?» gli dissi con voce amorevole. 
«Settantaquattro, signore: ho già veduto molte sventure e mie ed altrui.» Questo cenno sulle sventure sue ed altrui fu accompagnato da nuovo tremito nell'atto ch'ei ripigliava la brocca; e dubitai fosse effetto, non della sola età, ma d'un certo nobile perturbamento. 
Siffatto dubbio cancellò dall'anima mia l'odio che il suo primo aspetto m'aveva impresso. 
«Come vi chiamate?» gli dissi. 
«La fortuna, signore, si burlò di me, dandomi il nome d'un grand'uomo. 
Mi chiamo Schiller.» Indi in poche parole mi narrò qual fosse il suo paese, quale l'origine, quali le guerre vedute e le ferite riportate. 
Era svizzero, di famiglia contadina: avea militato contro a' Turchi sotto il general Laudon a' tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II, indi in tutte le guerre dell'Austria contro alla Francia, sino alla caduta di Napoleone. 
CAPO LIX Quando d'un uomo che giudicammo dapprima cattivo, concepiamo migliore opinione, allora, badando al suo viso, alla sua voce, a' suoi modi, ci pare di scoprire evidenti segni d'onestà. È questa scoperta una realtà? Io la sospetto illusione. 
Questo stesso viso, quella stessa voce, quegli stessi modi ci pareano, poc'anzi, evidenti segni di bricconeria. 
S'è mutato il nostro giudizio sulle qualità morali, e tosto mutano le conclusioni della nostra scienza fisionomica. 
Quante facce veneriamo perché sappiamo che appartennero a valentuomini, le quali non ci sembrerebbero punto atte ad ispirare venerazione se fossero appartenute ad altri mortali! 
E così viceversa. 
Ho riso una volta d'una signora che vedendo un'immagine di Catilina, e confondendolo con Collatino, sognava di scorgervi il sublime dolore di Collatino per la morte di Lucrezia. 
Eppure siffatte illusioni sono comuni. 
Non già che non vi sieno facce di buoni le quali portano benissimo impresso il carattere di bontà, e non vi sieno facce di ribaldi che portano benissimo impresso quello di ribalderia; ma sostengo che molte havvene di dubbia espressione. 
Insomma, entratomi alquanto in grazia il vecchio Schiller, lo guardai più attentamente di prima, e non mi dispiacque più. A dir vero, nel suo favellare, in mezzo a certa rozzezza, eranvi anche tratti d'anima gentile. 
«Caporale qual sono,» diceva egli «m'è toccato per luogo di riposo il tristo ufficio di carceriere: e Dio sa, se non mi costa assai più rincrescimento che il rischiare la vita in battaglia!» Mi pentii di avergli dimandato con alterigia da bere. 
«Mio caro Schiller» gli dissi, stringendogli la mano «voi lo negate indarno, io conosco che siete buono, e poiché sono caduto in quest'avversità, ringrazio il Cielo di avermi dato voi per guardiano.» Egli ascoltò le mie parole, scosse il capo, indi rispose, fregandosi la fronte, come uomo che ha un pensiero molesto: «Io sono cattivo, o signore; mi fecero prestare un giuramento, a cui non mancherò mai. 
Sono obbligato a trattare tutti i prigionieri senza riguardo alla loro condizione, senza indulgenza, senza concessione d'abusi, e tanto più i prigionieri di Stato. 
L'Imperatore sa quello che fa; io debbo obbedirgli.» «Voi siete un brav'uomo, ed io rispetterò ciò che riputate debito di coscienza. 
Chi opera per sincera coscienza può errare, ma è puro innanzi a Dio.» «Povero signore! abbia pazienza, e mi compatisca. 
Sarò ferreo ne' miei doveri, ma il cuore... 
il cuore è pieno di rammarico di non poter sollevare gl'infelici. 
Questa è la cosa ch'io volea dirle.» Ambi eravamo commossi. 
Mi supplicò d'essere quieto, di non andare in furore, come fanno spesso i condannati, di non costringerlo a trattarmi duramente. 
Prese poscia un accento ruvido, quasi per celarmi una parte della sua pietà, e disse: «Or bisogna ch'io me ne vada.» Poi tornò indietro, chiedendomi da quanto tempo io tossissi così miseramente com'io faceva, e scagliò una grossa maledizione contro il medico, perché non veniva in quella sera stessa a visitarmi. 
«Ella ha una febbre da cavallo» soggiunse «io me ne intendo. 
Avrebbe d'uopo almeno d'un pagliericcio, ma finché il medico non l'ha ordinato, non possiamo darglielo.» Uscì, richiuse la porta, ed io mi sdraiai sulle dure tavole, febbricitante sì, e con forte dolore di petto, ma meno fremente, meno nemico degli uomini, meno lontano da Dio. 
CAPO LX A sera venne il soprintendente, accompagnato da Schiller, da un altro caporale e da due soldati, per fare una perquisizione. 
Tre perquisizioni quotidiane erano prescritte: una a mattina, una a sera, una a mezzanotte. 
Visitavano ogni angolo della prigione, ogni minuzia; indi gl'inferiori uscivano, ed il soprintendente (che mattina e sera non mancava mai) si fermava a conversare alquanto con me. 
La prima volta che vidi quel drappello, uno strano pensiero mi venne. 
Ignaro ancora di quei molesti usi, e delirante dalla febbre, immaginai che mi movessero contro per trucidarmi, e afferrai la lunga catena che mi stava vicino per rompere la faccia al primo che mi s'appressasse. 
«Che fa ella?» disse il soprintendente. 
«Non veniamo per farle alcun male. 
Questa è una visita di formalità a tutte le carceri, a fine di assicurarci che nulla siavi d'irregolare.» Io esitava; ma quando vidi Schiller avanzarsi verso me e tendermi amicamente la mano, il suo aspetto paterno mi ispirò fiducia: lasciai andare la catena, e presi quella mano fra le mie. 
«Oh come arde!» diss'egli al soprintendente. 
«Si potesse almeno dargli un pagliericcio!» Pronunciò queste parole con espressione di sì vero, affettuoso cordoglio, che ne fui intenerito. 
Il soprintendente mi tastò il polso, mi compianse: era uomo di gentili maniere, ma non osava prendersi alcun arbitrio. 
«Qui tutto è rigore anche per me» diss'egli. 
«Se non eseguisco alla lettera ciò ch'è prescritto, rischio d'essere sbalzato dal mio impiego.» Schiller allungava le labbra, ed avrei scommesso ch'ei pensava tra sé: "S'io fossi soprintendente non porterei la paura fino a quel grado; né il prendersi un arbitrio così giustificato dal bisogno, e così innocuo alla monarchia, potrebbe mai riputarsi gran fallo." 
Quando fui solo, il mio cuore, da qualche tempo incapace di profondo sentimento religioso, s'intenerì e pregò. Era una preghiera di benedizioni sul capo di Schiller; ed io soggiungeva a Dio: "Fa ch'io discerna pure negli altri qualche dote che loro m'affezioni; io accetto tutti i tormenti del carcere, ma deh, ch'io ami! deh, liberami dal tormento d'odiare i miei simili!". A mezzanotte udii molti passi nel corridoio. 
Le chiavi stridono, la porta s'apre. 
È il caporale con due guardie, per la visita. 
«Dov'è il mio vecchio Schiller?» diss'io con desiderio. 
Ei s'era fermato nel corridoio. 
«Son qua, son qua» rispose. 
E venuto presso al tavolaccio, tornò a tastarmi il polso, chinandosi inquieto a guardarmi, come un padre sul letto del figliuolo infermo. 
«Ed or che me ne ricordo, dimani è giovedì!» borbottava egli «purtroppo giovedì!» «E che volete dire con ciò?» «Che il medico non suol venire se non le mattina del lunedì, del mercoledì e del venerdì, e che dimani purtroppo non verrà.» «Non v'inquietate per ciò.» «Ch'io non m'inquieti, ch'io non m'inquieti! 
In tutta la città non si parla d'altro che dell'arrivo di lor signori: il medico non può ignorarlo. 
Perché diavolo non ha fatto lo sforzo straordinario di venire una volta di più?» «Chi sa che non venga dimani, sebben sia giovedì?» Il vecchio non disse altro, Ma mi serrò la mano con forza bestiale, e quasi da storpiarmi. 
Benché mi facesse male, ne ebbi piacere. 
Simile al piacere che prova un innamorato se avviene che la sua diletta, ballando, gli pesti un piede: griderebbe quasi dal dolore, ma invece le sorride, e s'estima beato. 
CAPO LXI La mattina del giovedì, dopo una pessima notte, indebolito, rotte le ossa dalle tavole, fui preso da abbondante sudore. 
Venne la visita. 
Il soprintendente non v'era: siccome quell'ora gli era incomoda, ei veniva poi alquanto più tardi. 
Dissi a Schiller: «Sentite come sono inzuppato di sudore; ma già mi si raffredda sulle carni; avrei bisogno subito di mutar camicia». «Non si può!» gridò con voce brutale. 
Ma fecemi secretamente cenno cogli occhi e colla mano. 
Usciti il caporale e le guardie, ei tornò a farmi un cenno nell'atto che chiudeva la porta. 
Poco appresso ricomparve, portandomi una delle sue camicie, lunga due volte la mia persona. 
«Per lei» diss'egli «è un po' lunga, ma or qui non ne ho altre.» «Vi ringrazio, amico, ma siccome ho portato allo Spielberg un baule pieno di biancheria, spero che non mi si ricuserà l'uso delle mie camicie: abbiate la gentilezza d'andare dal soprintendente a chiedere una di quelle.» «Signore, non è permesso di lasciarle nulla della sua biancheria. 
Ogni sabbato le si darà una camicia della casa, come agli altri condannati.» «Onesto vecchio,» dissi «voi vedete in che stato sono; è poco verisimile ch'io esca vivo di qui: non potrò mai ricompensarvi di nulla.» «Vergogna, signore!» sclamò «vergogna! 
Parlare di ricompensa a chi non può render servigi! a chi appena può imprestare furtivamente ad un infermo di che asciugarsi il corpo grondante di sudore!» E gettatami sgarbatamente addosso la sua lunga camicia, se n'andò brontolando, e chiuse la porta con uno strepito da arrabbiato. 
Circa due ore più tardi mi portò un tozzo di pan nero. 
«Questa» disse «è la porzione per due giorni.» Poi si mise a camminare fremendo. 
«Che avete?» gli dissi. 
«Siete in collera con me? 
Ho pure accettata la camicia che mi favoriste.» «Sono in collera col medico, il quale, benché oggi sia giovedì, potrebbe pur degnarsi di venire!» «Pazienza!» dissi. 
Io diceva "pazienza!", ma non trovava modo di giacer così sulle tavole, senza neppure un guanciale: tutte le mie ossa doloravano. 
Alle ore undici mi fu portato il pranzo da un condannato accompagnato da Schiller. 
Componevano il pranzo due pentolini di ferro, l'uno contenente una pessima minestra, l'altro legumi conditi con salsa tale, che il solo odore metteva schifo. 
Provai d'ingoiare qualche cucchiaio di minestra: non mi fu possibile. 
Schiller mi ripeteva: «Si faccia animo; procuri d'avvezzarsi a questi cibi; altrimenti le accadrà, come è già accaduto ad altri, di non mangiucchiare se non un po' di pane, e di morir quindi di languore». Il venerdì mattina venne finalmente il dottor Bayer. 
Mi trovò febbre, m'ordinò un pagliericcio, ed insisté perch'io fossi tratto di quel sotterraneo e trasportato al piano superiore. 
Non si poteva, non v'era luogo. 
Ma fattone relazione al conte Mitrowsky, governatore delle due provincie, Moravia e Slesia, residente in Brünn, questi rispose che, stante la gravezza del mio male, l'intento del medico fosse eseguito. 
Nella stanza che mi diedero penetrava alquanto di luce; ed arrampicandomi alle sbarre dell'angusto finestruolo io vedeva la sottoposta valle, un pezzo della città di Brünn, un sobborgo con molti orticelli, il cimitero, il laghetto della Certosa, ed i selvosi colli che ci divideano da' famosi campi d'Austerlitz. 
Quella vista m'incantava. 
Oh quanto sarei stato lieto, se avessi potuto dividerla con Maroncelli! 
CAPO LXII Ci si facevano intanto i vestiti da prigioniero. 
Di lì a cinque giorni, mi portarono il mio. 
Consisteva in un paio di pantaloni di ruvido panno, a destra color grigio, e a sinistra color cappuccino; un giustacuore di due colori egualmente collocati, ed un giubbettino di simili due colori, ma collocati oppostamente, cioè il cappuccino a destra ed il grigio a sinistra. 
Le calze erano di grossa lana; la camicia di tela di stoppa piena di pungenti stecchi, - un vero cilicio: al collo una pezzuola di tela pari a quella della camicia. 
Gli stivaletti erano di cuoio non tinto, allacciati. 
Il cappello era bianco. 
Compivano questa divisa i ferri a' piedi, cioè una catena da una gamba all'altra, i ceppi della quale furono fermati con chiodi che si ribadirono sopra un'incudine. 
Il fabbro che mi fece questa operazione disse ad una guardia, credendo che io non capissi il tedesco: «Malato com'egli è, si poteva risparmiargli questo giuoco; non passano due mesi, che l'angelo della morte viene a liberarlo.» «Möchte es sein! (fosse pure!)» gli diss'io, battendogli colla mano sulla spalla. 
Il pover'uomo strabalzò e si confuse; poi disse: «Spero che non sarò profeta, e desidero ch'ella sia liberata da tutt'altro angelo.» «Piuttosto che vivere così, non vi pare» gli risposi «che sia benvenuto anche quello della morte?» Fece cenno di sì col capo, e se n'andò compassionandomi. 
Io avrei veramente volentieri cessato di vivere, ma non era tentato di suicidio. 
Confidava che la mia debolezza di polmoni fosse già tanto rovinosa da sbrigarmi presto. 
Così non piacque a Dio. 
La fatica del viaggio m'avea fatto assai male: il riposo mi diede qualche giovamento. 
Un istante dopoché il fabbro era uscito, intesi sonare il martello sull'incudine nel sotterraneo. 
Schiller era ancora nella mia stanza. 
«Udite que' colpi» gli dissi. 
«Certo, si mettono i ferri al povero Maroncelli.» E ciò dicendo, mi si serrò talmente il cuore, che vacillai, e se il buon vecchio non m'avesse sostenuto, io cadeva. 
Stetti più di mezz'ora in uno stato che parea svenimento, eppur non era. 
Non potea parlare, i miei polsi battevano appena, un sudor freddo m'inondava da capo a piedi, e ciò non ostante intendeva tutte le parole di Schiller, ed avea vivissima la ricordanza del passato e la cognizione del presente Il comando del soprintendente e la vigilanza delle guardie avean tenuto fino allora tutte le vicine carceri in silenzio. 
Tre o quattro volte io aveva inteso intonarsi qualche cantilena italiana, ma tosto era soppressa dalle grida delle sentinelle. 
Ne avevamo parecchie sul terrapieno sottoposto alle nostre finestre, ed una nel medesimo nostro corridoio, la quale andava continuamente orecchiando alle porte e guardando agli sportelli per proibire i romori. 
Un giorno, verso sera (ogni volta che ci penso mi si rinnovano i palpiti che allora mi si destarono), le sentinelle, per felice caso, furono meno attente, ed intesi spiegarsi e proseguirsi, con voce alquanto sommessa ma chiara, una cantilena nella prigione contigua alla mia. 
Oh qual gioia, qual commozione m'invase! 
M'alzai dal pagliericcio, tesi l'orecchio, e quando tacque proruppi in irresistibile pianto. 
«Chi sei, sventurato?» gridai «chi sei? 
Dimmi il tuo nome. 
Io sono Silvio Pellico.» «Oh Silvio!» gridò il vicino «io non ti conosco di persona, ma t'amo da gran tempo. 
Accòstati alla finestra, e parliamoci a dispetto degli sgherri.» M'aggrappai alla finestra, egli mi disse il suo nome, e scambiammo qualche parola di tenerezza. 
Era il conte Antonio Oroboni, nativo di Fratta presso Rovigo, giovine di ventinove anni. 
Ahi, fummo tosto interrotti da minacciose urla delle sentinelle! 
Quella del corridoio picchiava forte col calcio dello schioppo, ora all'uscio d'Oroboni, ora al mio. 
Non volevamo, non potevamo obbedire; ma pure le maledizioni di quelle guardie erano tali, che cessammo, avvertendoci di ricominciare quando le sentinelle fossero mutate. 
CAPO LXIII Speravamo - e così infatti accadde - che parlando più piano ci potremmo sentire, e che talvolta capiterebbero sentinelle pietose, le quali fingerebbero di non accorgersi del nostro cicaleccio. 
A forza d'esperimenti, imparammo un modo d'emettere la voce tanto dimesso, che bastava alle nostre orecchie, ed o sfuggiva alle altrui, o si prestava ad essere dissimulato. 
Bensì avveniva a quando a quando che avessimo ascoltatori d'udito più fino, o che ci dimenticassimo d'essere discreti nella voce. 
Allora tornavano a toccarci urla, e picchiamenti agli usci, e, ciò ch'era peggio, la collera del povero Schiller e del soprintendente. 
A poco a poco perfezionammo tutte le cautele, cioè di parlare piuttosto in certi quarti d'ora che in altri, piuttosto quando v'erano le tali guardie che quando v'erano le tali altre, e sempre con voce moderatissima. 
Sia eccellenza della nostr'arte, sia in altrui un'abitudine di condiscendenza che s'andava formando, finimmo per potere ogni giorno conversare assai, senza che alcun superiore più avesse quasi mai a garrirci. 
Ci legammo di tenera amicizia. 
Mi narrò la sua vita, gli narrai la mia; le angosce e consolazioni dell'uno divenivano angosce e consolazioni dell'altro. 
Oh di quanto conforto ci eravamo a vicenda! 
Quante volte, dopo una notte insonne, ciascuno di noi andando il mattino alla finestra, e salutando l'amico, ed udendone le care parole, sentiva in core addolcirsi la mestizia e raddoppiarsi il coraggio! 
Uno era persuaso d'essere utile all'altro, e questa certezza destava una dolce gara d'amabilità ne' pensieri, e quel contento che ha l'uomo, anche nella miseria, quando può giovare al suo simile. 
Ogni colloquio lasciava il bisogno di continuazione, di schiarimenti; era uno stimolo vitale, perenne, all'intelligenza, alla memoria, alla fantasia, al cuore. 
A principio, ricordandomi di Giuliano, io diffidava della costanza di questo nuovo amico. 
Io pensava: "Finora non ci è accaduto di trovarci discordi; da un giorno all'altro posso dispiacergli in alcuna cosa, ed ecco che mi manderà alla malora". 
Questo sospetto ben presto cessò. Le nostre opinioni concordavano su tutti i punti essenziali. 
Se non che ad un'anima nobile, ardente di generosi sensi, indomita dalla sventura, egli univa la più candida e piena fede nel Cristianesimo, mentre questa in me da qualche tempo vacillava, e talora pareami affatto estinta. 
Ei combatteva i miei dubbi con giustissime riflessioni e con molto amore: io sentiva ch'egli avea ragione e gliela dava, ma i dubbi tornavano. 
Ciò avviene a tutti quelli che non hanno il Vangelo nel cuore, a tutti quelli che odiano altrui ed insuperbiscono di sé. La mente vede un istante il vero, ma siccome questo non le piace, lo discrede l'istante appresso, sforzandosi di guardare altrove. 
Oroboni era valentissimo a volgere la mia attenzione sui motivi che l'uomo ha, d'essere indulgente verso i nemici. 
Io non gli parlava di persona abborrita, ch'ei non prendesse destramente a difenderla, e non già solo colle parole, ma anche coll'esempio. 
Parecchi gli avean nociuto. 
Ei ne gemeva, ma perdonava a tutti, e se poteva narrarmi qualche lodevole tratto d'alcuno di loro, lo faceva volentieri. 
L'irritazione che mi dominava e mi rendea irreligioso dalla mia condanna in poi, durò ancora alcune settimane; indi cessò affatto. 
La virtù d'Oroboni m'aveva invaghito. 
Industriandomi di raggiungerla, mi misi almeno sulle sue tracce. 
Allorché potei di nuovo pregare sinceramente per tutti e non più odiare nessuno, i dubbi sulla fede sgombrarono: Ubi charitas et amor, Deus ibi est. 
CAPO LXIV Per dir vero, se la pena era severissima ed atta ad irritare, avevamo nello stesso tempo la rara sorte che buoni fossero tutti coloro che vedevamo. 
Essi non potevano alleggerire la nostra condizione se non con benevole e rispettose maniere; ma queste erano usate da tutti. 
Se v'era qualche ruvidezza nel vecchio Schiller, quanto non era compensata dalla nobiltà del suo cuore! 
Persino il miserabile Kunda (quel condannato che ci portava il pranzo, e tre volte al giorno l'acqua) voleva che ci accorgessimo che ci compativa. 
Ei ci spazzava la stanza due volte la settimana. 
Una mattina, spazzando, colse il momento che Schiller s'era allontanato due passi dalla porta, e m'offerse un pezzo di pan bianco. 
Non l'accettai, ma gli strinsi cordialmente la mano. 
Quella stretta di mano lo commosse. 
Ei mi disse in cattivo tedesco (era polacco): «Signore, le si dà ora così poco da mangiare, che ella sicuramente patisce la fame». Assicurai di no, ma io assicurava l'incredibile. 
Il medico, vedendo che nessuno di noi potea mangiare quella qualità di cibi che ci aveano dato ne' primi giorni, ci mise tutti a quello che chiamano quarto di porzione, cioè al vitto dell'ospedale. 
Erano tre minestrine leggerissime al giorno, un pezzettino d'arrosto d'agnello da ingoiarsi in un boccone, e forse tre once di pan bianco. 
Siccome la mia salute s'andava facendo migliore, l'appetito cresceva, e quel quarto era veramente troppo poco. 
Provai di tornare al cibo dei sani, ma non v'era guadagno a fare, giacché disgustava tanto ch'io non poteva mangiarlo. 
Convenne assolutamente ch'io m'attenessi al quarto. 
Per più d'un anno conobbi quanto sia il tormento della fame. 
E questo tormento lo patirono con veemenza anche maggiore alcuni de' miei compagni, che essendo più robusti di me erano avvezzi a nutrirsi più abbondantemente. 
So d'alcuni di loro che accettarono pane e da Schiller e da altre due guardie addette al nostro servizio, e perfino da quel buon uomo di Kunda. 
«Per la città si dice che a lor signori si dà poco da mangiare» mi disse una volta il barbiere, un giovinotto praticante del nostro chirurgo. 
«È verissimo» risposi schiettamente. 
Il seguente sabato (ei veniva ogni sabato) volle darmi di soppiatto una grossa pagnotta bianca. 
Schiller finse di non veder l'offerta. 
Io, se avessi ascoltato lo stomaco, l'avrei accettata, ma stetti saldo a rifiutare, affinché quel povero giovine non fosse tentato di ripetere il dono; il che alla lunga gli sarebbe stato gravoso. 
Per la stessa ragione, io ricusava le offerte di Schiller. 
Più volte mi portò un pezzo di carne lessa, pregandomi che la mangiassi, e protestando che non gli costava niente, che gli era avanzata, che non sapea che farne, che l'avrebbe davvero data ad altri s'io non la prendeva. 
Mi sarei gettato a divorarla, ma s'io la prendeva, non avrebb'egli avuto tutti i giorni il desiderio di darmi qualche cosa? 
Solo due volte, ch'ei mi recò un piatto di ciriege, e una volta alcune pere, la vista di quella frutta mi affascinò irresistibilmente. 
Fui pentito d'averla presa, appunto perché d'allora in poi non cessava più d'offrirmene. 
CAPO LXV Ne' primi giorni fu stabilito che ciascuno di noi avesse, due volte la settimana, un'ora di passeggio. 
In seguito questo sollievo fu dato un giorno sì, un giorno no; e più tardi ogni giorno, tranne le feste. 
Ciascuno era condotto a passeggio separatamente, fra due guardie aventi schioppo in ispalla. 
Io, che mi trovava alloggiato in capo del corridoio, passava, quando usciva, innanzi alle carceri di tutti i condannati di Stato italiani, eccetto Maroncelli, il quale unico languiva dabbasso. 
«Buon passeggio!» mi susurravano tutti dallo sportello dei loro usci; ma non mi era permesso di fermarmi a salutare nessuno. 
Si discendeva una scala, si traversava un ampio cortile, e s'andava sovra un terrapieno situato a mezzodì, donde vedeasi la città di Brünn e molto tratto di circostante paese. 
Nel cortile suddetto erano sempre molti dei condannati comuni, che andavano o venivano dai lavori, o passeggiavano in frotta conversando. 
Fra essi erano parecchi ladri italiani, che mi salutavano con gran rispetto e diceano tra loro: «Non è un birbone come noi, eppure la sua prigionia è più dura della nostra». Infatti essi aveano molta più libertà di me. 
Io udiva queste ed altre espressioni, e li risalutava con cordialità. Uno di loro mi disse una volta: «Il suo saluto, signore, mi fa bene. 
Ella forse vede sulla mia fisionomia qualche cosa che non è scelleratezza. 
Una passione infelice mi trasse a commettere un delitto; ma, o signore, no, non sono scellerato!». E proruppe in lagrime. 
Gli porsi la mano, ma egli non me la poté stringere. 
Le mie guardie, non per malignità, ma per le istruzioni che aveano, lo respinsero. 
Non doveano lasciarmi avvicinare da chicchesifosse. 
Le parole che quei condannati mi dirigevano, fingeano per lo più di dirsele tra loro, e se i miei due soldati s'accorgeano che fossero a me rivolte, intimavano silenzio. 
Passavano anche per quel cortile uomini di varie condizioni estranei al castello, i quali venivano a visitare il soprintendente, o il cappellano, o il sergente, o alcuno de' caporali. 
«Ecco uno deg'Italiani, ecco uno degl'Italiani!» diceano sottovoce. 
E si fermavano a guardarmi; e più volte li intesi dire in tedesco, credendo ch'io non li capissi: «Quel povero signore non invecchierà; ha la morte sul volto». Io infatti, dopo essere dapprima migliorato di salute, languiva per la scarsezza del nutrimento, e nuove febbri sovente m'assalivano. 
Stentava a strascinare la mia catena fino al luogo del passeggio, e là mi gettava sull'erba, e vi stava ordinariamente finché fosse finita la mia ora. 
Stavano in piedi o sedeano vicino a me le guardie, e ciarlavamo. 
Una d'esse, per nome Kral, era un boemo, che, sebbene di famiglia contadina e povera, avea ricevuto una certa educazione, e se l'era perfezionata quanto più avea potuto, riflettendo con forte discernimento su le cose del mondo e leggendo tutti i libri che gli capitavano alle mani. 
Avea cognizione di Klopstock, di Wieland, di Goethe, di Schiller e di molti altri buoni scrittori tedeschi. 
Ne sapea un'infinità di brani a memoria, e li dicea con intelligenza e con sentimento. 
L'altra guardia era un polacco, per nome Kubitzky, ignorante, ma rispettoso e cordiale. 
La loro compagnia mi era assai cara. 
CAPO LXVI Ad un'estremità di quel terrapieno, erano le stanze del soprintendente; all'altra estremità alloggiava un caporale con moglie ed un figliuolino. 
Quand'io vedeva alcuno uscire di quelle abitazioni, io m'alzava e m'avvicinava alla persona, o alle persone, che ivi comparivano, ed era colmato di dimostrazioni di cortesia e di pietà. La moglie del soprintendente era ammalata da lungo tempo, e deperiva lentamente. 
Si facea talvolta portare sopra un canapé all'aria aperta. 
È indicibile quanto si commovesse esprimendomi la compassione che provava per tutti noi. 
Il suo sguardo era dolcissimo e timido, e quantunque timido, s'attaccava di quando in quando con intensa interrogante fiducia allo sguardo di chi le parlava. 
Io le dissi una volta, ridendo: «Sapete, signora, che somigliate alquanto a persona che mi fu cara?». Arrossì, e rispose con seria ed amabile semplicità: «Non vi dimenticate dunque di me, quando sarò morta; pregate per la povera anima mia, e pei figliuolini che lascio sulla terra». Da quel giorno in poi, non poté più uscire dal letto; non la vidi più. Languì ancora alcuni mesi, poi morì. Ella avea tre figli, belli come amorini, ed uno ancor lattante. 
La sventurata abbracciavali spesso in mia presenza, e diceva: «Chi sa qual donna diventerà lor madre dopo di me! 
Chiunque sia dessa, il Signore le dia viscere di madre, anche pe' figli non nati da lei!». E piangeva. 
Mille volte mi son ricordato di quel suo prego e di quelle lagrime. 
Quand'ella non era più, io abbracciava talvolta que' fanciulli, e m'inteneriva, e ripeteva quel prego materno. 
E pensava alla madre mia, ed agli ardenti voti che il suo amantissimo cuore alzava senza dubbio per me, e con singhiozzi io sclamava: «Oh più felice quella madre che, morendo, abbandona figliuoli inadulti, di quella che dopo averli allevati con infinite cure se li vede rapire!». Due buone vecchie solevano essere con quei fanciulli: una era la madre del soprintendente, l'altra la zia. 
Vollero sapere tutta la mia storia, ed io loro la raccontai in compendio. 
«Quanto siamo infelici» diceano coll'espressione del più vero dolore «di non potervi giovare in nulla! 
Ma siate certo che pregheremo per voi, e che se un giorno viene la vostra grazia, sarà una festa per tutta la nostra famiglia.» La prima di esse, ch'era quella ch'io vedea più sovente, possedeva una dolce, straordinaria eloquenza nel dar consolazioni. 
Io le ascoltava con filiale gratitudine, e mi si fermavano nel cuore. 
Dicea cose ch'io sapea già, e mi colpivano come cose nuove: - che la sventura non degrada l'uomo, s'ei non è dappoco, ma anzi lo sublima; - che, se potessimo entrare ne' giudizi di Dio, vedremmo essere, molte volte, più da compiangersi i vincitori che i vinti, gli esultanti che i mesti, i doviziosi che gli spogliati di tutto; - che l'amicizia particolare mostrata dall'uomo-Dio per gli sventurati è un gran fatto; - che dobbiamo gloriarci della croce, dopo che fu portata da òmeri divini. 
Ebbene, quelle due buone vecchie, ch'io vedea tanto volentieri, dovettero in breve, per ragioni di famiglia, partire dallo Spielberg; i figliuolini cessarono anche di venire sul terrapieno Quanto queste perdite m'afflissero! 
CAPO LXVII L'incomodo della catena a' piedi, togliendomi di dormire, contribuiva a rovinarmi la salute. 
Schiller voleva ch'io reclamassi, e pretendeva che il medico fosse in dovere di farmela levare. 
Per un poco non l'ascoltai, poi cedetti al consiglio, e dissi al medico che per riacquistare il beneficio del sonno io lo pregava di farmi scatenare, almeno per alcuni giorni. 
Il medico disse non giungere ancora a tal grado le mie febbri, ch'ei potesse appagarmi; ed essere necessario ch'io m'avvezzassi ai ferri. 
La risposta mi sdegnò, ed ebbi rabbia d'aver fatto quell'inutile dimanda. 
«Ecco ciò che guadagnai a seguire il vostro insistente consiglio» dissi a Schiller. 
Conviene che gli dicessi queste parole assai sgarbatamente: quel ruvido buon uomo se ne offese. 
«A lei spiace» gridò «d'essersi esposta ad un rifiuto, e a me spiace ch'ella sia meco superba!» Poi continuò una lunga predica: «I superbi fanno consistere la loro grandezza in non esporsi a rifiuti, in non accettare offerte, in vergognarci di mille inezie. 
Alle Eseleien! tutte asinate! vana grandezza! ignoranza della vera dignità! E la vera dignità sta, in gran parte, in vergognare soltanto delle male azioni!». Disse, uscì, e fece un fracasso infernale colle chiavi. 
Rimasi sbalordito. 
"Eppure quella rozza schiettezza" dissi "mi piace. 
Sgorga dal cuore come le sue offerte, come i suoi consigli, come il suo compianto. 
E non mi predicò egli il vero? 
A quante debolezze non do io il nome di dignità, mentre non sono altro che superbia?" 
All'ora di pranzo, Schiller lasciò che il condannato Kunda portasse dentro i pentolini e l'acqua, e si fermò sulla porta. 
Lo chiamai. «Non ho tempo» rispose asciutto asciutto. 
Discesi dal tavolaccio, venni a lui e gli dissi: «Se volete che il mangiare mi faccia buon pro, non mi fate quel brutto ceffo». «E qual ceffo ho da fare?» dimandò rasserenandosi. 
«D'uomo allegro, d'amico» risposi. 
«Viva l'allegria!» sclamò. «E se, perché il mangiare le faccia buon pro, vuole anche vedermi ballare, eccola servita.» E misesi a sgambettare colle sue magre e lunghe pertiche sì piacevolmente che scoppiai dalle risa. 
Io ridea, ed avea il cuore commosso. 
CAPO LXVIII Una sera, Oroboni ed io stavamo alla finestra, e ci dolevamo a vicenda d'essere affamati. 
Alzammo alquanto la voce, e le sentinelle gridarono. 
Il soprintendente, che per mala ventura passava da quella parte, si credette in dovere di far chiamare Schiller e di rampognarlo fieramente, che non vigilasse meglio a tenerci in silenzio. 
Schiller venne con grand'ira a lagnarsene da me, e m'intimò di non parlar più mai dalla finestra. 
Voleva ch'io glielo promettessi. 
«No», risposi «non ve lo voglio promettere.» «Oh der Teufel! der Teufel!» gridò «a me s'ha a dire: non voglio! a me che ricevo una maledetta strapazzata per causa di lei!» «M'incresce, caro Schiller, della strapazzata che avete ricevuta, me n'incresce davvero; ma non voglio promettere ciò che sento che non manterrei.» «E perché non lo manterrebbe?» «Perché non potrei; perché la solitudine continua è tormento sì crudele per me, che non resisterò mai al bisogno di mettere qualche voce da' polmoni, d'invitare il mio vicino a rispondermi. 
E se il vicino tacesse, volgerei la parola alle sbarre della mia finestra, alle colline che mi stanno in faccia, agli uccelli che volano.» «Der Teufel! e non mi vuol promettere?» «No, no, no!» sclamai. 
Gettò a terra il romoroso mazzo delle chiavi, e ripeté: «Der Teufel! der Teufel!». Indi proruppe abbracciandomi: «Ebbene, ho io a cessare d'essere uomo per quella canaglia di chiavi? 
Ella è un signore come va, ed ho gusto che non mi voglia promettere ciò che non manterrebbe. 
Farei lo stesso anch'io.» Raccolsi le chiavi e gliele diedi. 
«Queste chiavi» gli dissi «non sono poi tanto canaglia, poiché non possono, d'un onesto caporale qual siete, fare un malvagio sgherro.» «E se credessi che potessero far tanto» rispose «le porterei a' miei superiori, e direi: se non mi vogliono dare altro pane che quello del carnefice, andrò a dimandare l'elemosina.» Trasse di tasca il fazzoletto, s'asciugò gli occhi, poi li tenne alzati, giungendo le mani in atto di preghiera. 
Io giunsi le mie, e pregai al pari di lui in silenzio. 
Ei capiva ch'io faceva voti per esso, com'io capiva ch'ei ne faceva per me. 
Andando via, mi disse sotto voce: «Quando ella conversa col conte Oroboni, parli sommesso più che può. Farà così due beni: uno di risparmiarmi le grida del signor soprintendente, l'altro di non far forse capire qualche discorso... 
debbo dirlo?... qualche discorso che, riferito, irritasse sempre più chi può punire». L'assicurai che dalle nostre labbra non usciva mai parola che, riferita a chicchessia, potesse offendere. 
Non avevamo infatti d'uopo d'avvertimenti, per esser cauti. 
Due prigionieri che vengono a comunicazione tra loro sanno benissimo crearsi un gergo, col quale dir tutto senza esser capiti da qualsiasi ascoltatore. 
CAPO LXIX Io tornava un mattino dal passeggio: era il 7 d'agosto. 
La porta del carcere d'Oroboni stava aperta, e dentro eravi Schiller, il quale non mi aveva inteso venire. 
Le mie guardie vogliono avanzare il passo per chiudere quella porta. 
Io le prevengo, mi vi slancio, ed eccomi nelle braccia d'Oroboni. 
Schiller fu sbalordito; disse: «Der Teufel! der Teufel!» e alzò il dito per minacciarmi. 
Ma gli occhi gli s'empirono di lagrime, e gridò singhiozzando: «O mio Dio, fate misericordia a questi poveri giovani ed a me, ed a tutti gl'infelici, voi che foste tanto infelice sulla terra!». Le due guardie piangevano pure. 
La sentinella del corridoio, ivi accorsa, piangeva anch'essa. 
Oroboni mi diceva: «Silvio, Silvio, quest'è uno dei più cari giorni della mia vita!». Io non so che gli dicessi: era fuori di me dalla gioia e dalla tenerezza. 
Quando Schiller ci scongiurò di separarci, e fu forza obbedirgli, Oroboni proruppe in pianto dirottissimo, e disse: «Ci rivedremo noi mai più sulla terra?» E non lo rividi mai più! Alcuni mesi dopo, la sua stanza era vota, ed Oroboni giaceva in quel cimitero ch'io aveva dinanzi alla mia finestra! 
Dacché ci eravamo veduti quell'istante, pareva che ci amassimo anche più dolcemente, più fortemente di prima; pareva che ci fossimo a vicenda più necessarii. 
Egli era un bel giovane, di nobile aspetto, ma pallido e di misera salute. 
I soli occhi erano pieni di vita. 
Il mio affetto per lui veniva aumentato dalla pietà che la sua magrezza ed il suo pallore m'ispiravano. 
La stessa cosa provava egli per me. 
Ambi sentivamo quanto fosse verisimile che ad uno di noi toccasse di essere presto superstite all'altro. 
Fra pochi giorni egli ammalò. Io non faceva altro che gemere e pregare per lui. 
Dopo alcune febbri racquistò un poco di forza, e poté tornare ai colloqui amicali. 
Oh come l'udire di nuovo il suono della sua voce mi consolava! «Non ingannarti,» diceami egli «sarà per poco tempo. 
Abbi la virtù d'apparecchiarti alla mia perdita; ispirami coraggio col tuo coraggio.» In que' giorni si volle dare il bianco alle pareti delle nostre carceri, e ci trasportarono frattanto ne' sotterranei. 
Disgraziatamente in quell'intervallo non fummo posti in luoghi vicini. 
Schiller mi diceva che Oroboni stava bene ma io dubitava che non volesse dirmi il vero, e temeva che la salute già sì debole di questo deteriorasse in que' sotterranei. 
Avessi almeno avuto la fortuna d'esser vicino in quell'occasione al mio caro Maroncelli! 
Udii per altro la voce di questo. 
Cantando ci salutammo, a dispetto dei garriti delle guardie. 
Venne in quel tempo a vederci il protomedico di Brünn, mandato forse in conseguenza delle relazioni che il soprintendente faceva a Vienna sull'estrema debolezza a cui tanta scarsità di cibo ci aveva tutti ridotti, ovvero perché allora regnava nelle carceri uno scorbuto molto epidemico. 
Non sapendo io il perché di questa visita, m'immaginai che fosse per nuova malattia d'Oroboni. 
Il timore di perderlo mi dava un'inquietudine indicibile. 
Fui allora preso da forte melanconia e da desiderio di morire. 
Il pensiero del suicidio tornava a presentarmisi. 
Io lo combatteva; ma era come un viaggiatore spossato, che mentre dice a se stesso: "È mio dovere d'andar sino alla meta" si sente un bisogno prepotente di gettarsi a terra e riposare. 
M'era stato detto che, non avea guari, in uno di quei tenebrosi covili un vecchio boemo s'era ucciso spaccandosi la testa alle pareti. 
Io non potea cacciare dalla fantasia la tentazione d'imitarlo. 
Non so se il mio delirio non sarebbe giunto a quel segno, ove uno sbocco di sangue dal petto non m'avesse fatto credere vicina la mia morte. 
Ringraziai Dio di volermi esso uccidere in questo modo, risparmiandomi un atto di disperazione che il mio intelletto condannava. 
Ma Dio invece volle conservarmi. 
Quello sbocco di sangue alleggerì i miei mali. 
Intanto fui riportato nel carcere superiore, e quella maggior luce e la racquistata vicinanza d'Oroboni mi riaffezionarono alla vita. 
CAPO LXX Gli confidai la tremenda melanconia ch'io avea provato, diviso da lui; ed egli mi disse aver dovuto egualmente combattere il pensiero del suicidio. 
«Profittiamo» diceva egli «del poco tempo che di nuovo c'è dato, per confortarci a vicenda colla religione. 
Parliamo di Dio; eccitiamoci ad amarlo; ci sovvenga ch'egli è la giustizia, la sapienza, la bontà, la bellezza, ch'egli è tutto ciò che d'ottimo vagheggiamo sempre. 
Io ti dico davvero che la morte non è lontana da me. 
Ti sarò grato eternamente, se contribuirai a rendermi in questi ultimi giorni tanto religioso quanto avrei dovuto essere tutta la vita.» Ed i nostri discorsi non volgeano più sovr'altro che sulla filosofia cristiana, e su paragoni di questa colle meschinità della sensualistica. 
Ambi esultavamo di scorgere tanta consonanza tra il Cristianesimo e la ragione; ambi, nel confronto delle diverse comunioni evangeliche, vedevamo essere la sola cattolica quella che può veramente resistere alla critica, e la dottrina della comunione cattolica consistere in dogmi purissimi ed in purissima morale, e non in miseri sovrappiù prodotti dall'umana ignoranza. 
«E se, per accidente poco sperabile, ritornassimo nella società» diceva Oroboni «saremmo noi così pusillanimi da non confessare il Vangelo? da prenderci soggezione, se alcuno immaginerà che la prigione abbia indebolito i nostri animi, e che per imbecillità siamo divenuti più fermi nella credenza?» «Oroboni mio» gli dissi «la tua dimanda mi svela la tua risposta, e questa è anche la mia. 
La somma delle viltà è d'esser schiavo de' giudizi altrui, quando hassi la persuasione che sono falsi. 
Non credo che tal viltà né tu né io l'avremmo mai.» In quelle effusioni di cuore commisi una colpa. 
Io aveva giurato a Giuliano di non confidar mai ad alcuno, palesando il suo vero nome, le relazioni ch'erano state fra noi. 
Le narrai ad Oroboni, dicendogli: «Nel mondo non mi sfuggirebbe mai dal labbro cosa simile, ma qui siamo nel sepolcro, e se anche tu ne uscissi, so che posso fidarmi di te». Quell'onestissim'anima taceva. 
«Perché non mi rispondi?» gli dissi. 
Alfine prese a biasimarmi seriamente della violazione del secreto. 
Il suo rimprovero era giusto. 
Niuna amicizia, per quanto intima ella sia, per quanto fortificata da virtù, non può autorizzare a tal violazione. 
Ma poiché questa mia colpa era avvenuta, Oroboni me ne derivò un bene. 
Egli avea conosciuto Giuliano, e sapea parecchi tratti onorevoli della sua vita. 
Me li raccontò, e dicea: «Quell'uomo ha operato sì spesso da cristiano, che non può portare il suo furore anti-religioso fino alla tomba. 
Speriamo, speriamo così! E tu bada, Silvio, a perdonargli di cuore i suoi mali umori, e prega per lui!». Le sue parole m'erano sacre. 
CAPO LXXI Le conversazioni di cui parlo, quali con Oroboni, quali con Schiller o altri, occupavano tuttavia poca parte delle mie lunghe ventiquattr'ore della giornata, e non rade erano le volte che niuna conversazione riusciva possibile col primo. 
Che faceva io in tanta solitudine? 
Ecco tutta quanta la mia vita in que' giorni. 
Io m'alzava sempre all'alba, e, salito in capo del tavolaccio, m'aggrappava alle sbarre della finestra, e diceva le orazioni. 
Oroboni già era alla sua finestra o non tardava di venirvi. 
Ci salutavamo; e l'uno e l'altro continuava tacitamente i suoi pensieri a Dio. 
Quanto erano orribili i nostri covili, altrettanto era bello lo spettacolo esterno per noi. 
Quel cielo, quella campagna, quel lontano muoversi di creature nella valle, quelle voci delle villanelle, quelle risa, que' canti ci esilaravano, ci facevano più caramente sentire la presenza di Colui ch'è sì magnifico nella sua bontà, e del quale avevamo tanto di bisogno. 
Veniva la visita mattutina delle guardie. 
Queste davano un'occhiata alla stanza per vedere se tutto era in ordine, ed osservavano la mia catena, anello per anello, a fine d'assicurarsi che qualche accidente o qualche malizia non l'avesse spezzata o piuttosto (dacché spezzar la catena era impossibile) faceasi questa ispezione per obbedire fedelmente alle prescrizioni di disciplina. 
S'era giorno che venisse il medico, Schiller dimandava se si voleva parlargli, e prendea nota. 
Finito il giro delle nostre carceri, tornava Schiller ed accompagnava Kunda, il quale aveva l'ufficio di pulire ciascuna stanza. 
Un breve intervallo, e ci portavano la colezione. 
Questa era un mezzo pentolino di broda rossiccia, con tre sottilissime fettine di pane; io mangiava quel pane e non beveva la broda. 
Dopo ciò mi poneva a studiare. 
Maroncelli avea portato d'Italia molti libri, e tutti i nostri compagni ne aveano pure portati, chi più chi meno. 
Tutto insieme formava una buona bibliotechina. 
Speravamo inoltre di poterla aumentare coll'uso de' nostri denari. 
Non era ancor venuta alcuna risposta dall'Imperatore sul permesso che dimandavamo di leggere i nostri libri ed acquistarne altri; ma intanto il governatore di Brünn ci concedeva provvisoriamente di tener ciascun di noi due libri presso di sé, da cangiarsi ogni volta che volessimo. 
Verso le nove veniva il soprintendente, e se il medico era stato chiesto ei l'accompagnava. 
Un altro tratto di tempo restavami quindi per lo studio, fino alle undici, ch'era l'ora del pranzo. 
Fino al tramonto non avea più visite, e tornava a studiare. 
Allora Schiller e Kunda venivano per mutarmi l'acqua, ed un istante appresso veniva il soprintendente con alcune guardie per l'ispezione vespertina a tutta la stanza ed ai miei ferri. 
In una delle ore della giornata, or avanti or dopo il pranzo, a beneplacito delle guardie, eravi il passeggio. 
Terminata la suddetta visita vespertina, Oroboni ed io ci mettevamo a conversare, e quelli solevano essere i colloquii più lunghi. 
Gli straordinari avvenivano la mattina, od appena pranzato, ma per lo più brevissimi. 
Qualche volta le sentinelle erano così pietose che ci diceano: «Un po' più piano, signori, altrimenti il castigo cadrà su noi» Altre volte fingeano di non accorgersi che parlassimo, poi, vedendo spuntare il sergente, ci pregavano di tacere finché questi fosse partito; ed appena partito esso, diceano: «Signori patroni, adesso potere, ma piano più che star possibile». Talora alcuni di que' soldati si fecero arditi sino a dialogare con noi, soddisfare alle nostre dimande, e darci qualche notizia d'Italia. 
A certi discorsi non rispondevamo se non pregandoli di tacere. 
Era naturale che dubitassimo se fossero tutte espansioni di cuori schietti, ovvero artifizii a fine di scrutare i nostri animi. 
Nondimeno inclino molto più a credere che quella gente parlasse con sincerità. CAPO LXXII Una sera avevamo sentinelle benignissime, e quindi Oroboni ed io non ci davamo la pena di comprimere la voce. 
Maroncelli nel suo sotterraneo, arrampicatosi alla finestra, ci udì e distinse la voce mia. 
Non poté frenarsi; mi salutò cantando. 
Mi chiedea com'io stava, e m'esprimea colle più tenere parole il suo rincrescimento di non avere ancora ottenuto che fossimo messi insieme. 
Questa grazia l'aveva io pure dimandata, ma né il soprintendente di Spielberg, né il governatore di Brünn, non avevano l'arbitrio di concederla. 
La nostra vicendevole brama era stata significata all'Imperatore, e niuna risposta erane fin'allora venuta. 
Oltre quella volta che ci salutammo cantando ne' sotterranei, io aveva inteso parecchie volte dal piano superiore le sue cantilene, ma senza capire le parole, ed appena pochi istanti, perché nol lasciavano proseguire. 
Ora alzò molto più la voce, non fu così presto interrotto, e capii tutto. 
Non v'ha termini per dire l'emozione che provai. 
Gli risposi, e continuammo il dialogo circa un quarto d'ora. 
Finalmente si mutarono le sentinelle sul terrapieno, e quelle che vennero non furono compiacenti. 
Ben ci disponevamo a ripigliare il canto, ma furiose grida s'alzarono a maledirci, e convenne rispettarle. 
Io mi rappresentava Maroncelli giacente da sì lungo tempo in quel carcere tanto peggiore del mio; m'immaginava la tristezza che ivi dovea sovente opprimerlo ed il danno che la sua salute ne patirebbe, e profonda angoscia m'opprimeva. 
Potei alfine piangere, ma il pianto non mi sollevò. Mi prese un grave dolore di capo con febbre violenta. 
Non mi reggeva in piedi, mi buttai sul pagliericcio. 
La convulsione crebbe; il petto doleami con orribile spasimo. 
Credetti quella notte morire. 
Il dì seguente la febbre era cessata, e del petto stava meglio, ma pareami d'aver fuoco nel cervello, e appena potea muovere il capo senza che vi si destassero atroci dolori. 
Dissi ad Oroboni il mio stato. 
Egli pure si sentiva più male del solito. 
«Amico» diss'egli «non è lontano il giorno che uno di noi due non potrà più venire alla finestra. 
Ogni volta che ci salutiamo può essere l'ultima. 
Teniamoci dunque pronti l'uno e l'altro sì a morire, sì a sopravvivere all'amico.» La sua voce era intenerita; io non potea rispondergli. 
Stemmo un istante in silenzio, indi ei riprese: «Te beato, che sai il tedesco! 
Potrai almeno confessarti! lo ho domandato un prete che sappia l'italiano: mi dissero, che non v'è. Ma Dio vede il mio desiderio, e dacché mi sono confessato a Venezia, in verità mi pare di non aver più nulla che m'aggravi la coscienza.» «Io invece, a Venezia, mi confessai» gli dissi «con animo pieno di rancore, e feci peggio che se avessi ricusato i sacramenti. 
Ma se ora mi si concede un prete, t'assicuro che mi confesserò di cuore e perdonando a tutti.» «Il cielo ti benedica!» sclamò «tu mi dài una grande consolazione. 
Facciamo, si, facciamo il possibile entrambi per essere eternamente uniti nella felicità, come lo fummo in questi giorni di sventura!» Il giorno appresso l'aspettai alla finestra e non venne. 
Seppi da Schiller ch'egli era ammalato gravemente. 
Otto o dieci giorni dopo, egli stava meglio, e tornò a salutarmi. 
Io dolorava, ma mi sostenea. 
Parecchi mesi passarono, sì per lui che per me, in queste alternative di meglio e di peggio. 
CAPO LXXIII Potei reggere sino al giorno 11 di gennaio 1823. 
La mattina m'alzai con mal di capo non forte, ma con disposizione al deliquio. 
Mi tremavano le gambe, e stentava a trarre il fiato. 
Anche Oroboni, da due o tre giorni, stava male, e non s'alzava. 
Mi portano la minestra, ne gusto appena un cucchiaio, poi cado privo di sensi. 
Qualche tempo dopo, la sentinella del corridoio guardò per accidente dallo sportello, e vedendomi giacente a terra, col pentolino rovesciato accanto a me, mi credette morto, e chiamò Schiller. 
Venne anche il soprintendente, fu chiamato subito il medico, mi misero a letto. 
Rinvenni a stento. 
Il medico disse ch'io era in pericolo, e mi fece levare i ferri. 
Mi ordinò non so qual cordiale, ma lo stomaco non poteva ritener nulla. 
Il dolor di capo cresceva terribilmente. 
Fu fatta immediata relazione al governatore, il quale spedì un corriere a Vienna, per sapere come io dovessi essere trattato. 
Si rispose che non mi ponessero nell'infermeria, ma che mi servissero nel carcere colla stessa diligenza che se fossi nell'infermeria. 
Di più autorizzavasi il soprintendente a fornirmi brodi e minestre della sua cucina, finché durava la gravezza del male. 
Quest'ultimo provvedimento mi fu a principio inutile: niun cibo, niuna bevanda mi passava. 
Peggiorai per tutta una settimana, e delirava giorno e notte. 
Kral e Kubitzky mi furono dati per infermieri; ambi mi servivano con amore. 
Ogni volta ch'io era alquanto in senno, Kral mi ripeteva: «Abbia fiducia in Dio; Dio solo è buono.» «Pregate per me» dicevagli io «non che mi risani, ma che accetti le mie sventure e la mia morte in espiazione de' miei peccati.» Mi suggerì di chiedere i sacramenti. 
«Se non li chiesi» risposi «attributelo alla debolezza della mia testa; ma sarà per me un gran conforto il riceverli.» Kral riferì le mie parole al soprintendente, e fu fatto venire il cappellano delle carceri. 
Mi confessai, comunicai, e presi l'olio santo. 
Fui contento di quel sacerdote. 
Si chiamava Sturm. 
Le riflessioni che mi fece sulla giustizia di Dio, sull'ingiustizia degli uomini, sul dovere del perdono, sulla vanità di tutte le cose del mondo, non erano trivialità: aveano l'impronta d'un intelletto elevato e cólto, e d'un sentimento caldo di vero amore di Dio e del prossimo. 
CAPO LXXIV Lo sforzo d'attenzione che feci per ricevere i sacramenti sembrò esaurire la mia vitalità, ma invece giovommi, gettandomi in un letargo di parecchie ore che mi riposò. Mi destai alquanto sollevato, e vedendo Schiller e Kral vicini a me, presi le lor mani e li ringraziai delle loro cure. 
Schiller mi disse: «L'occhio mio è esercitato a veder malati: scommetterei ch'ella non muore». «Non parvi di farmi un cattivo pronostico?» diss'io. 
«No,» rispose «le miserie della vita sono grandi, è vero; ma chi le sopporta con nobiltà d'animo e con umiltà, ci guadagna sempre vivendo.» Poi soggiunse: «S'ella vive, spero che avrà fra qualche giorno una gran consolazione. 
Ella ha dimandato di vedere il signor Maroncelli?». «Tante volte ho ciò dimandato, ed invano; non ardisco più sperarlo.» «Speri, speri, signore! e ripeta la dimanda.» La ripetei infatti quel giorno. 
Il soprintendente disse parimente ch'io dovea sperare, e soggiunse essere verisimile che non solo Maroncelli potesse vedermi, ma che mi fosse dato per infermiere, ed in appresso per indivisibile compagno. 
Siccome, quanti eravamo prigionieri di Stato, avevamo più o meno tutti la salute rovinata, il governatore avea chiesto a Vienna che potessimo esser messi tutti a due a due, affinché uno servisse d'aiuto all'altro. 
Io aveva anche dimandato la grazia di scrivere un ultimo addio alla mia famiglia. 
Verso la fine della seconda settimana la mia malattia ebbe una crisi, ed il pericolo si dileguò. Cominciava ad alzarmi, quando un mattino s'apre la porta, e vedo entrar festosi il soprintendente, Schiller ed il medico. 
Il primo corre a me, e mi dice: «Abbiamo il permesso di darle per compagno Maroncelli, e di lasciarle scrivere una lettera ai parenti». La gioia mi tolse il respiro, ed il povero soprintendente, che per impeto di buon cuore aveva mancato di prudenza, mi credette perduto. 
Quando riacquistai i sensi, e mi sovvenne dell'annuncio udito, pregai che non mi si ritardasse un tanto bene. 
Il medico consentì, e Maroncelli fu condotto nelle mie braccia. 
Oh qual momento fu quello! «Tu vivi?» sclamavamo a vicenda. 
«Oh amico! oh fratello! che giorno felice c'è ancor toccato di vedere! 
Dio ne sia benedetto!» Ma la nostra gioia, ch'era immensa, congiungeasi ad una immensa compassione. 
Maroncelli doveva esser meno colpito di me, trovandomi cosl deperito com'io era: ei sapea qual grave malattia avessi fatto. 
Ma io, anche pensando che avesse patito, non me lo immaginava così diverso da quel di prima. 
Egli era appena riconoscibile. 
Quelle sembianze, già sì belle, sì floride, erano consumate dal dolore, dalla fame, dall'aria cattiva del tenebroso suo carcere! 
Tuttavia il vederci, I'udirci, l'essere finalmente indivisi ci confortava. 
Oh quante cose avemmo a comunicarci, a ricordare, a ripeterci! 
Quanta soavità nel compianto! 
Quanta armonia in tutte le idee! 
Qual contentezza di trovarci d'accordo in fat to di religione, d'odiare bensì l'uno e l'altro l'ignoranza e la barbarie, ma di non odiare alcun uomo, e di commiserare gl'ignoranti ed i barbari, e pregare per loro! 
CAPO LXXV Mi fu portato un foglio di carta ed il calamaio, affinch'io scrivessi a' parenti. 
Siccome propriamente la permissione erasi data ad un moribondo che intendea di volgere alla famiglia l'ultimo addio, io temeva che la mia lettera, essendo ora d'altro tenore, più non venisse spedita. 
Mi limitai a pregare colla più grande tenerezza genitori, fratelli e sorelle, che si rassegnassero alla mia sorte, protestando loro d'essere rassegnato. 
Quella lettera fu nondimeno spedita, come poi seppi allorché dopo tanti anni rividi il tetto paterno. 
L'unica fu dessa che in sì lungo tempo della mia captività i cari parenti potessero avere da me. 
Io da loro non n'ebbi mai alcuna: quelle che mi scrivevano furono sempre tenute a Vienna. 
Egualmente privati d'ogni relazione colle famiglie erano gli altri compagni di sventura. 
Dimandammo infinite volte la grazia d'avere almeno carta e calamaio per istudiare, e quella di far uso de' nostri denari per comprar libri. 
Non fummo esauditi mai. 
Il governatore continuava frattanto a permettere che leggessimo i libri nostri. 
Avemmo anche, per bontà di lui, qualche miglioramento di cibo, ma ahi! non fu durevole. 
Egli avea consentito che invece d'esser provveduti dalla cucina del trattore delle carceri, il fossimo da quella del soprintendente. 
Qualche fondo di più era da lui stato assegnato a tal uso. 
La conferma di queste disposizioni non venne; ma intanto che durò il beneficio, io ne provai molto giovamento. 
Anche Maroncelli racquistò un po' di vigore. 
Per l'infelice Oroboni era troppo tardi! 
Quest'ultimo era stato accompagnato, prima coll'avvocato Solera, indi col sacerdote D. 
Fortini. Quando fummo appaiati in tutte le carceri, il divieto di parlare alle finestre ci fu rinnovato, con minaccia, a chi contravvenisse, d'essere riposto in solitudine. 
Violammo a dir vero qualche volta il divieto per salutarci, ma lunghe conversazioni più non si fecero. 
L'indole di Maroncelli e la mia armonizzavano perfettamente. 
Il coraggio dell'uno sosteneva il coraggio dell'altro. 
Se un di noi era preso da mestizia o da fremiti d'ira contro i rigori della nostra condizione, l'altro l'esilarava con qualche scherzo o con opportuni raziocinii. 
Un dolce sorriso temperava quasi sempre i nostri affanni. 
Finché avemmo libri, benché omai tanto riletti da saperli a memoria, eran dolce pascolo alla mente, perché occasione di sempre nuovi esami, confronti, giudizi, rettificazioni, ecc. 
Leggevamo, ovvero meditavamo gran parte della giornata in silenzio, e davamo al cicaleccio il tempo del pranzo, quello del passeggio e tutta la sera. 
Maroncelli nel suo sotterraneo avea composti molti versi d'una gran bellezza. 
Me li andava recitando, e ne componeva altri. 
Io pure ne componeva e li recitava. 
E la nostra memoria esercitavasi a ritenere tutto ciò. Mirabile fu la capacità che acquistammo di poetare lunghe produzioni a memoria, limarle e tornarle a limare infinite volte, e ridurle a quel segno medesimo di possibile finitezza che avremmo ottenuto scrivendole. 
Maroncelli compose così, a poco a poco, e ritenne in mente parecchie migliaia di versi lirici ed epici. 
Io feci la tragedia di Leoniero da Dertona e varie altre cose. 
CAPO LXXVI Oroboni, dopo aver molto dolorato nell'inverno e nella primavera, si trovò assai peggio la state. 
Sputò sangue, e andò in idropisia. 
Lascio pensare qual fosse la nostra afflizione, quand'ei si stava estinguendo sì presso di noi, senza che potessimo rompere quella crudele parete che c'impediva di vederlo e di prestargli i nostri amichevoli servigi! 
Schiller ci portava le sue nuove. 
L'infelice giovane patì atrocemente, ma l'animo suo non s'avvilì mai. 
Ebbe i soccorsi spirituali dal cappellano (il quale, per buona sorte, sapeva il francese). 
Morì nel suo dì onomastico, il 13 giugno 1823. 
Qualche ora prima di spirare, parlò dell'ottogenario suo padre, s'intenerì e pianse. 
Poi si riprese, dicendo: «Ma perché piango il più fortunato de' miei cari, poich'egli è alla vigilia di raggiungermi all'eterna pace?» Le sue ultime parole furono: «Io perdono di cuore ai miei nemici». Gli chiuse gli occhi D. 
Fortini, suo amico dall'infanzia, uomo tutto religione e carità. Povero Oroboni! qual gelo ci corse per le vene, quando ci fu detto ch'ei non era più! Ed udimmo le voci ed i passi di chi venne a prendere il cadavere! 
E vedemmo dalla finestra il carro in cui veniva portato al cimitero! 
Traevano quel carro due condannati comuni; lo seguivano quattro guardie. 
Accompagnammo cogli occhi il triste convoglio fino al cimitero. 
Entrò nella cinta. 
Si fermò in un angolo: là era la fossa. 
Pochi istanti dopo, il carro, i condannati e le guardie tornarono indietro. 
Una di queste era Kubitzky. 
Mi disse (gentile pensiero, sorprendente in un uomo rozzo): «Ho segnato con precisione il luogo della sepoltura, affinché, se qualche parente od amico potesse un giorno ottenere di prendere quelle ossa e portarle al suo paese, si sappia dove giacciono». Quante volte Oroboni m'aveva detto, guardando dalla finestra il cimitero: «Bisogna ch'io m'avvezzi all'idea d'andare a marcire là entro: eppur confesso che quest'idea mi fa ribrezzo. 
Mi pare che non si debba star così bene sepolto in questi paesi come nella nostra cara penisola». Poi ridea e sclamava: «Fanciullaggini! 
Quando un vestito è logoro e bisogna deporlo, che importa dovunque sia gettato?». Altre volte diceva: «Mi vado preparando alla morte, ma mi sarei rassegnato più volentieri ad una condizione: rientrare appena nel tetto paterno, abbracciare le ginocchia di mio padre, intendere una parola di benedizione, e morire!». Sospirava e soggiungeva: «Se questo calice non può allontanarsi, o mio Dio, sia fatta la tua volontà!». E l'ultima mattina della sua vita disse ancora, baciando u n crocefisso che Kral gli porgea: «Tu ch'eri divino, avevi pure orrore della morte, e dicevi: Si possibile est. 
transeat a me calix iste! 
Perdona se lo dico anch'io. 
Ma ripeto anche le altre tue parole: Verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu!» CAPO LXXVII Dopo la morte d'Oroboni, ammalai di nuovo. 
Credeva di raggiungere presto l'estinto amico; e ciò bramava. 
Se non che, mi sarei io separato senza rincrescimento da Maroncelli? 
Più volte, mentr'ei, sedendo sul pagliericcio, leggeva o poetava, o forse fingeva al pari di me di distrarsi con tali studi e meditava sulle nostre sventure, io lo guardava con affanno e pensava: "Quanto più trista non sarà la tua vita quando il soffio della morte m'avrà tocco, quando mi vedrai portar via di questa stanza, quando, mirando il cimitero, dirai: 'Anche Silvio è là!"'. E m'inteneriva su quel povero superstite, e faceva voti che gli dessero un altro compagno, capace d'apprezzarlo come lo apprezzava io, - ovvero che il Signore prolungasse i miei martirii, e mi lasciasse il dolce uffizio di temperare quelli di quest'infelice, dividendoli. 
Io non noto quante volte le mie malattie sgombrarono e ricomparvero. 
L'assistenza che in esse faceami Maroncelli era quella del più tenero fratello. 
Ei s'accorgea quando il parlare non mi convenisse, ed allora stava in silenzio; ei s'accorgea quando i suoi detti potessero sollevarmi, ed allora trovava sempre soggetti confacentisi alla disposizione del mio animo, talora secondandola, talora mirando grado grado a mutarla. 
Spiriti più nobili del suo, io non ne avea mai conosciuti; pari al suo, pochi. 
Un grande amore per la giustizia, una grande tolleranza, una gran fiducia nella virtù umana e negli aiuti della Provvidenza, un sentimento vivissimo del bello in tutte le arti, una fantasia ricca di poesia, tutte le più amabili doti di mente e di cuore si univano per rendermelo caro. 
Io non dimenticava Oroboni, ed ogni dì gemea della sua morte, ma gioivami spesso il cuore immaginando che quel diletto, libero di tutti i mali ed in seno alla Divinità, dovesse pure annoverare fra le sue contentezze quella di vedermi con un amico non meno affettuoso di lui. 
Una voce pareva assicurarmi nell'anima che Oroboni non fosse più in luogo di espiazione; nondimeno io pregava sempre per lui. 
Molte volte sognai di vederlo che pregasse per me; e que' sogni io amava di persuadermi che non fossero accidentali, ma bensì vere manifestazioni sue, permesse da Dio per consolarmi. 
Sarebbe cosa ridicola s'io riferissi la vivezza di tali sogni, e la soavità che realmente in me lasciavano per intere giornate. 
Ma i sentimenti religiosi e l'amicizia mia per Maroncelli alleggerivano sempre più le mie afflizioni. 
L'unica idea che mi spaventasse era la possibilità che questo infelice, di salute già assai rovinata, sebbene meno minacciante della mia, mi precedesse nel sepolcro. 
Ogni volta ch'egli ammalava io tremava; ogni volta che vedealo star meglio, era una festa per me. 
Queste paure di perderlo davano al mio affetto per lui una forza sempre maggiore; ed in lui la paura di perder me operava lo stesso effetto. 
Ah! v'è pur molta dolcezza in quelle alternazioni d'affanni e di speranze per una persona che è l'unica che ti rimanga! 
La nostra sorte era sicuramente una delle più misere che si dieno sulla terra; eppure lo stimarci e l'amarci così pienamente formava in mezzo a' nostri dolori una specie di felicità; e davvero la sentivamo. 
CAPO LXXVIII Avrei bramato che il cappellano (del quale io era stato così contento al tempo della mia prima malattia) ci fosse stato conceduto per confessore, e che potessimo vederlo a quando a quando, anche senza trovarci gravemente infermi. 
Invece di dare questo incarico a lui, il governatore ci destinò un agostiniano, per nome P. 
Battista, intantoché venisse da Vienna o la conferma di questo, o la nomina d'un altro. 
Io temea di perderci nel cambio; m'ingannava. 
Il P. Battista era un angiolo di carità; i suoi modi erano educatissimi ed anzi eleganti; ragionava profondamente de' doveri dell'uomo. 
Lo pregammo di visitarci spesso. 
Veniva ogni mese, e più frequentemente se poteva. 
Ci portava anche, col permesso del governatore, qualche libro, e ci diceva, a nome del suo abate, che tutta la biblioteca del convento stava a nostra disposizione. 
Sarebbe stato un gran guadagno questo per noi, se fosse durato. 
Tuttavia ne profittammo per parecchi mesi. 
Dopo la confessione, ei si fermava lungamente a conversare, e da tutti i suoi discorsi appariva un'anima retta, dignitosa, innamorata della grandezza e della santità dell'uomo. 
Avemmo la fortuna di godere circa un anno de' suoi lumi e della sua affezione, e non si smentì mai. 
Non mai una sillaba che potesse far sospettare intenzioni di servire, non al suo ministero, ma alla politica. 
Non mai una mancanza di qualsiasi delicato riguardo. 
A principio, per dir vero, io diffidava di lui, io m'aspettava di vederlo volgere la finezza del suo ingegno ad indagini sconvenienti. 
In un prigioniero di Stato, simile diffidenza è pur troppo naturale; ma oh quanto si resta sollevato allorché svanisce, allorché si scopre nell'interprete di Dio niun altro zelo che quello della causa di Dio e dell'umanità! Egli aveva un modo a lui particolare ed efficacissimo di dare consolazioni. 
Io m'accusava, per esempio, di fremiti d'ira pei rigori della nostra carceraria disciplina. 
Ei moralizzava alquanto sulla virtù di soffrire con serenità e perdonando; poi passava a dipingere con vivissima rappresentazione le miserie di condizione diverse della mia. 
Avea molto vissuto in città ed in campagna, conosciuto grandi e piccoli, e meditato sulle umane ingiustizie; sapea descrivere bene le passioni ed i costumi delle varie classi sociali. 
Dappertutto ei mi mostrava forti e deboli, calpestanti e calpestati; dappertutto la necessità o d'odiare i nostri simili, o d'amarli per generosa indulgenza e per compassione. 
I casi ch'ei raccontava per rammemorarmi l'universalità della sventura, ed i buoni effetti che si possono trarre da questa, nulla aveano di singolare; erano anzi affatto ovvii; ma diceali con parole così giuste, così potenti, che mi faceano fortemente sentire le deduzioni da ricavarne. 
Ah sì! ogni volta ch'io aveva udito quegli amorevoli rimproveri e que' nobili consigli, io ardeva d'amore della virtù, io non abborriva più alcuno, io avrei data la vita pel minimo de' miei simili, io benediceva Dio d'avermi fatto uomo. 
Ah! infelice chi ignora la sublimità della confessione! infelice chi, per non parer volgare, si crede obbligato di guardarla con ischerno! 
Non è vero che, ognuno sapendo già che bisogna esser buono, sia inutile di sentirselo a dire; che bastino le proprie riflessioni ed opportune letture; no! la favella viva d'un uomo ha una possanza che né le letture, né le proprie riflessioni non hanno! 
L'anima n'è più scossa; le impressioni che vi si fanno, sono più profonde. 
Nel fratello che parla, v'è una vita ed un'opportunità che sovente indarno si cercherebbero ne' libri e ne' nostri proprii pensieri. 
CAPO LXXIX Nel principio del 1824, il soprintendente, il quale aveva la sua cancelleria ad uno de' capi del nostro corridoio, trasportossi altrove, e le stanze di cancelleria con altre annesse furono ridotte a carceri. 
Ahi! capimmo che nuovi prigionieri di Stato doveano aspettarsi d'Italia. 
Giunsero infatti in breve quelli d'un terzo processo: tutti amici e conoscenti miei! 
Oh, quando seppi i loro nomi qual fu la mia tristezza! 
Borsieri era uno de' più antichi miei amici! 
A Confalonieri io era affezionato da men lungo tempo, ma pur con tutto il cuore! 
Se avessi potuto, passando al carcere durissimo od a qualunque immaginabile tormento, scontare la loro pena e liberarli, Dio sa se non l'avrei fatto! 
Non dico solo dar la vita per essi: ah che cos'è il dar la vita? soffrire è ben più! Avrei avuto allora tanto d'uopo delle consolazioni del P. 
Battista; non gli permisero più di venire. 
Nuovi ordini vennero pel mantenimento della più severa disciplina. 
Quel terrapieno che ci serviva di passeggio fu dapprima cinto di steccato, sicché nessuno, nemmeno in lontananza con telescopii, potesse più vederci; e così noi perdemmo lo spettacolo bellissimo delle circostanti colline e della sottoposta città. Ciò non bastò. Per andare a quel terrapieno, conveniva attraversare, come dissi, il cortile, ed in questo molti aveano campo di scorgerci. 
A fine di occultarci a tutti gli sguardi, ci fu tolto quel luogo di passeggio e ce ne venne assegnato uno piccolissimo, situato contiguamente al nostro corridoio, ed a pretta tramontana, come le nostre stanze. 
Non posso esprimere quanto questo cambiamento di passeggio ci affliggesse. 
Non ho notato tutti i conforti che avevamo nel luogo che ci veniva tolto. 
La vista de' figliuoli del soprintendente, i loro cari amplessi, dove avevamo veduta inferma ne' suoi ultimi giorni la loro madre; qualche chiacchiera col fabbro, che aveva pur ivi il suo alloggio; le liete canzoncine e le armonie d'un caporale che sonava la chitarra; e per ultimo un innocente amore - un amore non mio, né del mio compagno, ma d'una buona caporalina ungherese, venditrice di frutta. 
Ella erasi invaghita di Maroncelli. 
Già prima che fosse posto con me, esso e la donna, vedendosi ivi quasi ogni giorno, aveano fatto un poco d'amicizia. 
Egli era anima sì onesta, sì dignitosa, sì semplice nelle sue viste, che ignorava affatto d'avere innamorato la pietosa creatura. 
Ne lo feci accorto io. 
Esitò di prestarmi fede, e nel dubbio solo che avessi ragione, impose a se stesso di mostrarsi più freddo con essa. 
La maggior riserva di lui, invece di spegnere l'amore della donna, pareva aumentarlo. 
Siccome la finestra della stanza di lei era alta appena un braccio dal suolo del terrapieno, ella balzava dal nostro lato per l'apparente motivo di stendere al sole qualche pannolino o fare alcun'altra faccenduola, e stava lì a guardarci; e se poteva, attaccava discorso. 
Le povere nostre guardie, sempre stanche di aver poco o niente dormito la notte, coglievano volentieri l'occasione d'essere in quell'angolo, dove, senz'essere vedute da' superiori, poteano sedere sull'erba e sonnecchiare. 
Maroncelli era allora in un grande imbarazzo, tanto appariva l'amore di quella sciagurata. 
Maggiore era l'imbarazzo mio. 
Nondimeno simili scene, che sarebbero state assai risibili se la donna ci avesse ispirato poco rispetto, erano per noi serie, e potrei dire patetiche. 
L'infelice ungherese aveva una di quelle fisionomie, le quali annunciano indubitabilmente l'abitudine della virtù ed il bisogno di stima. 
Non era bella, ma dotata di tale espressione di gentilezza, che i contorni alquanto irregolari del suo volto sembravano abbellirsi ad ogni sorriso, ad ogni moto de' muscoli. 
Se fosse mio proposito di scrivere d'amore, mi resterebbero non brevi cose a dire di quella misera e virtuosa donna, - or morta Ma basti l'avere accennato uno de' pochi avvenimenti del nostro carcere. 
CAPO LXXX I cresciuti rigori rendevano sempre più monotona la nostra vita. 
Tutto il 1824, tutto il 25, tutto il 26, tutto il 27, in che ii passarono per noi? 
Ci fu tolto quell'uso de' nostri libri che per interim ci era stato conceduto dal governatore. 
Il carcere divenneci una vera tomba, nella quale neppure la tranquillità della tomba c'era lasciata. 
Ogni mese veniva, in giorno indeterminato, a farvi una diligente perquisizione il direttore di polizia, accompagnato d'un luogotenente e di guardie. 
Ci spogliavano nudi, esaminavano tutte le cuciture de' vestiti, nel dubbio che vi si tenesse celata qualche carta o altro, si scucivano i pagliericci per frugarvi dentro. 
Benché nulla di clandestino potessero trovarci, questa visita ostile e di sorpresa, ripetuta senza fine, aveva non so che, che m'irritava, e che ogni volta metteami la febbre. 
Gli anni precedenti m'erano sembrati sì infelici, ed ora io pensava ad essi con desiderio, come ad un tempo di care dolcezze. 
Dov'erano le ore ch'io m'ingolfava nello studio della Bibbia, o d'Omero? 
A forza di leggere Omero nel testo, quella poca cognizione di greco ch'io aveva si era aumentata, ed erami appassionato per quella lingua. 
Quanto incresceami di non poterne continuare lo studio! 
Dante, Petrarca, Shakespeare, Byron, Walter Scott, Schiller, Goethe, ecc., quanti amici m'erano involati! 
Fra siffatti io annoverava pure alcuni libri di cristiana sapienza, come il Bourdaloue, il Pascal, l'Imitazione di Gesù Cristo, la Filotea, ecc., libri che se si leggono con critica ristretta ed illiberale, esultando ad ogni reperibile difetto di gusto, ad ogni pensiero non valido, si gettano là e non si ripigliano; ma che, letti senza malignare e senza scandalezzarsi dei lati deboli, scoprono una filosofia alta e vigorosamente nutritiva pel cuore e per l'intelletto. 
Alcuni di siffatti libri di religione ci furono poscia mandati in dono dall'Imperatore, ma con esclusione assoluta di libri d'altra specie servienti a studio letterario. 
Questo dono d'opere ascetiche venneci impetrato nel 1825 da un confessore dalmata inviatoci da Vienna, il P. 
Stefano Paulowich, fatto, due anni appresso, vescovo di Cattaro. 
A lui fummo pur debitori d'aver finalmente la messa, che prima ci si era sempre negata dicendoci che non poteano condurci in chiesa e tenerci separati a due a due siccome era prescritto. 
Tanta separazione non potendo mantenersi, andavamo alla messa divisi in tre gruppi; un gruppo sulla tribuna dell'organo, un altro sotto la tribuna, in guisa da non esser veduto, ed il terzo in un oratorietto guardante in chiesa per mezzo d'una grata. 
Maroncelli ed io avevamo allora per compagni, ma con divieto che una coppia parlasse coll'altra, sei condannati, di sentenza anteriore alla nostra. 
Due di essi erano stati miei vicini nei Piombi di Venezia. 
Eravamo condotti da guardie al posto assegnato, e ricondotti, dopo la messa, ciascuna coppia nel suo carcere. 
Veniva a dirci la messa un cappuccino. 
Questo buon uomo finiva sempre il suo rito con un Oremus implorante la nostra liberazione dai vincoli, e la sua voce si commovea. 
Quando veniva via dall'altare, dava una pietosa occhiata a ciascuno de' tre gruppi, ed inchinava mestamente il capo pregando. 
CAPO LXXXI Nel 1825 Schiller fu riputato omai troppo indebolito dagli acciacchi della vecchiaia, e gli diedero la custodia d'altri condannati pei quali sembrasse non richiedersi tanta vigilanza. 
Oh quanto c'increbbe ch'ei si allontanasse da noi, ed a lui pure increbbe di lasciarci! 
Per successore ebb'egli dapprima Kral, uomo non inferiore a lui in bontà. Ma anche a questo venne data in breve un'altra destinazione, e ce ne capitò uno, non cattivo, ma burbero ed estraneo ad ogni dimostrazione d'affetto. 
Questi mutamenti m'affliggevano profondamente. 
Schiller, Kral e Kubitzky, ma in particolar modo i due primi, ci avevano assistiti nelle nostre malattie come un padre ed un fratello avrebbero potuto fare. 
Incapaci di mancare al loro dovere, sapeano eseguirlo senza durezza di cuore. 
Se v'era un po' di durezza nelle forme, era quasi sempre involontaria, e riscattavanla pienamente i tratti amorevoli che ci usavano. 
M'adirai talvolta contr'essi, ma oh come mi perdonavano cordialmente! come anelavano di persuaderci che non erano senza affezione per noi, e come gioivano vedendo che n'eravamo persuasi e li stimavamo uomini dabbene! 
Dacché fu lontano da noi, più volte Schiller s'ammalò, e si riebbe. 
Domandavamo contezza di lui con ansietà filiale. 
Quand'egli era convalescente, veniva talvolta a passeggiare sotto le nostre finestre. 
Noi tossivamo per salutarlo, ed egli guardava in su con un sorriso melanconico, e diceva alla sentinella, in guisa che udissimo: «Da sind meine Söhne! (là sono i miei figli!)». Povero vecchio! che pena mi mettea il vederti trascinare stentatamente l'egro fianco, e non poterti sostenere col mio braccio! 
Talvolta ei sedeva lì sull'erba, e leggea. 
Erano libri ch'ei m'avea prestati. 
Ed affinché io li riconoscessi, ei ne diceva il titolo alla sentinella, o ne ripeteva qualche squarcio. 
Per lo più tai libri erano novelle da calendari, od altri romanzi di poco valore letterario, ma morali. 
Dopo varie ricadute d'apoplessia, si fece portare all'ospedale de' militari. 
Era già in pessimo stato, e colà in breve morì. Possedeva alcune centinaia di fiorini, frutto de' suoi lunghi risparmii: queste erano da lui state date in prestito ad alcuni suoi commilitoni. 
Allorché si vide presso il suo fine, appellò a sè quegli amici, e disse: «Non ho più congiunti; ciascuno di voi si tenga ciò che ha nelle mani. 
Vi domando solo di pregare per me». Uno di tali amici aveva una figlia di diciotto anni, la quale era figlioccia di Schiller. 
Poche ore prima di morire, il buon vecchio la mandò a chiamare. 
Ei non potea più proferire parole distinte; si cavò di dito un anello d'argento, ultima sua ricchezza, e lo mise in dito a lei. 
Poi la baciò, e pianse baciandola. 
La fanciulla urlava, e lo inondava di lagrime. 
Ei gliele asciugava col fazzoletto. 
Prese le mani di lei e se le pose sugli occhi. 
- Quegli occhi erano chiusi per sempre. 
CAPO LXXXII Le consolazioni umane ci andavano mancando una dopo l'altra; gli affanni erano sempre maggiori. 
Io mi rassegnava al voler di Dio, ma mi rassegnava gemendo; e l'anima mia, invece d'indurirsi al male, sembrava sentirlo sempre più dolorosamente. 
Una volta mi fu clandestinamente recato un foglio della Gazzetta d'Augsburgo, nel quale spacciavasi stranissima cosa di me, a proposito della monacazione d'una delle mie sorelle. 
Diceva: «La signora Maria Angiola Pellico, figlia ecc. 
ecc., prese addì ecc. 
il velo nel monastero della Visitazione in Torino ecc. 
È dessa sorella dell'autore della Francesca da Rimini, Silvio Pellico, il quale usci recentemente dalla fortezza di Spielberg, graziato da S.M. 
l'Imperatore; tratto di clemenza degnissimo di sì magnanimo Sovrano, e che rallegrò tutta Italia, stanteché, ecc. 
ecc.». E qui seguivano le mie lodi. 
La frottola della grazia non sapeva immaginarmi perché fosse stata inventata. 
Un puro divertimento del giornalista non parea verisimile; era forse qualche astuzia delle polizie tedesche? 
Chi lo sa? Ma i nomi di Maria Angiola erano precisamente quelli di mia sorella minore. 
Doveano, senza dubbio, esser passati dalla gazzetta di Torino ad altre gazzette. 
Dunque quell'ottima fanciulla s'era veramente fatta monaca? 
Ah, forse ella prese quello stato perché ha perduto i genitori! 
Povera fanciulla! non ha voluto ch'io solo patissi le angustie del carcere: anch'ella ha voluto recludersi! 
Il Signore le dia più che non dà a me, le virtù della pazienza e della abnegazione! 
Quante volte, nella sua cella, quell'angiolo penserà a me! quanto spesso farà dure penitenze per ottener da Dio che alleggerisca i mali del fratello! 
Questi pensieri m'intenerivano, mi straziavano il cuore. 
Pur troppo le mie sventure potevano aver influito ad abbreviare i giorni del padre o della madre, o d'entrambi! 
Più ci pensava, e più mi pareva impossibile che senza siffatta perdita la mia Marietta avesse abbandonato il tetto paterno. 
Questa idea mi opprimeva quasi certezza, ed io caddi quindi nel più angoscioso lutto. 
Maroncelli n'era commosso non meno di me. 
Qualche giorno appresso ei diedesi a comporre un lamento poetico sulla sorella del prigioniero. 
Riuscì un bellissimo poemetto spirante melanconia e compianto. 
Quando l'ebbe terminato, me lo recitò. Oh come gli fui grato della sua gentilezza! 
Fra tanti milioni di versi che fino allora s'erano fatti per monache, probabilmente quelli erano i soli che si componessero in carcere, pel fratello della monaca, da un compagno di ferri. 
Qual concorso d'idee patetiche e religiose! 
Così l'amicizia addolciva i miei dolori. 
Ah, da quel tempo non volse più giorno ch'io non m'aggirassi lungamente col pensiero in un convento di vergini; che fra quelle vergini io non ne considerassi con più tenera pietà una: ch'io non pregassi ardentemente il Cielo d'abbellirle la solitudine, e di non lasciare che la fantasia le dipingesse troppo orrendamente la mia prigione! 
CAPO LXXXIII L'essermi venuta clandestinamente quella gazzetta non faccia immaginare al lettore che frequenti fossero le notizie del mondo ch'io riuscissi a procurarmi. 
No: tutti erano buoni intorno a me, ma tutti legati da somma paura. 
Se avvenne qualche lieve clandestinità, non fu se non quando il pericolo potea veramente parer nullo. 
Ed era difficil cosa che potesse parer nullo in mezzo a tante perquisizioni ordinarie e straordinarie. 
Non mi fu mai dato d'avere nascostamente notizie dei miei cari lontani, tranne il surriferito cenno relativo a mia sorella. 
Il timore ch'io aveva, che i miei genitori non fossero più in vita, venne di lì a qualche tempo piuttosto aumentato che diminuito dal modo con cui una volta il direttore di polizia venne ad annunciarmi che a casa mia stavano bene. 
«S.M. l'Imperatore comanda» diss'egli «che io le partecipi buone nuove di que' congiunti ch'ella ha a Torino.» Trabalzai dal piacere e dalla sorpresa a questa non mai prima avvenuta partecipazione, e chiesi maggiori particolarità. «Lasciai» gli diss'io «genitori, fratelli e sorelle a Torino. 
Vivono tutti? Deh, s'ella ha una lettera d'alcun di loro, la supplico di mostrarmela!» «Non posso mostrar niente. 
Ella deve contentarsi di ciò. È sempre una prova di benignità dell'Imperatore il farle dire queste consolanti parole. 
Ciò non s'è ancor fatto a nessuno.» «Concedo esser prova di benignità dell'Imperatore; ma ella sentirà che m'è impossibile trarre consolazione da parole così indeterminate. 
Quali sono que' miei congiunti che stanno bene? 
Non ne ho io perduto alcuno?» «Signore, mi rincresce di non poterle dire di più di quel che m'è stato imposto.» E così se n'andò. L'intenzione era certamente stata di recarmi un sollievo con quella notizia. 
Ma io mi persuasi che, nello stesso tempo che l'Imperatore aveva voluto cedere alle istanze di qualche mio congiunto, e consentire che mi fosse portato quel cenno, ei non volea che mi si mostrasse alcuna lettera, affinch'io non vedessi quali de' miei cari mi fossero mancati. 
Indi a parecchi mesi, un annuncio simile al suddetto mi fu recato. 
Niuna lettera, niuna spiegazione di più. Videro ch'io non mi contentava di tanto e che rimaneane vieppiù afflitto, e nulla mai più mi dissero della mia famiglia. 
L'immaginarmi che i genitori fossero morti, che il fossero forse anche i fratelli, e Giuseppina altra mia amatissima sorella; che forse Marietta unica superstite s'estinguerebbe presto nell'angoscia della solitudine e negli stenti della penitenza, mi distaccava sempre più dalla vita. 
Alcune volte, assalito fortemente dalle solite infermità o da infermità nuove, come coliche orrende con sintomi dolorosissimi e simili a quelli del morbo-colera, io sperai di morire. 
Si; l'espressione è esatta: sperai. 
E nondimeno, oh contraddizioni dell'uomo! dando un'occhiata al languente mio compagno mi si straziava il cuore al pensiero di lasciarlo solo, e desiderava di nuovo la vita! 
CAPO LXXXIV Tre volte vennero di Vienna personaggi d'alto grado a visitare le nostre carceri, per assicurarsi che non ci fossero abusi di disciplina. 
La prima fu del barone von Münch, e questi, impietosito della poca luce che avevamo, disse che avrebbe implorato di poter prolungare la nostra giornata facendoci mettere per qualche ora della sera una lanterna alla parte esteriore dello sportello. 
La sua visita fu nel 1825. 
Un anno dopo fu eseguito il suo pio intento. 
E così a quel lume sepolcrale potevamo indi in poi vedere le pareti, e non romperci il capo passeggiando. 
La seconda visita fu del barone von Vogel. 
Egli mi trovò in pessimo stato di salute, ed udendo che, sebbene il medico riputasse a me giovevole il caffè, non s'attentava d'ordinarmelo perché oggetto di lusso, disse una parola di consenso a mio favore; ed il caffè mi venne ordinato. 
La terza visita fu di non so qual altro signore della Corte, uomo tra i cinquanta ed i sessanta, che ci dimostrò co' modi e colle parole la più nobile compassione. 
Non potea far nulla per noi, ma l'espressione soave della sua bontà era un beneficio, e gli fummo grati. 
Oh qual brama ha il prigioniero di veder creature della sua specie! 
La religione cristiana, che è sì ricca d'umanità, non ha dimenticato di annoverare fra le opere di misericordia il visitare i carcerati. 
L'aspetto degli uomini cui duole della tua sventura, quand'anche non abbiano modo di sollevartene più efficacemente, te l'addolcisce. 
La somma solitudine può tornar vantaggiosa all'ammendamento d'alcune anime; ma credo che in generale lo sia assai più se non ispinta all'estremo, se mescolata di qualche contatto colla società. Io almeno son così fatto. 
Se non vedo i miei simili, concentro il mio amore su troppo picciolo numero di essi, e disamo gli altri; se posso vederne, non dirò molti, ma un numero discreto, amo con tenerezza tutto il genere umano. 
Mille volte mi son trovato col cuore sì unicamente amante di pochissimi, e pieno d'odio per gli altri, ch'io me ne spaventava. 
Allora andava alla finestra sospirando di vedere qualche faccia nuova, e m'estimava felice se la sentinella non passeggiava troppo rasente il muro; se si scostava sì che potessi vederla; se alzava il capo udendomi tossire, se la sua fisionomia era buona. 
Quando mi parea scorgervi sensi di pietà, un dolce palpito prendeami come se quello sconosciuto soldato fosse un intimo amico. 
S'ei s'allontanava, io aspettava con innamorata inquietudine ch'ei ritornasse, e s'ei ritornava guardandomi, io ne gioiva come d'una grande carità. Se non passava più in guisa ch'io lo vedessi, io restava mortificato come uomo che ama, e conosce che altri nol cura. 
CAPO LXXXV Nel carcere contiguo, già d'Oroboni, stavano ora D. 
Marco Fortini e il signor Antonio Villa. 
Quest'ultimo, altre volte robusto come un Ercole, patì molto la fame il primo anno, e quando ebbe più cibo si trovò senza forze per digerire. 
Languì lungamente, e poi, ridotto quasi all'estremità, ottenne che gli dessero un carcere più arioso. 
L'atmosfera mefitica d'un angusto sepolcro gli era, senza dubbio, nocivissima, siccome lo era a tutti gli altri. 
Ma il rimedio da lui invocato non fu sufficiente. 
In quella stanza grande campò qualche mese ancora, poi dopo varii sbocchi di sangue morì. Fu assistito dal concaptivo D. 
Fortini e dall'abate Paulowich, venuto in fretta di Vienna quando si seppe ch'era moribondo. 
Bench'io non mi fossi vincolato con lui così strettamente come con Oroboni, pur la sua morte mi afflisse molto. 
Io sapeva ch'egli era amato colla più viva tenerezza da' genitori e da una sposa! 
Per lui, era più da invidiarsi che da compiangersi; ma que' superstiti!... Egli era anche stato mio vicino sotto i Piombi; Tremerello m'avea portato parecchi versi di lui, e gli avea portati de' miei. 
Talvolta regnava in que' suoi versi un profondo sentimento. 
Dopo la sua morte mi parve d'essergli più affezionato che in vita, udendo dalle guardie quanto miseramente avesse patito. 
L'infelice non poteva rassegnarsi a morire, sebbene religiosissimo. 
Provò al più alto grado l'orrore di quel terribile passo, benedicendo però sempre il Signore, e gridandogli con lagrime: «Non so conformare la mia volontà alla tua, eppur voglio conformarla; opera tu in me questo miracolo!» Ei non aveva il coraggio d'Oroboni, ma lo imitò, protestando di perdonare a' nemici. 
Alla fine di quell'anno (era il 1826) udimmo una sera nel corridoio il romore mal compresso di parecchi camminanti. 
I nostri orecchi erano divenuti sapientissimi a discernere mille generi di romori. 
Una porta viene aperta; conosciamo essere quella ov'era l'avvocato Solera. 
Se n'apre un'altra: è quella di Fortini. 
Fra alcune voci dimesse, distinguiamo quella del direttore di polizia. 
«Che sarà? Una perquisizione ad ora sì tarda? e perché?» Ma in breve escono di nuovo nel corridoio. 
Quand'ecco la cara voce del buon Fortini: «Oh povereto mi! la scusi, sala; ho desmentegà un tomo del breviario». E lesto lesto ei correva indietro a prendersi quel tomo, poi raggiungeva il drappello. 
La porta della scala s'aperse, intendemmo i loro passi fino al fondo: capimmo che i due felici aveano ricevuto la grazia; e, sebbene c'increscesse di non seguirli, ne esultammo. 
CAPO LXXXVI Era la liberazione di que' due compagni senza alcuna conseguenza per noi? 
Come uscivano essi, i quali erano stati condannati al pari di noi, uno a vent'anni, l'altro a quindici, e su noi e su molt'altri non risplendeva grazia? 
Contro i non liberati esistevano dunque prevenzioni più ostili? 
Ovvero sarebbevi la disposizione di graziarci tutti, ma a brevi intervalli di distanza, due alla volta? forse ogni mese? forse ogni due o tre mesi? 
Così per alcun tempo dubbiammo. 
E più di tre mesi volsero né altra liberazione faceasi. 
Verso la fine del 1827, pensammo che il dicembre potesse essere determinato per anniversario delle grazie. 
Ma il dicembre passò e nulla accadde. 
Protraemmo l'aspettativa sino alla state del 1828, terminando allora per me i sett'anni e mezzo di pena, equivalenti, secondo il detto dell'Imperatore, ai quindici, ove pure la pena si volesse contare dall'arresto. 
Ché se non voleasi comprendere il tempo del processo (e questa supposizione era la più verisimile), ma bensì cominciare dalla pubblicazione della condanna, i sett'anni e mezzo non sarebbero finiti che nel 1829. 
Tutti i termini calcolabili passarono, e grazia non rifulse. 
Intanto, già prima dell'uscita di Solera e Fortini, era venuto al mio povero Maroncelli un tumore al ginocchio sinistro. 
In principio il dolore era mite, e lo costringea soltanto a zoppicare. 
Poi stentava a trascinare i ferri, e di rado usciva a passeggio. 
Un mattino d'autunno gli piacque d'uscir meco per respirare un poco d'aria: v'era già neve; ed in un fatale momento ch'io nol sosteneva, inciampò e cadde. 
La percossa fece immantinente divenire acuto il dolore del ginocchio. 
Lo portammo sul suo letto; ei non era più in grado di reggersi. 
Quando il medico lo vide, si decise finalmente a fargli levare i ferri. 
Il tumore peggiorò di giorno in giorno, e divenne enorme e sempre più doloroso. 
Tali erano i martirii del povero infermo, che non potea aver requie né in letto né fuor di letto. 
Quando gli era necessità muoversi, alzarsi, porsi a giacere, io dovea prendere colla maggior delicatezza possibile la gamba malata, e trasportarla lentissimamente nella guisa che occorreva. 
Talvolta, per fare il più piccolo passaggio da una posizione all'altra ci volevano quarti d'ora di spasimo. 
Sanguisughe, fontanelle, pietre caustiche, fomenti ora asciutti, or umidi, tutto fu tentato dal medico. 
Erano accrescimenti di strazio, e niente più. Dopo i bruciamenti colle pietre si formava la suppurazione. 
Quel tumore era tutto piaghe; ma non mai diminuiva, non mai lo sfogo delle piaghe recava alcun lenimento al dolore. 
Maroncelli era mille volte più infelice di me; nondimeno, oh quanto io pativa con lui! 
Le cure d'infermiere mi erano dolci, perché usate a sì degno amico. 
Ma vederlo così deperire, fra sì lunghi atroci tormenti, e non potergli recar salute! 
E presagire che quel ginocchio non sarebbe mai più risanato! 
E scorgere che l'infermo tenea più verisimile la morte che la guarigione! 
E doverlo continuamente ammirare pel suo coraggio e per la sue serenità! ah, ciò m'angosciava in modo indicibile! 
CAPO LXXXVII In quel deplorabile stato, ei poetava ancora, ei cantava, ei discorreva; ei tutto facea per illudermi, per nascondermi una parte de' suoi mali. 
Non potea più digerire, né dormire; dimagrava spaventosamente; andava frequentemente in deliquio; e tuttavia, in alcuni istanti raccoglieva la sua vitalità e faceva animo a me. 
Ciò ch'egli patì per nove lunghi mesi non è descrivibile. 
Finalmente fu conceduto che si tenesse un consulto. 
Venne il protomedico, approvò tutto quello che il medico avea tentato, e senza pronunciare la sue opinione sull'infermità, e su ciò che restasse a fare, se n'andò. Un momento appresso, viene il sottintendente, e dice a Maroncelli: «Il protomedico non s'è avventurato di spiegarsi qui in sua presenza; temeva ch'ella non avesse la forza d'udirsi annunziare una dura necessità. Io l'ho assicurato che a lei non manca il coraggio». «Spero» disse Maroncelli «d'averne dato qualche prova, in soffrire senza urli questi strazi. 
Mi si proporrebbe mai?..» «Si, signore, l'amputazione. 
Se non che il protomedico, vedendo un corpo così emunto, èsita a consigliarla. 
In tanta debolezza, si sentirà ella capace di sostenere l'amputazione? 
Vuol ella esporsi al pericolo?...» «Di morire? 
E non morrei in breve egualmente se non si mette termine a questo male?» «Dunque faremo subito relazione a Vienna d'ogni cosa, ed appena venuto il permesso di amputarla...» «Che? ci vuole un permesso?» «Sì, signore.» Di lì a otto giorni, l'aspettato consentimento giunse. 
Il malato fu portato in una stanza più grande; ei dimandò ch'io lo seguissi. 
«Potrei spirare sotto l'operazione;» diss'egli «ch'io mi trovi almeno fra le braccia dell'amico.» La mia compagnia gli fu conceduta. 
L'abate Wrba, nostro confessore (succeduto a Paulowich), venne ad amministrare i sacramenti all'infelice. 
Adempiuto questo atto di religione, aspettavamo i chirurgi, e non comparivano. 
Maroncelli si mise ancora a cantare un inno. 
I chirurgi vennero alfine: erano due. 
Uno, quello ordinario della casa, cioè il nostro barbiere, ed egli, quando occorrevano operazioni, aveva il diritto di farle di sua mano e non volea cederne l'onore ad altri. 
L'altro era un giovane chirurgo, allievo della scuola di Vienna, e già godente fama di molta abilità. Questi, mandato dal governatore per assistere all'operazione e dirigerla, avrebbe voluto farla egli stesso, ma gli convenne contentarsi di vegliare all'esecuzione. 
Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe giù: io lo tenea fra le mie braccia. 
Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello. 
Il vecchio chirurgo tagliò tutto intorno, la profondità d'un dito; poi tirò in su la pelle tagliata, e continuò il taglio sui muscoli scorticati. 
Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. 
Per ultimo, si segò l'osso. 
Maroncelli non mise un grido. 
Quando vide che gli portavano via la gamba tagliata, le diede un'occhiata di compassione, poi, voltosi al chirurgo operatore, gli disse: «Ella m'ha liberato d'un nemico, e non ho modo di rimunerarnela.» V'era in un bicchiere sopra la finestra una rosa. 
«Ti prego di portarmi quella rosa» mi disse. 
Gliela portai. Ed ei l'offerse al vecchio chirurgo, dicendogli: «Non ho altro a presentarle in testimonianza della mia gratitudine.» Quegli prese la rosa, e pianse. 
CAPO LXXXVIII I chirurgi aveano creduto che l'infermeria di Spielberg provvedesse tutto l'occorrente, eccetto i ferri ch'essi portarono. 
Ma fatta l'amputazione, s'accorsero che mancavano diverse cose necessarie: tela incerata, ghiaccio, bende, ecc. 
Il misero mutilato dovette aspettare due ore, che tutto questo fosse portato dalla città. Finalmente poté stendersi sul letto; ed il ghiaccio gli fu posto sul tronco. 
Il dì seguente, liberarono il tronco dai grumi di sangue formativisi, lo lavarono, tirarono in giù la pelle, e fasciarono. 
Per parecchi giorni non si diede al malato se non qualche mezza chicchera di brodo con torlo d'uovo sbattuto. 
E quando fu passato il pericolo della febbre vulneraria, cominciarono gradatamente a ristorarlo con cibo più nutritivo. 
L'Imperatore avea ordinato che, finché le forze fossero ristabilite, gli si desse buon cibo, della cucina del soprintendente. 
La guarigione si operò in quaranta giorni. 
Dopo i quali fummo ricondotti nel nostro carcere; questo per altro ci venne ampliato, facendo cioè un'apertura al muro ed unendo la nostra antica tanai a quella già abitata da Oroboni e poi da Villa. 
Io trasportai il mio letto al luogo medesimo ov'era stato quello d'Oroboni, ov'egli era morto. 
Quest'identità di luogo m'era cara; pareami di essermi avvicinato a lui. 
Sognava spesso di lui, e pareami che il suo spirito veramente mi visitasse e mi rasserenasse con celesti consolazioni. 
Lo spettacolo orribile di tanti tormenti sofferti da Maroncelli, e prima del taglio della gamba, e durante quell'operazione, e dappoi, mi fortificò l'animo. 
Iddio, che m'avea dato sufficiente salute nel tempo della malattia di quello, perché le mie cure gli erano necessarie, me la tolse allorch'egli poté reggersi sulle grucce. 
Ebbi parecchi tumori glandulari dolorosissimi. 
Ne risanai, ed a questi successero affanni di petto, già provati altre volte ma ora più soffocanti che mai, vertigini e dissenterie spasmodiche. 
«È venuta la mia volta" diceva tra me. 
"Sarò io meno paziente del mio compagno?" 
M'applicai quindi ad imitare, quant'io sapea, la sua virtù. Non v'è dubbio che ogni condizione umana ha i suoi doveri. 
Quelli d'un infermo sono la pazienza, il coraggio e tutti gli sforzi per non essere inamabile a coloro che gli sono vicini. 
Maroncelli, sulle sue povere grucce, non avea più l'agilità d'altre volte, e rincresceagli, temendo di servirmi meno bene. 
Ei temeva inoltre che, per risparmiargli i movimenti e la fatica, io non mi prevalessi de' suoi servigi quanto mi abbisognava. 
E questo veramente talora accadeva, ma io procacciava che non se n'accorgesse. 
Quantunque egli avesse ripigliato forza, non era però senza incomodi. 
Ei pativa, come tutti gli amputati, sensazioni dolorose ne' nervi, quasiché la parte tagliata vivesse ancora. 
Gli doleano il piede, la gamba ed il ginocchio ch'ei più non avea. 
Aggiugneasi che l'osso era stato mal segato, e sporgeva nelle nuove carni, e facea frequenti piaghe. 
Soltanto dopo circa un anno il tronco fu abbastanza indurito e più non s'aperse. 
CAPO LXXXIX Ma nuovi mali assalirono l'infelice, e quasi senza intervallo. 
Dapprima una artritide, che cominciò per le giunture delle mani e poi gli martirò più mesi tutta la persona; indi lo scorbuto. 
Questo gli coperse in breve il corpo di macchie livide, e mettea spavento. 
Io cercava di consolarmi, pensando tra me: "Poiché convien morir qua dentro, è meglio che sia venuto ad uno dei due lo scorbuto; è male attaccaticcio, e ne condurrà nella tomba, se non insieme, almeno a poca distanza di tempo" Ci preparavamo entrambi alla morte, ed eravamo tranquilli. 
Nove anni di prigione e di gravi patimenti ci aveano finalmente addimesticati coll'idea del totale disfacimento di due corpi così rovinati e bisognosi di pace. 
E le anime fidavano nella bontà di Dio, e credeano di riunirsi entrambe in luogo ove tutte le ire degli uomini cessano, ed ove pregavamo che a noi si riunissero anche, un giorno, placati, coloro che non ci amavano. 
Lo scorbuto, negli anni precedenti, aveva fatto molta strage in quelle prigioni. 
Il governo, quando seppe che Maroncelli era affetto da quel terribile male, paventò nuova epidemia scorbutica e consentì all'inchiesta del medico, il quale diceva non esservi rimedio efficace per Maroncelli se non l'aria aperta, e consigliava di tenerlo il meno possibile entro la stanza. 
Io, come contubernale di questo, ed anche infermo di discrasia, godetti lo stesso vantaggio. 
In tutte quelle ore che il passeggio non era occupato da altri, cioè da mezz'ora avanti l'alba per un paio d'ore, poi durante il pranzo, se così ci piaceva, indi per tre ore della sera sin dopo il tramonto, stavamo fuori. 
Ciò pei giorni feriali. 
Ne' festivi, non essendovi il passeggio consueto degli altri, stavamo fuori da mattina a sera, eccettuato il pranzo. 
Un altro infelice, di salute danneggiatissima, e di circa settant'anni, fu aggregato a noi, reputandosi che l'ossigeno potessegli pur giovare. 
Era il signor Costantino Munari, amabile vecchio, dilettante di studi letterari e filosofici, e la cui società ci fu assai piacevole. 
Volendo computare la mia pena non dall'epoca dell'arresto ma da quella della condanna, i sette anni e mezzo finivano nel 1829 ai primi di luglio, secondo la firma imperiale della sentenza, ovvero ai 22 d'agosto, secondo la pubblicazione. 
Ma anche questo termine passò, e morì ogni speranza. 
Fino allora Maroncelli, Munari ed io facevamo talvolta la supposizione di rivedere ancora il mondo, la nostra Italia, i nostri congiunti; e ciò era materia di ragionamenti pieni di desiderio, di pietà e d'amore. 
Passato l'agosto e poi il settembre, e poi tutto quell'anno, ci avvezzammo a non isperare più nulla sopra la terra, tranne l'inalterabile continuazione della reciproca nostra amicizia, e l'assistenza di Dio, per consumare degnamente il resto del nostro lungo sacrifizio. 
Ah l'amicizia e la religione sono due beni inestimabili! 
Abbelliscono anche le ore de' prigionieri, a cui più non risplende verisimiglianza di grazia! 
Dio è veramente cogli sventurati; - cogli sventurati che amano! 
CAPO XC Dopo la morte di Villa, all'abate Paulowich, che fu fatto vescovo, segui per nostro confessore l'abate Wrba, moravo, professore di Testamento Nuovo a Brünn, valente allievo dell'Istituto Sublime di Vienna. 
Quest'istituto è una congregazione fondata dal celebre Frint, allora parroco di corte. 
I membri di tal congregazione sono tutti sacerdoti, i quali, già laureati in teologia, proseguono ivi sotto severa disciplina i loro studi, per giungere al possesso del massimo sapere conseguibile. 
L'intento del fondatore è stato egregio: quello cioè di produrre un perenne disseminamento di vera e forte scienza nel clero cattolico di Germania. 
E simile intento viene, in generale, adempiuto. 
Wrba, stando a Brünn, potea darci molta più parte del suo tempo che Paulowich. 
Ei divenne per noi ciò ch'era il P. 
Battista, tranne che non gli era lecito di prestarci alcun libro. 
Facevamo spesso insieme lunghe conferenze; e la mia religiosità ne traeva grande profitto; o, se questo è dir troppo, a me pareva di trarnelo, e sommo era il conforto che indi sentiva. 
Nell'anno 1829 ammalò; poi, dovendo assumere altri impegni, non poté più venire da noi. 
Ce ne spiacque altamente; ma avemmo la buona sorte che a lui seguisse altro dotto ed egregio uomo, l'abate Ziak, vicecurato. 
Di que' parecchi sacerdoti tedeschi che ci furono destinati, non capitarne uno cattivo! non uno che scoprissimo volersi fare stromento della politica (e questo è si facile a scoprirsi!), non uno, anzi, che non avesse i riuniti meriti di molta dottrina, di dichiaratissima fede cattolica e di filosofia profonda! 
Oh quanto ministri della Chiesa siffatti sono rispettabili! 
Que' pochi ch'io conobbi mi fecero concepire un'opinione assai vantaggiosa del clero cattolico tedesco. 
Anche l'abate Ziak teneva lunghe conferenze con noi. 
Egli pure mi serviva d'esempio per sopportare con serenità i miei dolori. 
Incessanti flussioni ai denti, alla gola, agli orecchi lo tormentavano, ed era nondimeno sempre sorridente. 
Intanto la molt'aria aperta fece scomparire a poco a poco le macchie scorbutiche di Maroncelli; e parimenti Munari ed io stavamo meglio. 
CAPO XCI Spuntò il 1° d'agosto del 1830. 
Volgeano dieci anni ch'io avea perduta la libertà; ott'anni e mezzo ch'io scontava il carcere duro. 
Era giorno di domenica. 
Andammo, come le altre feste, nel solito recinto. 
Guardammo ancora dal muricciuolo la sottoposta valle, ed il cimitero ove giaceano Oroboni e Villa; parlammo ancora del riposo che un dì v'avrebbero le nostre ossa. 
Ci assidemmo ancora sulla solita panca ad aspettare che le povere condannate venissero alla messa, che si diceva prima della nostra. 
Queste erano condotte nel medesimo oratorietto dove per la messa seguente andavamo noi. 
Esso era contiguo al passeggio. 
È uso in tutta la Germania che durante la messa il popolo canti inni in lingua viva. 
Siccome l'impero d'Austria è paese misto di tedeschi e di slavi, e nelle prigioni di Spielberg il maggior numero de' condannati comuni appartiene all'uno o all'altro di que' popoli, gl'inni vi si cantano una festa in tedesco e l'altra in islavo. 
Così ogni festa si fanno due prediche, e s'alternano le due lingue. 
Dolcissimo piacere era per noi l'udire quei canti e l'organo che l'accompagnava. 
Fra le donne ve n'avea, la cui voce andava al cuore. 
Infelici! Alcune erano giovanissime. 
Un amore, una gelosia, un mal esempio le avea trascinate al delitto! - Mi suona ancora nell'anima il loro religiosissimo canto del Sanctus: «heilig! heilig! heilig!». Versai ancora una lagrima udendolo. 
Alle ore dieci le donne si ritirarono, e andammo alla messa noi. 
Vidi ancora quelli de' miei compagni di sventura che udivano la messa sulla tribuna dell'organo, da' quali una sola grata ci separava, tutti pallidi, smunti, traenti con fatica i loro ferri! 
Dopo la messa tornammo ne' nostri covili. 
Un quarto di ora dopo ci portarono il pranzo. 
Apparecchiavamo la nostra tavola, il che consisteva nel mettere un'assicella sul tavolaccio e prendere i nostri cucchiai di legno, quando il signor Wegrath, sottintendente, entrò nel carcere. 
«M'incresce di disturbare il loro pranzo» disse «ma si compiacciano di seguirmi; v'è di là il signor direttore di polizia.» Siccome questi solea venire per cose moleste, come perquisizioni od inquisizioni, seguimmo assai di mal umore il buon sottintendente fino alla camera d'udienza. 
Là trovammo il direttore di polizia ed il soprintendente; ed il primo ci fece un inchino, gentile più del consueto. 
Prese una carta in mano, e disse con voci tronche, forse temendo di produrci troppo forte sorpresa se si esprimeva più nettamente: «Signori... 
ho il piacere... 
ho l'onore... di significar loro... 
che S.M. l'Imperatore ha fatto ancora... 
una grazia...» Ed esitava a dirci qual grazia fosse. 
Noi pensavamo che fosse qualche minoramento di pena, come d'essere esenti dalla noia del lavoro, d'aver qualche libro di più, d'avere alimenti men disgustosi. 
«Ma non capiscono?» disse. 
«No, signore. Abbia la bontà di spiegarci quale specie di grazia sia questa.» «È la libertà per loro due, e per un terzo che fra poco abbracceranno.» Parrebbe che quest'annuncio avesse dovuto farci prorompere in giubilo. 
Il nostro pensiero corse subito ai parenti, de' quali da tanto tempo non avevamo notizia, ed il dubbio che forse non li avremmo più trovati sulla terra ci accorò tanto, che annullò il piacere suscitabile dall'annuncio della libertà. «Ammutoliscono?...» disse il direttore di polizia. 
«Io m'aspettava di vederli esultanti.» «La prego» risposi «di far nota all'Imperatore la nostra gratitudine; ma, se non abbiamo notizia delle nostre famiglie, non ci è possibile di non paventare che a noi sieno mancate persone carissime. 
Questa incertezza ci opprime, anche in un istante che dovrebbe esser quello della massima gioia.» Diede allora a Maroncelli una lettera di suo fratello, che lo consolò. A me disse che nulla c'era della mia famiglia; e ciò mi fece vieppiù temere che qualche disgrazia fosse in essa avvenuta. 
«Vadano» proseguì «nella loro stanza; e fra poco manderò loro quel terzo che pure è stato graziato.» Andammo ed apettavamo con ansietà quel terzo. 
Avremmo voluto che fossero tutti, eppure non poteva essere che uno. 
«Fosse il povero vecchio Munari! fosse quello! fosse quell'altro!» Niuno era per cui non facessimo voti. 
Finalmente la porta s'apre, e vediamo quel compagno essere il signor Andrea Tonelli da Brescia. 
Ci abbracciammo. 
Non potevamo più pranzare. 
Favellammo sino a sera, compiangendo gli amici che restavano. 
Al tramonto ritornò il direttore di polizia per trarci di quello sciagurato soggiorno. 
I nostri cuori gemevano, passando innanzi alle carceri de' tanti amati, e non potendo condurli con noi! 
Chi sa quanto tempo vi languirebbero ancora? chi sa quanti di essi doveano quivi esser preda lenta della morte? 
Fu messo a ciascuno di noi un tabarro da soldato sulle spalle ed un berretto in capo, e così, coi medesimi vestiti da galeotto, ma scatenati, scendemmo il funesto monte, e fummo condotti in città, nelle carceri della polizia. 
Era un bellissimo lume di luna. 
Le strade, le case, la gente che incontravamo, tutto mi pareva sì gradevole e sì strano, dopo tanti anni che non avea più veduto simile spettacolo! 
CAPO XCII Aspettammo nelle carceri di polizia un commissario imperiale che dovea venire da Vienna per accompagnarci sino ai confini. 
Intanto, siccome i nostri bauli erano stati venduti, ci provvedemmo di biancheria e vestiti, e deponemmo la divisa carceraria. 
Dopo cinque giorni il commissario arrivò, ed il direttore di polizia ci consegnò a lui, rimettendogli nello stesso tempo il denaro che avevamo portato sullo Spielberg e quello che si era ricavato dalla vendita dei bauli e de' libri; danaro che poi ci venne a' confini restituito. 
La spesa del nostro viaggio fu fatta dall'Imperatore, e senza risparmio. 
Il commissario era il signor von Noe, gentiluomo impiegato nella segreteria del ministro della polizia. 
Non poteva esserci destinata persona di più compita educazione. 
Ci trattò sempre con tutti i riguardi. 
Ma io partii da Brünn con una difficoltà di respiro penosissima, ed il moto della carrozza tanto crebbe il male, che a sera ansava in guisa spaventosa, e temeasi da un istante all'altro ch'io restassi soffocato. 
Ebbi inoltre ardente febbre tutta notte, ed il commissario era incerto il mattino seguente s'io potessi continuare il viaggio sino a Vienna. 
Dissi di sì, partimmo: la violenza dell'affanno era estrema; non potea né mangiare, né bere, né parlare. 
Giunsi a Vienna semivivo. 
Ci diedero un buon alloggio nella direzione generale di polizia. 
Mi posero a letto; si chiamò un medico; questi mi ordinò una cavata di sangue, e ne sentii giovamento. 
Perfetta dieta e molta digitale fu per otto giorni la mia cura, e risanai. 
Il medico era il signor Singer; m'usò attenzioni veramente amichevoli. 
Io aveva la più grande ansietà di partire, tanto più ch'era a noi penetrata la notizia delle tre giornate di Parigi. 
Nello stesso giorno che scoppiava la rivoluzione, l'Imperatore avea firmato il decreto della nostra libertà! Certo non lo avrebbe ora rivocato. 
Ma era pur cosa non inverisimile, che i tempi tornando ad essere critici per tutta Europa si temessero movimenti popolari anche in Italia, e non si volesse dall'Austria, in quel momento, lasciarci ripatriare. 
Eravamo ben persuasi di non ritornare sullo Spielberg; ma paventavamo che alcuno suggerisse all'Imperatore di deportarci in qualche città dell'impero lungi dalla penisola. 
Mi mostrai anche più risanato che non era, e pregai che si sollecitasse la partenza. 
Intanto era mio desiderio ardentissimo di presentarmi a S.E. 
il signor conte di Pralormo, Inviato della Corte di Torino alla Corte austriaca, alla bontà del quale io sapeva di quanto andassi debitore. 
Egli erasi adoperato colla più generosa e costante premura ad ottenere la mia liberazione. 
Ma il divieto ch'io non vedessi chi che si fosse non ammise eccezione. 
Appena fui convalescente, ci si fece la gentilezza di mandarci per qualche giorno la carrozza perché girassimo un poco per Vienna. 
Il commissario avea l'obbligo d'accompagnarci e di non lasciarci parlare con nessuno. 
Vedemmo la bella chiesa di Santo Stefano, i deliziosi passeggi della città, la vicina villa Liechtenstein, e per ultimo la villa imperiale di Schonbrünn. 
Mentre eravamo ne' magnifici viali di Schonbrünn passò l'Imperatore, ed il commissario ci fece ritirare, perché la vista delle nostre sparute persone non l'attristasse. 
CAPO XCIII Partimmo finalmente da Vienna, e potei reggere fino a Bruck. 
Ivi l'asma tornava ad essere violenta. 
Chiamammo il medico: era un certo signor Jüdmann, uomo di molto garbo. 
Mi fece cavar sangue, star a letto, e continuare la digitale. 
Dopo due giorni feci istanza perché il viaggio fosse proseguito. 
Traversammo l'Austria e la Stiria, ed entrammo in Carintia senza novità; ma, giunti ad un villaggio per nome Feldkirchen poco distante da Klagenfurt, ecco giungere un contr'ordine. 
Dovevamo ivi fermarci sino a nuovo avviso. 
Lascio immaginare quanto spiacevole ci fosse quest'evento. 
Io inoltre aveva il rammarico di esser quello che portava tanto danno a' miei due compagni: s'essi non poteano ripatriare, la mia fatal malattia n'era cagione. 
Stemmo cinque giorni a Feldkirchen, ed ivi pure il commissario fece il possibile per ricrearci. 
V'era un teatrino di commedianti, e vi ci condusse. 
Ci diede un giorno il divertimento d'una caccia. 
Il nostro oste e parecchi giovani del paese, col proprietario d'una bella foresta, erano i cacciatori; e noi collocati in posizione opportuna godevamo lo spettacolo. 
Finalmente venne un corriere da Vienna, con ordine al commissario che ci conducesse pure al nostro destino. 
Esultai co' miei compagni di questa felice notizia, ma nello stesso tempo tremava che s'avvicinasse per me il giorno d'una scoperta fatale: ch'io non avessi più né padre, né madre, né chi sa quali altri de' miei cari! 
E la mia mestizia cresceva a misura che c'inoltravamo verso Italia. 
Da quella parte l'entrata in Italia non è dilettosa all'occhio ed anzi si scende da bellissime montagne del paese tedesco a pianura itala per lungo tratto sterile ed inamena; cosicché i viaggiatori che non conoscono ancora la nostra penisola, ed ivi passano, ridono della magnifica idea che se n'erano fatta, e sospettano d'essere stati burlati da coloro onde l'intesero tanto vantare. 
La bruttezza di quel suolo contribuiva a rendermi più tristo. 
Il rivedere il nostro cielo, l'incontrare facce umane di forma non settentrionale, l'udire da ogni labbro voci del nostro idioma, m'inteneriva; ma era un'emozione che m'invitava più al pianto che alla gioia. 
Quante volte in carrozza mi copriva colle mani il viso, fingendo di dormire, e piangeva! 
Quante volte la notte non chiudeva occhio, e ardea di febbre, or dando con tutta l'anima le più calde benedizioni alla mia dolce Italia, e ringraziando il Cielo d'essere a lei renduto; or tormentandomi di non aver notizie di casa, e fantasticando sciagure; or pensando che fra poco sarebbe stato forza separarmi, e forse per sempre, da un amico che tanto avea meco patito, e tante prove di affetto fraterno aveami dato! 
Ah! sì lunghi anni di sepoltura non avevano spenta l'energia del mio sentire! ma questa energia era sì poca per la gioia, e tanta pel dolore! 
Come avrei voluto rivedere Udine e quella locanda ove quei generosi aveano finto di essere camerieri, e ci aveano stretto furtivamente la mano! 
Lasciammo quella città a nostra sinistra, e oltrepassammo. 
CAPO XCIV Pordenone, Conegliano, Ospedaletto, Vicenza, Verona, Mantova mi ricordavano tante cose! 
Del primo luogo era nativo un valente giovane, stàtomi amico, e perito nelle stragi di Russia; Conegliano era il paese ove i secondini de' Piombi m'aveano detto essere stata condotta la Zanze; in Ospedaletto era stata maritata, ma or non viveavi più, una creatura angelica ed infelice, ch'io aveva già tempo venerato, e ch'io venerava ancora. 
In tutti que' luoghi insomma mi sorgeano rimembranze più o meno care; ed in Mantova più che in niun'altra città. Mi parea ieri che io v'era venuto con Lodovico nel 1815! 
Mi parea ieri che io v'era venuto con Porro nel 1820! - Le stesse strade, le stesse piazze, gli stessi palazzi, e tante differenze sociali! 
Tanti miei conoscenti involati da morte! tanti esuli! una generazione d'adulti i quali io aveva veduti nell'infanzia! 
E non poter correre a questa o quella casa! non poter parlare del tale o del tal altro con alcuno! 
E per colmo d'affanno, Mantova era il punto di separazione per Maroncelli e per me. 
Vi pernottammo tristissimi entrambi. 
Io era agitato come un uomo alla vigilia d'udire la sua condanna. 
La mattina mi lavai la faccia, e guardai nello specchio se si conoscesse ancora ch'io avessi pianto. 
Presi, quanto meglio potei, l'aria tranquilla e sorridente; dissi a Dio una picciola preghiera, ma per verità molto distratto, ed udendo che già Maroncelli movea le sue grucce e parlava col cameriere, andai ad abbracciarlo. 
Tutti e due sembravamo pieni di coraggio per questa separazione; ci parlavano un po' commossi, ma con voce forte. 
L'uffiziale di gendarmeria che dee condurlo a' confini di Romagna, è giunto; bisogna partire; non sappiamo quasi che dirci; un amplesso, un bacio, un amplesso ancora. 
- Montò in carrozza, disparve; io restai come annichilato. 
Tornai nella mia stanza, mi gettai in ginocchio, e pregai per quel misero mutilato, diviso dal suo amico, e proruppi in lagrime ed in singhiozzi. 
Conobbi molti uomini egregi, ma nessuno più affettuosamente socievole di Maroncelli, nessuno più educato a tutti i riguardi della gentilezza, più esente da accessi di selvaticume, più costantemente memore che la virtù si compone di continui esercizi di tolleranza, di generosità e di senno. 
Oh mio socio di tanti anni di dolore, il Cielo ti benedica ovunque tu respiri, e ti dia amici che m'agguaglino in amore e mi superino in bontà! CAPO XCV Partimmo la stessa mattina da Mantova per Brescia. 
Qui fu lasciato libero l'altro concaptivo, Andrea Tonelli. 
Quest'infelice seppe ivi d'aver perduta la madre, e le desolate sue lagrime mi straziarono il cuore. 
Benché angosciatissimo qual io m'era per tante cagioni, il seguente caso mi fece alquanto ridere. 
Sopra una tavola della locanda v'era un annuncio teatrale. 
Prendo, e leggo: «Francesca da Rimini, opera per musica, ecc.». «Di chi è quest'opera?» dico al cameriere. 
«Chi l'abbia messa in versi e chi in musica, nol so,» risponde. 
«Ma insomma è sempre quella Francesca da Rimini, che tutti conoscono.» «Tutti? 
V'ingannate. Io che vengo di Germania, che cosa ho da sapere delle vostre Francesche?» Il cameriere (era un giovinotto di faccia sdegnosetta, veramente bresciana) mi guardò con disprezzante pietà. «Che cosa ha da sapere? 
Signore, non si tratta di Francesche. 
Si tratta d'una Francesca da Rimini unica. 
Voglio dire la tragedia del signor Silvio Pellico. 
Qui l'hanno messa in opera, guastandola un pochino, ma tutt'uno è sempre quella.» «Ah! 
Silvio Pellico? Mi pare d'aver inteso a nominarlo. 
Non è quel cattivo mobile che fu condannato a morte e poi a carcere duro, otto o nove anni sono?» Non avessi mai detto questo scherzo! 
Si guardò intorno, poi guardò me, digrignò trentadue bellissimi denti, e se non avesse udito rumore, credo m'accoppava. 
Se n'andò borbottando: «Cattivo mobile?». Ma prima ch'io partissi, scoperse chi mi fossi. 
Ei non sapeva più né interrogare, né rispondere, né servire, né camminare. 
Non sapea più altro che pormi gli occhi addosso, fregarsi le mani, e dire a tutti senza proposito: «Sior sì, sior sì!» che parea che sternutasse. 
Due giorni dopo, addì 9 settembre, giunsi col commissario a Milano. 
All'avvicinarmi a questa città, al rivedere la cupola del Duomo, al ripassare in quel viale di Loreto già mia passeggiata sì frequente e si cara, al rientrare per Porta Orientale, e ritrovarmi al Corso, e rivedere quelle case, quei templi, quelle vie, provai i più dolci ed i più tormentosi sentimenti: uno smanioso desiderio di fermarmi alcun tempo in Milano e riabbracciarvi quegli amici ch'io v'avrei rinvenuti ancora: un infinito rincrescimento pensando a quelli ch'io aveva lasciato sullo Spielberg, a quelli che ramingavano in terre straniere, a quelli ch'erano morti: una viva gratitudine rammentando l'amore che m'avevano dimostrato in generale i Milanesi: qualche fremito di sdegno contro alcuni che mi avevano calunniato, mentre erano sempre stati l'oggetto della mia benevolenza e della mia stima. 
Andammo ad alloggiare alla Bella Venezia. 
Qui io era stato tante volte a lieti amicali conviti: qui avea visitato tanti degni forestieri: qui una rispettabile attempata signora mi sollecitava, ed indarno, a seguirla in Toscana, prevedendo, s'io restava a Milano, le sventure che m'accaddero. 
Oh commoventi memorie! 
Oh passato sì cosparso di piaceri e di dolori, e sì rapidamente fuggito! 
I camerieri dell'albergo scopersero subito chi foss'io. 
La voce si diffuse, e verso sera vidi molti fermarsi sulla piazza e guardare alle finestre. 
Uno (ignoro chi foss'egli) parve riconoscermi, e mi salutò alzando ambe la braccia. 
Ah, dov'erano i figli di Porro, i miei figli? 
Perché non li vid'io? 
CAPO XCVI Il commissario mi condusse alla polizia, per presentarmi al direttore. 
Qual sensazione nel rivedere quella casa, mio primo carcere! 
Quanti affanni mi ricorsero alla mente! 
Ah! mi sovvenne con tenerezza di te, o Melchiorre Gioia, e dei passi precipitati ch'io ti vedea muovere su e giù fra quelle strette pareti, e delle ore che stavi immobile al tavolino scrivendo i tuoi nobili pensieri, e dei cenni che mi facevi col fazzoletto, e della mestizia con cui mi guardavi, quando il farmi cenni ti fu vietato! 
Ed immaginai la tua tomba, forse ignorata dal maggior numero di coloro che ti amarono, siccom'era ignorata da me! - ed implorai pace al tuo spirito! 
Mi sovvenne anche del mutolino, della patetica voce di Maddalena, de' miei palpiti di compassione per essa, de' ladri miei vicini, del preteso Luigi XVII, del povero condannato che si lasciò cogliere il viglietto e sembrommi avere urlato sotto il bastone. 
Tutte queste ed altre memorie m'opprimeano come un sogno angoscioso, ma più m'opprimea quella delle due visite fattemi ivi dal mio povero padre, dieci anni addietro. 
Come il buon vecchio s'illudeva, sperando ch'io presto potessi raggiungerlo a Torino! 
Avrebb'egli sostenuto l'idea di dieci anni di prigionia ad un figlio, e di tal prigionia? 
Ma quando le sue illusioni svanirono, avrà egli, avrà la madre avuto forza di reggere a sì lacerante cordoglio? 
Erami dato ancora di rivederli entrambi? o forse uno solo dei due? e quale? 
Oh dubbio tormentosissimo e sempre rinascente! 
Io era, per così dire, alle porte di casa, e non sapeva ancora se i genitori fossero in vita; se fosse in vita pur uno della mia famiglia. 
Il direttore della polizia m'accolse gentilmente, e permise ch'io mi fermassi alla Bella Venezia col commissario imperiale, invece di farmi custodire altrove. 
Non mi si concesse per altro di mostrarmi ad alcuno, ed io quindi mi determinai a partire il mattino seguente. 
Ottenni soltanto di vedere il Console piemontese, per chiedergli contezza de' miei congiunti. 
Sarei andato da lui, ma essendo preso da febbre e dovendo pormi in letto, lo feci pregare di venire da me. 
Ebbe la compiacenza di non farsi aspettare, ed oh quanto gliene fui grato! 
Ei mi diede buone nuove di mio padre e di mio fratello primogenito. 
Circa la madre, l'altro fratello e le due sorelle, rimasi in crudele incertezza. 
In parte confortato, ma non abbastanza, avrei voluto, per sollevare l'anima mia, prolungare molto la conversazione col signor Console. 
Ei non fu scarso della sua gentilezza, ma dovette pure lasciarmi. 
Restato solo, avrei avuto bisogno di lagrime, e non ne avea. 
Perché talvolta mi fa il dolore prorompere in pianto, ed altre volte, anzi il più spesso, quando parmi che il piangere mi sarebbe si dolce ristoro, lo invoco inutilmente? 
Questa impossibilità di sfogare la mia afflizione accresceami la febbre: il capo doleami forte. 
Chiesi da bere a Stundberger. 
Questo buon uomo era un sergente della polizia di Vienna, faciente funzione di cameriere del commissario. 
Non era vecchio, ma diedesi il caso che mi porse da bere con mano tremante. 
Quel tremito mi ricordò Schiller, il mio amato Schiller, quando, il primo giorno del mio arrivo a Spielberg, gli dimandai con imperioso orgoglio la brocca dell'acqua, e me la porse. 
Cosa strana! Tal rimembranza, aggiunta alle altre, ruppe la selce del mio cuore, e le lagrime scaturirono. 
CAPO XCVII La mattina del 10 settembre abbracciai il mio eccellente commissario, e partii. 
Ci conoscevamo solamente da un mese, e mi pareva un amico di molti anni. 
L'anima sua, piena di sentimento del bello e dell'onesto, non era investigatrice, non era artifiziosa; non perché non potesse avere l'ingegno di esserlo, ma per quell'amore di nobile semplicità ch'è negli uomini retti. 
Taluno, durante il viaggio, in un luogo dove c'eravamo fermati, mi disse ascosamente: «Guardatevi di quell'angelo custode; se non fosse di quei neri non ve l'avrebbero dato». «Eppur v'ingannate» gli dissi «ho la più intima persuasione che v'ingannate.» «I più astuti» riprese quegli «sono coloro che appaiono più semplici.» «Se così fosse, non bisognerebbe mai credere alla virtù d'alcuno.» «Vi son certi posti sociali ove può esservi molta elevata educazione per le maniere, ma non virtù! non virtù! non virtù!» Non potei rispondergli altro, se non che: «Esagerazione, signor mio! esagerazione!» «Io sono conseguente» insisté colui. 
Ma fummo interrotti. 
E mi sovvenne il cave a consequentiariis di Leibnizio. 
Pur troppo la più parte degli uomini ragiona con questa falsa e terribile logica: "Io seguo lo stendardo A, che son certo essere quello della giustizia; colui segue lo stendardo B, che son certo essere quello dell'ingiustizia: dunque egli è un malvagio". 
Ah no, o logici furibondi! di qualunque stendardo voi siate, non ragionate così disumanamente! 
Pensate che partendo da un lato svantaggioso qualunque (e dov'è una società od un individuo che non abbiane di tali?) e procedendo con rabbioso rigore di conseguenza in conseguenza, è facile a chicchessia il giungere a questa conclusione: "Fuori di noi quattro, tutti i mortali meritano d'essere arsi vivi". 
E se si fa più sagace scrutinio, ciascun de' quattro dirà: "Tutti i mortali meritano d'essere arsi vivi, fuori di me". 
Questo volgare rigorismo è sommamente antifilosofico. 
Una diffidenza moderata può esser savia: una diffidenza oltrespinta, non mai. 
Dopo il cenno che m'era stato fatto su quell'angelo custode, io posi più mente di prima a studiarlo, ed ogni giorno più mi convinsi della innocua e generosa sua natura. 
Quando v'è un ordine di società stabilito, molto o poco buono ch'ei sia, tutti i posti sociali che non vengono per universale coscienza riconosciuti infami, tutti i posti sociali che promettono di cooperare nobilmente al ben pubblico e le cui promesse sono credute da gran numero di gente, tutti i posti sociali in cui è assurdo negare che vi sieno stati uomini onesti, possono sempre da uomini onesti essere occupati. 
Lessi d'un quacchero che aveva orrore dei soldati. 
Vide una volta un soldato gettarsi nel Tamigi e salvare un infelice che s'annegava; ei disse: «Sarò sempre quacchero, ma anche i soldati son buone creature». CAPO XCVIII Stundberger m'accompagnò sino alla vettura, ove montai col brigadiere di gendarmeria al quale io era stato affidato. 
Pioveva, e spirava aria fredda. 
«S'avvolga bene nel mantello» diceami Stundberger «si copra meglio il capo, procuri di non arrivare a casa ammalato; ci vuol così poco per lei a raffreddarsi! 
Quanto m'incresce di non poterle prestare i miei servigi fino a Torino!» E tutto ciò diceami egli sì cordialmente e con voce commossa! «D'or innanzi, ella non avrà forse più mai alcun Tedesco vicino a sé» soggiuns'egli «non udrà forse più mai parlare questa lingua che gl'Italiani trovano sì dura. 
E poco le importerà probabilmente. 
Fra i Tedeschi ebbe tante sventure a patire, che non avrà troppa voglia di ricordarsi di noi. 
E nondimeno io, di cui ella dimenticherà presto il nome, io, signore, pregherò sempre per lei.» «Ed io per te» gli dissi, toccandogli l'ultima volta la mano. 
Il pover'uomo gridò ancora: «Guten Morgen! gute Reise! leben Sie wohl! (buon giorno! buon viaggio! stia bene!)». Furono le ultime parole tedesche che udii pronunciare, e mi sonarono care come se fossero state della mia lingua. 
Io amo appassionatamente la mia patria, ma non odio alcun'altra nazione. 
La civiltà, la ricchezza, la potenza, la gloria sono diverse nelle diverse nazioni; ma in tutte havvi anime obbedienti alla gran vocazione dell'uomo, di amare e compiangere e giovare. 
Il brigadiere che m'accompagnava mi raccontò essere stato uno di quelli che arrestarono il mio infelicissimo Confalonieri. 
Mi disse come questi avea tentato di fuggire, come il colpo gli era fallito, come, strappato dalle braccia di sua sposa, Confalonieri ed essa fossero inteneriti e sostenessero con dignità quella sventura. 
Io ardeva di febbre udendo questa misera storia, ed una mano di ferro parea stringermi il cuore. 
Il narratore, uomo alla buona, e conversante per fiduciale socievolezza, non s'accorgeva che, sebbene io non avessi nulla contro di lui, pur non poteva a meno di raccapricciare guardando quelle mani che s'erano scagliate sul mio amico. 
A Buffalora ei fece colazione: io era troppo angosciato, non presi niente. 
Una volta, in anni già lontani, quando villeggiava in Arluno co' figli del conte Porro, veniva talora a passeggiare a Buffalora lungo il Ticino. 
Esultai di vedere terminato il bel ponte, i cui materiali io aveva veduti sparsi sulla riva lombarda, con opinione allora comune che tal lavoro non si facesse più. Esultai di ritraversare quel fiume, e di ritoccare la terra piemontese. 
Ah, benché io ami tutte le nazioni, Dio sa quanto io prediliga l'Italia, e bench'io sia così invaghito dell'Italia, Dio sa quanto più dolce d'ogni altro nome d'italico paese mi sia il nome del Piemonte, del paese de' miei padri! 
CAPO XCIX Dirimpetto a Buffalora è San Martino. 
Qui il brigadiere lombardo parlò a' carabinieri piemontesi, indi mi salutò e ripassò il ponte. 
«Andiamo a Novara» dissi al vetturino. 
«Abbia la bontà d'aspettare un momento» disse un carabiniere. 
Vidi ch'io non era ancor libero, e me n'afflissi, temendo che avesse ad esser ritardato il mio arrivo alla casa paterna. 
Dopo più d'un quarto d'ora comparve un signore che mi chiese il permesso di venire a Novara con me. 
Un'altra occasione gli era mancata; or non v'era altro legno che il mio, egli era ben felice ch'io gli concedessi di profittarne, ecc. 
ecc. Questo carabiniere travestito era d'amabile umore, e mi tenne buona compagnia sino a Novara. 
Giunti in questa città, fingendo di voler che smontassimo ad un albergo fece andare il legno nella caserma dei carabinieri, e qui mi fu detto esservi un letto per me nella camera di un brigadiere, e dover aspettare gli ordini superiori. 
Io pensava di poter partire il dì seguente; mi posi a letto, e dopo aver chiacchierato alquanto coll'ospite brigadiere m'addormentai profondamente. 
Da lungo tempo non avea più dormito così bene. 
Mi svegliai verso il mattino, m'alzai presto, e le prime ore mi sembrarono lunghe. 
Feci colezione, chiacchierai, passeggiai in istanza e sulla loggia, diedi un'occhiata ai libri dell'ospite; finalmente mi s'annuncia una visita. 
Un gentile uffiziale mi viene a dar nuove di mio padre, e a dirmi esservi di esso in Novara una lettera la quale mi sarà in breve portata. 
Gli fui sommamente tenuto di quest'amabile cortesia. 
Volsero alcune ore che pur mi sembrarono eterne, e la lettera alfin comparve. 
Oh qual gioia nel rivedere quegli amati caratteri! qual gioia nell'intendere che mia madre, l'ottima mia madre viveva! e vivevano i miei due fratelli, e la sorella maggiore! 
Ahi! la minore, quella Marietta fattasi monaca della Visitazione, e della quale erami clandestinamente giunto notizia nel carcere, avea cessato di vivere nove mesi prima! 
M'è dolce credere essere debitore della mia libertà a tutti coloro che m'amavano e che intercedevano incessantemente presso Dio per me, ed in particolar guisa ad una sorella che morì con indizii di somma pietà. Dio la compensi di tutte le angosce che il suo cuore sofferse a cagione delle mie sventure! 
I giorni passavano, e la permissione di partire di Novara non veniva. 
Alla mattina del 16 settembre questa permissione finalmente mi fu data, e ogni tutela di carabinieri cessò. Oh da quanti anni non m'era più avvenuto d'andare ove mi piaceva senza accompagnamento di guardie! 
Riscossi qualche danaro, ricevetti le gentilezze di persona conoscente di mio padre, e partii verso le tre pomeridiane. 
Avea per compagni di viaggio una signora, un negoziante, un incisore, e due giovani pittori, uno de' quali era sordo e muto. 
Questi pittori venivano da Roma; e mi fece piacere l'intendere che conoscessero la famiglia di Maroncelli. 
È sì soave cosa il poter parlare di coloro che amiamo con alcuno che non siavi indifferente! 
Pernottammo a Vercelli. 
Il felice giorno 17 settembre spuntò. Si proseguì il viaggio. 
Oh come le vetture sono lente! non si giunse a Torino che a sera. 
Chi mai, chi mai potrebbe descrivere la consolazione del mio cuore e de' cuori a me diletti, quando rividi e riabbracciai padre, madre, fratelli?... Non v'era la mia cara sorella Giuseppina, che il dover suo teneva a Chieri; ma udita la mia felicità, s'affrettò a venire per alcuni giorni in famiglia. 
Renduto a que' cinque carissimi oggetti della mia tenerezza, io era, io sono il più invidiabile de' mortali! 
Ah! delle passate sciagure e della contentezza presente, come di tutto il bene ed il male che mi sarà serbato, sia benedetta la Provvidenza, della quale gli uomini e le cose, si voglia o non si voglia, sono mirabili stromenti ch'ella sa adoprare a fini degni di sé. FINE Perse i sensi. Si risvegliò in una stanza in penombra, dal soffitto basso e il pavimento di piastrelle sconnesse. 
Polvere e ruggine galleggiavano nell'aria. 
La testa le doleva, e le orecchie si rifiutavano di restituirle più che strani suoni ovattati, come se lì intorno qualcuno stesse accordando un quartetto di bizzarri strumenti musicali. 
Si fregò gli occhi, più curiosa che spaventata, e si guardò intorno. 
Una serie di scansie metalliche dividevano la stanza in due ambienti di pochi metri quadrati. 
Lampadine nude pendevano dal soffitto e spandevano una luce bluastra che pennellava d'irrealtà gli oggetti. 
Carcasse metalliche arrugginite, tubi catodici sfondati, vecchie tastiere e frantumi di circuiti elettrici giacevano alla rinfusa in grosse scatole di cartone, dando a Lara l'impressione di essere finita nella bottega di un robivecchi. 
Una porticina, in lamiera sommariamente verniciata di bianco, sembrava essere l'unica via d'uscita. 
Ed era chiusa. Non era sola: un paio di sedie malmesse, simili a quella su cui si trovava, ospitavano due uomini che la fissavano con intensità inquietante. 
- Ma... io vi conosco! - esclamò Lara. 
- Anche noi ti conosciamo, compagna... 
o devo dire "giornalista"? - replicò Anselmo. 
Il viso del vecchio, notò Lara, sembrava ancor più cotto dal sole dell'ultima volta che lo aveva veduto. 
Poteva avere settant'anni, forse qualcosa in più. Aveva labbra arse e una fronte solcata dalle rughe. 
I suoi capelli radi e la barba irregolare erano come stoppie in un campo di terra nera. 
- Cos'è questo? - sbottò la donna - Un rapimento? - Statt' citta, guagliona! - l'aggredì il secondo uomo, balzando in piedi. 
Era un tipo tarchiato dal viso cartilaginoso, i capelli lunghi legati a coda di cavallo e un pizzo argenteo sul mento aguzzo. 
Odorava di tabacco. 
Entrambi gli uomini indossavano gli stessi abiti con cui Lara ricordava di averli visti tre notti prima: jeans e giubbotto di poliestere il vecchio, camicia a quadri e calzoni chiari larghi alle caviglie l'altro. 
- Simm' nuie ch' facimm' i dummand'! - bofonchiò ancora quest'ultimo. 
- Lasciami fare, Salvatore. 
- lo redarguì Anselmo. 
Poi si rivolse nuovamente a Lara - Sta' tranquilla, giornalista, non abbiamo intenzione di farti del male... 
Vogliamo solo capire cos'hai in mente. 
- Che significa? - Ci hai preso bene in giro, l'altra sera... 
Ma noi non siamo stupidi, e come vedi non ci è stato difficile rintracciarti... 
- Nuie nun simm' fessi. 
- approvò con gravità Salvatore. 
Lara si mosse nervosamente sulla sedia. 
La sua mano corse agli orecchini, istintivamente confortata che i gioielli non fossero spariti. 
- Non capisco. Cosa volete da me? - Oh, sì che capisci. 
- Anselmo batté col palmo della mano sullo schermo di un vetusto terminale di Rete, che si accese con qualche scarica di troppo. 
- È opera tua, vero? - inquisì il vecchio, puntando allo schermo e alla pagina del Mattino che vi appariva. 
Lara scorse i titoli. 
La notizia più in risalto era la battaglia di Bagnoli. 
La firma era quella di Lamberti. 
Non aveva ancora potuto leggere il pezzo, e ne colse l'occasione: con compiacimento, si rese conto che stilato era esattamente secondo la falsariga che lei stessa aveva velatamente suggerito al collega, inclusa la descrizione del leader della rivolta, che ovviamente glissava su ciò che si celava dietro la maschera. 
Il Mattino, a quanto sembrava, questa volta aveva battuto tutti. 
- Non perdiamo tempo. 
Sappiamo quel che hai fatto l'altra sera, e quel che lui ti ha detto. 
- Anselmo si chinò in avanti, si avvicinò a Lara, entrando nel cono d'ombra prodotto dal corpo di lei. 
La luce livida brillava sull'arco delle sue sopracciglia; il volto e la barba erano inghiottiti dal buio. 
- Perciò te lo chiedo di nuovo, e questa volta bada di non farmi incazzare... 
Cos'hai in mente? 
Lara si scosse. La collera per essere stata rapita e condotta in quel luogo inquietante contro la sua volontà aveva superato una soglia invisibile. 
- Ora basta! - protestò. - Cosa?! - Voi cosa sareste per lui? - sibilò, incurante degli sguardi cupi dei due uomini - Padrini? 
Consiglieri spirituali? - Tu sta' pazziando co' foco, guagliona! - sbottò Salvatore, astioso. 
- E tu piantala con questa lingua da sceneggiata! - replicò Lara, esasperata - Non sei capace di parlare italiano? 
L'uomo fece per alzarsi nuovamente dalla sedia, ma Anselmo fu lesto a intervenire. 
Pose una mano sulla spalla del compagno, con forza, e la tenne lì finché non fu certo che questi fosse in grado di controllare la sua rabbia. 
- Va bene? - chiese. 
- Lasciami! - Va bene? - ripeté a voce più alta. 
Salvatore scrollò le spalle. 
- Vabbuono. Anselmo si rivolse a Lara. 
- Sta' attenta con le parole, giornalista. 
- la redarguì. - Altrimenti cosa? 
Mi taglierete la faccia? 
Mi stuprerete? Il vecchio strinse i denti e rimase immobile per un lungo istante. 
Poi sospirò con aria stanca. 
- Potresti essere mia figlia... 
- lo sentì mormorare Lara, distinguendo appena le parole, al punto che pensò di essersi sbagliata. 
Anselmo si alzò, andò alla vicina scansia, prese una bottiglia colma di un liquido ambrato, ne versò generosamente il contenuto in tre bicchieri. 
- Credo che dovremmo calmarci, tutti quanti. 
- disse - Prendi, giornalista. 
Lara scrutò con sospetto l'alcolico. 
Poi, vedendo che i due compari bevevano con tranquillità, si risolse a portarlo alle labbra. 
Il vino era corposo e sapeva di selvatico, ma tutto sommato ne sentiva il bisogno. 
Mandò giù l'intero bicchiere. 
Anselmo tornò a riempirlo in gesto distensivo. 
- Dovrebbe esserci anche qualcosa da mangiare. 
- mormorò - Ne vuoi? - Quel che vorrei è tornare a casa. 
- replicò la donna, stringendosi nell'abito sgualcito. 
Con sorpresa di Lara, i due uomini rimasero tranquilli. 
Si era aspettata un nuovo scoppio d'ira, invece nessuno dei due batté ciglio. 
Constatandolo, anche la sua collera si affievolì. Controvoglia, accettò il tramezzino che Anselmo le stava porgendo. 
Lo fissò incerta, tentando di decifrarne il contenuto. 
Infine ne addentò un angolino, cauta. 
- Rispetta di più il cibo, giornalista. 
- la bacchettò il vecchio - Non tutti in questa città possono permettersi di disprezzarlo. 
Lei ignorò il rimprovero. 
- Dove siamo? - Pomigliano. 
- rispose secco Anselmo. 
- Cos'è questo posto? - Un vecchio magazzino. 
- disse di malumore l'altro. 
-. Magazzino? - ripeté la donna. 
- C'era uno stabilimento dell'Alenia, qui sopra, anni fa... 
Lara riprese coraggio. 
- Non mi avete risposto. 
Chi siete voi per lui? - Sta' attenta con lui, giornalista. 
- l'ammonì Anselmo - Lui non è come noi: è diverso. 
Quell'accenno bastò a sgonfiare all'istante ciò che restava dell'aggressività di Lara. 
Il senso di colpa tornò a dominarla. 
- Sì, lo so... - assentì in tono grave, mordendosi le labbra - Ho visto il suo viso, il suo corpo, ciò che riesce a fare. 
- Non hai visto nulla. 
- mormorò il vecchio, scuotendo la testa. 
- Chillo è diverso 'cca! - aggiunse Salvatore, puntandosi un dito alla tempia. 
Lara sussultò. - Vuoi dire che è pazzo? - Forse. 
- mormorò ancora Anselmo, pensoso - Forse qualcosa di peggio. 
Lui non è un uomo come gli altri. 
È come se... gli mancasse qualcosa. 
- Che significa? - esclamò Lara, confusa. 
- Lui non ha paura. 
- il vecchio allargò le braccia, fissò il compagno, ne ottenne un cenno di consenso, proseguì - E, bada, non voglio dire che è coraggioso... 
Proprio non prova la paura... 
Non ne è capace. 
- Non sente il dolore! - aggiunse Salvatore, passando finalmente a un linguaggio che Lara riusciva a comprendere. 
- Non ha mai fame, sete, stanchezza... 
Chillo nun è un ommo! - concluse, lapidario, tornando al dialetto. 
Anselmo annuì. - Sì, soprattutto non ha limiti. 
- Che significa? 
Il vecchio mosse le mani nell'aria, in un gesto vago. 
- L'altra sera è stato gentile con te, ha risposto alle tue domande... 
Non è così? - Be', sì. Lui... 
Anselmo la zittì con uno sguardo serio. 
- Credimi, col medesimo umore avrebbe potuto ucciderti a mani nude, e poi divertirsi a bruciare il tuo cadavere. 
Oppure avrebbe potuto spezzarti braccia e gambe, strapparti la carne a morsi e mangiarla davanti ai tuoi occhi ancora coscienti. 
- L'ho visto farlo. 
- confermò Salvatore, laconico. 
Lara sussultò. Il suo primo pensiero fu rifiutare quelle rivelazioni. 
Poi ricordò le foto della Polizia, i rapporti leggendo i quali aveva cominciato a interessarsi al giustiziere: si parlava di mutilazioni, di corpi sventrati, di siringhe incandescenti nelle cornee, di segni di unghie e denti sui cadaveri... 
Ripensò al suo incontro con il ragazzo incappucciato. 
A loro piace portarmi dagli spacciatori e restare a guardare lo spettacolo, aveva detto il giustiziere. 
Rabbrividì. - Se mi state dicendo la verità... - azzardò - Se veramente è un pazzo... 
Perché lo aiutate? 
Anselmo e Salvatore si guardarono negli occhi. 
A Lara sembrò quasi di cogliere, nell'aria stantia di quella stanza polverosa, i lunghi messaggi che i due uomini si scambiavano senza parole. 
- Che male può farci, Anselmo? - considerò alla fine l'uomo tarchiato - Dille tutto. 
Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Al museo nazionale di S.Martino c'è un ritratto. 
La targa non riporta il nome dell'autore. 
Recita semplicemente "Tommaso Aniello, agitatore politico napoletano, 1620-1647". 
L'uomo dipinto sulla tela ha il volto glabro, tondo e roseo come quello di un bambino. 
Porta sul capo un berretto di stoffa nera e regge tra le dita qualcosa che somiglia a una pipa. 
I suoi occhi, neri come l'umore di seppia, fissano il visitatore con aria di sfida. 
In quello sguardo è facile intravedere il carattere fiero, combattivo, dell'uomo che guidò l'assalto al Palazzo Reale, che incendiò la piazzaforte della gabella, che abbatté le porte delle carceri, che costrinse il viceré duca d'Arcos a concedere alla città una costituzione e a nominarlo, lui figlio di un pescatore, Capitano Generale del Fedelissimo Popolo. 
Di fronte al quadro, sulla parete occidentale della sala, si apre un'ampia bifora. 
Il visitatore che vi si affacciasse noterebbe come l'antica abbazia, oggi museo, domini la città e il golfo. 
Ad attrarre l'occhio, il bastione turrito del Maschio Angioino, dal candore della pietra tufacea annerito dai secoli; il sanguigno Castel dell'Ovo, dalla triste sagoma di vascello arenato sugli scogli; la ferita irregolare di piazza Dante, i graffi lunghi e sottili di via Toledo, di via Carlo III, di via Foria; il tracciato morbido della costa, da Torre Annunziata sino alla collina di Posillipo. 
Sull'orizzonte, Capri a sinistra, Ischia e Procida a destra. 
E, su tutto, l'ombra del Vesuvio, puntuta come una freccia, cupa come un monito. 
Dal dipinto, lo sguardo di colui che si fece chiamare Masaniello sembra indugiare sulla bifora. 
L'uomo del ritratto pare contemplare il panorama, come a ricercare assonanze tra ciò che si staglia oltre il vetro e la Napoli dei suoi tempi, quel Seicento barocco e spietato dove pestilenze, guerre e carestie regolavano il tempo concesso agli uomini e dove la figura di dio si confondeva con quella del re di Spagna. 
Quel Seicento dove lui nacque, visse e combatté. Dove fu pezzente e condottiero. 
Dove fu nemico da esecrare ed eroe osannato. 
Dalla tela di un artista senza nome, attraverso l'abisso dei secoli, Tommaso Aniello guarda la città. Che fu il suo regno. 
Per nove giorni. 
C'è sempre un momento per la verità, e alla verità basta un momento Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Non sono certo di avere le risposte che cerchi. 
- mormorò Anselmo - Non più. L'uomo mandò giù l'ultimo bicchiere di vino. 
La bottiglia era vuota. 
- Ho una gran confusione dentro, ed è difficile dirti da che parte sto. 
Una volta le cose erano più semplici... 
C'era rispetto, e onore. 
Ci davamo da fare: contrabbando, si taglieggiava, ma non c'era tutto questo sangue, e in fondo la gente ci sentiva vicini. 
- Mi stai dicendo che sei un camorrista? - l'interruppe Lara, sbalordita. 
Anselmo si esibì in un mezzo sorriso. 
- Camorra è una parola dai molti significati, giornalista, non tutti meritati... 
Diciamo che facevo parte di una famiglia, i Pascarella... 
- Pascarella? Il vecchio scrollò le spalle - Vedo che il nome non ti dice nulla: una volta dettavano legge a Ponticelli e dintorni. 
Sono passati più di dieci anni... 
Oggi i Pascarella non esistono più. Sono stati cancellati dal piombo dei nuovi arrivati. 
Lara batté le palpebre. 
- Parli della guerra Castellammarese? 
Quella del '15? Il vecchio scosse la testa. 
- Non fu una guerra: fu un massacro. 
Quella era gente nuova, mai vista. 
Avevano un'organizzazione militare, armi, appoggi e risorse incredibili. 
- È 'o vero. - confermò Salvatore - Incredibili. 
- Comprarono tutti quelli che era possibile corrompere e fecero a pezzi gli altri. 
Poi cominciarono a vendere quella merda luccicante. 
- L'exitrazina? - fece Lara. 
- Exitrazina... - confermò Anselmo, allargando le braccia - Noi a volte spacciavamo... 
coca, per lo più... ma non avevamo mai sentito parlare di un veleno simile. 
Da un giorno all'altro ne portarono quintali e si dedicarono solo a quella... 
Il suo volto cotto dal sole si atteggiò a una maschera pensosa. 
- Anche oggi, sono gli unici a trattare il Sale Lucente... 
E sai una cosa, giornalista? 
Lo vendono solo a Napoli. 
Già a Roma è introvabile. 
- Dici sul serio? - esclamò Lara, stupita. 
- Com'è possibile? - Se neanche voi dell'informazione ne sapete niente, la merda è proprio nera. 
- meditò il vecchio. 
- Ormai ho rinunciato a capire: mi basta essere sopravvissuto. 
- scrollò le spalle. 
- A volte penso che io e Salvatore relitti di un naufragio... 
L'uomo tarchiato annuì, solidale. 
Passò una sigaretta al vecchio, che lo ringraziò con silenziosa complicità, battendogli una mano sulla spalla. 
- In questi anni ci siamo uniti ad altri superstiti. 
Reduci di tutte le sconfitte, gente che si è battuta sempre dalla parte del torto. 
Sfollati, barboni, squatters scampati alla distruzione dei Centri Sociali... 
- So di chi parli. 
- mormorò Lara, stuzzicandosi l'orecchino destro. 
- Poi incontrammo lui. 
- Anselmo tacque un istante, pensoso - Non abbiamo mai saputo il suo nome... 
A te lo ha detto? 
La donna si irrigidì. - No. 
Mi ha detto tanto, ma non il suo nome. 
Forse non ne ha neppure uno... 
Lara si morse le labbra. 
I due uomini avevano risposto alle sue domande; ora era il suo turno: doveva guadagnarsi la loro fiducia. 
- Non ha nulla. - disse - Solo la rabbia. 
È così solo, così disperato. 
Io non voglio intromettermi tra voi e lui, credetemi. 
Voglio solo aiutarlo: nessuno merita un'esistenza così penosa. 
- Hai ragione. Nessuno. 
- assentì il vecchio, amaro. 
- A volte mi fa troppo schifo vivere così. Poi sembrò riprendere il controllo. 
S'inventò un tono ironico - E come vorresti aiutarlo, giornalista? 
Gli offrirai un lavoro? 
Un posto al circo? - Non so ancora. 
- ammise Lara - Ma credo che, più di ogni cosa, gli gioverebbe riconoscersi in un simbolo, sentirsi addosso un'identità. Un ruolo, che gli dia una speranza. 
- Ruolo? Identità? - ripeté Salvatore, dubbioso - Che maronn' dici, guagliona? 
Anselmo lo zittì con un gesto. 
Negli occhi del vecchio si era accesa una luce. 
- Forse capisco cosa intendi, giornalista. 
Va' avanti... Troppo intelligente, si disse Lara. 
Non poteva ingannarlo: doveva essere sincera. 
- Non c'è molto altro. 
- confessò - Solo idee confuse, progetti appena abbozzati. 
Ho bisogno di tempo, ma troverò un modo d'aiutarlo. 
Per ora mi basta che non si faccia uccidere. 
Li fissò negli occhi, severa. 
- Sapete anche voi che è questo il suo scopo. 
Lui vuole farla finita. 
Per questo cerca i depositi di exitrazina: per assalirli e uscire di scena con un bel massacro. 
Anselmo sbarrò gli occhi, allarmato. 
- Aspetta un momento, giornalista. 
Cos'è questa storia dei depositi? - So che vi ha chiesto di scoprire dove si trovano. 
Non dovete. Non finché io abbia trovato il modo di... 
Si interruppe. I due uomini si guardavano tra loro, sconcertati. 
- Che succede? - Temo... 
temo sia troppo tardi, giornalista. 
5 Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Chi vi fosse passato davanti non avrebbe veduto nulla di speciale: una cancellata anonima, bruna di ruggine, larga quel tanto che bastava per permettere il passaggio di un'automobile; muri sbrecciati, ingrigiti dallo smog e intrisi degli odori grevi del vicino mercato di Sant'Anastasia. 
Un'aria dimessa: niente citofoni, nessun campanello, solo qualche manifesto pubblicitario biodegradabile semidissolto dall'umidità dell'aria. 
Le sbarre saldamente piantate alle finestre del pianterreno non avrebbero attratto l'attenzione: nessun edificio cittadino ne era privo. 
Le imposte eternamente serrate, forse, avrebbero potuto incuriosire qualcuno, ma neppure quelle erano una rarità... No, chiunque fosse passato dinanzi all'edificio non lo avrebbe degnato di una seconda occhiata. 
Chi avesse potuto varcare il cancello, però, avrebbe finito col cambiare idea. 
Il piccolo cortile interno era chiuso da due pareti in muratura e da una terza di roccia, costituita dal fianco di un rialzo del terreno, sagomato a guisa d'anfiteatro, che poco lontano si congiungeva ai contrafforti del Vesuvio. 
Il cortile terminava con una brusca rientranza, invisibile dal cancello. 
Qui, scavata nella parete di tufo, vi era una rampa che portava, con forte inclinazione, a una decina di metri nel sottosuolo. 
Al termine della rampa si trovava una serie di ambienti a temperatura e umidità controllate, in cui il livello di polvere nell'aria era mantenuto costante da un sistema integrato di filtri e servomeccanismi. 
Gli ambienti disponevano di ogni comfort, compresi giacigli, saune, alcolici, videolettori e terminali di rete, ed erano adatti a fungere sia da deposito (d'armi, esplosivo e droga) che da rifugio: di fatto, erano stati pensati per accogliere latitanti con necessità di rendersi irreperibili per lunghi periodi. 
Altre gallerie, perfettamente aerate e illuminate, costituivano vie di fuga verso i tunnel della circumvesuviana e i condotti fognari. 
Montacarichi pneumatici collegavano i sotterranei con i piani superiori dell'edificio, adibiti agli incontri con gli spacciatori al dettaglio. 
Le pareti erano insonorizzate, le imposte a prova di proiettile. 
Il sistema di sicurezza del covo era basato più sulla prevenzione che sulla punizione. 
La Rete Neurale che gestiva i sensori e le telecamere disposte intorno il perimetro era un prodotto militare cinese, serie TZU2000. 
La sua programmazione era impostata perseguendo uno scopo ben preciso: scoraggiare gli intrusi prima di arrivare allo scontro, ed evitare quanto più possibile l'uso di armi che potessero svelare l'esistenza del rifugio. 
Il suo timer interno segnava 5:01:32 quando lo sconosciuto entrò nel raggio d'interdizione. 
La prima linea dei sensori, interrati pochi millimetri sotto l'asfalto stradale, lanciarono l'allarme fornendo tutti i dati in loro possesso: l'intruso era alto un metro e novantadue; pesava, con la sacca sulle spalle, centocinque chilogrammi; la sua temperatura corporea era di trentasette virgola due gradi centigradi; la sua pelle aveva un PH di cinque virgola tre e una resistenza elettrica di ventisei virgola cinque megaohm. 
Era a piedi nudi, e una maschera nera gli copriva il viso. 
TZU si portò a livello di attenzione due. 
Masaniello si guardò intorno. 
Il disco del sole era una promessa sotto l'orizzonte. 
Uno stormo di uccelli di passo cabotava il profilo del vulcano; la luce incerta dell'alba si rifletteva sui piccoli corpi accendendo cento fiammelle in formazione a V nel cielo scuro. 
Un'automobile sfrecciò alle spalle dell'uomo, scivolando silenziosa sul proprio cuscino d'aria; dal finestrino, una cicca accesa volò sull'asfalto descrivendo un arco di brace rossa, poi rimbalzò, spezzandosi in una minuscola fontana, breve e ardente come una pioggia di lapilli. 
Il giustiziere si avvicinò al cancello rugginoso, sembrò annusare l'aria. 
Poi afferrò le sbarre e spinse. 
Il lucchetto scricchiolò. TZU si portò a livello uno, valutò la situazione e impostò la strategia di risposta più sperimentata: i circuiti si chiusero al suo comando, liberando una corrente elettrica di medio voltaggio lungo il metallo delle sbarre. 
Allo stesso tempo, la Rete Neurale attivò il piccolo altoparlante celato da un pannello sulla parete esterna dell'edificio. 
- Attenzione. - scandì con voce gentile - Lei sta violando una proprietà privata. 
La preghiamo di allontanarsi. 
L'intruso non diede segno di aver udito. 
Continuò a stringere le sbarre, aumentando anzi la sua pressione. 
I cardini cominciarono a cigolare, mentre una pioggia di intonaco si staccava dalle pareti. 
TZU non cambiò strategia: nella sua banca dati tattica erano presenti ben sei situazioni analoghe, che la R.N. 
usò come riferimento. 
L'intruso, valutò, era senz'altro ubriaco o drogato, talmente privo di lucidità da ignorare la scossa d'avvertimento. 
Raddoppiò quindi il voltaggio e aumentò, con moderazione, il volume dell'altoparlante. 
Ma la sua voce restò perfettamente garbata. 
- Gentile signore, la informo che in questo momento il suo tentativo di effrazione viene ripreso da una microcamera. 
La prego di desistere e di allontanarsi immediatamente. 
In caso contrario, mi vedrò costretto a inoltrare una richiesta d'intervento alle Forze dell'Ordine. 
Le dita di Masaniello cominciarono a sfrigolare. 
La pelle dei polpastrelli si arrossò, si gonfiò in bolle, si lacerò. Ingrandendo l'immagine ripresa dalla telecamera, TZU vide distintamente il sangue scuro misto a pus che sgorgava dalle ferite. 
Ma il giustiziere non lasciò la presa: al contrario, strinse i denti e piantò le gambe sul terreno, larghe, spingendo con forza. 
La R.N. ricevette un nuovo segnale d'allarme: la pressione sul cancello aveva raggiunto il limite di resistenza del metallo. 
Se fosse aumentata di un solo chilogrammo per centimetro quadrato, il cardine avrebbe ceduto. 
TZU ricercò freneticamente nella sua banca dati, ma non trovò alcuna spiegazione: secondo la sua base di conoscenze, nessun essere umano disponeva di una simile forza e capacità di resistenza al dolore. 
- Questo è l'ultimo avvertimento, signore. 
- disse in tono ancora cerimonioso - Sto portando il voltaggio oltre il livello tollerabile da forme viventi. 
Se non lascia immediatamente la sua presa, morirà. Nessuna reazione. 
TZU portò al massimo il voltaggio: lampi bluastri avvolsero la sagoma di Masaniello; l'odore di ozono e di stoffa bruciata saturò l'aria. 
In quell'istante il cancello cedette. 
Il cardine venne via dalla parete in uno sbuffo di calcinacci, e la massa metallica piombò al suolo con fragore. 
L'intruso, apparentemente illeso, balzò oltre il varco e s'inoltrò correndo nel cortile interno. 
TZU si portò a livello zero. 
Fece scattare le sirene d'allarme nei sotterranei, accese tutte le luci e lanciò una richiesta di soccorso alle unità di sorveglianza gemelle sparse per la città. Mentre una parte delle sue risorse controllava che gli ospiti del rifugio venissero destati e avvertiti dell'emergenza, il resto di sé interrogò la seconda linea di difesa, valutando quale nuova strategia adottare. 
Visti i precedenti, escluse il blocco della rampa d'accesso con le saracinesche e la rete elettrificata. 
Il sottosistema tattico suggerì il CX24. 
(link) -> Miscela gassosa d'uso bellico. 
Produzione cinese. 
Impiegato massicciamente nella repressione del Tibet del 2017 e nella successiva guerra tra la Repubblica Popolare e la NATO. 
Composizione protetta da segreto militare. 
Inalato direttamente, il CX24 risulta letale per gli esseri umani; decade in un composto inerte in pochi minuti di esposizione all'aria. 
(ritorna al testo principale) TZU valutò la proposta per un millesimo di secondo. 
Poi aprì le valvole. 
L'ingresso della rampa per i sotterranei venne avvolta dai vapori cremisi del veleno nel giro di un secondo. 
Masaniello, che vi si era fermato proprio di fronte, annusò ancora l'aria, si fermò, tolse la sacca dalle spalle, l'aprì e vi frugò dentro. 
I fumi del CX24 si frapponevano tra la figura del giustiziere e la telecamera. 
TZU non poté rendersi conto di cosa Masaniello stesse facendo finché questi non accese lo straccio imbevuto di benzina. 
Allora la R.N. capì. Ma era troppo tardi. 
Masaniello scagliò la bottiglia incendiaria giù per la rampa. 
Tutti i gangli della Rete Neurale furono subissati dai segnali d'allarme, ma ormai non c'era nulla da fare. 
Il CX24 prese fuoco, si espanse a velocità esplosiva. 
L'intera galleria d'accesso fu spazzata via dal fronte dell'incendio; le porte divisorie saltarono; i contenitori di exitrazina furono avvolti dalle fiamme. 
Tutti i sensori e i servomeccanismi di controllo temperatura andarono fuori scala, sovraccaricando il sistema. 
I cavi del generatore principale bruciarono. 
Il timer segnava le 5:04:56 quando TZU cessò di funzionare. 
Se conosci il tuo nemico, non temerai il risultato di cento battaglie Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano Lara vide le fiamme balenare contro il cielo nella luce sanguigna dell'alba, e all'improvviso avvertì un brivido correrle come un ragno lungo la schiena. 
Era troppo tardi, lo sentiva. 
- Laggiù! - gridò. Salvatore sterzò furiosamente. 
Le ruote della Fiat morsero il bordo del marciapiede, poi aggredirono l'asfalto puntando l'incendio. 
Il puzzo di gomma bruciata invase l'abitacolo. 
- Fermati! - ordinò Anselmo. 
- Qui? - fece Salvatore. 
- Esatto. - Ma lui è laggiù. - protestò Lara. 
- Lo so anch'io, giornalista! 
Credi che sia stupido? 
Ma non voglio farmi ammazzare. 
Non senti gli spari? 
La donna ammutolì, rendendosi conto che l'altro aveva ragione. 
Il ticchettio feroce delle armi automatiche echeggiava contro le facciate vetuste delle case di Sant'Anastasia. 
Aguzzò le orecchie: erano raffiche corte, intervallate da colpi isolati, tutti provenienti dalla medesima direzione. 
Attraverso la lamiera dell'automobile Lara avvertì un brontolio sommesso, come di un liquido che bollisse sotto la superficie. 
Poi, all'improvviso, un'esplosione violenta fece scattare le sirene degli antifurto lungo l'intera strada. 
Ai piani più alti degli edifici intorno, qualche curioso era affacciato alla finestra sfidando il fischiare delle pallottole; altri erano usciti in balcone o sui terrazzi, e scrutavano eccitati la sparatoria nei loro pigiami a righe. 
Il boato fece rientrare precipitosamente tutti. 
Le imposte vennero sprangate tra grida di sorpresa e terrore. 
All'angolo della strada, Lara vide un randagio accucciato sul selciato coprirsi con aria spaurita il muso con le zampe anteriori. 
La donna si stupì di non scorgere segno delle Forze dell'Ordine, neppure dell'elicottero che era solito pattugliare di notte i sobborghi orientali. 
Mai quando servono, pensò. - Spegni i fari, Salvatore. 
- mormorò il vecchio. 
- Perché? - Gira piano l'angolo. 
- spiegò - Vediamo che succede... 
L'uomo tarchiato eseguì con cautela. 
La scena si svelò poco a poco ai loro occhi, senza per questo apparire meno drammatica. 
Il ragazzo dal volto mascherato era fermo sulla strada, stagliato contro il fondale cremisi dell'incendio. 
Era piantato a gambe larghe, come avesse messo radici sull'asfalto; con la testa gettata arrogantemente all'indietro, rideva di scherno all'indirizzo dei suoi avversari. 
- Sparate, infami! - urlava a squarciagola. 
La sua voce gutturale era arrochita dallo sforzo. 
- Cosa aspettate? 
Intorno a lui regnava il caos. 
Uomini armati si gettavano alla cieca dalle finestre dell'edificio in fiamme, si rotolavano al suolo, battevano frenetici i propri abiti per spegnere le lingue di fuoco, bestemmiavano, gridavano per le ustioni. 
E sparavano, per rabbia e per terrore, contro le ombre, contro il nulla, persino contro se stessi. 
- Sono qui, infami! - urlava al loro indirizzo il ragazzo mascherato. 
- Qui! Finalmente i camorristi si accorsero della sua presenza. 
Le armi automatiche crepitarono. 
I colpi lo colsero al petto, all'addome, alle braccia. 
Il proiettile di un fucile a pompa lo sollevò in aria e lo gettò violentemente contro la fiancata di un furgone. 
Lara trattenne il fiato. 
Anselmo e Salvatore sbiancarono. 
Il corpo del ragazzo scivolò a terra, inerte. 
Poi ebbe un fremito, come se fosse percorso da un impulso elettrico. 
Si tirò su, si piantò a gambe larghe, esplose di nuovo nella risata. 
Un verso brutale, inumano, che metteva i brividi. 
A quella vista alcuni camorristi si diedero alla fuga. 
Altri, inebetiti, lasciarono cadere le armi e rimasero lì, impietriti, mentre l'incendio serpeggiava alle loro spalle. 
Uno solo sembrò reagire. 
Imprecando furiosamente, gettò lontano il fucile automatico e imbracciò al suo posto un tubo brunito. 
L'oggetto aveva un'impugnatura a metà fusto e alette aguzze all'estremità posteriore. 
- Che cos'è? - balbettò Lara, inquieta. 
- Uno Snak-B, giornalista. 
- mormorò a mezza voce Anselmo. 
- Un che? - Anticarro. 
Russo. Li hanno usati anche nel '15... 
Il vecchio sembrò cedere ai ricordi. 
Proseguì sottolineando quanto diceva con cenni del capo. 
- Vito Pascarella aveva una Mercedes corazzata. 
Aveva ricavato la blindatura dalla torretta di un Abraham rubato in Kosovo: la fecero saltare con un solo colpo. 
- È 'o vero. - confermò Salvatore - Al funerale, i resti del vecchio Pascarella non bastavano neppure a riempire una ceneriera. 
- Mio dio. - ansimò Lara. 
Con sgomento, vide che il camorrista era intento a puntare l'arma, e che il ragazzo con la maschera sul viso non accennava neppure a cercare riparo. 
Restava lì, a sfidare il fuoco avversario, con un ghigno malato, una smorfia che sembrava di soddisfazione, stampata sulle labbra deformi. 
- Fallo! - gridava, ormai quasi senza voce - Fallo ora, infame! 
Il camorrista parve annuire. 
Il suo dito sfiorò il grilletto. 
Il pennello vermiglio del laser di puntamento si accese, illuminando il petto del giustiziere. 
Lui non si mosse: Lara avrebbe giurato che stesse sorridendo. 
Poi la testa del camorrista esplose. 
Alla donna, orripilata, sembrò che avvenisse con una lentezza innaturale. 
Un fiore rossastro di sangue, schegge d'osso e materia cerebrale sbocciò nell'aria, si allargò, sfiorì spargendo i suoi macabri petali al vento. 
Il corpo decapitato rimase ancora in piedi per qualche interminabile istante; poi si agitò come un manichino disarticolato, cedette, si afflosciò al suolo. 
Il fusto metallico dello Snak-B tintinnò contro l'asfalto. 
Lara, sbigottita, in preda allo shock, si voltò verso Anselmo. 
- Ma... cosa...? - Queste nuove mproc funzionano bene anche coi proiettili esplosivi. 
- commentò il vecchio, soffiando con ostentazione sulla canna della pistola - Non c'è bisogno di mirare. 
- Muoviamoci, guaglio'. 
- sbottò Salvatore - Qui tra poco sarà pieno di essessì. Un ronzio minaccioso si levò a occidente, quasi a dargli ragione. 
Avvertendo il suono, d'istinto Lara alzò lo sguardo. 
E li vide. La carlinga schiacciata, le ali corte e tozze, i lanciarazzi in gondola, le mitragliette sul muso, la selva di antenne metalliche per l'ECM. 
Una linea inconfondibile: convertiplani EH301, versione antiguerriglia, in dotazione alla Sezione Speciale delle Forze Armate Europee. 
Erano due, e si stavano avvicinando. 
- Qui, compagno! - gridò Anselmo sporgendosi dal finestrino - Sali, svelto! 
Il ragazzo li fissò senza reazioni. 
In quel momento agli occhi di Lara era di nuovo il principe nero di una scala reale da incubo. 
- Avanti! - ringhiò Salvatore - Chilla cricca 'i malamenti ci sta addosso! 
Ancora l'altro non mosse un muscolo. 
Si guardava intorno, come se non riuscisse a capacitarsi che fosse tutto finito, e non compiva un solo passo in direzione dell'automobile. 
I velivoli della SSI erano vicinissimi: il loro ronzio si avvertiva dolorosamente nelle mandibole. 
- Acchitemmuort'! - sbottò Salvatore. 
Aprì la portiera, corse verso il ragazzo, lo afferrò per le spalle, lo costrinse a salire. 
L'altro lasciò fare senza opporre resistenza. 
Era cosciente, ma sembrava che nulla di ciò che accadeva lo riguardasse. 
- Vai! - esortò il vecchio. 
Salvatore schiacciò il pedale. 
L'automobile sfrecciò per i vicoli, lasciandosi alle spalle l'edificio ancora in preda alle fiamme. 
Un'ultima esplosione squassò il fondo stradale, aprendo un cratere proprio dove il giustiziere si trovava qualche istante prima. 
Lara si volse indietro, a fissare impressionata le macerie fumanti. 
La testa le girava: non poteva credere che tutto questo capitasse proprio a lei. 
Non era un film, non era un'animazione in RV, non era un videoclip. 
Era una guerra vera, e lei l'aveva vissuta in prima linea, assaporandone tutto l'orrore. 
- Mio dio... è un inferno! - esclamò in un tono che tradiva tutto il suo sconcerto, la sua incredulità, la sua paura. 
- Ma cos'hai fatto, lì dentro? 
Il ragazzo restò impassibile. 
- Storia lunga, orribile. 
Non vorresti sentirla. 
E tacque. La donna lo fissò allibita. 
- Naturalmente. - balbettò alla fine - Mi chiedevo quando l'avresti detto. 
Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono La battaglia di Sant'Anastasia rappresenta, sotto molti punti di vista, una svolta storica. 
Nel cammino di Masaniello, naturalmente, si configura come un giro di boa. 
Ma per la popolazione di Napoli si delinea come un evento di rottura, un episodio fondamentale con enormi (e rivoluzionarie) conseguenze sull'immaginario collettivo popolare. 
Analizziamo il perché... La battaglia di Sant'Anastasia non è certo il primo scontro armato che si sia svolto nelle strade di Napoli: la malavita organizzata, è noto, non si cura di scegliere luoghi isolati per i regolamenti di conti e gli agguati tra le sue bande. 
Che passanti innocenti vengano coinvolti in sparatorie è la norma, una legge di natura che i napoletani accettano seguendo il loro tradizionale fatalismo, come la grandine d'inverno, gli incendi estivi sui monti, i bradisismi e i capricci del vulcano. 
Le statistiche, del resto... 
(link) -> nell'ultimo anno, nell'area metropolitana, diciotto persone sono rimaste vittime di pallottole vaganti, e trentuno hanno riportato ferite non mortali. 
Di queste persone, il quaranta per cento sono bambini sotto i dieci anni. 
Naturalmente, le statistiche contemplano solo i casi denunciati: la paura a volte è un manto che copre e nasconde. 
(ritorna al testo principale) ...delineano un quadro più che drammatico, che non può non riflettersi nella cultura quotidiana: di fronte a uno scontro armato che anche lontanamente sappia di camorra, la reazione obbligata del cittadino medio è sempre stata di completa passività, equidistanza terrorizzata tra i contendenti, omertà e rassegnazione. 
Sant'Anastasia rappresenta il superamento di questa tradizione, l'abbattimento dei ruoli definiti. 
Per la prima volta gli spettatori non rimangono a guardare, ma si schierano e diventano attori, intervenendo in maniera addirittura determinante nello svolgersi del dramma: Masaniello, di fatto, in quella battaglia trova degli alleati inaspettati; ai suoi nemici, presi tra due fuochi, non resta che la fuga. 
Chi sono questi eroi oscuri che infrangono il tabù e che osano sfidare la potentissima malavita organizzata? 
I media non impiegano molto a puntare su di loro i riflettori e a battezzarli. 
Dall'alba di fuoco di Sant'Anastasia, nell'immaginario collettivo, al fianco di Masaniello marcia il suo esercito, la sua armata, il suo seguito: i lazzari. 
Da quel giorno, la guerra del giustiziere mascherato comincia a liberarsi della patina di crociata personale, per configurarsi sempre più vigorosamente come un'insurrezione di popolo. 
A Napoli si more a tarallucce e vino 99 Posse - Dorme? 
Il vecchio annuì. - Ha beccato più di venti proiettili; ha perso un barile di sangue. 
Ma, naturalmente, lui non è come noi... 
- Se la caverà? Un lampo, forse di invidia, forse di paura, illuminò gli occhi neri del vecchio. 
- Ma certo. Ha solo bisogno di riposo. 
Salvatore, di sottecchi, fece cenno in direzione di Lara. 
- Anche 'a quagliona ne ha bisogno. 
Guardando oltre la spalla del compagno, Anselmo fissò la donna con aria dubbiosa. 
Lara era seduta rigidamente su una sedia a spalliera sensibile, e guardava il vuoto con aria cupa. 
Intorno a lei l'appartamento era angusto ma luminoso, e i tanti fiori ovunque lo facevano sembrare una serra: c'erano mimose nei vasi, bouganville mollemente digradanti dai pensili lungo le pareti, margherite nella carta da parato, rose dipinte sulle tendine raccolte agli stipiti delle finestre, tulipani sulla stoffa che ricopriva i divani disposti ad angolo. 
C'erano persino dei gladioli di plastica sul ripiano della cucina e mazzolini di lillà ricamati sul tappeto pseudocinese che copriva metà del soggiorno. 
Nell'angolo opposto della stanza, una gym-machine multifunzionale avvolta in un telo di plastica dominava arrogantemente l'ingresso per la camera da letto e il minuscolo bagno. 
Il soffitto era trapuntato di piccole sfere luminose disposte a corolla, e una grande lavagna a cristalli liquidi, densa di annotazioni e schizzi vergati in una grafia frettolosa, era appesa alla porta d'ingresso. 
- Va tutto bene, giornalista? - Cosa...? - Ti ho chiesto se stai bene. 
- scandì il vecchio. 
Lara batté le palpebre, cambiando posizione sulla sedia. 
Questa si deformò, adattandosi alla forma del suo corpo spigoloso. 
- Star bene? - sibilò - Devi essere pazzo. 
- Ehi! Che ti prende? 
Lo stupore sincero nella voce di Anselmo la fece sentire anche peggio. 
Cominciava a capire: il ragazzo dal volto mascherato, Salvatore e Anselmo facevano parte di un mondo sanguinario e brutale, disperato e oscuro, che lei si era illusa di poter esplorare senza esserne coinvolta. 
Nulla di più sbagliato. 
Non aveva mai visto morire nessuno sotto i suoi occhi. 
E scoprire di non essere in grado di considerare l'episodio con indifferenza la sconvolgeva più dell'atto in sé. Forse Attilio era nel giusto a disprezzarla come giornalista. 
Un professionista serio, avrebbe detto Lamberti, non si lascia toccare da simili debolezze. 
- Sono una stupida. 
- mormorò - Non dovevo farvi venire qui. 
- Cosa!? Lara evitò di guardarli negli occhi. 
Indicò con un cenno del mento il giovane addormentato sul divano. 
- Quando si sveglierà, voglio che lo portiate via. 
Io mi tiro fuori. 
- Che stai dicendo, guagliona? - balbettò Salvatore, confuso - Credevo che... 
- Lo credevo anch'io. 
- tagliò corto lei - Mi ero illusa di averne il fegato, ma non è così. - E i tuoi progetti? - protestò Anselmo, deluso - Le tue idee? 
Io... noi ci aspettavamo grandi cose da te, giornalista. 
Lara non seppe replicare. 
Era consapevole di star mollando la presa sull'occasione della sua vita, ma la paura e il senso di inadeguatezza dentro di lei tuonavano invincibili. 
I particolari della battaglia che il ragazzo incappucciato aveva narrato prima di cedere alla stanchezza, il gas, la Rete Neurale, le armi anticarro assurdamente in mano a semplici spacciatori di droga, avevano inferto il corpo di grazia al suo coraggio. 
A volte - pensò - le occasioni sono troppo grandi, e le persone troppo piccole. 
- Va bene... - cedette il vecchio - Se è questo ciò che vuoi... 
Non è la tua guerra, in fondo. 
E tacque. Il silenzio avvolse la stanza, e solo il ronzio improvviso del terminale impedì che diventasse troppo pesante. 
Meccanicamente, Lara andò all'apparecchio e accettò la chiamata in arrivo. 
Solo all'ultimo istante, in un guizzo di lucidità, ruotò la micro Zeiss in modo che non potesse inquadrare i suoi ospiti. 
Il viso rotondo e paffuto di sua madre invase lo schermo. 
Mancava solo questa, pensò cupamente Lara. 
- Tesoro! - esclamò gioviale la matrona. 
Era una donna corpulenta, con i capelli tinti di un improbabile turchese e gli occhi dello stesso colore. 
Il viso era pesantemente truccato; intorno al collo, spiccava un monile di vistosissimi cristalli orbitali, ciascuno sagomato nella foggia di un segno zodiacale. 
Aveva una pelle sottile, rimaneggiata dal laser, che le si increspava sulle guance e sul mento quando sorrideva mostrando orgogliosamente i denti rifatti. 
- Ciao, mamma. - ricambiò blandamente Lara. 
- Ieri sera non hai chiamato. 
- protestò la matrona. 
- No, infatti. - Cos'è successo? - Ho avuto da fare, mamma. 
L'altra si avvicinò allo schermo, sprizzando interesse da tutti i pori. 
- Un uomo, vero? - No, nessun uomo. 
La matrona non si diede per vinta. 
- Andiamo, tesoro, lo so che si tratta di un uomo. 
Il tuo oroscopo di oggi è chiaro. 
Perché non vuoi dirmelo? 
Lara sentì la nausea crescerle dentro. 
- Non c'è niente da dire. 
Il donnone strizzò un occhio con fare complice. 
Le ciglia finte minacciarono di staccarsi e di piombare sul pavimento di marmo rosa. 
- Non c'è motivo di essere imbarazzata, tesoro. 
Hai venticinque anni, è giusto che tu sia in cerca di un uomo con cui sistemarti... 
Chi è, dunque? - Lascia perdere. 
- Quell'Attilio, il tuo capo, vero? - Andiamo, mamma! - protestò Lara, ormai decisamente infastidita - Piantala di dire sciocchezze. 
L'altra equivocò. - Sciocchezze? 
E perché? Avrà al massimo dieci anni più di te, e di certo è un bell'uomo. 
Se solo si liberasse di quegli occhiali preistorici... 
Potrei presentarlo al mio chirurgo, tesoro. 
È proprio una cosa da niente: un tocco di laser e via. 
Lara lanciò un'occhiata nervosa ai tre uomini che occupavano il suo soggiorno. 
- Mamma, ho da fare, adesso. 
La matrona non diede segno di aver udito. 
Aveva un impianto acustico Pioneer di ultima generazione, ma nelle sue conversazioni riusciva ugualmente a ignorare quanto gli altri dicevano. 
Non si trattava di un problema fisico, Lara ne era ormai convinta, bensì psicologico: i suoi timpani, semplicemente, respingevano al mittente ogni segnale sonoro che la scompiacesse. 
- Sì, quell'Attilio è proprio un uomo affascinante... 
- proseguì imperterrita - Sai che la figlia di Ornella, la mia amica del circolo, il mese scorso ha sposato un alto funzionario di EuroBank? 
Era la sua segretaria, pensa. 
- Io non sono una segretaria! - protestò Lara, frustrata, già sapendo che non sarebbe stata ascoltata. 
- Ornella mi ha spedito il filmato del matrimonio. 
- proseguì giovialmente l'altra - La sposa aveva un vestito fantastico. 
Elaborato ma semplice: perline, seta e tessuto clonato. 
Ho insistito, e alla fine ho saputo il nome del bio-sarto... 
Everard, lo stilista che lavorava per Cartier... 
Non sai quanto quella meraviglia ti starebbe bene addosso, tesoro. 
- Mamma, ti ho detto che ho da fare, adesso. 
- tentò ancora Lara - Ti richiamo più tardi, va bene? - Hai saputo che la figlia di Marta ha avuto una coppia di gemelli? - incalzò l'altra, inesorabile - Sono due maschietti adorabili, tesoro, una gioia per gli occhi... 
- il suo viso si fece penosamente corrucciato - Sono l'unico membro del circolo a non avere ancora neppure un nipotino. 
Eppure so che tu saresti un'ottima madre. 
Ricordo ancora con quanto amore curavi il tuo Babygochi, da piccola... 
Quando mi darai la gioia di essere nonna, tesoro? 
Il mio oroscopo dice che... 
Lara ebbe un nuovo urto di nausea, questa volta più forte. 
Far da moglie al suo principale e da fattrice di nipoti per sua madre affinché potesse sfoggiarli in effigie al circolo della canasta... 
Era quello il suo ruolo, lo era sempre stato e lo sarebbe stato sempre. 
Nel trascolorare dei ricordi, forse aveva voluto dimenticare, ma sua madre era sempre stata lì, negli anni, a indicarle il cammino, a mostrarle esattamente il Corretto Compito di una Figlia Conforme e Giudiziosa, e a spiegarle come lei avrebbe dovuto agire per adempiervi. 
All'improvviso, Lara ebbe un terribile attacco di panico. 
Era veramente questo ciò che voleva dalla vita? 
Un vestito di perline e tessuto cangiante, una torta con sopra due pupazzi e olografie da mostrare a turno a uno stuolo di parenti annoiati? 
E poi battesimi, biberon da scaldare alle sei del mattino, pannolini sporchi, aspirapolvere sulla moquette e servizio buono da lustrare la domenica pomeriggio? 
Lenzuola da lavare a sessanta gradi e ricette dettate alla RTV per piatti elaborati, destinati comunque a finire nel colon? 
E poi la vecchiaia, i lifting e la parrucca turchese, il cerone sul viso e un circolo di arteriosclerotiche cui mostrare il filmino dei nipoti? 
Era tutto qui? Non c'era davvero nient'altro? 
Aveva avuto un'occasione per imboccare una strada diversa, per vivere un'avventura, per sfuggire al futuro e al ruolo incisi nella pietra delle convenzioni borghesi, ma la stava gettando al vento... 
Poteva veramente permetterselo? 
Negli anni che sarebbero venuti, avrebbe sopportato il rimpianto? 
In un momento di lucidità estrema, Lara si chiese se davvero il sangue e la guerra fossero l'orrore più grande cui poteva pensare. 
Chiuse la comunicazione. 
Il terminale guizzò un'ultima volta, poi si spense. 
Anselmo e Salvatore erano ancora lì, come li aveva lasciati: il vecchio la fissava gravemente, una Marlboro accesa tra le dita ossute; l'uomo tarchiato si baloccava con dei pezzi di focaccia che aveva trovato in cucina, indeciso se chiedere o meno il permesso di addentarli. 
Il ragazzo dal volto bendato era ancora sul divano, immerso in un sonno agitato: il suo petto si alzava e si abbassava ritmicamente, il suo corpo era scosso da brividi. 
- Ho cambiato idea. 
- disse alla fine la donna, semplicemente. 
6 PROCLAMA Popolo mio, ho combattuto al tuo fianco nella battaglia di Bagnoli. 
Mi hai visto lanciarmi avanti, spezzare il cerchio dei nemici e condurre chi mi seguiva alla libertà. A te, e a coloro che ancora non mi conoscono, rivolgo il mio grido. 
Svegliati, popolo mio, apri gli occhi, combatti! 
Ci hanno coperto di catene, ci hanno vessato, corrotto, umiliato. 
Ma è giunto il giorno di dire basta, di liberarci dalla schiavitù. Io questo lo grido, e anche tu devi urlarlo, forte, insieme a me e a tutti i compagni, finché il fragore delle nostre grida, e della nostra giusta ira, come una tempesta, sommergerà chi ci opprime. 
La schiavitù è una serpe dalle mille teste, popolo mio, e la più velenosa tra queste si chiama droga. 
Io ho deciso che sconfiggerò, che schiaccerò questa bestia strisciante, e comincerò tagliandole la testa che più ti avvelena. 
Ho cominciato a farlo a Sant'Anastasia, e continuerò fino alla vittoria. 
Questo ti prometto, popolo mio. 
E quando lo manterrò, tu crederai in me. 
Oggi, 29 Giugno 2038, sono nato di nuovo. 
Masaniello - Che ne dici? 
Anselmo socchiuse gli occhi, scorrendo per l'ennesima volta quelle poche righe. 
Giunto in fondo, storse la bocca in una smorfia dubbiosa. 
- Molto pretenzioso, giornalista. 
- È una critica? - s'informò Lara. 
- Forse. In realtà non lo so. 
- ammise l'altro. 
- E allora? Che ti prende? - È piuttosto diverso da ciò che avevo in mente. 
Mi chiedo se... - Cosa? - Mi domando se non stiamo pretendendo troppo dalle nostre capacità. - Anselmo rivolse lo sguardo al divano - O dalle sue. 
Lara si carezzò l'orecchino con aria combattuta. 
Cosa stava facendo, si chiese, a quel povero ragazzo vestito di stracci, defraudato di una faccia da mostrare alla gente, privo persino di un paio di scarpe? 
Cos'era il suo, un tentativo di organizzare una rivoluzione a tavolino? 
C'era indubbiamente del marcio nell'edificio sociale della metropoli, lo aveva sempre pensato, ma chi le dava il diritto, lei semplice giornalista priva d'ogni preparazione politica, di criticare, di sfidare l'ordine? 
No, si rispose. Lei era nel giusto. 
Senza il suo intervento, ne era certa, Anselmo e Salvatore avrebbero fatto del ragazzo mascherato il golem della loro vendetta privata contro i nuovi signori della camorra. 
Lei stava cercando di donargli uno scopo più nobile, un traguardo più alto. 
Del resto, ricordava bene la loro prima conversazione: la rabbia e l'amarezza che aveva colto nelle parole di lui erano le tracce carsiche di un risentimento popolare, spicciolo, ancora senza forma, ma che aspettava solo un nome per concretizzarsi. 
Sì, lei non era nulla più di una madrina di battesimo: doveva solo convincersene. 
- Perché Masaniello? - chiese Salvatore. 
- Domani è l'anniversario della nascita. 
- spiegò - Una coincidenza davvero appropriata, non credi? - Hai gusto per le trovate drammatiche, giornalista. 
- osservò Anselmo. 
- È il mio lavoro. 
- Naturalmente - concesse il vecchio - E il resto? 
Sei sicura di riuscire a... 
- Te lo ripeto: è il mio lavoro. 
- Lo dici come se dovesse rassicurarmi. 
Ma io ho sempre diffidato di chi campa maneggiando una penna. 
Lara tentò di spezzare la tensione. 
- Hai letto Mark Twain? - Qualche CD in prigione. 
- replicò Anselmo, stupito - Cosa c'entra? - Sai cosa diceva dei giornalisti? - No. 
- Che sono quelli che sanno distinguere le notizie vere dalle balle... 
e poi pubblicano le balle. 
Il vecchio fece un mezzo sorriso. 
- Divertente. - Probabilmente vero. 
Anselmo rilesse ancora una volta il proclama. 
Sembrò valutarne ogni passaggio, soppesarne i pro e i contro. 
Era in lotta con se stesso, e si vedeva. 
Alla fine, sospirando, approvò con un cenno del capo. 
- E va bene, mi hai convinto. 
Facciamolo. Lara sorrise, compiaciuta dall'accordo raggiunto. 
- Lo faremo. - Solo una domanda, guaglio'. 
- intervenne Salvatore - Prima di brindare... 
Avete pensato come dirlo a lui? 
Lara tornò seria: l'uomo tarchiato aveva maledettamente ragione. 
Tornò a volgere lo sguardo verso il corpo che giaceva sul divano a fiori del suo soggiorno. 
E sobbalzò. Il ragazzo cui si era arrogata il diritto di dare un nome aveva aperto gli occhi. 
E la fissava. Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Per capire l'importanza del primo proclama di Masaniello, nonché l'impatto che la sua pubblicazione ebbe sull'opinione pubblica, occorre riflettere sulla particolare situazione in cui versavano a quei tempi le fonti d'informazione di massa. 
Esse vivevano infatti un delicato momento di transizione: solo qualche anno prima l'exploit mediatico di Masaniello non sarebbe stato tecnicamente possibile; appena sei mesi dopo, a causa della nuova normativa (il decreto europeo Lecherche-Brandt), non sarebbe stato più realizzabile. 
Il quotidiano di Napoli, il Mattino, non costituiva un'eccezione al panorama del servizio informativo all'alba del terzo millennio... 
(link) -> à Già negli ultimi anni del ventesimo secolo il proliferare delle E-zines era stato segnalato con preoccupazione dagli analisti del settore. 
Allo scoccare del nuovo millennio il livello qualitativo delle riviste amatoriali sulla Rete divenne paragonabile a quello delle testate d'informazione professionali, grazie all'enorme larghezza di banda offerta dalle nuove connessioni in fibra multifase, il crollo dei prezzi dei dispositivi audio-video, il caos e i ritardi in campo legale. 
I vecchi equilibri ne furono sconvolti. 
La prima a crollare fu l'editoria tradizionale. 
Già nel 2015 la produzione mondiale di testi cartacei poteva dirsi virtualmente cessata: tra il costo della cellulosa, le spese di produzione e quelle di distribuzione, semplicemente le Case Editrici non potevano reggere la concorrenza. 
Ma anche l'industria cinematografica tradizionale dovette affrontare una crisi drammatica. 
A partire dagli anni venti, qualunque privato fu in grado di realizzare in computer graphic film di livello professionale e di rendere i prodotti finali disponibili a tutto il mondo tramite la Rete. 
I software per la simulazione di attori famosi, contemporanei e del passato, fecero il resto. 
Perché il pubblico avrebbe dovuto continuare a pagare ciò che poteva ricevere gratis dalla Rete? 
Il mercato dell'home video crollò definitivamente tra il 2018 e il 2019. 
Il circuito delle sale cinematografiche tradizionali resistette ancora qualche anno, ma alla fine seguì lo stesso destino. 
A tali sconvolgimenti non sfuggì il mondo dei notiziari. 
Grazie alle nuove tecnologie, chiunque avesse un'opinione da esprimere, un punto di vista da supportare, una storia da raccontare, adesso aveva la possibilità di rivolgersi a platee sterminate. 
E lo fece. Il dilagare di notiziari fatti in casa, stilati senza il minimo controllo, basati sull'eccesso e sullo scandalo quali unici mezzi per emergere nel mare dell'informazione offerta on-line, portò a una drammatica perdita di affidabilità dei media. 
La verifica delle fonti, difatti, non preoccupava nessuno di questi ineffabili Orson Welles della domenica: se andare in cerca delle notizie risultava troppo gravoso, bastava inventarsele... 
Culmine di questo fenomeno, il caso Jackson-Halloway. 
(link) à Nel settembre del 2014 Martin Luther Jackson, primo uomo di colore mai giunto alla Casa Bianca, venne accusato di violenza sessuale da una stagista, una giovane bianca di nome Melissa Halloway. 
Alcune reti indipendenti diffusero su Internet un filmato amatoriale, che si disse ripreso da una microcamera nascosta dalla stessa Halloway. 
Tale video, della durata di un paio di minuti, riprendeva il presidente Jackson intento a strappare i vestiti di dosso alla stagista e a brutalizzarla sul pavimento della Sala Ovale. 
La reazione del pubblico, specie di quello strato della popolazione esponente di una cultura ancora ben lungi dall'essere scomparsa, fu violentissima. 
Inutilmente i tecnici dello FBI dimostrarono che si trattava di un falso: il filmato, benché sequestrato, rimbalzò sulle migliaia di siti non ufficiali di informazione, e fece nascere una vigorosissima leggenda metropolitana. 
Nonostante fosse innocente, Jackson subì tali pressioni da essere costretto a dimettersi. 
(ritorna al testo principale) I giornali professionali poterono rispondere in un solo modo all'offensiva dei "dilettanti dell'informazione": con la serietà e la correttezza, screditando gli avversari e dimostrando il proprio rigore. 
Solo la politica della certificazione della notizia permise ad alcuni grandi quotidiani e a reti come la CNN di sopravvivere. 
Come fu detto, in quei giorni nessun direttore avrebbe pubblicato una notizia di cui non fosse sicuro quanto (e più) della propria moglie. 
(ritorna al testo principale) ...ed era perciò anch'esso grandemente vulnerabile. 
E Masaniello lo colpì proprio al cuore costringendolo, pena la sua stessa sopravvivenza come pubblicazione professionale, a stare al suo gioco. 
Lavoro sodo, per prepararmi al mio prossimo errore. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano Come aveva previsto, la redazione era in subbuglio. 
Senza curarsi del caos, Lara attraversò il corridoio, raggiunse la scrivania, appese la borsetta al gancio dell'appendiabiti, sistemò le pieghe della gonna e sedette con la massima tranquillità, poggiando i gomiti spigolosi sul ripiano plastico, intrecciando le dita e adagiandovi sopra il mento sottile. 
Poi si dedicò ad ascoltare i commenti frenetici dei colleghi. 
Dal loro tono, capì che alcuni di loro erano in fibrillazione, altri pericolosamente prossimi all'isteria. 
- Com'è potuto succedere? - Ha chiamato il Prefetto! È furioso! - Ho dovuto staccare la linea esterna! 
Non smetteva più di squillare! - Siamo rovinati! - Finiremo come quei disperati de Il Messaggero! 
Mio cognato era in redazione... 
Non è più riuscito a trovare lavoro! - Ah, no! 
Disoccupato no! Io mi taglio le vene! - Ma non dire cazzate! - Torno alle mie montagne, allora. 
Un paio di galline, un orto, qualche maiale... 
si può vivere anche così, non credi? - Puttanate! 
Voglio vederti, senza il cellulare e le carte di credito! 
Lamberti sembrava il più lucido di tutti. 
Immobile, le braccia conserte poggiate sopra la marmorea protuberanza del ventre, aveva uno sguardo duro, determinato. 
Strano, considerò Lara. 
Che fosse troppo stupido per spaventarsi? 
Forse... Attilio non si vedeva, ma la porta del suo ufficio era socchiusa, e dal piccolo varco tra il legno e la parete giungevano echi di una discussione accorata. 
Con crudele compiacimento, la donna si chiese quante camicie il caporedattore avesse già inzuppato di sudore, quella mattina. 
- Hai saputo, ragazza? - sussurrò Rita, sulle guance un pallore spaurito che neppure il pesante fard di marca francese riusciva a coprire. 
- Cosa? - Un pirata ha bucato il nostro firewall e sabotato l'edizione di oggi. 
- Davvero? - commentò Lara, tranquilla. 
- Guarda la prima pagina, se non ci credi. 
Lara, naturalmente, non aveva alcun bisogno di accendere il terminale. 
Il proclama di Masaniello troneggiava sullo schermo di tutti i colleghi. 
- Perché non avete ancora cancellato l'intrusione? - azzardò, con l'aria più ingenua che riuscì a mettere insieme. 
Rita sussultò. Lara si accorse che tremava: sapeva bene perché. - Ci stiamo lavorando da stamattina, ma ormai il danno era fatto. 
Lara si toccò delicatamente l'orecchino sinistro. 
- Capisco... Avevate già scaricato l'edizione sui siti mirror, vero? 
L'altra annuì. Sotto le palpebre dipinte con l'henné aveva gli occhi lucidi, e sembrava prossima a perdere i sensi. 
- Chiunque sia stato, ha lavorato maledettamente bene. 
Ragazzi, siamo nei guai: dovremmo smentire, denunciare l'accaduto e... 
- Al diavolo! Non faremo niente del genere! 
La mole massiccia di Lamberti s'interpose tra le due donne come un'eclissi improvvisa. 
- Proprio niente. 
- Carmine, noi... 
L'uomo non si lasciò interrompere. 
- Te l'ho già detto, Rita. 
Non possiamo ammettere di essere stati bucati, tantomeno in modo così clamoroso: tanto varrebbe chiudere su due piedi. 
- E allora, cosa faremo? - A parte licenziare in tronco la responsabile della sicurezza informatica, vuoi dire? - disse lui con voce cattiva. 
Un paio di colleghi volsero la testa e tacquero. 
Qualcuno annuì, scuro in viso. 
Rita compì sforzi sovrumani per non cedere al pianto. 
Lara era certa che fosse la prospettiva del trucco rovinato a darle la forza di trattenere le lacrime. 
- Ragazzi, andiamo, perché dovete mortificarmi in questo modo? - piagnucolò - Sapete bene che non ho colpe. 
Cambio le parole d'accesso ogni settimana, aggiorno costantemente gli algoritmi di protezione, uso i software crittografici più recenti. 
Questa è la prima volta che un hacker riesce a bucarmi. 
- La prima e l'ultima, se dipendesse da me. 
- ringhiò Lamberti. 
Rita sussultò nuovamente sotto la brutalità di quell'attacco. 
Lara ebbe un istante di rimorso nei confronti della collega. 
Ma fu solo un attimo: sapeva che l'altra era in grado di difendersi, e che aveva nella manica il miglior asso della partita. 
La donna, infatti, si riprese subito. 
Si erse al di sopra del suo bunker di rossetti e squadrò acidamente Lamberti. 
- Ma non dipende da te, ragazzo. 
- puntualizzò, gelida - E ora scusami. 
Il capo mi sta aspettando. 
Ignorando gli sguardi astiosi del collega, si diresse ancheggiando verso l'ufficio di Attilio, le lunghe gambe rosee generosamente esposte tra la minigonna e i tacchi a spillo. 
Bussò e, senza attendere risposta, entrò. Si chiuse la porta alle spalle. 
Il suo profumo, una miscela riservata dal nome impronunciabile, che Rita le aveva spiegato una volta estratto dalle ghiandole di un numero imprecisato di mammiferi tropicali, restò a lungo ad aleggiare nell'aria condizionata dell'ufficio. 
- Chissà che servizio dovrà fargli, per farsi perdonare. 
- borbottò Lamberti, forse dimentico della vicinanza di Lara, forse volutamente ignorandola - Quella zoccola... 
E si allontanò, di cattivo umore. 
Lara, discretamente, girò di qualche grado il suo monitor verso la parete, di modo che nessuno potesse vedere ciò che stava facendo. 
Poi digitò sulla tastiera la password di amministratore del sistema, e attese. 
Nulla di fatto. Com'era ovvio, Rita l'aveva cambiata. 
Di sottecchi, la giovane aprì il terzo cassetto, frugò in una pila di appunti, estrasse la fotocopia del catalogo di profumi che tempo prima aveva sottratto alla collega, lo sfogliò fino alla pagina segnata. 
Prese la matita, tracciò una croce sul nome del campione segnato con un circolo rosso, che recitava Fraiqueure exotique, la password sino alla sera prima, lesse brevemente il nome successivo. 
Tendre Poison numero 6... 
Chiuse il catalogo, lo piegò accuratamente e lo ripose nel cassetto. 
Poi tornò alla tastiera, digitò T-E-N-D-R-E-P-O-I-S-O-N-6 e attese. 
La schermata di amministrazione si aprì docilmente. 
Lara controllò che il suo lavoro della sera precedente non avesse lasciato tracce. 
Era così. Soddisfatta, eliminò i log della connessione in corso e si scollegò velocemente. 
Si rilassò sulla poltroncina. 
Scoprire quanto la stupidità umana fosse invincibile a volte poteva essere di conforto. 
Neppure dieci minuti dopo Attilio uscì di corsa dal suo ufficio. 
Lara udì i colleghi malignare sottovoce sulla rapidità del servizio. 
Da parte sua, la donna cercò oziosamente macchie di rossetto sul viso del caporedattore: sapeva che CyberMasque, la linea cosmetica usata da Rita, era terribilmente difficile da smacchiare, sulla pelle come sui tessuti. 
Non notò neppure un segno. 
Prova inconcludente, meditò: potevano essercene in parti del corpo dell'uomo che lei non poteva vedere... 
La camicia avana di Attilio, come si aspettava, dava tutto un nuovo significato al termine "sudore"; la cravatta era in condizioni penose; i suoi capelli sembravano più che mai sbuffi di fumo. 
Lamberti gli si fece subito incontro. 
Definirlo servizievole sarebbe stato pleonastico: Lara non si sarebbe sorpresa di vederlo scodinzolare. 
- Il direttore è furibondo. 
- sibilò Attilio. 
- Sì, capo. - assentì l'altro. 
- Il Prefetto gli sta addosso, capisci? - Sì, capo. 
- Anche i suoi capicorrente a Strasburgo vogliono spiegazioni... 
È un brutto momento. 
- Strasburgo? - fece eco Lamberti. 
- È tutto un gioco politico, capisci? 
La corrente di Jean Lecherche si sta battendo per un controllo più stretto sui giornali locali. 
Non appena saprà di questa storia, lui... 
Non terminò la frase. 
Non ce n'era bisogno. 
L'altro si appoggiò alla parete. 
Le cuciture del vestito scricchiolarono in modo sinistro. 
- Che cosa facciamo? 
Attilio vide una graffetta su un mobile, a portata della sua mano. 
D'istinto l'afferrò e cominciò nervosamente a dipanarne il filo metallico. 
- Il direttore mi ha dato un po' di tempo per pensarci... 
- Quanto? - Tra trenta minuti richiamerà. E vorrà la soluzione. 
- Perché non confermiamo la nostra prima pagina? - disse amabilmente Lara. 
Lamberti si voltò, la squadrò incredulo, come se fino a quel momento non l'avesse ritenuta in grado di articolare parola. 
- Un'intrusione informatica di tale livello testimonia mezzi, abilità e conoscenze. 
- proseguì la giovane, in tono neutro - Questo Masaniello non è un mitomane qualunque. 
Forse è ciò che dice di essere. 
Perché non dargli credito? - Al diavolo! - sbottò Lamberti - Ma che stronzate stai dic... 
- Secondo me stiamo prendendo questa storia per il verso sbagliato. 
- insistette lei, zittendolo - Perché pensarla come un disastro? 
Forse è una magnifica opportunità. - la sua voce si caricò di enfasi - Il Mattino è stato scelto come... 
come samizdat di questa rivolta prossima ventura. 
Un contratto d'esclusiva ottenuto senza spendere un Euro: splendido affare, non credete? 
Lamberti aprì la bocca con l'aria di chi sta per pronunciare un'oscenità. Ma Attilio lo precedette. 
- Un'interpretazione interessante... 
- ammise, colpito - E perché, secondo te, questo sedicente rivoluzionario avrebbe scelto proprio noi come portavoce? - Chi lo sa? - Lara si carezzò l'orecchino - Sarà rimasto compiaciuto degli ottimi articoli di Carmine che lo riguardavano... 
Stretto tra l'interesse dimostrato da Attilio e dalla lusinga nei suoi confronti, Lamberti capitolò. Lara lo vide letteralmente sgonfiarsi come i palloni bucati del campetto del dopolavoro. 
- Al diavolo, non è un'idea del tutto assurda, capo. 
- approvò alla fine - Potremmo dire... 
vediamo... che abbiamo ricevuto il proclama da una fonte sicura cui abbiamo promesso l'anonimato. 
Lasciamo che si pensi a un accordo segreto tra noi e questo Maraniello: andrà tutto a nostro vantaggio. 
- Masaniello. - corresse automaticamente Lara. 
Attilio meditò qualche istante. 
Il filo della graffetta, tra le sue dita, si era mutato in un ammasso informe di metallo. 
- L'idea mi alletta, inutile negarlo. 
- mormorò - Però... - Però cosa, capo? - È rischioso, non lo capisci? 
Avremmo gli occhi di tutti addosso... 
- Non è il sogno di qualunque giornalista? - replicò Lara con aria candida. 
Attilio inarcò un sopracciglio. 
- Quali sono i dati dell'edizione mattutina? - chiese. 
- Trentasettemila accessi nelle prime due ore, capo. 
- fu lesto a rispondere Lamberti. 
- Duemila collegamenti in corso - fece eco un altro redattore, scrutando il terminale - In crescita. 
- Abbiamo più che triplicato la tiratura... 
- calcolò Attilio - Incredibile. 
- La giornata è ancora all'inizio, capo. 
Il caporedattore prese la sua decisione. 
Gettò nel cestino ciò che restava della graffetta e si strinse il nodo della cravatta. 
- D'accordo, Carmine. 
La nostra linea sarà confermare. 
Confermare tutto. 
Alzò la voce, rivolgendosi all'intero ufficio - Da questo momento la posizione del giornale è chiara: abbiamo pubblicato il proclama perché siamo certi che il suo autore sia lo stesso uomo che ha guidato la rivolta di Bagnoli. 
Garantiamo col nostro nome l'autenticità. È ok per tutti? 
La redazione annuì disciplinatamente. 
Attilio ne sembrò soddisfatto. 
- Carmine, mi aspetto da te uno servizio coi fiocchi a commento del proclama. 
Valutazione degli analisti politici, interviste, richiami storici e tutto il resto. 
Lo voglio sul mio terminale per... 
- consultò l'orologio - ...per le dieci in punto. 
D'accordo? - Naturalmente, capo. 
- scattò il corpulento giornalista. 
Lara dubitò che avesse realmente ascoltato quanto gli era stato chiesto. 
Poi Attilio si volse verso di lei. 
Lara si vide riflessa nelle lenti dei suoi occhiali. 
Aveva davvero quell'espressione sorniona? 
Fu lesta a cancellarla dal viso. 
Attilio non era Lamberti: poteva detestarlo, ma non definirlo uno stupido. 
- Lara, credo che potresti dare una mano a Carmine. 
- mormorò il caporedattore, in un tono insolitamente gentile, che inquietò la donna - Credo che per te sia arrivato il momento di rimboccarti le maniche. 
- Non aspettavo altro. 
- disse lei, conciliante. 
Lui indugiò a fissarla. 
Che sospettasse qualcosa, si chiese Lara? 
Doveva stare attenta. 
Era una dilettante in quel gioco, e stava giostrando forse su troppi fronti. 
- Ne ero certo. - concesse alla fine l'uomo, sorridendo lievemente - Buon lavoro. 
- Altrettanto, capo. 
- leccò fino in fondo Lamberti. 
Il grassone guardò la porta dell'ufficio di Attilio richiudersi, borbottò ancora qualcosa di maligno a commento del prolungarsi dell'assenza di Rita, poi rimase a ciondolare, l'immenso deretano puntellato contro il basso divisorio dell'open space. 
A Lara sembrò di poter scorgere sul viso carnoso del collega i segni dei torpidi processi mentali in corso. 
- Masaniello... Masaniello... 
- lo sentì meditare tra i denti - Eppure ho già sentito questo nome... 
- L'avevo sentito anch'io, Carmine. 
- suggerì gentilmente lei. 
- Come dici? - Semplice curiosità femminile - lo rassicurò con un sorriso docile. 
- Uh... - In effetti, la mia curiosità era tale che per soddisfarla ho dovuto compiere una ricerca sulla Rete - sventolò tra le dita un disco ottico - Ho raccolto qui i risultati. 
C'è tutto. Lui corrugò la fronte, come a farne defluire i pensieri. 
Lara ebbe un vigoroso attacco di deja vù. Era realmente così stupido? 
Sì, lo era senza dubbio. 
- Ho anche buttato giù qualche riga sull'argomento. 
- aggiunse, incoraggiante - Prendi: sono certa che saprai adoperare questi appunti molto meglio di me. 
- Uh... naturalmente. 
- bofonchiò Lamberti, afferrando d'istinto il dischetto con le dita grassocce. 
Poi sembrò ricordare qualcosa. 
La donna si stava giusto chiedendo a quale grado di lentezza cerebrale potesse giungere un mammifero prima di perdere la funzione respiratoria. 
- Uh... - balbettò - Cosa vuoi in cambio? 
Lara sorrise. E glielo disse. 
7 Gli uomini sconfitti non dovrebbero parlare delle loro battaglie Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano Moretti ne aveva abbastanza dell'ospedale. 
Le due lunghe operazioni con cui i chirurghi gli avevano rimesso insieme, a mo' di mosaico, la gamba destra e la clavicola devastata lo avevano prostrato. 
La microsonda che gli drenava quotidianamente il pus dai polmoni intossicati dall'urticante era divenuta, nei suoi pensieri rancorosi, un aspide che gli mordeva le carni. 
Ad abbatterlo definitivamente, ne era consapevole, era stata però l'astinenza forzata dalle biostimoline, astinenza che si prolungava ormai da oltre una settimana. 
I sintomi della privazione erano ogni giorno più forti, e l'agente scelto non sapeva per quanto ancora sarebbe riuscito a tollerarli. 
Si sentiva fiacco, svuotato di ogni forza, di ogni aggressività; il suo corpo gli appariva vergognosamente fragile, inadeguato, orribilmente limitato in forza e resistenza al dolore. 
Non si era mai sentito così debole, e odiava tale sensazione. 
Ma, ancor di più del decadimento fisico, era la progressiva corruzione del suo raziocinio a spaventarlo. 
Moretti avrebbe dato un braccio per provare di nuovo l'abbraccio obliante di sicurezza, di verità assolute delle stimoline. 
Priva della dose quotidiana, la sua mente una volta serena, al sicuro da ogni dubbio, si era ritrovata vuota, indifesa, spaurita. 
Battaglioni di interrogativi inquietanti lo avevano vigliaccamente assalito alle spalle; pattuglie di scrupoli lo avevano circondato, lui vagolante nella steppa nebbiosa delle colpe, e lo avevano portato, somma di ogni orrore, a riflettere senza alcuna certezza definita. 
Forse era stato ciò che aveva visto a Bagnoli a scatenare il processo. 
Non lo sapeva: di certo, quando chiudeva gli occhi, rivedeva ancora quella scena da incubo, e dentro di sé gridava. 
Solo e senza altra possibilità, aveva cominciato a interrogarsi. 
Idee balzane gli erano ronzate in testa come convertiplani in picchiata. 
Punti di vista differenti, addirittura contrari a ciò che gli era stato inculcato durante l'addestramento gli erano balenati agli occhi. 
Lui allora aveva trasalito, cercando di ricacciarli indietro, ma non vi era riuscito del tutto... 
L'agente scelto teneva duro, ma si sentiva sempre più teso, sempre più irritabile. 
Sapeva che, se qualcuno non lo avesse tirato fuori in fretta da quella stanza silenziosa dipinta di bianco, ben presto sarebbe crollato. 
- Signor Moretti? - Sì? - C'è una visita per lei. 
L'agente scelto squadrò acidamente l'infermiera. 
Era una ragazza graziosa, vivace, dagli occhi d'inchiostro e i movimenti aggraziati. 
Una bellezza tipicamente napoletana: mora, verace, carnalmente sensuale. 
Moretti l'odiava. 
- Non voglio visite. 
- sibilò - Voglio le mie razioni. 
Lei scosse la testa con un sorriso dolce. 
- Ha sentito il dottore: niente stimolanti. 
- replicò, con l'aria di scusarsi - Non finché è sotto drenaggio. 
Lui non si lasciò convincere dall'apparente rammarico della ragazza. 
Puttanella sovversiva, ringhiò in silenzio. 
Ne ho viste tante come te... 
Quando mi toglieranno i tiranti faremo i conti. 
Su questo stesso letto. 
- La sua visita, signore. 
- insistette l'infermiera, controllando con professionalità il display degli strumenti di monitoraggio - Posso farla entrare? - Chi è? - chiese lui, sgarbato. 
- Una giornalista del Mattino. 
- Che vada all'inferno! - È autorizzata. 
- replicò la ragazza, picchiettando leggermente sul tubicino della flebo. 
- Che diavolo vuole da me? 
La ragazza scrollò graziosamente le spalle. 
- Intervistarla, credo. 
A proposito della battaglia di Bagnoli, a quanto dice... 
Moretti cambiò espressione. 
Non gli piaceva parlare di quell'episodio; ma c'erano anche delle domande, nel plotone di dubbi che lo tormentava, di cui in un modo o nell'altro voleva la risposta. 
- Va bene. - sbottò - Falla entrare. 
E poi sparisci. - Fino all'ora dell'iniezione. 
- concesse la ragazza, imperturbabile. 
- All'inferno! Moretti tentò di mettersi a sedere sul letto, ma rinunciò dopo aver conquistato a stento una dozzina di centimetri. 
Imprecò silenziosamente. 
Poi si scosse. La giornalista era di fronte a lui. 
- Buongiorno. - esordì la donna - Come si sente? - Signora... 
- Moretti lesse il nome sul NOS appuntato sulla camicetta di Lara - ...Lamberti? - Mi chiami Lara. 
- fu pronta a replicare lei, sorridendo pudicamente, grata che il lettore di chip identificativi del Cardarelli fosse eternamente fuori uso. 
- Signora Lara. - ripeté Moretti, torvo. 
- Ho staffe d'accrescimento imbullonate nelle ossa, il mio ginocchio è sotto vetro al reparto Patologia, e mi hanno infilato su per il naso un tubo largo come la Monorotaia per Procida. 
Come crede che mi senta? - Non saprei... 
- ammise la donna, azzardando un'aria svanita - Magnificamente? 
Stupida oca, pensò Moretti. 
Poi la guardò attentamente. 
Il risultato dell'ispezione parve deluderlo. 
Magra da far paura, chiacchierona e senza dubbio vergine, considerò. Ma certo: a chi verrebbe mai in mente di farsi un chiodo del genere? 
Sembrerebbe di scoparsi un'antenna Yagi. 
- Permette qualche domanda? - No. 
- replicò seccamente Moretti. 
Lara lo ignorò tranquillamente. 
- Lei fa parte della Sezione Speciale Interni delle Forze Armate Europee, agente? - chiese, accomodandosi garbatamente sulla sedia che affiancava il bilanciere per la trazione. 
- No, dei boy scout. 
- bofonchiò lui. 
- Davvero? - fece lei, candidamente - Credevo che fossero stati disciolti. 
- Non ancora. - ghignò lui - Prima aboliremo l'Ordine dei Giornalisti. 
D'un tratto, Moretti decise di averne abbastanza di quella schermaglia: nelle dispute meramente verbali non si era mai divertito troppo. 
- Guardi. - disse, agitando il piede sinistro, nudo, sino a farlo sporgere grottescamente oltre l'orlo affilato del lenzuolo usa-e-getta. 
Lara, incuriosita, obbedì. Sull'esterno del piede, all'altezza della caviglia, un piccolo tatuaggio contornava il rigonfiamento dell'articolazione. 
La donna socchiuse gli occhi, distinguendo sorpresa il cerchio di stelle dell'Unione Europea, seguito da un simbolo che non conosceva, d'aspetto vagamente orientale, e da una lunga sequenza di linee parallele di vario spessore. 
- Lì c'è il mio curriculum. 
- disse Moretti, in tono ancora sgarbato - Grado, matricola, gruppo sanguigno, allergie, addestramento specifico... 
- Capisco. - considerò lei, colpita - In effetti, credo che i boy scout non abbiano nulla del genere... 
- No davvero. - confermò lui, con cattiveria - È un'esclusiva della Sezione. 
Lara assunse un'espressione innocente. 
- Mi spiace, non sono capace di leggere i codici a barre. 
- confessò, attenta a dosare il sarcasmo - Le dispiace dirmi semplicemente il suo nome? - Jacques Xavier Moretti. 
- disse lui, asciutto - Nato a Nizza il ventinove gennaio 2009. 
Qualifica agente scelto. 
Gruppo sanguigno AB, Rh positivo. 
- Molto gentile. 
- ringraziò placidamente Lara. 
Moretti si agitò indispettito, per quanto gli consentivano i tiranti cui era appeso. 
- Durerà ancora molto, quest'intervista? - Solo poche domande. 
- assicurò la donna, carezzandosi l'orecchino. 
- Sarà meglio. Lara decise di venire al punto. 
- Mi dica... Come mai la SSI presidiava la manifestazione di Bagnoli? - Che significa? - Non era un compito più adatto alla Polizia locale? 
Lui scosse la testa. 
- Sospettavamo la presenza di sovversivi. 
E avevamo ragione... 
All'improvviso, l'uomo sembrò irrigidirsi - Comunque, di chi fosse la competenza non è un mio problema: la Sezione Speciale interviene dove le viene ordinato. 
- Capisco. - Lara si sporse in avanti sulla sedia, puntellando i gomiti sulle cosce. 
La sua voce si fece tesa, allusiva. 
- E chi dà ordini alla Sezione Speciale, agente? 
Lui batté gli occhi di un verde sciropposo, indignato. 
Quella giornalistucola stava esagerando: in altre circostanze avrebbe troncato su due piedi l'intervista, l'avrebbe addirittura minacciata di arresto... 
Ma, con sorpresa, in quel frangente scoprì di non esserne in grado. 
In quel momento, appeso al gancio come un quarto di bue, prostrato fisicamente e intellettualmente, Moretti realizzò che la domanda della donna era più che valida. 
Egli stesso, ammise a se stesso, non era più certo di conoscerne la risposta. 
Nel constatarlo restò di sasso. 
Cosa gli stava accadendo, in quella sordida prigione silenziosa, così lontana dai paradisi ovattati della stimolina? - Non capisco. 
- mormorò, in un registro incerto. 
Lara intuì di aver toccato un nervo scoperto. 
Valeva la pena, si chiese, di colpire più a fondo? 
Senza dubbio, si disse. 
Ormai si era esposta, usurpando un NOS che non le spettava, mentendo, mascherando la sua indagine personale per un'inchiesta del giornale. 
Tanto valeva insistere: non avrebbe avuto mai più un'occasione altrettanto favorevole. 
- Gli alti ufficiali della Sezione Speciale rispondono direttamente alla Commissione Europea, non è così? Moretti la guardò inespressivo. 
- E lei che ne sa? - Be', ricordo che all'epoca si parlò di una sorta di FBI europeo... 
Mi è sfuggito qualcosa? - L'FBI risponde al Congresso americano? 
O al Gabinetto di Stato? 
Da quando? - Lui provò a scrollare le spalle. 
Dovette rinunciarvi. 
- Comunque, il paragone non regge. 
Non più, dopo gli accordi di Parigi. 
- Parla delle privatizzazioni? 
Moretti annuì. - Lo snellimento delle strutture statali. 
- precisò, usando il termine udito all'Accademia. 
- Riformulerò la domanda, allora... 
- Lara si sfiorò l'orecchino - Chi detiene il pacchetto di maggioranza della SSI? - EuroBank possiede una golden share. 
Non è un segreto. 
- commentò Moretti, asciutto. 
- Davvero? - Per essere una giornalista mi sembra piuttosto ignorante. 
- disse lui, bruscamente - Per quale quotidiano ha detto di lavorare? 
La breccia stava per chiudersi, Lara se ne rese conto con disappunto. 
Si diede mentalmente della stupida. 
Calma, si disse: è vulnerabile, ma devi lavorartelo con attenzione. 
- Se ho capito bene, agente... 
- insistette, scandendo bene le parole - La Sezione Speciale prende ordini da EuroBank. 
Dunque il vostro non è un corpo di Pubblica Sicurezza, ma il braccio armato del potere finanziario. 
- Che stronzat... 
Moretti non riuscì a terminare la frase. 
D'un tratto, gli era tornato alla mente il grintoso manager di Francoforte che aveva apposto la propria firma elettronica sul contratto con cui egli era stato arruolato. 
Rivide i consulenti in blazer blu e cravatta in tessuto clonato che, come ombre silenziose, assistevano puntualmente a tutte le azioni della Sezione, digitando in eterno misteriosi appunti sui loro datapad bruniti. 
Aveva sempre pensato a quelle presenze oscure come rientranti nell'ordine naturale delle cose... 
Ma in quel momento, nella crudele lucidità donatagli dall'astinenza, ebbe una sensazione inquietante, come se ci fosse qualcosa di mostruoso nascosto al limite della sua visuale, qualcosa di enorme, di cruciale. 
Non riusciva in nessun modo a metterlo a fuoco, ma sapeva che era terribilmente importante. 
E più se ne convinceva, più esso gli sfuggiva. 
- Credevo che volesse chiedermi di Bagnoli, non discutere di politica europea. 
- protestò debolmente, sentendo la conversazione sfuggirgli tra le dita. 
- Ha ragione, agente. 
- concesse Lara, avvertendo la lenza che si tendeva - Allora mi dica: perché EuroBank spreca il suo esercito privato in questioni di ordine pubblico? - Perché no? - replicò l'uomo, a disagio - Non le sembra un compito importante? - Riesco a pensare almeno a dieci impieghi più degni e adeguati al vostro Corpo... 
E non sono che una giornalista ignorante. 
- aggiunse, schernendosi. 
- Me ne dica uno. 
- La lotta ai mercanti di droga, ad esempio. 
- esclamò - Perché la SSI non si occupa del traffico di exitrazina? - Exitrazina? - ripeté lui, gelido. 
- Sale Lucente, orbitale... 
Come preferisce. 
Un giro illegale di milioni di Euro. 
Perché la SSI non interviene? 
Sul viso dell'agente, di nuovo, un'espressione ostile. 
- Sinceramente, signora, non sono informato sull'argomento. 
- Vuol farmi credere che non ha mai sentito parlare dell'exitrazina? - esclamò la donna, ben decisa a non mollare la presa. 
- Non voglio farle credere proprio niente. 
È stata lei a venire da me. 
- Ma se... - Mi spiace disturbare. 
- tossicchiò l'infermiera, comparsa all'improvviso sulla soglia della stanza - È l'ora del trattamento. 
- Oh! - sussultò Lara - Lei è molto silenziosa. 
- Non abbastanza. 
- commentò acidamente l'agente scelto. 
L'infermiera scambiò uno sguardo d'intesa con la giornalista. 
- Io e il signor Moretti ci intendiamo magnificamente. 
Tra un po' mi chiederà di sposarlo. 
L'uomo le scoccò un'occhiata velenosa. 
- Forza con questa iniezione, crocerossina del cazzo. 
Non voglio morirci, in questo maledetto ospedale. 
- Devo uscire? - chiese Lara. 
- Cos'è, non ha mai visto le chiappe di un uomo, signora cronista? - ghignò Moretti. 
Lara non riuscì a sorridere: l'uomo sembrava essersi ripreso. 
Peccato: poco prima le era parso sul punto di crollare. 
- Penso che rinuncerò a vedere le sue, agente. 
- ribatté, lasciando la porta accostata e uscendo nel corridoio. 
Per ingannare l'attesa, diede un'occhiata intorno. 
Il reparto in cui si trovava, come Rita le aveva confidato, era stato riservato ai feriti di Bagnoli. 
Si trattava quasi esclusivamente di poliziotti, circostanza che in fin dei conti non la stupiva: dopo quanto era successo, pensò, nessun dimostrante, a meno che non fosse stato disperato, si sarebbe presentato spontaneamente in ospedale. 
Provava un leggero nervosismo. 
Si era diretta verso la stanza di Moretti non per scelta, ma perché era sembrata la meno rischiosa. 
Intorno alle altre, infatti, stazionavano pattuglie di uomini in uniforme. 
Alcuni erano senza dubbio sotto osservazione clinica; altri sembravano in visita di cortesia; altri ancora, dall'espressione stolida e con le armi pendenti al loro fianco, erano impegnati in un granitico quanto minaccioso piantonamento. 
Lara tentò di ignorarli. 
Oziosamente, notò come il reparto si trovasse in condizioni di gran lunga migliori dello standard disastroso in cui versava il Cardarelli. 
Le piste magnetiche che guidavano le lettighe automatiche alle sale operatorie non presentavano il minimo segno di ruggine, i POI agli angoli del corridoio erano perfettamente funzionanti, il personale parametrico era sorprendentemente pulito e cortese, le sale d'attesa e l'astanteria erano in ordine, l'aria sapeva di disinfettante. 
I vetri insonorizzati, lindi e accuratamente chiusi, ricacciavano indietro l'eterno frastuono dei questuanti e le geremiadi degli ex-mutuati in lista d'attesa che bivaccavano prostrati nel cortile esterno. 
Un crocchio di figure in piedi, accanto agli ascensori, attirò l'attenzione di Lara. 
Parlottavano tra loro con fare misterioso, e ogni tanto si arrestavano con lo sguardo perso nel vuoto, come se ascoltassero la voce di qualcuno che lei non poteva vedere. 
Erano in tre. Uno indossava la divisa della Sezione Speciale, grigio cenere e giallo nicotina; portava sulle spalline dei gradi che lei non sapeva interpretare, e dissertava a spezzoni, pesantemente, lasciando cadere le sillabe come cadaveri. 
Il secondo sembrava un medico: non aveva il camice, ma dava ugualmente l'impressione di un chirurgo, forse per l'aria disinvolta con cui sembrava dominare la scena, forse per i riflessi di sangue che si scorgevano nelle sue pupille. 
Aveva il volto affilato, i capelli bianchi, e parlava descrivendo con le dita ampi gesti nell'aria asettica, come un direttore d'orchestra nel pieno di un'esibizione. 
Ma era soprattutto il terzo uomo ad attrarre lo sguardo di Lara: era alto, portava un completo antracite di cui anche a distanza si indovinava la buona fattura. 
I suoi capelli, biondi, erano tagliati a spazzola; le sopracciglia erano sottili, chiarissime, al pari della peluria che gli copriva il dorso delle mani. 
La sua pelle era rosea, di un candore quasi infantile. 
Portava dei minuscoli occhiali a specchio, e taceva. 
Più che ascoltare, sembrava assorbire a livello epidermico quanto gli altri andavano esponendo. 
Lara non sapeva cosa fosse ad attrarla in lui. 
Forse la gravità del suo viso perfetto, forse il senso di potere che emanava dalla sua persona. 
Quando lui voltò la testa e la fissò, lei sussultò, e d'istinto fece un passo indietro. 
- Stia attenta. - l'ammonì l'infermiera, in quel momento comparsa sulla soglia della stanza di Moretti. 
Lara riprese l'equilibrio. 
Aveva rischiato di investire una lettiga automatica che, silenziosa come un agguato, era uscita da una delle porte che davano sul corridoio, e adesso era immobile, in sospensione giroscopica, in attesa che i suoi sensori le segnalassero il via libera. 
- Mi spiace. - si scusò la giornalista - Stavo per caderci sopra. 
- Non le sarebbe piaciuto. 
- commentò la ragazza, seria in viso. 
- Perché... oh! Lara, d'improvviso, realizzò cosa la lettiga trasportasse, e impallidì. Il lenzuolo era spesso, scuro, ma al di là della stoffa s'intravedeva ugualmente la sagoma del corpo. 
L'infermiera picchiettò sui comandi della lettiga. 
- Questi chindogu costano migliaia di Euro e si impuntano come muli... 
Ecco qui. Patologia Legale. 
- digitò - Forza, bella: cammina! - Chi era? - chiese Lara, spostando a disagio il peso da un piede all'altro. 
Non sapeva cosa fare delle mani, e d'istinto le portò entrambe a sfiorare gli orecchini. 
- Lui? - rispose l'infermiera, indicando il cadavere - L'occupante della 302. 
Linea piatta un paio d'ore fa... 
Poveraccio: sentivo che non ce l'avrebbe fatta. 
- Cosa aveva? - Ustioni sul settanta per cento del corpo. 
Polmoni andati. Fratture multiple. 
Blocco renale. I dottori l'avevano intubato e gli avevano sparato in corpo decine di nanomed, ma... 
- Un incidente? - l'interruppe Lara, deglutendo. 
- Incendio. Scontro a fuoco, la notte scorsa. 
L'avrà sicuramente sentito... 
- la ragazza sorrise, imbarazzata - Sono proprio una stupida! 
Lei è una giornalista del Mattino, no? 
Saprà certo meglio di me quel che è successo a Sant'Anastasia... 
Lara impallidì ancor di più, pentendosi di aver posto la domanda. 
- Non aveva documenti addosso. 
- disse ancora la giovane infermiera - Non sappiamo neppure che nome digitare sul registro dell'obitorio... 
Solo e sconosciuto. 
È veramente terribile andarsene così, non trova? 
Sarà stato anche un camorrista, ma nessuno merita una morte tanto brutta. 
- Conosce un modo bello per andarsene? - mormorò Lara, seria. 
- Ne ho visti di migliori. 
- ribatté la ragazza. 
Poi sorrise. - Ecco: finalmente funziona. 
La lettiga vibrò, cigolò, e con qualche sforzo riprese la sua corsa ferale. 
L'improvviso spostarsi del baricentro fece scivolare via di qualche centimetro il lenzuolo, rivelando come in un macabro scherzo il lembo di un piede. 
- Non deve concludere l'intervista? - suggerì l'infermiera, in tono ingenuamente malizioso - Il signor Moretti adesso è tutto per lei. 
Lara non l'ascoltava. 
Continuava a fissare, sconvolta e affascinata, quel penoso frammento di essere umano comparso oltre il lenzuolo... 
E all'improvviso spalancò gli occhi, le mancò il respiro, si sentì venir meno. 
Quando le orecchie cominciarono a ronzarle, dovette sorreggersi alla parete, e temette veramente di perdere i sensi. 
Dal calcagno in su, la pelle del cadavere non esisteva più, e la carne aveva il colore delle caldarroste che lei da bambina vedeva rosolare al fuoco nelle bancarelle di piazza Dante. 
Ma, sotto la caviglia, la scarpa doveva in qualche modo aver protetto l'epidermide. 
Laggiù essa si presentava annerita, orribilmente gonfia, lacerata... 
Ma il tatuaggio era ancora visibile. 
Piccole stelle superstiti di un cerchio europeo morso dal fuoco, quel simbolo così simile a un ideogramma cinese, e poi le linee scure ormai illeggibili del codice a barre, come pezzi del domino in fila sulla pelle di cenere. 
- Si sente bene? - mormorò l'infermiera. 
Lara, sotto lo sguardo attonito della ragazza, corse giù per le scale, a perdifiato, con la realtà che le crollava a pezzi intorno. 
Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Se "Lazzaro di Masaniello" fosse un titolo nobiliare, il primo uomo cui assegnerei il diritto di fregiarsene sarebbe senza dubbio Anselmo. 
Il vecchio Anselmo... 
Non ho mai saputo il suo cognome. 
Forse neanche lui lo ricordava più. Dalla prima volta che lo incontrai, e poi per tutti i mesi che vissi con il folle, grottesco, a suo modo eroico esercito di Masaniello, lo udii chiamare solo "Anselmo", "vecchio", al massimo "compagno". 
No, non mi rivelò mai il suo cognome. 
Ma mi narrò la storia della sua vita, senza pudori e senza reticenze. 
E io ascoltai, affascinata e attenta. 
Ascoltai, colma di quel desiderio osceno, come lo definiva Hemingway, di conoscere i segreti e i conflitti della gente per farne poi letteratura. 
Anselmo, quando lo conobbi, aveva quasi il doppio degli anni del nuovo secolo. 
Era nato a Gragnano, un paesino sospeso tra l'ardesia dei monti Sorrentini e il cobalto acceso del golfo. 
Non aveva avuto un'infanzia felice. 
Il padre, Giuseppe, non riusciva a ottenere un lavoro stabile: come si diceva (e si dice tuttora) da quelle parti, "si arrangiava", tentando di sbarcare il lunario con mille attività, poche delle quali pulite. 
Mentre il piccolo Anselmo cresceva, lui si dedicava a entrare e uscire dal carcere, riservando i suoi sempre più caduchi periodi di libertà al precipuo compito di donare nuovi fratelli e sorelle al primogenito. 
Nonostante i lati spiacevoli dell'esistenza, la famiglia s'ingrandiva e tirava avanti. 
I veri guai iniziarono quando Giuseppe partì per la Germania inseguendo, come lasciò scritto ai familiari, "la Grande Occasione". 
Fu arrestato quasi subito, e questa volta gli vennero affibbiati dieci anni, da scontare senza possibilità di appello nel penitenziario di Dortmund. 
Le redini della famiglia passarono nelle mani della madre. 
Era una donna ancora giovane e, malgrado le numerose gravidanze, piacente. 
Non impiegò molto a trovare qualcuno che le risparmiasse la solitudine. 
Il suo errore fu quello di non usare il dovuto riserbo: la notizia della tresca raggiunse in qualche modo i parenti del marito e venne accolta (secondo il costume tradizionale) come un insulto mortale. 
Anselmo non conobbe mai i dettagli della tragedia. 
Qualche anno dopo seppe di un viaggio di alcuni zii paterni a Dortmund, di un acceso colloquio nel parlatorio del carcere, di una spietata "autorizzazione a riscuotere il credito d'onore", come si diceva a quei tempi e in quegli ambienti dove nulla veniva preso alla leggera. 
Due settimane dopo, sua madre fu uccisa in modo particolarmente efferato. 
Suo padre ne seguì il destino qualche mese più tardi, accoltellato durante una rissa tra detenuti. 
Anselmo e i suoi numerosi fratelli passarono sotto l'ala protettrice dello zio Gennaro, un lontano parente, schedato dalla Polizia come potente membro della cosca Pascarella. 
Anselmo aveva quattordici anni, e trascorse i successivi venti lavorando per l'impresa dello zio. 
Fu un periodo intenso, produttivo, durante il quale Anselmo ebbe l'opportunità di formarsi un curriculum professionale di tutto rispetto. 
Acquisì le conoscenze di un perfetto contabile (applicandole con successo al ramo usura), di un fiscalista (specializzandosi nelle attività di taglieggiamento a esercizi commerciali), e di esperto di vigilanza (operando proficuamente in mansioni di guardia del corpo). 
Nella sua formazione non venne trascurata ovviamente l'attività sportiva (Anselmo lavorò quasi due anni nel giro del totonero), né gli venne negato lo sviluppo di una naturale propensione artistica (per un anno fu apprendista del più noto falsario di Ponticelli). 
Ebbe anche l'occasione di viaggiare e di conoscere il mondo: visse quattro mesi in Kosovo con l'incarico di organizzare il traffico di armi, due mesi in Turchia a curare le public relations con i traghettatori clandestini, sei settimane a Bucarest nelle vesti di uomo di fiducia di sedicenti finanzieri occidentali interessati agli investimenti nei paesi dell'ex blocco comunista. 
Al termine dei vent'anni decise di mettersi in proprio, pur restando nell'orbita della cosca che lo aveva tirato su con tanto affetto. 
Si sposò, ebbe una figlia, si trasferì a Castellammare, pochi chilometri a sud di Napoli, ove si dedicò a curare le attività in espansione dei benevolenti Pascarella... 
Ad ascoltarlo, sembra che Anselmo narri la sua vita come in un blues: a volte egli scivola su altri accordi, variazioni di melodia, di ritmo, di malinconia, ma prima o poi torna, sulle corde della memoria, all'accordo iniziale, quello che racconta la storia. 
E il suo accordo ha il suono della tragedia. 
Tra il novembre 2015 e il febbraio 2016 una catena di scontri a fuoco si abbatté sull'area vesuviana. 
Castellammare fu il campo di battaglia più violento. 
Muovendosi con grande diplomazia, i capi di Anselmo stipularono con le cosche "storiche" del napoletano un accordo di difesa comune contro i nuovi arrivati. 
Ma neppure questa "grande alleanza" riuscì a cambiare il corso della guerra. 
Una guerra, come Anselmo capì presto, in cui anche gli avversari avevano trovato potenti confederati... 
Grandi retate di Polizia decimarono i ranghi dei Pascarella e delle cosche amiche, blocchi stradali e perquisizioni sconvolsero i piani di difesa, soffiate e delazioni favorirono in ogni modo l'ascesa dei nuovi signori della camorra. 
Il 3 febbraio 2016 Anselmo venne arrestato con due compagni senza alcuna accusa specifica, e interrogato brutalmente per tutta la notte in una caserma di Torre del Greco. 
All'alba, quando venne rilasciato, scoprì che il rifugio segreto che lui e i suoi compagni avevano avuto l'incarico di proteggere era stato distrutto dall'esplosione di un ordigno bellico ad alto potenziale. 
Non era stato lui a rivelare la posizione del covo, ma in quell'istante desiderò di averlo fatto. 
I suoi compagni, in quel caso, l'avrebbero ucciso. 
E lui, in quel momento, desiderava solo la morte... 
Nel rifugio ridotto a un cratere fumante, la sera prima, egli aveva condotto la moglie e la figlia. 
8 'a camorra, l'eroina, 'o guverno, 'a polizia a Napule fanno na consultaria che ce tiene tutte quante 'mmano c''a forza 'e l'arroganza pecciò arape l'uocchie invece 'e sta ca mmane 'ncopp'a panza 99 Posse Lara aveva sempre visto l'ingresso de Il Mattino come un lascito immeritato di tempi ormai lontani. 
Quell'atrio spazioso, elegante, così pretenzioso nelle sue pareti a specchio e nei suoi marmi color salmone, poteva essere stato adeguato quando il Mattino era un'istituzione cittadina e dava lavoro a un centinaio di giornalisti. 
Adesso, con la redazione ridotta a un pugno di persone e la reputazione del giornale sotto assedio da parte delle reti informative semi-professionali, quella hall era platealmente sovradimensionata, e si ammantava di un'ironia architettonica che non mancava mai di farla sorridere, quando lei ne varcava la soglia. 
E poi, gli ascensori. 
Erano quattro, disposti a coppie, l'una di fronte all'altra, come in un grande albergo. 
Le prime volte che li aveva veduti, Lara aveva pensato di trovarvi anche un Lift in livrea rossa con gli alamari e i bottoni d'oro, come all'hotel Europa sul lungomare Caracciolo, e si era chiesto se avrebbe dovuto lasciare una mancia per essere accompagnata in ufficio, ogni mattina. 
Sembravano trascorsi secoli... 
Da tempo due degli ascensori, definitivamente spenti, giacevano aperti a pianterreno, come gabbie di acciaio che avessero lasciato fuggire i loro ostaggi. 
Dei due rimanenti, uno era quasi sempre guasto, visto che la direzione del Mattino aveva deciso di tagliare le spese di manutenzione dello stabile. 
L'ultimo era in funzione, e la sua lucetta rossa ammiccava frenetica quando Lara, ancora scossa da quanto aveva scoperto al Cardarelli, entrò nell'atrio del giornale. 
La donna si fermò davanti alle porte metalliche cercando di calmarsi. 
Inspirò ed espirò profondamente. 
A livello razionale, non capiva perché fosse così inquieta. 
Potevano esserci mille spiegazioni plausibili per ciò che aveva veduto, e non faceva che ripeterselo. 
Pure, il senso di panico l'assediava. 
Che intrigo si nascondeva dietro quel cadavere senza nome? 
Lara scosse la testa. 
Le sue erano solo sensazioni, ma presagivano il disastro. 
I numeri del piano lampeggiavano vivaci sul display incassato nella parete tinta d'intonaco color seppia. 
Quattro, tre, due... 
lucciole di fiamma imprigionate in trappole di vetro danzavano al ritmo di sinfonie algebriche. 
Le porte dell'ascensore si aprirono. 
Lara, assorta, arretrò istintivamente per farne uscire gli occupanti. 
Fondi di bottiglia e sbuffi di fumo, cenere e nicotina... 
La donna alzò gli occhi. 
- Che succede, capo? - chiese, allarmata. 
- Tutto bene, Lara. 
- la tranquillizzò Attilio, sorridendo all'indirizzo dei due agenti in divisa della Sezione Speciale che lo scortavano. 
- Che succede? - ripeté lei. 
- Sono stato invitato a presentarmi alla centrale di Capodimonte... 
- La sede della Sezione Speciale? - Una semplice formalità, ne sono sicuro. 
Lei deglutì. - Ma... 
perché? L'uomo scrollò le spalle. 
- Non so, Lara, sembra che la nostra prima pagina di oggi li abbia interessati... 
- Oh! Attilio sorrise ancora, ma solo con le labbra. 
- Se stai salendo in redazione, troverai il dottor... 
- chiese conferma ai due agenti, che lo guardarono inespressivi - Sarrese, vero? 
Nessuna risposta. 
Attilio sembrava calmo, ma Lara colse il tremito sulle sue labbra. 
- È un investigatore della Sezione, e sta raccogliendo i dati personali di tutti i cronisti. 
Mi raccomando di offrigli la massima collaborazione. 
È importante che... 
ops! La cartelletta, sfuggitagli di mano, era caduta sul pavimento incerato, spargendo fogli plastificati e documenti, come petali morti, intorno alle scarpe dal tacco basso di Lara. 
La donna, d'istinto, si chinò per aiutarlo a raccoglierli. 
Attilio fece lo stesso. 
Quando la sua bocca fu accanto all'orecchio di lei, egli sussurrò velocemente qualche parola. 
- Scappa, Lara! Lei tentò di aprire bocca, ma lui non le lasciò il tempo. 
- Vattene in fretta. 
Non tornare. Scopri cosa c'è dietro questa fogna. 
Si rialzò, le mani piene di carte e il viso scuro dietro il falso sorriso. 
I due uomini in divisa gli si affiancarono. 
- Dobbiamo andare. 
- bofonchiarono all'unisono. 
- Naturalmente. - concesse lui, docile. 
- Capo, io... - A presto, Lara. 
- tagliò corto Attilio. 
La donna rimase immobile, costernata, mentre il trio si incamminava verso l'uscita, gli agenti ai lati, Attilio al centro, leggermente in difficoltà nel sostenere il passo marziale degli altri due. 
Fu solo quando vide la pistola far capolino dalla fondina ascellare di uno degli uomini in divisa che la giovane cedette al panico. 
Le pareti a specchio sembrarono vorticarle intorno, mentre il cuore le tuonava in petto. 
Se la scoperta dell'ospedale era stata un presagio di tragedia, questo era un incubo. 
Le vennero in mente racconti sussurrati a mezza voce da informatori con le mani tremanti e le pupille dilatate; ripensò a voci popolari, a leggende metropolitane cui lei non aveva mai dato credito... 
No, si disse, non poteva essere. 
Tutto questo non poteva accadere davvero. 
Non a lei. Fuggire. 
Andare lontano. Nascondersi. 
Tutto il suo essere gridava un unico imperativo. 
Ma Lara non poteva obbedirgli. 
Doveva aspettare, immobile, che il terzetto di uomini compisse quell'interminabile percorso di pochi metri che lo separava dal portone, e finalmente svanisse, concedendole la fuga. 
Combattendo le ondate di svenimento, la donna si costrinse a restare imperturbabile, a fissare immobile il trio che si allontanava... 
I secondi gocciolavano crudeli. 
Batté le palpebre. 
Uno, due passi, un altro ancora. 
Frammenti di un tempo orrendamente dilatato, fotogrammi di vecchi filmati di repertorio, immagini di astronauti vaganti sul suolo lunare... 
Il primo agente giunse sulla soglia. 
Il suo corpo massiccio fece scattare la fotocellula. 
Il portone si aprì. Attilio uscì nel sole. 
Lara si concesse un respiro. 
Forse... - Non stava salendo? 
La donna sobbalzò. Il secondo agente la fissava con aria sospettosa, e Lara capì che stava seriamente prendendo in considerazione l'idea di tornare sui suoi passi. 
- Io... - Qualcosa non va? - chiese ancora l'uomo, inesorabile. 
Attilio, alle sue spalle, le lanciò un'implorazione muta dietro il sorriso da clown sfinito. 
- Nulla, agente. 
- si costrinse a rispondere. 
Poi entrò nell'ascensore e premette il pulsante dell'ultimo piano. 
Le porte si chiusero con lentezza esasperante, e Lara sentì per tutto il tempo lo sguardo inquisitore dell'uomo in divisa che le frugava dentro. 
Finalmente la scatola di metallo si mosse, portandola lontano e, pregò silenziosamente Lara, al sicuro. 
E lei si avvolse addosso quell'acciaio come una corazza contro gli artigli del panico, finché la belva non parve quietarsi, smettere di ringhiare, e rinunciare esausta a ghermirla. 
La donna respirò a fondo, riordinando i pensieri. 
Calmati! si impose. 
Non devi far altro che tornar giù e uscire in strada. 
Nessuno ti sta aspettando. 
Il ping! dell'ascensore l'informò che era giunta a fine corsa. 
Lara premette velocemente il pulsante del pianterreno e portò le dita, perché smettessero di tremarle, agli orecchini. 
Ma, all'ultimo istante, qualcuno impedì che la porta si chiudesse. 
- Va giù? - interloquì una voce decisa, scandendo le sillabe, in tono da constatazione più che da domanda. 
- Io... - Scendiamo con lei, se non le dispiace. 
Lara arretrò verso la parete dell'ascensore, mentre i nuovi arrivati invadevano a passi risoluti quel piccolo ambiente. 
La prima a entrare fu una donna. 
Robusta. Alta: una vera gigantessa. 
Zigomi pronunciati e mento volitivo... 
Cenere e nicotina. 
Con un sussulto, Lara capì che si trattava ancora di un'agente della Sezione Speciale. 
La fronte le si imperlò di sudore. 
Ma il colpo peggiore fu l'apparizione del secondo arrivato. 
Capelli biondi a spazzola, pelle rosea e perfetta, occhiali a specchio: l'uomo dell'ospedale. 
Quando lui la fissò, Lara sentì il sangue arrestarsi nelle vene. 
- Signore? - mormorò la gigantessa, in tono servile. 
- Sì? - replicò l'uomo dagli occhiali a specchio. 
- Vuole che le chiami l'elicottero? - No. 
- Desidera la sua macchina, allora? 
Posso ordinare che... 
- Va bene, Cerruti. 
- approvò lui, condiscendente, ma con una traccia d'irritazione appena avvertibile nella sua voce. 
La gigantessa avvicinò il sat-com alle labbra e prese a parlottare nel microfono. 
Lara si addossò alla parete, in preda al panico. 
La paura era un insetto dalle lunghe zampe che le risaliva delicatamente la spina dorsale. 
I numeri del piano diminuivano sul display a un ritmo orribilmente lento, quasi ipnotico, e lei si ritrovò a pregare che scattassero più in fretta, a fissare il quadrante luminoso mormorando un mantra, quasi che l'intensità del suo desiderio potesse accelerare il tempo e donarle la salvezza. 
Tre. Resisti Lara. 
Due. Ancora solo un paio di piani, ce la puoi fare. 
Uno. Ormai ci siamo. 
Non può più succedere niente. 
Non può più succedere nie... 
- Non ci siamo già visti? - disse l'uomo, gelido. 
Il mondo dell'ascensore sembrava avvolto in una nebbia acida, e la paura entrava a ondate nelle narici della giovane, inumidendole finanche la pelle delle braccia. 
- Non... non credo. 
- balbettò lei. - È sicura? - infierì lui. 
- Sì. - ribatté debolmente Lara. 
L'uomo scosse la testa, non muovendo neppure un muscolo facciale più del dovuto: Lara pensò che aveva l'emotività di un manichino. 
- Io non dimentico mai un viso... 
- insistette - Lavora al giornale? - No. 
- replicò la giovane, in un registro meno fermo di quanto avrebbe voluto. 
- Davvero? E cosa fa qui? - Sono un'agente pubblicitaria. 
- azzardò Lara - Il mio ufficio è all'ottavo piano. 
- Un'agenzia pubblicitaria? 
Qui? - l'uomo corrugò le sopracciglia bionde e sottili, spezzando la simmetria esemplare della fronte spaziosa, dalla pelle rosea priva di qualsiasi imperfezione. 
- Alla sede del Mattino? - Il giornale non è proprietario dello stabile. 
- annaspò la giovane, prossima alla disperazione. 
- No? - Ci sono almeno altre sei imprese che affittano i locali. 
- spiegò Lara. - Capisco... 
- considerò lui, con un sorriso gentile e spietato - Capisco tutto. 
Le porte, finalmente, si aprirono. 
Timido sollievo, solo una speranza, ancora troppo gracile per competere con l'angoscia. 
Lara guardò attraverso lo spiraglio che si allargava poco a poco nel metallo, ma riuscì a vedere solo il portone aperto, luminoso come un faro nella nebbia del panico, e il lago di asfalto della piazza, dove avrebbe voluto tuffarsi, e nuotare sotto la superficie come faceva da bambina, nel mare scuro di Miliscola, fino a sparire agli sguardi del mondo. 
Fece per uscire, ma si rese conto che le era impedito: l'uomo bloccava il passaggio. 
- Permette? - chiese con voce incrinata. 
- Naturalmente. - concesse lui, scostandosi. 
- Dopo di lei. - Grazie. 
- mormorò la giovane. 
- Buona giornata. 
Ce l'hai fatta, Lara, esultò dentro di sé. Non ti ha riconosciuto. 
Sei salva. - Un'ultima domanda, mia cara. 
Prima che vada... 
La giovane raggelò. - Sì? - Mi tolga una curiosità... - Ho fretta. 
- tentò lei, debolmente. 
- Mi dica... - infierì lui, ignorando la protesta. 
Si concesse una pausa d'attesa, mentre l'angoscia lievitava. 
Poi colpì. - Mi dica... 
Come riesce un'agente pubblicitaria a intrufolarsi in una corsia d'ospedale interdetta ai non autorizzati? 
Chi le procura un NOS? 
Cosa la porta a interrogare e a provocare un militare ferito e sotto choc, a rischio di turbare un equilibrio già scosso? 
Lara indietreggiò piano, terrea in viso. 
- Io... - Cerruti. 
- disse piano l'uomo, senza alcuna intonazione - La prenda. 
- Subito, signore. 
La gigantessa scattò. Era forte, e veloce. 
Le fu addosso prima che Lara potesse muovere un solo muscolo. 
Puntò la mano destra, congiunse due dita, e la colpì al plesso solare, procurandole un istante di dolore assoluto. 
Poi, mentre Lara boccheggiava, le passò alle spalle, l'afferrò ai polsi, fece leva, la costrinse a piegare all'indietro le braccia e a inginocchiarsi. 
Lara accennò una reazione, ma la gigantessa la dissuase subito, colpendola con una ginocchiata feroce al fianco destro. 
Un muro di oscurità si alzò davanti agli occhi di Lara. 
Mugolò di sofferenza e serrò le palpebre, sopraffatta. 
Quando riuscì di nuovo a connettere, scoprì di avere le braccia fuse insieme all'altezza delle scapole. 
La pelle pizzicava ancora al contatto del dermocollante, ma la giovane sapeva che presto sarebbe diventata del tutto insensibile. 
- Trattamento completo, signore? - chiese la gigantessa, in tono neutro. 
Non aveva neppure il fiatone. 
L'uomo approvò gravemente. 
- La porterai tu fino alla macchina, Cerruti, se non ti dispiace. 
- Certamente, signore. 
- C'è stata anche troppa approssimazione, in questa storia... 
- mormorò l'uomo, controllandosi le unghie. 
La gigantessa annuì. Aveva occhi bovini, mani come tenaglie, zigomi come bastioni di roccia. 
Afferrò Lara, ancora in ginocchio, per le spalle, e la spinse a terra. 
Con decisione, ma freddamente, senza cattiveria. 
La giovane, sbilanciata e dolorante, rovinò su un fianco. 
L'altra le sedette sul bacino, inchiodandola al suolo. 
Poi le lacerò la stoffa della gonna, mettendole a nudo le gambe, e impugnò di nuovo la bomboletta del KC21. 
Lara tentò di dibattersi, ma presto sentì il dermocollante scivolarle sulla pelle. 
La gigantessa le afferrò le ginocchia e strinse, finché l'interno delle cosce non si saldò. Poi la rimise in piedi. 
- Questo è sequestro di persona! - strillò sgomenta Lara, incapace di muoversi. 
Tentò una reazione, almeno verbale. 
- Non... potete farlo! 
Voglio... voglio un avvocato! 
Vi denuncio! L'uomo non la degnò di uno sguardo. 
- Andiamo, Cerruti. 
La macchina è arrivata. 
La gigantessa le passò un braccio intorno alla vita, la sollevò come una bambola di stoffa, la portò di peso in strada. 
Una Mercedes Cobre attendeva di traverso sul marciapiede, l'impianto di dissuasione elettrica a tenere lontani gli scugnizzi questuanti, i getti d'aria dell'hoverdrive a sollevare mulinelli di polvere e foglie morte dai colori chimici. 
L'autista azionò l'apertura delle portiere, e Lara fu gettata senza troppi riguardi sul sedile posteriore. 
L'altra le sedette accanto, piazzandosi in modo che Lara non potesse in alcun modo tirarsi su. 
L'uomo dagli occhiali a specchio diede un'ultima occhiata intorno, poi sedette dall'altro lato. 
- A Capodimonte. 
- ordinò all'autista. 
L'automobile si sollevò sul cuscino d'aria, delicata e silenziosa come una brezza vespertina. 
Poi partì. La natura della clemenza è di non essere forzata Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano Lara non avvertiva alcuna sensazione di movimento, ma intuiva che la Mercedes stava sfrecciando sulla corsia riservata di qualche arteria cittadina. 
Forse via Toledo, forse corso Umberto. 
Non avrebbe saputo dirlo. 
Non che dalla sua posizione potesse discernere molto... 
La giovane era riversa in modo scomposto sul sedile, il suo viso costretto al contatto della stoffa sintetica della tappezzeria odorosa di detergente batterico e d'arbre magique; all'altezza dei suoi occhi, l'unico panorama erano i calzoni color antracite di Sarrese, la lunga linea diritta della stiratura che terminava in un paio di risvolti leggermente sfibrati, e in due scarpe lucide dalla punta rotonda. 
Più in alto, Lara riusciva a vedere la mano dell'uomo, le sue dita nervose che tamburellavano sulla stoffa della giacca, e la pelle del polso, rosea e traslucida, oltre la quale s'indovinava il quadrante del bio-timer. 
Sull'altro lato, torcendo il collo, la donna poteva scorgere un frammento dell'abitacolo dell'automobile, la consolle dell'autista, il display del sistema di navigazione satellitare. 
Una lucetta rossa indicava la posizione del veicolo sulla mappa, ma lei non riusciva a trovare un riferimento in quelle linee cangianti. 
Tentò di issarsi al livello del finestrino per dare un'occhiata fuori, ma una zampata della gigantessa la costrinse nuovamente carponi sul sedile. 
Il fatto di non poter difendersi in alcun modo, e la costrizione di avere le braccia e le gambe grottescamente incollate assieme, le fecero saltare i nervi. 
- Adesso basta! - strillò, furiosa - Io sono una libera cittadina! 
Se questo è un arresto, voglio saperne le ragioni! - Come dice? - si informò Sarrese. 
- Ho diritto di conoscere la causa dell'arresto! - Mi duole informarle che si sbaglia. 
- replicò in tono distratto Sarrese, appena una punta di compiacimento nella voce mellifluamente burocratica. 
- Secondo il decreto duecentododici bis del quattro-trenta sul terrorismo politico, la Sezione Speciale ha diritto di fermare per accertamenti qualunque persona sospetta, e di interrogarla a piacimento secondo le modalità prescritte dal suo statuto. 
- Terrorismo? - Lara si agitò, non ottenendo altro risultato che rafforzare la stretta della gigantessa. 
- Proprio così. - Che c'entro io col vostro terrorismo? 
Avete sbagliato persona! 
Lui scrollò le spalle. 
- C'è anche questa possibilità. - Mi lasci andare, allora! - No. 
- Perché? - Il leone che è stato punto non cerca la pulce colpevole dell'offesa. 
- commentò lui, guardando oziosamente dal finestrino - Le uccide tutte. 
Lei impallidì. - Ma... 
che volete da me? - Detesto perdere tempo. 
- mormorò Sarrese, volgendo lentamente lo sguardo verso di lei, come se la vedesse per la prima volta. 
Vedendosi riflessa negli occhiali di lui, Lara rabbrividì - Lo considero il peggiore delitto di cui possa macchiarsi un uomo. 
- Di... di cosa sta parlando? - Io non perderò tempo a farle domande, mia cara, né ad ascoltare le sue menzogne. 
In Centrale abbiamo strumenti magnifici per ottenere tutte le risposte che ci servono. 
Li sperimenterà presto... 
- annuì, come se proseguisse un discorso lasciato in sospeso - E, quando avremo ottenuto le risposte, potremo agire. 
Tutto tornerà sotto controllo, come dev'essere. 
Paura. Odio. 
E incredulità. Tutto questo non poteva succedere, pensò ancora Lara. 
Non a lei. - Voglio parlare col mio avvocato! - intimò - I lettori de Il Mattino sapranno di questo trattamento! - Non era un'agente pubblicitaria? - sorrise lui. 
E lei, per la prima volta, si sentì realmente terrorizzata. 
- E va bene. - confessò - Le ho mentito. 
Cos'è, sono in arresto per questo? - Vedo che ancora non ha capito... 
- Sarrese si leccò le labbra - Mi spiegherò meglio... 
Cerruti? - Signore? - Codice nove, per favore. 
La gigantessa annuì silenziosamente. 
Poi afferrò Lara per le spalle e la costrinse a girarsi sulla schiena. 
Impose quindi una delle tenaglie che aveva per mani sul collo della giovane, e con l'altra le bloccò vigorosamente le gambe. 
Sarrese si chinò su di lei con un sorriso da rettile. 
Le carezzò lascivamente una guancia. 
Poi si spinse più in basso, si accostò a lei, cominciò a sbottonarle la camicetta. 
Lara, dapprima sorpresa, poi imbarazzata, infine agghiacciata, sentì le dita di lui frugarle sotto il vestito, slacciarle il reggiseno, indugiarle sui capezzoli. 
Non riusciva a crederci. 
Avvampò. - Toglimi le mani di dosso, maiale! - gridò, dibattendosi. 
- Io ti denuncio! 
Io... - Denunciarmi? - ripeté lui, tranquillo - No, vede... 
Lei non ricorderà assolutamente nulla, dopo il trattamento: i nostri specialisti sono molto abili... 
Dovrò badare soltanto a non lasciarle troppi segni. 
Fece scattare l'ultimo bottone e le mordicchiò la pelle intorno all'ombelico. 
Lara si sforzò di reagire, ma non riusciva a muoversi. 
Con le braccia dietro la schiena e le gambe bloccate dalla gigantessa, era completamente inerme. 
Con la coda dell'occhio, vide che l'autista della Mercedes sistemava lo specchietto, e capì che anche lui voleva godersi lo spettacolo. 
- È più in carne di come sembra, mia cara... 
- ghignò l'uomo - Ha un paio di cosce davvero invitanti, lo sa? 
Credo proprio che le assaggerò. Lei non ha niente in contrario, vero? - Bastardo. 
- sibilò lei. - Cerruti? 
La gigantessa la colpì brutalmente, un tocco feroce col taglio della mano sulla gola, a toglierle il respiro. 
Doloroso, molto doloroso. 
Gli occhi di Lara si riempirono di lacrime. 
- Ha un modo davvero criticabile di usare la bocca, mia cara. 
Ce ne sono di più appropriati. 
- ghignò ancora, sbottonandosi i calzoni - Questo, ad esempio. 
Avanti, mi faccia vedere che ha capito. 
Lara spalancò gli occhi, in preda allo shock. 
Ansimò, i polmoni chiusi come sacchetti di caffè sottovuoto. 
La mano della gigantessa si posò sulla sua nuca, la spinse crudelmente in avanti. 
Un tonfo improvviso. 
La Mercedes risuonò come un gong, sbandò sul cuscino d'aria. 
- Che succede? - chiese Sarrese, riabbottonandosi con disappunto i pantaloni. 
Nello specchietto interno, il viso dell'autista apparve all'improvviso pallido. 
- Credo... credo che ci sia qualcuno sul tetto, signore. 
- Che dici? È impossibile! 
Il fragore del metallo lacerato coprì le sue parole. 
Sarrese e la gigantessa alzarono di scatto lo sguardo. 
Il tettuccio dell'abitacolo si stava squarciando come sotto i colpi di un martello pneumatico. 
D'improvviso cedette. 
Una mano stretta a pugno apparve oltre l'orlo frastagliato della fenditura. 
La pelle delle dita era a brandelli, e schegge di metallo brillavano conficcate nella carne; le ossa fratturate sporgevano in orribili gonfiori violacei; il pollice era piegato in posizione innaturale, e l'unghia era saltata via; sangue scuro e denso colava dalle ferite sulla moquette immacolata della Mercedes. 
L'autista gridò. - Ma... 
cosa... Lasciami! 
Lasciami! - Lara vide che la mano l'aveva avvinghiato per l'attaccatura dei capelli e lo tirava a sé. Frazioni di secondo: l'uomo perse il controllo della vettura; la Mercedes sobbalzò, sbandò, colpì il guardrail, lo sfondò, uscì dalla corsia riservata, invase contromano la carreggiata centrale, si scontrò col flusso del traffico che giungeva in senso opposto. 
Clacson disperati, sibilo di getti frenanti, imprecazioni. 
Sfrigolio di lamiere. 
Lara rotolò su se stessa, batté violentemente contro il sedile. 
Mentre la testa le ronzava, colse qualche immagine quasi in visione stroboscopica, luci e ombre, come riproduzioni distorte di una vecchia VHS. 
Sarrese che tentava di ripararsi il cranio dagli urti, la gigantessa che metteva mano alla fondina, l'autista che gridava e si dibatteva con due dita conficcate negli occhi. 
Non ebbe il tempo per capire cosa succedeva, solo per pregare di uscirne viva. 
Poi l'auto uscì di strada e impattò violentemente contro l'impalcatura di un edificio in costruzione. 
Una trave sfondò il cofano, un tubo d'acciaio s'infilò nel motore. 
Il parabrezza andò in pezzi. 
L'abitacolo si colmò di schiuma da collisione. 
Un attimo prima dello schianto, Lara fece in tempo a scorgere l'autista, lasciato finalmente andare dal suo assalitore, afflosciarsi inerte sul sedile. 
Poi la gelatina s'espanse e l'avvolse, bloccandole la visuale, e ci fu spazio solo per il fragore dell'impatto. 
Quando la vibrazione smise di risuonare nelle sue ossa, Lara scoprì con stupore d'essere ancora viva. 
Accanto a lei, Sarrese imprecava sommessamente, tentando di inforcare di nuovo gli occhiali a specchio incrinati. 
La gigantessa si fregava gli occhi, mentre un rivolo di sangue le colava dal setto nasale tumefatto. 
Ma non era ancora finita. 
Con un terribile rumore di ferraglia, la portiera accartocciata della Mercedes venne strappata via. 
La schiuma, ormai gelificata in sferette della consistenza del polistirolo, tracimò oltre l'apertura, liberando l'abitacolo. 
E lui apparve. Era a piedi nudi su un tappeto di vetro in frantumi, e vi lasciava impresse, senza curarsene, impronte di sangue. 
Il braccio destro gli pendeva spappolato lungo il fianco. 
La maschera gli era stata parzialmente strappata via, e un orecchio deforme faceva capolino oltre i brandelli della stoffa. 
Nella mano sana stringeva qualcosa di rotondo, di biancastro e pulsante, che gocciolava sangue. 
Riversa sul sedile, Lara lo guardò confusa, senza capire cosa fosse. 
Fu solo quando lui lo mise in bocca e l'addentò con aria di esultante provocazione che lei riconobbe, attonita, l'occhio cavato all'autista. 
- Cerruti! - ringhiò Sarrese, in un registro incerto tra la paura e l'odio - Lo prenda! 
La gigantessa scattò. Con un balzo si lanciò fuori dall'automobile, con un altro fu addosso al ragazzo mascherato. 
Un istante dopo erano entrambi a terra, a rotolare nella polvere e nei frammenti di vetro. 
Ma la mischia durò pochi secondi: veloce come un Cray, Masaniello si liberò della presa della donna, si rialzò, le sferrò un calcio alle costole. 
La gigantessa rotolò fuori portata, aprì la fondina, estrasse la pistola, la puntò. Un colpo violento al polso le fece saltare l'arma di mano. 
L'agente, incredula, tentò di recuperarla, ma il suo avversario la spinse lontano con la punta del piede scalzo. 
Poi la colpì ancora, al volto. 
La gigantessa digrignò i denti. 
Parò e si rimise in piedi. 
Era addestrata, forte, e consapevole d'esserlo. 
Si guardò intorno, si chinò, raccolse una sbarra di metallo caduta dall'impalcatura distrutta, tornò all'attacco. 
Masaniello l'aspettò a pie' fermo. 
Un sorriso oscuro, estasiato, gli modellava le labbra dalla linea irregolare. 
Il primo colpo lo prese al torace, risuonando col verso dei tamburi che Lara aveva udito a Bagnoli. 
Lui barcollò sulle gambe, ma non cadde. 
- Più forte, zoccola! - urlò, nel suo accento strascicato - Più forte! 
La gigantessa roteò di nuovo la sbarra, lo colpì di punta, all'altezza dello stomaco. 
Questa volta il ragazzo fu spinto all'indietro, a sbattere pesantemente contro una pila di sacchi di cemento. 
Scosse la testa, sputò saliva e sangue. 
Poi rise, un verso che non aveva nulla d'umano. 
- Non sai far meglio di così, zoccola? 
L'espressione della gigantessa divenne furiosa. 
Impugnò la sbarra con entrambe le mani, tenendola orizzontale davanti a sé, e la spinse contro il collo del suo avversario, con violenza, a spezzargli la trachea. 
Masaniello alzò il braccio sano, afferrò la sbarra, la bloccò senza sforzo visibile. 
Per un istante restarono immobili, la donna col viso paonazzo, il giovane ieratico sotto la maschera. 
Poi, alla fine, lui sorrise. 
Troppo veloce perché l'occhio potesse seguirlo, scattò col capo in avanti, in una testata maligna, colpendo la gigantessa proprio all'attaccatura del naso. 
Lara udì un rumore secco, come quello che udiva un tempo, quando sua madre mandava in pezzi col martello il guscio delle mandorle per il dolce di Natale. 
La gigantessa crollò con occhi vitrei al suolo, sollevando intorno una nuvola di intonaco e calcinacci. 
La giornalista dovette distogliere lo sguardo. 
- Che significa TAP due minuti? - strillava Sarrese al sat-com anulare - Voglio quella maledetta pattuglia adesso! 
Dove sono gli EH301? 
Esigo che... - Scendi, infame. 
Sarrese squadrò incredulo Masaniello. 
Quando vide la pistola che era stata della gigantessa nella mano del ragazzo, i suoi occhi si spalancarono. 
Le sue dita, che avevano cominciato a correre verso l'automatica nel taschino, si congelarono. 
Il sat-com ronzò ancora un paio di volte, poi si spense. 
- Ho detto scendi. 
- ripeté tranquillamente Masaniello, puntando l'arma. 
- Sono un alto ufficiale delle Forze Armate Europee. 
- protestò Sarrese, obbedendo a malincuore. 
- Sono contento. 
- replicò il ragazzo, strascicando le parole - Mi sarebbe spiaciuto cacciare una palla in fronte a un cacaordini qualunque. 
Sarrese fissò la canna della Beretta, il foro perfettamente circolare, scuro come l'inferno, che vi si apriva. 
Lara, che assisteva alla scena dal sedile della Mercedes, vide all'improvviso il volto candido dell'uomo dipingersi di rabbia. 
- Io non credo che sparerai. 
- sibilò Sarrese. 
- Davvero? - Secondo me non la sai neppure usare. 
- insistette, furioso. 
- No? - E non spareresti a freddo su un uomo disarmato. 
Non ne hai le palle. 
Masaniello lo squadrò con aria divertita. 
Poi brandì l'arma, alzò il braccio ferito, mirò, premette il grilletto. 
Un boato scosse l'aria calda del cantiere. 
Il proiettile aprì un foro irregolare nel palmo del ragazzo, rosso al centro e nero di bruciature ai bordi, impressionante come una stimmate. 
Masaniello considerò l'arto squarciato con sublime indifferenza, poi lo mostrò sprezzante a Sarrese, schizzandogli di sangue il completo antracite. 
E rise ancora, sguaiatamente. 
- Cosa dicevi delle mie palle, signor alto ufficiale? 
L'uomo impallidì. Fece qualche passo indietro, incespicò, si appoggiò alla lamiera contorta della Mercedes Poi la sua espressione cambiò. Socchiuse gli occhi, inarcò le sopracciglia sottili. 
- Io... io ti conosco... 
- mormorò, in un tono confuso, affascinato, che sorprese Lara, ancora costretta al ruolo di testimone inerme. 
- Di cosa parli, infame? - William...? - disse piano Sarrese, quasi in un sussurro. 
Il ragazzo si bloccò. Completamente. 
Come un meccanismo cui qualcuno avesse staccato la spina. 
Sarrese batté le palpebre, quasi stesse decidendo se fidarsi e cogliere la possibilità. La sua mano corse alla tasca interna. 
Le sue dita, grate, sfiorarono il calcio della pistola. 
- Fermo! In alto quelle mani. 
- Via dalla macchina, piezz' 'i mmerda! 
Svelto! Gli ordini, inaspettati, giungevano dalle sue spalle. 
Sarrese si voltò, trovandosi di fronte a un gruppetto di uomini apparso come per incanto tra gli scheletri d'acciaio del cantiere. 
Erano una dozzina, forse di più, e avevano il volto celato da stracci e bende scure, in un'allusione persino troppo dichiarata alla maschera di Masaniello. 
Almeno un paio di loro erano armati, e ciò convinse Sarrese, contrariato, a obbedire. 
Lara avvertì numerose mani stringersi intorno alle sue caviglie, rese ormai quasi insensibili dalla lunga giacenza in quella posizione grottesca. 
D'improvviso fu tratta fuori dalla Mercedes, avvolta con una coperta e caricata in spalla da uno degli incappucciati. 
- Tutt' buono, giurnalist'? - le sussurrò costui, un tipo tarchiato che odorava di tabacco. 
- Salvatore? - azzardò lei, stordita. 
- Song' io. - confermò l'altro. 
Poi si rivolse agli altri. 
- Iamuccenn', guaglio'. 
Chilli malamenti stenno 'rrivando. 
Il gospel delle ambulanze e dei clacson che giungeva sulle ali del vento gli dava ragione. 
Lara guardò in alto. 
Una coppia di convertiplani era in picchiata sul cantiere. 
Gli uomini mascherati si gettarono al coperto. 
Due di loro affiancarono Masaniello, ancora in stato catatonico, lo presero per le braccia e lo portarono via. 
Nel giro di un paio di secondi erano scomparsi. 
Salvatore afferrò più saldamente il corpo di Lara e cominciò a correre. 
La giovane avvertì con sorpresa la forza nascosta nei muscoli di quel piccolo colosso, e ne fu confortata. 
Raggiunsero un tombino, si calarono giù. Il coperchio di metallo si chiuse sulle loro teste, separandoli dalla superficie, e il mondo sfumò nel buio. 
I convertiplani atterrarono con perfetta sincronia sullo spiazzale del cantiere. 
Le ambulanze si fermarono sul ciglio della strada. 
Le auto della Polizia varcarono invece a tutta velocità il guardrail sfondato e inchiodarono a un passo dalla Mercedes. 
Gli uomini in blu si gettarono fuori dai loro veicoli, armi in pugno, formarono un cordone per tenere lontani i curiosi e gli sciacalli che già accorrevano dalle strade intorno, e presero quindi a setacciare il cantiere. 
Quelli in giallo e grigio tennero loro dietro con aria diffidente. 
Poi uno di loro si diresse verso Sarrese, scoccò un'occhiata distratta al corpo della gigantessa e a quello dell'autista, fece scattare i tacchi di fronte all'alto ufficiale. 
- Colonnello? Signore? 
Sarrese si scosse. 
Guardò trasognato l'uomo in divisa. 
- Mi spiace, colonnello. 
- si scusò, con il labbro inferiore mosso da un tremito appena avvertibile - Ci sono sfuggiti. 
Dobbiamo inseguirli? - Non importa, agente. 
- scandì lentamente Sarrese, inforcando di nuovo gli occhiali a specchio. 
- Ho scoperto ciò che volevo. 
Un timido raggio di sole brillò su quei vetri. 
Poi, come spaventato, si spense. 
9 Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Salvatore Capasso era, a suo modo, un napoletano esemplare. 
La storia della sua vita, nella versione che egli usava narrare, mi parve subito un archetipo della commedia umana che il nostro secolo aveva voluto inscenare sul teatro quotidiano partenopeo. 
Salvatore mi disse una volta di aver amato, da ragazzo, la Commedia dell'Arte napoletana, ma che nessuno Scarpetta, nessun De Filippo avrebbe potuto concepire farse così tragicomiche e assurde come quelle che il destino costrinse lui a interpretare. 
Salvatore era nato a Pomigliano d'Arco negli anni novanta del secolo scorso. 
La sua infanzia e adolescenza non racchiudevano nulla d'alieno dagli episodi tipici della vita giovanile nell'hinterland napoletano: un'approssimativa formazione scolastica, inverni all'ombra del vulcano ed estati presso parenti a Ischia, eterni problemi economici in famiglia, qualche furtarello, piccole storie di droga senza conseguenze penali, partite di pallone, capitone fritto e pastarelle a Natale, passioni immature e iniziazioni sessuali clandestine... 
Allo scoccare del suo diciottesimo compleanno Salvatore era inserito nella casta più popolosa in cui si dividesse la sua generazione: quella dei giovani in cerca di prima occupazione. 
Dopo troppi mesi perduti in inutili tentativi, frustrato e spinto dal bisogno, Salvatore fece ciò che tanti avevano dovuto compiere prima di lui: comprò un posto di lavoro. 
Chiese un prestito ad amici di famiglia, impegnò ogni oggetto di valore posseduto, scorse la lista degli impieghi che l'organizzazione (potentissima, di cui si vociferava, forse neppure come provocazione, che dovesse essere quotata in Borsa) offriva, e scelse il posto che più si accordava al diploma di perito elettronico che figurava solitario nel suo curriculum scolastico. 
Così entrò in Alenia come operaio specializzato. 
Il moloch industriale a partecipazione statale scricchiolava già da tempo, e minacciava burrasca a chiunque avesse voluto scrutare con attenzione nel suo futuro... 
Ma per Salvatore era un sogno che si realizzava, il Posto Fisso e Intoccabile la cui conquista per i giovani della sua generazione designava il successo. 
Così egli accese un mutuo, comprò la casa di Pomigliano su cui aveva messo gli occhi fin da ragazzo, acquistò a rate una Fiat Punto color speranza, sposò una collega e offrì ceri a San Gennaro in ringraziamento per avergli cambiato la vita. 
La protezione del santo fu poco più longeva della fiamma dei ceri votivi. 
Neppure due anni dopo, il governo, su indicazione di EuroBank, decise di non poter più sostenere il cronico passivo dei conti dell'Alenia. 
Un consorzio di imprese europee si offrì di rilevare gli impianti produttivi dell'azienda italiana, e nel giro di sei mesi lo scorporo fu ratificato dalla Commissione di Bruxelles. 
I sindacati, neppure consultati, protestarono lungamente, vigorosamente, con ogni mezzo... 
Un'opposizione che si rivelò, come certo sapete, del tutto inutile. 
Il manager designato dal consorzio alla riconversione degli impianti di Napoli, lo ricordate tutti, si chiamava Paul Kernig. 
Era un potente satrapo dell'industria europea, un professionista conteso a suon di miliardi dai cacciatori di teste dell'intero continente. 
Kernig si applicò con impegno e coscienza a risolvere i problemi dello stabilimento. 
Non era uno stupido, e seppe dissimulare in modo ammirevole quella che gli analisti, a posteriori, riconobbero come una delle più massicce manovre di downsizing industriali del decennio. 
Salvatore e sua moglie Maria furono convocati da Kernig nello stesso giorno, ma il destino prospettato loro dal manager fu diverso. 
A lei venne proposto un trasferimento a Tolosa a stipendio invariato, a lui fu ventilato un passaggio ai lavori socialmente utili presso l'amministrazione comunale di Napoli. 
Salvatore, raccolto il coraggio a due mani, fece timidamente osservare a Kernig che l'accettazione di una simile proposta avrebbe spaccato in due una famiglia. 
Il manager alzò un sopracciglio, colpito. 
Poi aprì una cartelletta di cuoio. 
Al suo interno, già firmate, vi erano due lettere di licenziamento: Kernig, col cinismo della sincerità, chiese se i due coniugi tenessero davvero così tanto a restare uniti. 
Il mese successivo Maria partì alla volta di Tolosa. 
Salvatore l'accompagnò a Capodichino, la salutò tristemente attraverso la griglia del metal detector, poi lasciò l'aeroporto e si presentò presso l'Assessorato ai Lavori Socialmente Utili del Comune. 
Vi rimase quasi tre anni. 
Anni di avvilimento e frustrazioni, vissuti da solo, vedendo la moglie a stento una volta al mese. 
Anni di sacrifici, patiti nella speranza di raccogliere abbastanza denaro per pagarsi il viaggio e una sistemazione decente a Tolosa... 
In quei tre anni di lavori socialmente utili, Salvatore cercò il conforto nell'amicizia dei colleghi. 
Non vi riuscì. Molti tra i giovani che condividevano quelle giornate buttate girando i pollici e ciondolando per i corridoi dell'Assessorato avevano un'istruzione, persino una laurea. 
Avrebbero dovuto essere pieni d'energia, d'ambizione, di sogni... 
Invece si lasciavano vivere in un limbo, accettavano uno stipendio che sapeva di regalia, se non addirittura d'elemosina, come se non osassero chiedere nient'altro alla vita. 
Salvatore li osservava sconcertato, a volte attonito. 
I suoi colleghi erano di una pasta differente dagli operai che Salvatore aveva conosciuto in Alenia. 
Erano paurosamente diversi da lui, e gli anni che li separavano non bastavano a giustificare quel baratro che si apriva tra loro. 
Erano terribilmente docili, spaventosamente indifferenti. 
A volte, Salvatore ne aveva paura. 
Durante un pomeriggio particolarmente noioso e avvilente, trascorso bighellonando, sorseggiando caffè e fumando Nazionali senza filtro nei corridoi del Comune, Salvatore si imbatté in una donna di mezza età, una signora dai modi cauti e dallo sguardo acuto. 
Salvatore l'aveva vista più volte in compagnia dell'Assessore e del Prefetto. 
Le rivolse la parola per stanchezza, per noia, e lei sembrò incuriosita dal risentimento che trapelava dalla voce di lui. 
Disse di chiamarsi Luisa Barbieri, e si definì una consulente politica. 
Gli chiese cosa non andasse. 
Lui, dopo qualche riluttanza, rispose con la massima franchezza. 
I lavori socialmente utili erano poco meno di una truffa, disse. 
Erano uno sperpero inutile di risorse pubbliche, assegnate male e gestite peggio. 
Con gli stessi fondi, si lamentò, il governo avrebbe potuto salvare l'Alenia. 
Lei non si scompose. 
Replicò con un sorriso. 
Parlava come un software didattico, ricorda Salvatore. 
Disse che era sbagliato giudicare sciocco chi amministra lo Stato soltanto perché non si comprendono le sue decisioni. 
Il cittadino, chiosò, vede solo un frammento del mosaico, e ne percepisce un disegno distorto; chi sta in alto scorge invece tutto il quadro, e ogni sua scelta, sebbene possa non apparire chiara, ha uno scopo preciso. 
Salvatore, testardo nella sua amarezza, le chiese allora quale fosse lo scopo dei lavori socialmente utili. 
Lei, scrollando le spalle, li definì uno strumento di pacificazione temporanea dei conflitti sociali, una sorta di Valium. 
La crisi è un fenomeno enorme, disse, è un cancro di cui la gente vede solo le metastasi esterne. 
Il modo di curare questo male non è stato ancora trovato; i lavori socialmente utili sono un ripiego, spiegò, un farmaco a breve scadenza, utile a evitare lo scontro. 
Fino a quando? volle sapere Salvatore. 
Finché non si troverà la soluzione vera, disse lei, chiudendo la conversazione. 
E, mentre la porta dell'ufficio si chiudeva, aggiunse ancora qualcosa. 
Un semplice bisbiglio, una riflessione fatta a mezza voce per le orecchie di nessuno, ma che Salvatore, tuttora, non riesce a dimenticare. 
...o fino a quando qualcuno non si sentirà pronto per lo scontro, aveva detto. 
Ogni volta che Salvatore narra questo dialogo, sembra sciogliersi per un istante, e nei suoi occhi traspare un frammento della rabbia di cui per anni dev'essere vissuto. 
Ma dura solo un momento. 
Invariabilmente, al termine del racconto, lui incrocia le braccia, tira una boccata dall'eterna sigaretta, e torna a riabbottonarsi in se stesso come in un vestito di cui non sia del tutto convinto. 
Con una smorfia ironica sul viso, da quell'istante egli cambia registro, e infallibilmente prende a narrare in toni accesi il periodo della grande campagna di stampa contro i lavori socialmente utili. 
Credo che tutti voi ricordiate quei giorni: sui media transitò una sequenza d'inchieste, di scandali, di rivelazioni, di denunce e attacchi politici. 
L'istituzione venne fatta a pezzi. 
Salvatore seguì gli articoli dapprima con cupa soddisfazione, con l'amara rivalsa di veder denunciate ad alta voce le storture che lui da anni era costretto a sopportare. 
Poco alla volta, però, i suoi sentimenti si mutarono in inquietudine, e poi in stupore, quando vide i volti di coloro che sui media criticavano, accusavano, esecravano. 
Lui conosceva quei volti. 
Li aveva visti dietro scrivanie, seduti nei Consigli Comunali e negli Assessorati, a braccetto di coloro che gestivano il sistema, a fianco o all'ombra dei signori delle clientele su cui ora allegramente spargevano letame. 
Fu quando vide l'onorevole Luisa Barbieri, membro del parlamento europeo, impostare la sua campagna di rielezione sugli attacchi ai "lavori atrocemente inutili", come lei li definiva nei comizi, che Salvatore capì. Aprì gli occhi. 
Ma forse era troppo tardi. 
Chi voleva lo scontro adesso era pronto. 
Quando il governo tagliò i finanziamenti e chiuse i progetti non produttivi, gettando migliaia di persone sulla strada, l'opinione pubblica era cotta a dovere, e le proteste furono minime. 
Salvatore, anche lui tra i colpiti, fu tra i pochi che tentarono di reagire. 
Durante la sua esperienza di operaio aveva imparato come organizzare blocchi stradali, sfilare in corteo, battersi in scontri di piazza. 
Ma lo spirito dei giorni dell'Alenia, si rese conto, non esisteva più: i suoi apatici colleghi, tranne rare eccezioni, si disinteressarono alla protesta, preferendo cercare soluzioni personali al problema. 
La solidarietà era un concetto che non li sfiorava neppure: dal loro punto di vista, il non appartenere a un giro di clientele era una colpa che meritava qualsiasi punizione, anche la morte per fame. 
Salvatore rinunciò al loro aiuto e tenne duro. 
Partecipò a un paio di sparute manifestazioni, che vennero disciolte con la forza dalla Polizia nell'indifferenza generale. 
Dopo il secondo pestaggio subìto, egli concluse che la guerra era perduta. 
Deluso, amareggiato, ferito nel corpo e nell'orgoglio, Salvatore decise che era giunto il momento di lasciare Napoli. 
Raccolse i suoi risparmi, mise in vendita la casa, e scrisse per posta elettronica a Maria, assicurandole che contava di raggiungerla nel giro di qualche settimana. 
'o cane mozzica 'o stracciato, dice Salvatore, ripetendo un antico detto. 
La sfortuna si accanisce sui disgraziati. 
Egli, racconta, aveva trovato un compratore per l'appartamento: la firma del contratto era fissata per il mattino successivo. 
Era il quindici gennaio del 2025. 
Il giorno della sciagura di Pomigliano. 
(link) -> Un EFA3 dell'aeronautica militare in volo d'addestramento, alle ore 16:45 del quindici gennaio si schiantò sul centro abitato di Pomigliano. 
Solo il caso impedì che l'accaduto si risolvesse in un massacro. 
Miracolosamente, oltre all'equipaggio del caccia, perirono soltanto due persone, e altre sedici restarono seriamente ferite. 
Ma i danni all'abitato furono ingenti. 
La commissione d'inchiesta sentenziò la sciagura era stata causata da un malore improvviso del pilota, e che l'aeronautica militare non era responsabile dell'accaduto. 
Le cause di risarcimento andarono in tribunale, ove furono bloccate più volte dai vertici delle Forze Armate. 
Come sapete, a più di dieci anni di distanza dalla prima udienza, il processo è ancora in corso... 
(ritorna al testo principale) A Salvatore, come a tanti abitanti di Pomigliano, non restò che piangere sulle macerie. 
La compagnia di assicurazione, come stoccata finale, rifiutò di pagare i danni, e al processo dimostrò come l'intero quartiere fosse abusivo, circostanza che secondo la nuova normativa rendeva invalide le polizze stipulate con i proprietari. 
Braccato dalle parcelle degli avvocati, senza una casa né un lavoro, Salvatore ricevette il colpo di grazia sotto forma di una E-mail da Tolosa. 
Maria, la sua Maria, in risposta al suo ultimo messaggio, gli comunicava una notizia raggelante. 
Già da molti mesi, rivelava la lettera, ella conduceva una relazione con tale Gilles Dunant, un dirigente della Matra. 
Maria si scusava di non avergli confessato prima la verità, ma aveva preso tempo per riflettere. 
Ora lo aveva fatto. 
Insieme a Gilles, scriveva, si sentiva felice. 
A Salvatore non restava che concederle il divorzio, e dimenticarla. 
Il peso di quella terribile E-mail si unì al fardello di disastri che gravavano sulle spalle di Salvatore, facendolo sprofondare invincibilmente in un baratro esistenziale, una palude dell'anima da cui avrebbe impiegato anni a riemergere... 
E la rabbia, il rancore, l'amarezza accumulata durante quegli anni erano la cenere calda che Masaniello, col suo messaggio di redenzione popolare, era destinato ad attizzare. 
I liberi cittadini sono il più grande ostacolo allo sviluppo di una nazione moderna. 
Joseph B. Sarrese, Rapporto 82 - Sta' ferma, adesso. 
- Perché? - Brucerà un po'. 
Lara sentì il liquido giallo scivolarle dolcemente sulla pelle dei polsi e inondarle poi le cosce. 
Era viscido, della consistenza del miele, e ne aveva anche il profumo. 
Mentre veniva assorbito dal suo corpo, ella avvertì una sensazione di calore, un pizzicore intenso, che si diramava dall'epidermide ai muscoli sottostanti, e poi di nuovo in superficie, finché le chiazze del dermocollante non cominciarono a fumare. 
- Che cos'è? - chiese, allarmata. 
- Non ha un nome. 
- bisbigliò la donna, come se stesse violando una consegna segreta. 
Era giovane, asciutta, occhi verdi e una selva di riccioli rossi a cingerle il capo. 
Al collo portava una catenina con un piccolo crocifisso di legno. 
- Come sarebbe? - I compagni dicono che, se lo avesse, qualcuno potrebbe scoprire che esiste... 
- Oh! - commentò Lara. 
- Capisco... - Sai, quello che sto usando è di seconda scelta - aggiunse l'altra, con l'aria di volersi scusare - So che a Pozzuoli ne hanno una mescola eccezionale... 
Qui bisogna accontentarsi. 
- Purché funzioni... 
- Funzionerà. - ribatté l'altra. 
Poi cominciò a contare. 
- ... otto... nove... 
dieci. Dovremmo esserci. 
Prova a liberarti. 
Uno strattone deciso, mi raccomando. 
Lara eseguì. I tendini delle braccia protestarono per la lunga inattività, poi si misero al lavoro. 
Uno, due colpi, e le mani furono libere. 
Mugolando di sollievo, la giovane massaggiò i polsi indolenziti, frizionò la pelle arrossata, fletté le articolazioni per riattivare la circolazione. 
- Come le senti? - Di legno. 
- Passerà. Per le gambe fu più complicato. 
Il KC21 si staccava a placche, si ammorbidiva lentamente e cedeva all'improvviso, piegandosi a una reazione chimica che Lara non riusciva a capire. 
La donna dai capelli rossi versò altre gocce del preparato, attese lo sviluppo dei vapori, poi esortò nuovamente Lara a tentare. 
Lei provò, e finalmente il dermocollante cedette. 
Potersi nuovamente rimettere in piedi le procurò una gioia indicibile. 
- È fantastico. - esclamò. - I tuoi abiti sono rovinati. 
- disse la donna, porgendo a Lara una tuta azzurra di tessuto spugnoso - Metti questa. 
- Grazie. - Laggiù c'è la doccia. 
Non posso assicurarti l'acqua calda, ma... 
Lara sgranò gli occhi. 
- Per una doccia anche fredda, in questo momento potrei dare un braccio. 
Si aspettava che l'altra ridesse. 
Invece la donna restò misteriosamente seria. 
- Prendi quest'asciugamano. 
- commentò, brusca. 
Con la sensazione di aver commesso una gaffe, Lara ringraziò ancora ed entrò nel cubicolo. 
Lo smalto una volta candido era pesantemente graffiato, e i tubi vantavano come ornamenti lunghe spirali di ruggine. 
Ma a lei sembrò il bagno di un re. 
Aprì il rubinetto e si arrese al getto d'acqua appena tiepida. 
Era un sogno: i cattivi ricordi, la paura, le umiliazioni le scivolarono ai piedi insieme alla schiuma del sapone da due soldi. 
Si deterse con cautela la pelle arrossata dal dermocollante. 
A parte una leggera irritazione, non sembrava che la reazione chimica avesse procurato danni. 
Di nuovo, si interrogò su quel misterioso liquido giallo: a quanto sapeva, il KC21 usato dalla Sezione Speciale non veniva attaccato neppure dagli acidi; la formula dell'unico solvente era un segreto militare gelosamente difeso. 
Sul Mattino, neppure tanto tempo prima, aveva scritto di quel ladruncolo d'auto che era riuscito a fuggire dalla Centrale della SSI: aveva usato un coltello dalla lama arroventata e si era scuoiato le gambe. 
Aveva avuto la meglio sul dermocollante, certo, ma era morto per l'infezione dopo due giorni. 
All'epoca le voci di un virus tossico contenuto nel KC21 si erano fatte più insistenti, ma era bastato un intervento del Prefetto per mettere tutto a tacere... 
Ad occhi chiusi, con i rivoli d'acqua che le correvano sul viso e sui fianchi, Lara pensò che avrebbe potuto restare per sempre in quel cubicolo, fuori dal mondo e da tutti i suoi orrori. 
Fu con un grande sforzo di volontà che riuscì, dopo un tempo che le parve infinito, a chiudere la manopola e avvolgersi nell'asciugamano ruvido, odoroso di talco dozzinale e di bucato. 
Oltre la tenda di plastica, la donna era nella medesima posizione in cui l'aveva lasciata. 
Lara dedusse che l'aveva attesa tutto il tempo, e ne fu colpita. 
- Chi sei? - le domandò, indossando la tuta e raccogliendo i capelli ancora umidi sulla nuca. 
- Gloria. - Nome impegnativo... 
- mormorò tra sé Lara. 
- Io sono... - Lo so. 
- rispose tranquillamente l'altra. 
Lara ebbe un brivido. 
- Dove siamo, Gloria? - Al sicuro. 
- replicò lei scrollando le spalle, come se la risposta fosse ovvia. 
Poi le indicò un tavolino poco distante, basso e rotondo, ove troneggiava un canestro coperto da un tovagliolo di stoffa liso agli angoli. 
- Hai fame? Sete? 
Ti serve qualcos'altro? 
Anselmo mi ha detto di... 
- Anselmo? È qui? 
L'altra annuì. Aveva le dita corte, rugose, dita da contadina. 
Lara si scoprì a fissarle affascinata. 
- Dove? - Ti sta aspettando. 
Ma prima devi riprenderti: hai passato dei brutti momenti. 
Lara approvò, pensosa. 
- Credo che accetterò il tuo cibo. 
Sedette e sollevò il tovagliolo. 
Fu alla vista dei piatti che capì quanto fosse affamata. 
Da quanto non mandava giù qualcosa? 
Venti? Trenta ore? 
Dal suo drammatico incontro con Sarrese aveva perduto la cognizione del tempo. 
Guardò l'orologio sul tavolino, e quel che vide la sconcertò. Erano davvero le sette del mattino? 
Le focacce al pomodoro erano fredde, ormai, ma Lara non faticò a spazzolare il piatto. 
Fece altrettanto con il prosciutto e il formaggio, poi passò al canestro di frutta. 
Era un pasto povero, ma la giovane non avrebbe saputo augurarsi altro. 
- Ho qualcosa di tuo, credo... 
- azzardò la donna dai capelli rossi, quando Lara ebbe finito. 
- Cosa? - Ecco. La vista degli orecchini restituì l'ultimo frammento di normalità alla giovane. 
Con un sorriso di gratitudine, li prese tra le dita, rincuorata di non averli perduti, meditò qualche istante, li ripose al sicuro nella tasca della tuta. 
- Grazie. Ci tengo molto. 
- Lo so. - commentò ancora la donna. 
Lara considerò la possibilità che la sua ospite non fosse del tutto normale. 
Benché gentile e disponibile, aveva un non so che di inquietante. 
Si alzò e si guardò intorno. 
La stanza sembrava scavata nella roccia. 
Era buia, umida, più intima che sinistra. 
Lara vide un'unica finestra, in alto, vicino al soffitto a schiena d'asino. 
La sua ospite, mentre lei mangiava, aveva chiuso l'imposta per impedire alla luce crescente del mattino di entrare, ma sembrava che un po' ne filtrasse attraverso di lei, come se fosse una nuvola a forma di donna che ondeggiava nel sole. 
Sulla parete di fondo si aprivano tre porte. 
Quella di destra, da cui Lara era entrata, portava al bagno. 
Quella centrale era sbarrata, e la maniglia sembrava essere stata mozzata con l'accetta. 
La terza era socchiusa, e dallo spiraglio di pochi centimetri una lama di luce elettrica balenava a intervalli sul pavimento di piastrelle sporche di polvere e d'impronte antiche. 
Nell'angolo opposto della stanza, la giovane distinse una serie di brande dalle lenzuola disfatte, avvolte da una bolla di calore quasi visibile, come se i loro occupanti le avessero appena abbandonate lasciandosi dietro traccia del proprio passaggio... 
E, accanto alle brande, vestiti gettati alla rinfusa in ceste di vimini, piatti sporchi, scarpe, un cappello sfondato, pacchetti di sigarette, cicche in bicchieri rotti usati come approssimativi portacenere, penne a sfera, mozziconi di matita, blocchi di carta riciclata che dovevano avere più di vent'anni, fazzoletti, un paio di occhiali, una torcia elettrica dal vetro rotto... 
Un arcipelago di oggetti vetusti, indizi polverosi della presenza di esseri umani, come se quell'antro ombroso fosse un museo sulla quotidianità. E silenzio. 
Immoto. Non un respiro, non uno scalpiccio. 
Come se qualcuno avesse spento l'audio del mondo. 
A rendersene conto, Lara si sentì affliggere da un accenno di claustrofobia. 
- Vogliamo andare? - chiese Gloria. 
Lei annuì, sollevata dalla prospettiva di uscire da quella stanza muta. 
- Sono pronta. - Bene. 
Seguimi. Stringendosi nel tessuto azzurro della tuta, Lara si alzò e andò dietro la sua ospite. 
Attraversarono la terza porta, ritrovandosi ai piedi di una tromba di scale. 
Le rampe piegavano ad angolo retto formando, tra i pilastri di cemento a vista, un pozzo quadrato. 
Lara vide che i gradini s'inerpicavano per tre, quattro piani, forse di più. La struttura dell'edificio, se di edificio si trattava, le era sempre meno chiara. 
Non ricordava nulla del suo arrivo: doveva essere giunta lì svenuta, rifletté. Chissà in che zona della città si trovava... 
Gloria afferrò vigorosamente il corrimano e prese a salire i gradini due alla volta. 
Lara la seguì con docilità. Giunsero alla sommità della rampa, svoltarono, salirono ancora. 
E, all'improvviso, non furono più soli. 
Come se avessero varcato una frontiera invisibile, l'edificio si fece d'un tratto affollato di una umanità singolare, colorata di sguardi cupi e di vestiti laceri. 
Le due donne percorsero scale zeppe di gente accampata, di cani addormentati e bambini sentinella. 
Lara, incuriosita, avrebbe voluto domandare, capire, guardarsi intorno, ma Gloria proseguiva spedita, e lei non poteva far altro che andarle dietro. 
Finalmente la donna dai capelli rossi si fermò davanti a una porta di legno consunto, chiusa, oltre la quale si avvertivano voci concitate. 
Qui, come se la sua consegna fosse terminata, salutò Lara con un cenno del capo e si allontanò in silenzio. 
Strano personaggio, meditò la giovane, guardandola sparire nuovamente giù per le scale... 
L'annotò mentalmente nel suo libro di appunti: meritava più di un ricordo. 
La porta si aprì. - Giornalista! - esclamò Anselmo - Vieni dentro, avanti! 
Lara si mosse, titubante. 
Il vecchio era in compagnia di una dozzina di persone che lei non aveva mai visto. 
Anselmo fece brevemente un giro di presentazioni, e i nomi le scivolarono addosso come acqua sul Goretex. 
Erano quasi tutti uomini, piuttosto male in arnese, dalla stretta di mano decisa e dagli occhi carichi d'aspettative. 
Tra loro non c'erano giovani. 
- Come ti senti, giornalista? 
Lei scrollò le spalle. 
- Potrebbe andar meglio. 
- Ma anche molto peggio. 
- osservò il vecchio. 
- Hai ragione. - ammise lei - Tutto considerato, credo che sarei un'ingrata a lamentarmi. 
Anselmo approvò gravemente. 
- Quando abbiamo saputo che gli essessì organizzavano una perquisizione al tuo giornale abbiamo cercato di avvertirti, ma era già troppo tardi... 
- Avete saputo... 
come? - Ci stiamo organizzando. 
- rispose evasivamente lui. 
- Vedo. - commentò Lara, squadrando i presenti. 
- Ma non ci siamo mossi abbastanza in tempo. 
È un miracolo che tu sia riuscita a venirne fuori. 
- A proposito... 
Dov'è lui? - chiese Lara, guardandosi intorno - Devo ringraziarlo per avermi salvato. 
I presenti si scambiarono un'occhiata imbarazzata. 
- Questo è il motivo per cui stiamo discutendo... 
- confessò Anselmo, carezzandosi a disagio le unghie rotte. 
- Che significa? 
Lui si morse le labbra. 
- Masaniello è scomparso. 
10 È la differenza di opinioni ciò che rende possibile le corse di Agnano Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - E questo è tutto. 
- concluse Anselmo. 
- Abbiamo diviso la città in zone, organizzato vedette e spedito pattuglie dei nostri a cercare. 
Ma siamo pochi, e il tempo stringe... 
Gli altri annuirono. 
- Più di quanto pensi. 
- Perché perdiamo tempo a discutere? - esclamò un tipo allampanato, curvo come un punto interrogativo, una testa enfiata su un corpo smilzo - Andiamo anche noi per le strade. 
Forse... - Stai sbagliando, compare. 
- si oppose un altro, un uomo basso, calvo, dalle spalle ampie e le orecchie grottescamente a punta - Se gli essessì prendono un guaglione qualunque, che importa? 
Ma se prendono uno di noi, e lo fanno parlare, siamo tutti in pericolo. 
Ormai siamo troppi, e non possiamo spostarci così in fretta. 
- Sarai tu, forse, a non saperti muovere in fretta! - sbottò una donna scura, dai capelli stopposi e gli occhi pungenti - I miei sono capaci di sparire in uno schiocco di dita. 
- Fesserie! - ribatté l'altro - I tuoi sono mariuoli buoni soltanto a svaligiare appartamenti. 
- Pulisciti la bocca, settantuno. 
- sibilò la donna - Puliscitela, prima di parlare dei miei. 
L'altro non accettò la provocazione, e rispose tranquillo. 
- Forse sapranno far fessi gli sbirri, ma hanno mai affrontato i rilevatori termici, i traccianti ormonali, tutti la merda elettronica della Sezione Speciale? - Stefano ha ragione. 
- approvò un quarto membro del gruppo - Quei figl'i zoccola non scherzano. 
- Perché, noi siamo dei pagliacci? - ringhiò ancora la donna. 
- Non volevo dire questo, ma... 
- Allora fai meglio a star zitto, settantuno! 
Il tono della discussione si accese, e presto l'intera assemblea ne fu coinvolta. 
Le opinioni si accavallavano, si sommergevano l'un l'altra senza che nessuna prendesse decisamente il sopravvento. 
Del resto, notò Lara, quasi nessuno dei presenti prestava veramente attenzione alle parole altrui. 
Tolleravano semplicemente una pausa d'attesa finché l'oratore di turno non prendeva fiato, e poi tornavano testardamente a ribadire i loro preconcetti, battendosi ognuno su posizioni fisse, ripetendo le stesse idee, utilizzando finanche sempre le stesse parole. 
Era un accanirsi sterile, senza scopo, e la giovane valutò che avrebbe potuto trascinarsi in quel modo per un tempo indefinito. 
Isolata, respinta alla periferia dal dibattito, Lara approfittò per afferrare Anselmo dalla manica del giubbotto di poliestere e trarlo in disparte. 
- Chi è questa gente? - bisbigliò. - Amici. 
- Che ci fa qui? 
Lui sorrise. - Strana domanda... 
Sono qui per te. 
- Che significa? - Intendo dire che è a causa tua se si trovano insieme. 
- Non capisco. Il vecchio alzò il dito, descrisse un cerchio approssimativo nell'aria satura del fumo delle troppe sigarette accese. 
- Alcuni di loro erano a Bagnoli, la sera che ci siamo incontrati... 
Altri vivevano nel sottobosco umano della periferia, altri ancora in clandestinità, e non osavano alzare la testa perché si pensavano soli... 
Vedevano il marcio, ma forse non avrebbero mai pensato di battersi per cambiare le cose. 
Poi hanno letto il tuo proclama, e improvvisamente si sono riconosciuti compagni. 
- Il proclama di Masaniello? - Proprio così. La giovane batté le palpebre - E sarebbe bastato per.. 
E questo posto, allora? 
Come l'avete trovato? 
E l'organizzazione? 
Chi... Lui tagliò corto con un gesto della mano. 
- Lascia perdere, giornalista. 
Qui c'era gente che pensava e studiava da anni per fare ciò che noi abbiamo teorizzato in una notte appena. 
Come dicevi tu, mancava soltanto un simbolo... 
e forse un po' di abilità con le parole. 
Lara si quietò, nonostante tutto gratificata dall'apprezzamento. 
- A proposito... 
- sorrise ancora Anselmo - Sarebbe bello che tu lavorassi a un nuovo proclama. 
Lei s'irrigidì nuovamente, scorgendo le implicazioni celate dietro la richiesta. 
Ma poteva veramente adombrarsi, se qualcuno tentava di usarla? 
In quella storia, doveva riconoscerlo, ciascuno aveva cercato di far muovere gli altri nel suo teatrino personale. 
E lei non aveva fatto eccezione. 
Anzi, forse aveva agito con meno scrupoli di chiunque. 
Nel capirlo, realizzò un pensiero di colpevolezza bruciante. 
- Attilio, Carmine... 
- mormorò, contrita. 
- Chi sono? - I miei colleghi del giornale... 
- spiegò lei - Cosa gli sarà accaduto? 
Devo chiamarli, sentire se stanno bene. 
Anselmo scosse la testa. 
- Dimenticali. - Come? - Ho detto dimenticali. 
- ripeté perentorio - Una volta che entri a Capodimonte, sei fottuto: ti innestano segnalatori sottocutanei dappertutto, e con quelli ti tengono poi gli occhi addosso persino quando stai seduto sulla tazza. 
- Queste sono paranoie! - protestò lei. 
Poi pensò a quanto aveva visto in ospedale, e la sua voce si spense. 
- ...hai mai sentito parlare delle estrazioni mnemoniche, le sedute di bio-indagine, i condizionamenti? - proseguì Anselmo - Quelli hanno specialisti, mezzi e conoscenze incredibili. 
A volte penso che tutti i professori del mondo abbiano finito per lavorare solo per la SSI... 
- Hai proprio ragione, compare. 
- intervenne l'uomo dalle orecchie a punta, allontanatosi per un istante dal battibecco che ancora infuriava - Quei settantuno hanno tutto. 
Noi abbiamo soltanto Masaniello. 
Non possiamo permetterci di perderlo... 
- Settantuno... - ripeté Lara, confusa - Usate questa cifra come un insulto. 
Perché? Che significa? 
I due uomini si guardarono in faccia. 
Poi Anselmo scoppiò a ridere. 
- Davvero non lo sai? - No. 
Il vecchio rise ancora. 
- Spiegaglielo tu, Stefano. 
L'uomo dalle orecchie a punta le si rivolse contrariato. 
- La Smorfia. Settantuno. 
"L'omm' 'i merda". 
Lara sgranò gli occhi, stupefatta: la Cabala napoletana era una cosa a cui non aveva pensato. 
Anselmo la guardò ancora divertito. 
- Non c'è niente da ridere, Anselmo. 
- protestò Stefano - Senza Masaniello... 
- Non l'abbiamo perso. 
- lo rassicurò il vecchio. 
- E allora dov'è? - Ha deciso di sparire. 
È un uomo libero, non un soldato. 
Tornerà quando vorrà... Speriamo soltanto che sia presto. 
- Ma dove è andato? - insistette l'altro, cocciuto - Non si vede da ieri. 
Non è in nessuno dei nostri rifugi. 
E se invece lo avessero preso? - No, è impossibile, lui... 
- Lui cosa? Come puoi esserne sicuro? 
Potrebbe essere morto, per quello che ne sappiamo. 
Un pensiero cominciò a formarsi nella mente di Lara. 
Lei assistette alla sua nascita come un'osservatrice imparziale, affascinata dal fenomeno, desiderosa più di goderne la vista che di valutarlo. 
Poi il pensiero si concretizzò, e la mente di Lara cominciò a girargli intorno, a sfiorarlo, a immergersi in esso, a muoversi tra la superficie dell'idea e la sua polpa solida. 
Infine, l'accettò. - Credo di saperlo. 
- disse, asciutta. 
- Cosa? - echeggiarono i due uomini. 
- Dove si trova lui. 
Forse l'ho capito. 
- E dove? Lei scosse la testa. 
- È solo un'intuizione. 
Ma la seguirò e andrò a cercarlo. 
- Vuoi dire andremo. 
- No. - la sua voce si fece più decisa - Da sola. 
PROCLAMA Popolo mio, so di chiederti tanto. 
Soffrirai, sanguinerai, verserai lacrime a causa mia. 
Io non prometto, non giuro a nessuno tra coloro che mi seguono gioie e abbondanza. 
La strada su cui cammino è lastricata di tormenti. 
E su questi dovremo posare i piedi a lungo, insieme, prima di giungere alla meta. 
So di chiederti tanto, popolo mio. 
E per convincerti non posso dirti altro che ti amo, che ti amo come la libertà e la dignità, come amo ogni cosa per cui mi batto, come amo il diritto di tutti gli uomini di lavorare e di non aver fame. 
Tu, come me, dovrai dare tanta importanza al nostro sentimento e ai suoi motivi che il dolore, il sacrificio, la stessa morte, a quel punto, diverranno irrilevanti. 
Da evitarsi, certo, ma solo perché sarebbero di ostacolo all'adempimento del dovere che ci siamo imposti. 
Perché il mio, il nostro sentimento, la nostra necessità, si possono esprimere in un solo modo: combattendo. 
E noi combatteremo, popolo mio, per rabbia e per amore, finché la vittoria non ci sorriderà. E allora ci volteremo indietro, insieme, e contempleremo la nostra opera. 
Masaniello Trovò il vecchio portone dai battenti di bronzo ancor più annerito di smog di come lo ricordava. 
Lo toccò, le parve chiuso. 
Provò a spingere. 
Dovette appoggiarvisi con tutto il suo peso, ma alla fine il cardine, cigolando, acconsentì a svolgere il proprio dovere. 
La giovane si addentrò con cautela nel cortile interno, aggirando i cumuli di rifiuti e i cespugli di erbacce che in alcuni punti raggiungevano altezza d'uomo. 
Un sole preistorico faceva capolino tra i tetti a spiovente, illuminando quello scenario degradato di brutti colori dalle tinte chimiche. 
Le semisfere delle paraboliche vegliavano il cortile come sentinelle armate. 
Le finestre dei bassi le parvero oblò di una nave affondata nel cemento. 
Lara combatté qualche istante coi ricordi, poi scelse la terza apertura della fila: non era del tutto certa che fosse quella che cercava, ma decise che avrebbe corso il rischio. 
L'imposta si aprì dolcemente, e lei entrò, facendosi strada con le dita tra i veli impalpabili delle ragnatele. 
L'ambiente era angusto, il soffitto incombente e curvo come in una fiabesca casa di gnomi. 
L'umidità trasudava dalle pareti e sembrava un essere vivente, una creatura stanziale che avesse eletto quelle mura a propria dimora, un mostro con macchie di muffa come occhi, il cui respiro si poteva ascoltare nel lento muoversi dei tendaggi alle finestra, il cui battito cardiaco si rivelava nel ritmico gocciolio del rubinetto rotto. 
- Era la casa di tua madre, vero? - chiese alla figura assisa nella poltrona, immobile, nella stessa posizione in cui ella lo aveva veduto la prima volta che si erano parlati, come se quegli ultimi giorni non fossero mai trascorsi, come se in qualche modo il tempo avesse curvato, pietoso e beffardo, riportandoli indietro per una seconda chance. 
Lui annuì, illuminato nel buio come un quadro di Caravaggio, per nulla sorpreso di vederla dinanzi a sé. Portava ancora le bende intorno al viso, ma si era cambiato di abito. 
Indossava un paio di Jeans troppo grandi per lui, arrotolati più volte intorno alle caviglie nude, e una casacca spiegazzata, bianca con macchie giallastre sul colletto e intorno ai polsi. 
- Perché sei scomparso? - chiese la giovane. 
Lui la fissò in silenzio, a lungo, mentre la distanza tra loro sembrava crescere e farsi immensa. 
Poi afferrò una caffettiera rugginosa, la rigirò tra le dita, un'aria malinconica dipinta nello sguardo indecifrabile. 
- Perché? - insistette lei. 
Ancora silenzio. 
Il ragazzo sembrava combattuto. 
- Lei... - mormorò alla fine. 
- Tua madre? Cosa... 
- Lei... mi chiamava William. 
- disse, quasi mordendo le parole - Lo ricordo bene... 
- William. - ripeté Lara - È il tuo vero nome, allora. 
Il ragazzo strinse le dita intorno alla caffettiera, la scagliò contro la parete, facendone piangere intonaco. 
Il suo tono si fece all'improvviso rabbioso. 
Lara formulò in quel momento l'immagine che altre volte aveva tentato di definire, ma che puntualmente, in precedenza, le era sfuggita. 
Foglie secche. Quando la voce roca e stentata di Masaniello la toccava, era come se foglie secche le venissero strofinate sulla pelle. 
Trasalì. - Chi è lui? - urlò il ragazzo - Mi ha chiamato William! 
Mi ha chiamato William! 
Diede un pugno alla parete. 
L'unghia del suo pollice saltò via in uno spruzzo di sangue e pus. 
Lara rabbrividì, ma il ragazzo non sembrò neppure rendersene conto. 
- Mi ha chiamato William! - ripeté, stravolto - Chi è? Chi?! 
Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Lo trovai dove pensavo, nel luogo che era insieme suo rifugio ed eremo di meditazione. 
La chiesa del Carmine era deserta. 
Sui lunghi banchi di legno verniciato e rivestito di smalto, soltanto qualche vecchina vestita di nero e col capo coperto da veli, inginocchiata a pregare, le lunghe catene dei rosari a pendere mollemente tra le dita ossute. 
Il soffitto a cassettoni decorati, altissimo, ispirava reverenza e una devozione fatta più di timore che di affezione. 
L'altare, con le sue forme barocche, occupava con aria tracotante l'abside dal profilo convesso. 
Ieratiche statue di santi dominavano, nella loro marmorea fissità, le navate laterali. 
In una nicchia sulla destra dell'altare, due dipinti del tardo settecento raffiguravano oscuri personaggi nobiliari, grandi benefattori del clero napoletano del passato. 
Tra i dipinti vi era la lapide. 
Era semplice, spoglia, soltanto l'incisione del nome e della data a interrompere la nuda linearità della superficie. 
Così l'aveva scelta il popolo della città, che aveva voluto nuovamente al sicuro il corpo del suo sfortunato campione, dopo che re Ferdinando IV aveva fatto sottrarre le spoglie dal cimitero per distruggere il mito, non pago di aver ucciso l'uomo. 
E davanti alla lastra di pietra, nella penombra della chiesa, lui era in piedi, assorto, il viso celato dalla maschera e le braccia conserte. 
Lo raggiunsi, portandomi al suo fianco lentamente, in punta di piedi, respirando con cautela per rispettare il suo desiderio di raccoglimento. 
- Perché sei scomparso? - gli chiesi bisbigliando, quando lui diede segno di accorgersi della mia presenza. 
Masaniello non rispose direttamente. 
Guardava la lapide, e le sue labbra si muovevano appena masticando qualche parola inintelligibile. 
Il filo dei suoi pensieri lo aveva portato chissà dove, e a me non restava che tentare affannosamente di seguirlo. 
- Sai come fu vinto, alla fine? - mormorò in un timbro neutro, facendola suonare più come un'affermazione che come una domanda. 
Le sue parole mi lasciarono interdetta. 
Parlava dell'uomo il cui corpo giaceva dietro la lastra di pietra, questo era ovvio. 
Ma il tono con cui le aveva pronunciate faceva pensare che stesse proseguendo una discussione aperta da tempo. 
Una discussione in cui io non ero mai entrata, cui non ero neppure stata invitata. 
Mi sentii un'intrusa, e non riuscii a far altro che scuotere la testa in silenzio. 
- Eppure dovresti. 
- Dimmelo tu. - sussurrai. 
- Fu fatto impazzire con la roserpina. 
- disse serio lui, mordendosi le labbra. 
- La roserpina? Cos'è? - Un allucinogeno. 
Il più potente, all'epoca... 
Come il Sale Lucente lo è oggi. 
- Non lo sapevo. 
- ammisi. Lui si strinse nelle spalle - Che strano... 
Il destino si diverte a rimescolare le nostre storie... 
O forse siamo noi, stupidi, che non impariamo nulla dal nostro passato, che continuiamo a ripetere gli stessi errori, in eterno. 
Non trovai nulla da replicare. 
Ma non avevo bisogno di farlo: capivo che, ancora una volta, mi aveva scelto come confidente per le sue riflessioni più intime, e non volevo far nulla che rischiasse di spezzare la fragilità del momento. 
- Forse non sono degno di portare il suo nome. 
- considerò Masaniello, un filo di emozione a colorare la sua voce roca. 
- Perché? - Lui è stato un gigante... 
io nessuno. Come posso sperare di ripetere le sue gesta? 
Di trionfare come fece lui? 
Battei le palpebre, perplessa. 
- Trionfare? - protestai, tirando faticosamente le fila dei miei ricordi scolastici - Lui non trionfò affatto. 
- Ti sbagli. - Davvero? - ribattei, piccata dal suo tono di riprovazione - Non rammento bene, ma mi sembra che... 
- Masaniello vinse. 
- tagliò corto lui. 
- Ma... non è vero. 
- protestai - Lui incitava alla rivolta col grido "Viva il re", fu proprio Ferdinando a decretarne la rovina... 
Fu abbandonato dai suoi fedeli, denigrato, imprigionato, e alla fine venne giustiziato. 
- Quanto sei sciocca... 
- esclamò Masaniello. 
La sua voce echeggiò stentorea nella navata. 
Una vecchina alzò la testa e si voltò nella nostra direzione. 
Ma la penombra, o forse la miopia dell'età, le impedirono di scorgere alcunché d'insolito, e dopo qualche istante tornò a dedicarsi al suo rosario. 
- Forse fu ucciso... 
- sussurrò - Ma non venne sconfitto. 
- Non capisco. - Pensaci... 
- insistette in tono sognante - Lui viveva in un'epoca in cui la Storia era scritta da Papi e da Re. 
Il popolo non aveva voce né dignità, non sapeva neppure di esistere come entità, non ne aveva nessuna cognizione. 
Era possesso personale dei potenti, una semplice estensione fisica del loro dominio: era bestiame, merce di scambio, massa cieca da cui esigere tributi e pretendere obbedienza, era carne da macello per guerre sanguinose senz'altro scopo che la conquista di un titolo o la successione a un trono. 
- E allora? Masaniello si avvicinò. Il suo viso e il mio si sfiorarono. 
Avrei voluto muovermi, scostarmi da lui, ma non potevo, sedotta dalla carica magnetica che vibrava nella sua voce. 
- Lui arrivò e s'impose in quello scenario ostile con la forza di un uragano. 
- ringhiò, soffiandomi il fiato nelle orecchie - Abbatté le convenzioni, sconvolse il pensiero e una tradizione vecchia di secoli. 
Dimostrò al mondo incredulo che il figlio di un semplice pescatore poteva sollevare moltitudini e far tremare sui loro scranni le teste coronate e i cardinali vestiti di porpora. 
Inventò un concetto che prima di lui mai era esistito: il concetto che gli umili, i poveri, gli sfruttati, come li chiamava lui i lazzari, potevano lottare non soltanto per servire in armi il proprio signore feudale, ma in difesa dei loro diritti, contro i loro sfruttatori. 
Le sue parole si fecero accese. 
Io trattenevo il respiro, soggiogata. 
- Lui fu il primo. 
Il suo spirito, lo spirito del riscatto degli sfruttati, percosse la terra col marchio del fulmine, bruciando tutto ciò che toccava, facendo vacillare gli imperi, echeggiando nelle menti e nei secoli a venire. 
Uno spirito così potente, credimi, non ha nulla da temere da un'inezia come la morte fisica; uno spirito del genere è immortale. 
Per questo lui non è stato vinto. 
Forse è stato ucciso, ma non vinto. 
Chi combatte per idee così grandi non può mai essere veramente sconfitto. 
- Lo credi davvero? - bisbigliai, confusa. 
- Ne vuoi la prova? - sorrise, sicuro di sé. Io annuii. 
La fluidità del discorrere, l'abilità oratoria, in un uomo d'azione come lui, mi affascinavano. 
- Sai dirmi il nome dei persecutori di Masaniello? 
Il nome dei nobili e dei membri del clero che lo giudicarono? 
Il nome del governatore che firmò la sua condanna? 
Quello dei suoi carcerieri? - No... 
- ammisi - Non credo. 
- Eppure tu dici che sono stati loro a vincere... 
- pungolò lui, beffardo - E perché? Forse perché hanno vissuto un pugno d'anni più a lungo? 
Loro sono morti e sepolti, cibo per vermi, proprio come Masaniello. 
Ma, a differenza di lui, la Storia li ha cancellati. 
Della loro futile vita si è tramandato solo un frammento, il poco che costoro hanno avuto in comune con l'uomo che tu credi loro vittima, e che invece è stato il vero vincitore... 
Sorrise di nuovo - Capisci, adesso, perché lui ha trionfato? 
Il suo nome si è tramandato nei decenni, nei secoli. 
Nessun uomo può aspirare a una vittoria più grande. 
Se è scritto che due pesci del mare debbano incontrarsi, non servirà al mare essere cento volte più grande. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Chi è lui? - ripeté, accasciato nella poltrona di panno stinto, la testa tra le mani, il corpo scosso da tremiti convulsi - Devo scoprirlo. 
Devo... Lara si avvicinò a disagio, allungò un braccio, gli sfiorò una spalla con le dita. 
Lui sussultò, e lei si ritrasse, intimorita. 
- William... - tentò. Lui non si mosse. 
Lara si augurò che la stesse ascoltando. 
- William, vieni con me, ti prego. 
Lui scattò, respingendo il contatto. 
- Voglio stare da solo. 
- Anselmo e gli altri ti stanno cercando. 
Hanno bisogno di te. 
Lui scosse la testa. 
- Capisco ciò che senti... 
- tentò ancora la giovane - È un momento difficile, ma è meglio anche per te se restiamo tutti uniti. 
Il ragazzo si passò una mano sulla nuca. 
Poi fissò le ciocche sfibrate e i brandelli rossastri di cute che gli erano rimasti tra le dita, e storse la bocca. 
- Perché? - Be', Anselmo e gli altri hanno fatto dei piani per... 
Lui balzò in piedi con fare rabbioso. 
Diede un calcio al mobile dagli sportelli laccati, sventrandolo senza sforzo, mandando all'aria i suppellettili che conteneva. 
Tazzine di ceramica, piatti dai colori tristi, piccoli vassoi dal taglio dozzinale si schiantarono al suolo, riducendosi in frammenti minuti. 
- Io me ne sbatto della vostra rivoluzione, vuoi capirlo o no?! - urlò. Lara arretrò, spaventata. 
- Ma... ma tu... 
- Me ne sbatto dei discorsi di quei vecchi imbecilli! - ringhiò, la voce spezzata - Me ne sbatto dei loro problemi e delle loro proteste! 
Me ne sbatto di Anselmo! 
E me ne sbatto anche di te! - Guardami! - ingiunse, mostrando il sangue che gli macchiava le dita, l'unghia orribilmente mutilata, le ciocche cadenti - Sto marcendo! 
Sto andando a pezzi! 
Mi sento mordere dentro, divorare! 
E a nessuno importa! 
La giovane s'impose di restare calma. 
Il ragazzo le sembrava sul punto di perdere il controllo, ma gli eventi e le rivelazioni degli ultimi giorni l'avevano temprata, e sentiva di essere divenuta in qualche modo una donna diversa, dura, risoluta. 
- A me importa. - disse, con la voce che le tremava appena. 
- Non è vero. - Lo è. E vale anche per i tuoi amici. 
Tu lo sai bene: finora vi siete battuti dalla stessa parte. 
Questo deve pur significare qualcosa, no? - Non mi sono battuto dalla parte di nessuno! - urlò ancora lui, con voce spezzata - Volevo solo vendicarmi... 
Sì, vendicarmi. Ma adesso... 
adesso voglio qualcos'altro. 
Afferrò una sedia dalla spalliera di metallo, la torse tra le dita. 
Lara intuì i singhiozzi che l'altro tentava di reprimere. 
- Quest'uomo che mi conosce... 
- balbettò - ...che mi chiama come faceva mia madre... 
Lui può dare risposte alle mie domande... 
Io devo trovarlo... 
- Anch'io lo voglio. 
- disse d'impulso Lara. 
Lui le scoccò un'occhiata sospettosa. 
- Ha un conto in sospeso con me - spiegò la giovane. 
Il ragazzo la fissò ancora, in silenzio. 
Tra le sue mani, le sbarre d'acciaio della sedia si deformavano come creta umida. 
- Come vedi, abbiamo lo stesso obiettivo. 
Masaniello non reagì. In quel momento, finalmente, le apparve come un ragazzo, soltanto un povero ragazzo smarrito. 
- Vieni con me? - insistette lei, speranzosa. 
Dopo un tempo che le parve infinito, lui mosse avanti la testa, annuendo quasi impercettibilmente. 
Poi allungò un braccio, si protese verso di lei. 
Lara, sorpresa, stentò a capire cosa il ragazzo volesse. 
Quando realizzò, una sensazione di calore le percorse le membra. 
Turbata e commossa, si avvicinò, gli prese le mani, e lasciò che il ragazzo le affondasse la testa in grembo. 
Poi sussurrò piano parole senza senso, e lo carezzò finché non lo sentì calmarsi. 
Finché non scoprì che era lei, adesso, ad avere gli occhi umidi. 
11 Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Giudicare l'indolenza, la rassegnazione, il fatalismo come tratti fondamentali dello stile di vita partenopeo è un luogo comune da sempre ben radicato. 
Tra le virtù universalmente riconosciute al popolo di Napoli c'è forse l'arte di arrangiarsi, o la cucina e il bel canto, ma non certo la grandezza eroica e lo spirito di sacrificio necessario per una rivoluzione. 
Tali preconcetti sono alla base dello stupore e dello scetticismo con cui l'opinione pubblica (soprattutto gli analisti politici) accolsero le prime notizie della rivolta di Masaniello. 
Non soltanto il significato di ciò che accadeva non venne colto, ma vi fu, da parte di chi avrebbe dovuto sentirsi minacciato, una clamorosa sottovalutazione del pericolo. 
Questo giudizio erroneo influì in modo decisivo sul corso della rivolta. 
Difficile dire cosa sarebbe avvenuto se le autorità avessero compreso dall'inizio la portata dell'emergenza. 
Di certo i rapporti di forza, e l'esito dei primi scontri, sarebbero stati ben diversi... 
A posteriori, non possiamo che assegnare agli avversari di Masaniello il fardello di una miopia assoluta e di una profonda ignoranza (dovuta a disinteresse, se non addirittura a disprezzo) per la storia della città che governavano. 
Chiunque avesse guardato con occhio obiettivo al passato di Napoli, infatti, avrebbe scorto tutti i precedenti di cui aveva bisogno per allarmarsi. 
Senza bisogno di giungere al Masaniello seicentesco, sarebbe stato sufficiente pensare a cosa avvenne nel corso dell'ultimo conflitto mondiale. 
Dal 27 al 30 settembre del 1943, come forse non tutti sanno, la città di Napoli insorse contro gli occupanti nazisti. 
Hitler, furioso, telegrafò al feldmaresciallo Kesserling ordini terribili: i guastatori della Wehrmacht e i panzer, testualmente, dovevano lasciare dietro di loro soltanto "cenere e fango". 
Ma in quelle magnifiche quattro giornate, una popolazione in gran parte femminile, quasi senza armi, inflisse all'esercito tedesco l'unica sconfitta popolare da esso subita nel corso della guerra. 
La routine è la nostra stampella. 
Se si spezza cadiamo in ginocchio. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano L'agente scelto Moretti avvertì il sat-com vibrare contro la stoffa della tasca interna del giubbotto. 
Si liberò bruscamente dei piccoli questuanti che lo attorniavano implorando centesimi di euro, che gli strattonavano il vestito, che lo assillavano con improbabili storie di genitori malati e di fami ataviche. 
Con calma e circospezione, si guardò intorno in cerca di un luogo appartato. 
Scelse il rudere di una chiesa, vittima di chissà quale passato vandalismo e mai più restaurata, intorno al quale si aggirava solo un branco di cani d'aspetto tremebondo. 
Dietro un basso muretto di mattoni sbrecciati, vide un paio di travi crollate su cui erano incongruamente cresciuti folti ciuffi di margherite. 
L'agente vi si sedette, aprì il giubbotto, controllò ancora una volta che nessuno lo stesse tenendo d'occhio, portò il comunicatore all'orecchio. 
- Sì? - Qui Boselli. 
- disse la voce all'altro capo dell'apparecchio - Dove ti trovi? 
Non riesco a tracciarti. 
- Aspetta. - replicò Moretti. 
Pigiò un pulsante sul fianco del sat-com e attese il bip! di conferma. 
- Ho acceso il segnale. 
- avvertì. Poi il suo tono si fece cupo. 
- Ma la consegna è tenerlo disattivato, lo sai. 
La voce ridacchiò. - Che stronzata. 
Come se quei morti di fame potessero intercettarci... 
Comunque, adesso ti vedo. 
Tre, sette, uno... 
Ho capito. Sarò da te tra un paio di minuti. 
- Muoio dalla voglia. 
- brontolò Moretti, spegnendo il comunicatore. 
Poi si alzò per sgranchirsi le gambe. 
Il ginocchio non doleva più, ma continuava a manifestare la sua voglia di protagonismo con sporadiche fitte e un continuo prurito intorno all'articolazione, laddove i trapianti di pelle sintetica erano attecchiti. 
La clavicola, dal canto suo, non voleva essere da meno, e lo tormentava ancora con periodiche punture di fastidio e un'irritante contrattura dei fasci muscolari. 
Anche in quel momento, gli sembrava di avere una lastra di cemento tra la base del collo e l'attacco dell'omero. 
Moretti provò a sollevare il braccio, a toccarsi con la mano la sommità della testa. 
Sollecitò l'articolazione per quanto gli era possibile; alla fine, grugnendo per lo sforzo, tornò a sedersi, frugò nelle tasche alla ricerca del flacone, tirò fuori le pillole, ne inghiottì tre in rapida successione. 
Non più di una al giorno, almeno per la prima settimana, aveva raccomandato il medico. 
Moretti fece una smorfia, poi ne mandò giù altre tre con ostentazione. 
Dottori del cazzo, pensò. Lo avevano tenuto per giorni e giorni senza stimoline, lo avevano infilzato d'aghi come un puntaspilli, gli avevano infilato sonde in ogni orifizio disponibile, lo avevano lasciato appeso ai cavi della trazione come un quarto di bue, e alla fine di tutti quei supplizi non poteva dirsi neppure soddisfatto del lavoro... 
Il ronzio del motore lo destò dal suo malumore. 
Voltandosi, Moretti scorse una motocicletta male in arnese che emergeva dal fronte del traffico e gli si avvicinava sollevando mulinelli di polvere e immondizia. 
A cavalcioni della sella affusolata c'era Boselli. 
Anche lui, come Moretti, era in borghese. 
- Jacques? - azzardò il nuovo arrivato, incerto - Sei tu? 
Moretti annuì seccamente, sfiorando con le dita lo strato di plasticarne che gli addolciva la curva del naso e gli alzava gli zigomi. 
Detestava subire sedute di camuffamento, ma facevano parte della consegna. 
- Belle trecce. - lo canzonò il collega - Una perfetta acconciatura kazako-rasta. 
Complimenti. Moretti gli scoccò un'occhiata truce. 
- Stronzo... Almeno io non sono vestito come un pagliaccio. 
L'altro accettò il colpo con aria sorniona. 
Dimostrava una ventina d'anni, era robusto, le gambe lunghe, i capelli color mattone tagliati a spazzola, gli occhi chiari. 
Indossava una casacca di tessuto plastificato tinta a colori vivaci, portava uno zainetto XL-free sulle spalle, stivaletti russi alla caviglia, braccialetti di moda tra i teenager, e una bandana intorno al collo come il protagonista della soap-opera che spadroneggiava sulla RTV. 
- Monta, Jacques. 
- ingiunse - Dobbiamo andare. 
Moretti salì a cavalcioni della motocicletta, sistemandosi alle spalle del collega. 
Infilò il casco in monofibra che l'altro gli porgeva e gli fece cenno di essere a posto. 
Boselli mise in moto e s'immise nel flusso del traffico, imboccando la corsia da cui era appena giunto. 
- Sei già in missione... 
- considerò, parlando all'interfono - Sono sorpreso, Jacques... 
Moretti faticò qualche istante a individuare il microfono inserito nel casco, poi rispose di malumore. 
- Perché? - Be', ti avevo visto piuttosto conciato, lassù al Cardarelli. 
- Lo ero. - ammise. 
- Be', allora cosa ci fai già in giro? - Ho chiesto di prendermi un periodo di congedo... 
Domanda stracciata. 
- Ti sei fatto l'infermiera, almeno? - ghignò Boselli, schivando di pochi centimetri il furgone Iveco di un venditore ambulante - Era un bel pezzo di carne, ricordo... 
L'altro si morse le labbra. 
Ci aveva pensato più volte... 
Perché non le era saltato addosso, a quella puttanella, quando finalmente lo avevano liberato dalla trazione? 
Cos'era stato a trattenerlo? 
Il senso d'intimità che nonostante tutto si era stabilito tra loro, in quei giorni di aghi nella pelle e di silenzio? 
I pensieri strani, quei fastidiosi scrupoli figli dell'astinenza? 
Non avrebbe saputo dirlo. 
- No... - ammise, a denti stretti. 
- Davvero? - Boselli sembrò stupito - Da non credere. 
- Invece è così. - tagliò corto Moretti. 
Boselli diede gas. 
- Be', puoi tornare e darle il dovuto a tuo comodo: lei non scappa di certo. 
- poi ridacchiò. - Di' un po', l'hai mai fatto con una ragazza imbottita di stim? È fantastico! 
Moretti brontolò qualcosa di riflesso, senza il minimo interesse. 
- I civili non reggono le nostre miscele. 
Ascolta: il mese scorso mi sono fatto la fioraia all'angolo di Capodimonte. 
Era un pezzo che mi tirava, quella zoccola... 
Ho aspettato che abbassasse la serranda per chiudere il negozio, sono entrato e ho sbarrato la porta. 
Poi l'ho sbattuta sul tavolaccio e l'ho costretta a tirare una boccata... 
Vuoi? Moretti guardò contrariato l'inalatore logorato dall'uso che l'altro gli stava porgendo. 
- No, grazie. - disse di malumore: avrebbe preferito che il collega tenesse entrambe le mani sul manubrio - Ho appena fatto il pieno. 
- Come vuoi. - concesse l'altro. 
Continuando a guidare la motocicletta con un braccio solo, schiacciò il tubetto, lo scosse finché il preparato in esso contenuto non cambiò colore, lo infilò nella narice e inspirò profondamente. 
I suoi occhi chiari si appannarono per un istante, poi divennero luccicanti di soddisfazione chimica. 
- Dicevo... l'ho costretta a tirare un fiato. 
Avresti dovuto vederla, dopo... 
- ghignò - Non riusciva assolutamente a controllarsi. 
Strillava e si dibatteva, ma il corpo le andava per conto suo. 
Le ho fatto di tutto, e non ho avuto neanche bisogno di legarla. 
Mugolava come una gatta in calore... 
Alla fine voleva denunciarmi. 
Stupida... - ridacchiò ancora - Certa gente non riesce davvero a capire. 
Moretti non espresse alcun commento. 
Boselli intuì finalmente il cattivo umore del collega, e decise d'interpretarlo a suo modo. 
- Non essere incazzato per il tuo congedo, Jacques. 
- disse in tono leggero - Il Comando ha respinto tutte le domande: siamo in emergenza. 
- Lo so. - mormorò Moretti, tornando con la mente alla figura incappucciata che incombeva nei suoi incubi da quella notte di fiamme e di vetri infranti. 
- Emergenza Masaniello. 
- specificò Boselli - Hai visto il nuovo proclama di quello stronzo? - Un po' difficile ignorarlo. 
- bofonchiò Moretti - Sta su tutti i siti della Rete. 
- Infatti. Abbiamo fatto vedere i sorci verdi, a quei rottinculo de Il Mattino, ma non è servito a un cazzo... 
Moretti, che cominciava a essere infastidito dalla petulanza e dalla volgarità del collega, ripiombò nel silenzio. 
- Sai cosa penso? 
Quei finocchi dell'informazione hanno troppa libertà. - proseguì Boselli, sterzando per imboccare una strada laterale meno affollata - Ha ragione "Denti di ferro". 
Hai sentito il suo discorso alla RTV? - Il discorso di chi? - chiese Moretti, perplesso. 
- Jean Lecherche. 
I ragazzi lo chiamano così per l'innesto vocale che... 
- Lascia perdere. 
- tagliò corto Moretti, ormai decisamente nervoso - Qual è la situazione? 
Boselli accondiscese. 
Il suo tono divenne più eccitato. 
- Warn-con4... Lo so, è un po' poco, ma sempre meglio di un calcio nei coglioni. 
Sarrese si sta battendo per il tre. 
Per il momento, però, il Comando rifiuta. 
- A Francoforte devono avere altre idee. 
- mormorò a mezza voce Moretti. 
Chissà perché, quel pensiero lo rendeva particolarmente depresso. 
- Come? - chiese l'altro, che non aveva afferrato. 
- Lascia perdere, Nico. 
Va' avanti. Boselli scrollò le spalle. 
- Livello quattro, dicevo. 
Pattuglie intorno a tutti gli hot spot della mappa, convertiplani in volo h24, presidi in forze a Poggioreale, Capodichino e al Porto... 
- fece lampeggiare le frecce, sorpassò un veicolo da trasporto dalla targa improbabile, con tutta l'aria di essere stato rubato - A noi stronzi, come al solito, è toccata l'infiltrazione. 
Il Comando vuole informazioni di prima mano. 
- Seguiamo una traccia precisa? - s'informò Moretti. 
L'altro annuì. - Qualcuna... 
Accostò, spense il motore e smontò. - Siamo arrivati. 
Puntò il dito verso un edificio poco distante. 
- Vedi quel portone? - E allora? - L'ho tenuto d'occhio tutta la notte. 
È l'ora di salire e dare un'occhiata dentro. 
Vieni con me. Moretti lasciò la motocicletta in equilibrio precario sul suo cavalletto incrostato di fuliggine e andò dietro al collega. 
Il portiere dello stabile lanciò loro uno sguardo interrogativo, ma l'espressione truce dei due uomini lo indusse a farsi da parte. 
Salirono alcune rampe di scale, fermandosi su un pianerottolo ornato da felci in grandi vasi di plastica verde. 
Boselli si avvicinò alla parete, prese tra il pollice e l'indice quella che sembrava una farfalla notturna, la girò, le premette il polpastrello sul ventre. 
Gli occhi dell'insetto emisero uno scintillio. 
- Da qui non è passato nessuno. 
La quaglia ha preso il volo. 
- sentenziò l'uomo, riponendo la farfalla-sensore nello zainetto - Non resta che entrare. 
Moretti lanciò al collega uno sguardo inespressivo. 
Perché doveva parlare tanto? 
La testa gli doleva. 
Forse aveva bisogno di un'altra pillola... 
- Scostati. - lo esortò Boselli - Questa è la specialità di zio Nico. 
Osservò con cura professionale la serratura, fece scorrere le unghie lungo la fessura per la carta d'identificazione. 
Alla fine sembrò soddisfatto. 
- Siemens Saesam II. 
- gongolò - Dovrei averla... 
Aprì lo zaino, vi frugò dentro, ne trasse un minuscolo digipad. 
Lo accese, picchiettò brevemente sulla tastiera, lo puntò contro la serratura. 
I led si accesero in sequenza. 
La porta si aprì con un sibilo. 
- Prego. - disse Boselli, sardonico. 
Moretti entrò nell'appartamento sbuffando. 
In quel momento, avrebbe voluto solo potersi stordire con l'alcool e le stim, e poi dormire per una settimana. 
- Non vuoi sapere come riesco a fare questi giochetti? - lo punzecchiò il collega. 
- Sinceramente no. 
- replicò lui in tono cupo, guardandosi intorno. 
- Sei il solito stronzo. 
- commentò Boselli, deluso - Be', io te lo dico lo stesso. 
Siemens, SGS-Thompson, AEG, Philips e quasi tutti gli altri paperoni europei dell'elettronica hanno firmato un accordo: ogni loro chip ha una funzione di controllo "dormiente", sensibile a un codice noto ai reparti speciali. 
Se ci gira possiamo bloccare i sistemi di autoguida, intercettare le comunicazioni, aprire le serrature elettroniche e tanti altri scherzetti. 
Oggigiorno, se ti difendi con la cibernetica, è come se girassi a chiappe nude in un locale di froci... 
Ecco perché io uso una Yamaha di vent'anni fa. 
- concluse, strizzando l'occhio. 
Moretti rifiutò ostentatamente di prestare attenzione alle rivelazioni da quattro soldi del collega. 
Gli voltò le spalle e rimase chiuso nel suo silenzio. 
Che pallone gonfiato, pensò. Volgare e imbecille. 
I tipi come lui mi danno allo stomaco. 
Il problema è che ce ne sono tanti, alla Sezione... 
Badando bene a dargli sempre e comunque le spalle, si diresse alla porta scorrevole che chiudeva l'angolo del piccolo soggiorno. 
- Io mi occupo del bagno. 
- disse freddamente - Procedura standard. 
Tu fa' quel che ti pare. 
Senza aspettare conferma, varcò la porta scorrevole e accese la luce del minuscolo cubicolo. 
Il soffitto s'illuminò di un chiarore diffuso. 
Le pareti e il pavimento erano rivestiti da piastrelle color papiro; un armadietto a muro tracimava pettini, spazzolini e necessaire per il trucco, segno inequivocabile che la casa aveva un'occupante femminile. 
Un accappatoio ripiegato giaceva in ordine sull'asciugatore a microonde. 
L'uomo l'annusò: appena umido; odori leggeri, lavanda e talco, nessun profumo particolare. 
Uno specchio rettangolare cinto da una cornice bianca si estendeva dal lavandino al pensile portasciugamani. 
Moretti batté le palpebre, si vide riflesso: spalle larghe, la sinistra più alta della desta, addome asciutto, collo nervoso; viso reso irriconoscibile dal camuffamento, espressione guardinga e rancorosa, paradigma del suo stato d'animo. 
Distolse lo sguardo. 
Non aveva voglia di confrontarsi con l'uomo nello specchio, meno che mai di affrontare con lui una discussione. 
Ne sarebbe uscito certo sconfitto. 
Meglio concentrarsi sul lavoro. 
Dalla tasca interna del giubbotto trasse l'equipaggiamento "H". 
Aprì la busta, scelse un paio di pinzette e un set di provette, si inginocchiò di fronte al water e nel box doccia, eseguì con coscienza la procedura. 
Quando ebbe finito, tornò nel salone. 
Boselli era intento a battere il perimetro del piccolo ambiente in tappe devastatrici. 
Aveva già sventrato i divani, strappato le tende, rovesciato i vasi, abbattuto i pensili, sparso mimose e bouganville sul tappeto pseudocinese, lacerato la carta da parato, sfondato le scansie dell'angolo cottura. 
E proseguiva con metodicità, con evidente intenzione di non lasciar nulla intatto. 
- Stai cercando qualcosa in particolare, Nico? - chiese Moretti, in tono neutro. 
- No. - disse lui, affondando il coltello d'ordinanza nella stoffa dipinta a tulipani. 
- Cosa stai facendo, allora? 
Ti stai divertendo? - Yep! - esclamò Boselli - Ho aspettato tutta la notte che questa stronza tornasse a casa. 
Devo pur ripagarmi in qualche modo, non credi? - Hai controllato il terminale? - disse Moretti, asciutto. 
- Stavo per farlo. 
- l'uomo accese lo strumento, meditò qualche istante di fronte alla richiesta di password, impugnò nuovamente il digipad. 
I controlli d'accesso si arresero docili. 
Boselli scorse il registro delle ultime chiamate. 
- Interessante... 
- mormorò, mentre lo schermo si riempiva dell'immagine d'una donna corpulenta dai capelli turchese. 
Moretti diede un'occhiata, provando una vaga sensazione di familiarità. - La tizia che cerchiamo... 
- disse controvoglia - Chi è? - Ah! - esclamò Boselli, illuminandosi d'un sorriso fatuo - Ti è restata un po' di curiosità, in fondo! 
Perché fai la scena del lobotomizzato, allora? - Va' all'inferno, Nico. 
L'alto rise. - Più tardi, magari. 
Adesso ci aspetta una visita a una vecchia signora... 
Andiamo. Non si curarono di chiudere la porta dell'appartamento. 
Scesero le scale, scoccarono una seconda occhiata truce al portiere, intento a sorvegliare le attività di un gruppetto di scugnizzi elemosinanti all'angolo del palazzo, attraversarono la strada, inforcarono la motocicletta. 
Boselli salì davanti, eccitato; Moretti dietro, cupo: il suo senso di malessere in quel momento toccava un vertice. 
Sentiva di disprezzare il vanitoso collega che lo accompagnava, di detestare la squallida missione che gli era stata assegnata, di odiare quella città psicopatica e l'intero mondo... 
Partirono. La strada correva ai fianchi della Yamaha, ma Moretti quasi non se ne accorse. 
Era stato vittima altre volte di una depressione simile. 
Mai, però, quando aveva in corpo così tanta stimolina. 
Era quest'ultimo pensiero, soprattutto, a renderlo inquieto. 
Dentro di lui, lo intuiva, si era rotto qualcosa di più profondo di una clavicola o di un ginocchio, qualcosa di tremendamente più importante, che si era spezzato forse in modo definitivo. 
- Ho tracciato la chiamata. 
- blaterò Boselli, in un tono che gli parve odioso - Ci siamo. 
Moretti si guardò intorno. 
Non aveva badato alla strada, ma dovevano essere dalle parti di Agnano. 
Non che la folla di ambulanti, scugnizzi in lacrime, contrabbandieri e taroccatori fosse diversa lì che in altri punti della città... Accostarono di fronte a una schiera di palazzi a tre piani di architettonica bruttezza. 
La facciata era verde bile, i balconi sembravano registratori di cassa, i vetri polarizzati alle finestre guardavano il mondo come occhi strabici. 
I platani intorno agli edifici erano consunti dalla necrosi ossida, come del resto l'intero patrimonio boschivo della metropoli. 
Boselli spense il motore, controllò le indicazioni del digipad, si diresse con passo sicuro verso uno dei portoni. 
Suonò. L'abbaiare di un cane precedette di qualche istante il Chi è? Boselli indirizzò un'occhiata propositiva al collega. 
Moretti scosse la testa. 
L'altro atteggiò i lineamenti del viso a un plateale punto interrogativo. 
Di malumore, Moretti scrollò le spalle. 
- Improvvisa. - ingiunse. 
- Siamo colleghi di sua figlia, signora. 
- azzardò Boselli. 
Una sezione della porta si fece traslucida. 
Oltre il composto attivo, adesso polarizzato, apparve la figura corpulenta della matrona che i due avevano visto al terminale. 
Di nuovo, Moretti trovò che i tratti della donna avevano un che di familiare. 
L'aveva mai vista? 
Probabilmente no, si disse. 
Eppure gli rammentava qualcuno. 
- Siamo preoccupati, signora. 
- insistette Boselli - Non vediamo sua figlia da due giorni. 
Ne ha notizie? La matrona restò qualche istante in silenzio. 
La sua espressione era stolida, e Moretti intuì che aveva difficoltà di comprensione. 
- Come dite? - balbettò. Boselli ripeté la richiesta. 
Questa volta la porta si aprì. Ai piedi della donna, un dog-tek agitava la coda di plasticarne e fissava gli intrusi con occhi sintetici e acquosi. 
- Siete amici di Lara? - chiese, con una giovialità appena oscurata dall'ansia. 
Le ciglia finte, malamente sistemate, le donavano un'aria bizarra. 
Un monile di vistosi cristalli orbitali scintillava intorno al collo carnoso. 
- Amici intimi. - confermò Boselli, impassibile. 
- Oh! Che cari... 
- Sa dove possiamo trovarla? - Mi dispiace, tesori. 
- si scusò lei - Lara non si fa sentire da Martedì. È molto disdicevole da parte sua, lo so... 
Quella ragazza mi farà morire di crepacuore. 
Lasciare sua madre senza notizie così a lungo... 
Tipico del suo segno. 
Moretti, disgustato, ammiccò in direzione del collega. 
- Sta dicendo la verità. - bisbigliò Boselli, leggendo il report del digipad - Almeno ne è convinta. 
- Stiamo perdendo tempo, allora. 
- disse cupo - Andiamo. 
L'altro sorrise, scoprendo i denti. 
- Non aver fretta. 
Estrasse la pistola d'ordinanza, sparò al dog-tek. 
Diede una spinta alla matrona, mandandola a sbattere contro la parete. 
Ed entrò. 12 L'America è 'rrivata, s'è pigliata 'e meglio posti 'e chesta città Mentre nuje jettammo 'o sang' dinto 'e Quartieri e 'a Sanità Pino Daniele Il sole precipitava tristemente oltre la cortina di cemento. 
La sera saliva e si diffondeva inesorabile, avanzando in una lama netta e scura che ghigliottinava i palazzi. 
Il genofalco si librò nell'aria, incerto. 
Volteggiò sull'incrocio intasato dal traffico, tornò indietro, batté le ali meccaniche e cabrò di nuovo. 
Uno sparuto stormo di rondini gli si affiancò, ma bastò uno stridio sintetizzato dalla sua ugola in kevlar per far allontanare quei curiosi ingenui e inopportuni. 
A dispetto del nome, la sagoma del genofalco ricordava più quella tondeggiante di un gabbiano che il profilo a freccia di un predatore. 
Ma se la mimetizzazione gli aveva imposto altre forme, il suo ruolo era pur sempre quello del cacciatore, e nessun abitante del cielo poteva permettersi di equivocare. 
- Dannato chindogu! - sibilò Boselli, sterzando per stargli dietro - Rottame tecnologico! È già la terza volta che passiamo di qui! 
Ci sta facendo girare in tondo! 
Poi, rivolto al compagno. 
- Con cosa l'hai caricato? - Tessuti. 
- replicò secco l'altro, senza guardarlo in faccia. 
- I soliti capelli e unghie? 
Perché stenta tanto a trovare la traccia, allora? 
L'altro rimase in silenzio. 
E questa volta, finalmente, Boselli non poté fare a meno di cogliere il suo malumore. 
- Sei nero, Jacques? 
Silenzio. - Non ti è piaciuto lo show laggiù, a casa della vecchia? 
Finalmente, Moretti reagì. - Perché l'hai fatto, Nico? 
Il suo tono risentito sorprese il collega. 
- Che ti prende? - E me lo chiedi? È stato disgustoso. 
L'altro strabuzzò gli occhi, incredulo. 
- Disgu... che? 
Di che cazzo stai parlando? - Lo sai benissimo. 
- ringhiò Moretti, nauseato al pensiero di ciò che si erano lasciati alle spalle una manciata d'ore prima. 
- Stai scherzando? 
Ehi, Jacques, non è la prima volta che ci divertiamo un po' fuori ordinanza... 
Ricordi la perquisizione all'Eremo dei Camaldoli? 
Ricordi le suore? 
Allora non hai fatto obiezioni. 
Mi sbaglio? Moretti si morse le labbra, torvo. 
Il fatto che l'altro avesse ragione non bastava a giustificarlo. 
Niente affatto. Boselli era un bastardo. 
Un totale, irreparabile, compiaciuto bastardo. 
Cultore della violenza inutile, amante della sopraffazione, artista della tortura e del pestaggio. 
Una volta, doveva riconoscerlo, l'aveva ammirato, se non altro per la naturalezza con cui eseguiva quegli exploit di efferatezza. 
In quel momento, la sua sola presenza bastava a disgustarlo. 
- Fammi un favore, Nico. 
- concluse, cupo - Sta' zitto. 
L'altro schioccò la lingua. 
- Come vuoi... Guarda: l'uccello ha trovato la pista. 
Moretti alzò lo sguardo. 
Nel chiarore turpe del tramonto, il genofalco piegava le ali e compiva cerchi sempre più stretti, puntando un edificio massiccio e scuro circondato da un reticolato rugginoso, affacciato sul litorale come un enorme scoglio turrito. 
- Guarda guarda... 
- commentò Boselli a mezza voce - La vecchia base NATO. 
Un buon nascondiglio... 
- Credevo fosse stata sigillata. 
- mormorò Moretti, in un tono che tradiva tutto il suo disinteresse. 
- Yep! - assentì l'altro - Quando gli yankee sono andati a casa dopo gli accordi di Brest, hanno lasciato trappole termiche, bio-tossine, recinzioni elettrificate... 
Evidentemente ci sono topi molto laboriosi, da queste parti... 
- accostò, spense il motore, smontò - Andiamo a vedere. 
Nascosta la Yamaha dietro una staccionata, i due avvicinarono all'edificio, guardingo Boselli, con aria apatica Moretti. 
Il terreno intorno alla base, una volta curatissimo, si era ridotto a una discarica di rifiuti. 
Sul vecchio campo da baseball, un branco di cani randagi si disputava un osso sanguinolento. 
Un pubblico di gabbiani assisteva pigramente allo scontro dagli spalti colorati di ruggine. 
Il vento sollevava mulinelli di polvere. 
Il suono della risacca, lontano, parlava di tempi andati, migliori, rimpianti. 
Boselli si accostò alla recinzione, controllò il digipad, scosse la testa. 
- Qui c'è tensione. 
- avvisò - Non si passa. 
Proviamo più a sud. 
Cabotarono la barriera per alcune centinaia di metri. 
Ogni tanto Boselli dava un'occhiata al suo strumento e storceva la bocca. 
- Eppure dev'esserci... 
- mormorava. Moretti sollevò la testa, cercando il genofalco. 
Non dovette faticare molto a trovarlo: l'uccello bionico era appollaiato sul tetto di uno degli edifici della base, e compiva esercizi motori di auto-diagnosi. 
I suoi sensori ottici lampeggiavano, deboli ma nettamente visibili, se uno sapeva dove e quando guardare. 
- Ci siamo. - esclamò Boselli. 
- Ecco. Moretti seguì istintivamente lo sguardo del collega. 
Non vide nulla di strano: quel segmento di recinzione era del tutto uguale agli altri. 
- Allora? - disse, in tono piatto. 
- Tensione zero, Jacques. 
- rispose l'altro, trionfante - Hanno isolato questo tratto e messo un passante intorno. 
Vedi i cavi? Moretti annuì, apatico. 
- Dev'essere una specie di uscita di sicurezza. 
- valutò l'altro, scrutando intorno - Ingegnoso... 
Scavalchiamo, avanti. 
L'uomo si arrampicò agilmente sulla recinzione, s'issò a cavalcioni, atterrò dall'altro lato. 
Dopo un istante d'indecisione, Moretti lo seguì. Nessuno in giro. 
Quella solitudine era inquietante. 
Moretti vide il nervosismo affiorare sul viso del collega. 
L'altro dovette superare una soglia personale di tolleranza, perché tirò fuori l'inalatore e si servì una boccata abbondante di stimolina. 
Pochi secondi, e il suo volto tornò a distendersi nell'abituale ghigno di sfida. 
- Vuoi? - offrì. Moretti non gli rispose neppure. 
Gelido, puntò il dito sull'edificio su cui incombeva il genofalco. 
- Andiamo laggiù. Evitarono l'ingresso principale. 
Sul retro si apriva una sbrecciata porticina di servizio e la serranda di un montacarichi. 
Oltre la soglia, una rampa di scale conduceva verso i piani interrati. 
Entrarono e si chiusero la porta alle spalle. 
Poi cominciarono la discesa. 
- Senti anche tu? - bisbigliò Boselli. 
Moretti annuì. Una musica dai ritmi ancestrali faceva vibrare le pareti, sempre più forte man mano che procedevano verso il basso. 
Sintobatterie, pensò Moretti, Basso-Moog, vibrochitarre... 
Note strane si rincorrevano attraverso l'aria. 
Chiuse gli occhi: non udiva nulla di simile dai tempi dei raid nei Centri Sociali, quando gli accordi del posse scandivano il ritmo dei pestaggi. 
- Andiamo a vedere. 
- sbottò, abbandonando la tromba delle scale e dirigendosi decisamente verso la sorgente della musica. 
- Aspettami, cazzo! - protestò Boselli, risalendo tre alla volta i gradini che aveva appena disceso. 
- Cos'è questa fretta, accidenti? 
Senza badargli, Moretti si addentrò in un corridoio polveroso, lo percorse in tutta la sua lunghezza. 
Boselli arrancava dietro. 
Varcarono un divisorio di lamiera. 
E all'improvviso non furono più soli. 
- Guarda guarda... 
- commentò Boselli - Guarda guarda... 
Il vasto ambiente in cui erano giunti rivelava in numerosi dettagli un passato da hangar di rimessaggio. 
Vecchi copertoni d'aereo giacevano accatastati in pile traballanti lungo una parete corrosa dall'umidità. Cavi elettrici e guarnizioni in gomma erano aggrovigliati assieme intorno a fusti metallici divorati dalla ruggine. 
Il pavimento era cosparso d'antiche macchie d'olio dalle forme di test di Rorshach... 
Ma se i segni del passato non erano stati ancora rimossi, il presente riservava una nuova identità a quell'antro di cemento. 
Un palco di lamiera, un paio di metri più alto del pavimento, ospitava una band intenta a esibirsi in un sintrock sfrenato. 
Moretti distinse due, tre musicisti, chiaramente dilettanti, che si dimenavano intorno alla selva degli amplificatori Akai e delle centraline a laser. 
Davanti a loro, il pubblico: una piccola folla di corpi frementi nella semioscurità umida del locale, uomini e donne, che pogavano, pogavano con violenza, con rabbia, senza respiro, come se vi si giocassero l'anima. 
I loro movimenti erano onde e creste di spuma nella notte. 
Pallottole di rock sibilavano fuori dal palco, sparate dalle vibrochitarre della band e riflessi in echi distorti dalle pareti rivestite d'isolante ignifugo. 
- Guarda guarda... 
- continuava a berciare Boselli, un tocco d'eccitazione nella sua voce - Credevamo di averli spazzolati tutti, questi posti. 
Invece ce ne sono ancora. 
Incredibile... Indicò la folla, che li ignorava - Credo che il nostro camuffamento non serva a un cazzo: quegli imbecilli sono talmente fatti che potrebbero sbattersi la propria sorella... 
o il proprio fratello. 
Guarda come saltano... 
Si ammazzano a testate in faccia! - Vedi il nostro bersaglio? - tagliò corto Moretti, torvo. 
- Con questo buio? 
Scherzi? Non troverei neanche il mio pisello, quaggiù! - Ma dev'essere in quest'edificio. 
- insistette Moretti - Il genofalco... 
L'altro gettò indietro la testa. 
- Lo so, lo so. Adesso ci infiliamo l'equipaggiamento X e diamo un'occhiata in giro. 
- schioccò le labbra con aria incerta. 
- Ci serve dell'acqua... 
Dove sarà il cesso? 
Moretti indicò con un gesto del mento verso la propria sinistra, dove una porticina lungo la parete lasciava trasparire un'affilata lama di luce. 
- Credo sia quello laggiù. L'altro approvò. - Ne ha tutta l'aria. 
Andiamo. La maniglia girò a vuoto nella mano di Boselli. 
Grugnendo, l'uomo diede una spallata. 
L'uscio cedette facilmente. 
Entrarono e bloccarono la porta alle loro spalle. 
- Però! - commentò Boselli, sarcastico - Niente male. 
Le latrine della Centrale a Capodimonte sono una vera fogna a confronto. 
Fece scorrere il dito sul bordo dei lavandini, ritraendolo appena velato d'umidità. - Lo sai, Jacques - ghignò - Mi ero sempre chiesto cosa facessero tra una manifestazione e l'altra, questi idioti. 
Non avrei mai pensato ai concerti e alle pulizie domestiche... 
- Tira fuori le lenti, Nico, avanti. 
- lo zittì l'altro, spazientito. 
- Yep! - assentì Boselli, mettendo mano allo zaino - Equipaggiamento X di prima scelta, Jacques, non i chindogu che ci davano in addestramento. 
Con queste puoi vedere in posti più scuri del culo di un negro. 
Dicono che ti fottano le cornee, ma secondo me sono stronzate. 
Certo funzionano molto meglio di quegli occhiali fotomoltiplicatori del cazzo che usano i nostri paperoni, Sarrese in testa. 
E poi... Il rumore dello sciacquone gli spense la frase sulla lingua. 
- Merda! - sibilò - C'è qualcuno. 
Moretti fece cenno di tacere. 
Poi puntò l'indice oltre la fila dei lavandini. 
C'erano quattro porte lungo la parete. 
Una di queste si stava aprendo. 
Velocemente, l'uomo si appiattì contro la parete. 
- Perché non le hai controllate prima, dannazione? - bisbigliò, teso. 
- Americani del cazzo! - ribatté l'altro - Perché non le hanno fatte con lo spazio alla base, come le porte di tutti i cessi del mondo? 
Sul riquadro della porta apparve una donna. 
Era giovane, asciutta, un piccolo crocifisso al collo, occhi verdi e una selva di riccioli rossi a cingerle il capo. 
Vide i due uomini e sobbalzò. - Ehi! - esclamò, in tono risentito - È il bagno delle donne, questo! 
Boselli roteò gli occhi. 
Poi si rivolse al compagno con un gesto plateale, battendo il pugno contro il palmo dell'altra mano. 
- Hai visto, idiota? 
Ti avevo detto che era il cesso sbagliato, ma tu niente, cocciuto come un commercialista di Zurigo! 
Perché devi farmi fare sempre queste figure di merda? - Uscite di qui! - protestò la donna, sospettosa. 
- Sì, certo. - concesse Boselli, parlando in fretta e avvicinandosi lentamente - Il fatto è che il mio amico Alphonse, qui, doveva vomitare. 
Non sopporta l'alcol, lui. 
Quando esagera, hai suoi attacchi e combina un vero schifo. 
Dovreste vedere il risultato: nessuno riesce a credere che una poltiglia simile possa essere uscita dallo stomaco di un uomo... 
Insomma, anche stasera ha mescolato il Jack Daniel's con il Limoncello, è diventato verde bottiglia e mi ha implorato: "Bartolomeo, trovami un cesso prima che erutti anche l'ostia della prima comunione, proprio qui in mezzo ai compagni che ballano"... 
- Chi siete, voi due? - inquisì la donna, socchiudendo gli occhi - Non vi ho mai visto. 
Boselli completò la sua manovra di avvicinamento, non smettendo per un istante di parlare. 
- ...e questo è niente: una volta si è messo a vomitare su un vagone della monorotaia. 
La poveretta seduta di fronte a noi è svenuta. 
Ho dovuto rompere un finestrino e lasciare che svuotasse lo stomaco sui tetti di Procida, o avrebbe corroso il pavimento del vagone. 
Scattò. Un colpo maligno col taglio della mano sulla trachea. 
La donna si portò le mani alla gola, boccheggiando. 
Boselli la spinse brutalmente contro la parete, inchiodandola con il suo peso. 
- Adesso facciamo un bel gioco, amica mia. 
- disse crudele. 
- Come ti chiami? - G-gloria. 
- ansimò la donna, gli occhi velati dalle lacrime. 
- Bene, Gloria. Facciamo un bel gioco, dicevo. 
Io ti farò delle domande e tu mi risponderai con la verità. Semplice, vero? 
Non perdere tempo a gridare aiuto: quegli ossessi che pogano di là non potrebbero mai sentirti, con il casino che hanno nelle orecchie... 
- Chi... chi siete? 
Boselli, con aria gioviale, le affibbiò un manrovescio. 
- Beeep! Primo errore. 
Sono io che faccio le domande. 
Attenta: al secondo sbaglio si paga pegno. 
La donna ammutolì. Un rivolo di sangue le scaturì dal labbro inferiore. 
Moretti distolse lo sguardo, irritato col collega, e soprattutto con se stesso. 
Boselli estrasse il digipad, regolò lo schermo alla massima luminosità e lo mostrò alla sua prigioniera. 
- Stiamo cercando questa donna. 
- sibilò - Dov'è? - Non... 
non l'ho mai vista. 
- balbettò l'altra. 
L'uomo gettò indietro la testa. 
- Beeeeeep! Secondo errore. 
Senza preavviso, le diede una ginocchiata alla bocca dello stomaco. 
La donna si accartocciò su se stessa con un gemito. 
Boselli la prese per i capelli, la trascinò verso il water, la costrinse in ginocchio. 
- Hai visto, Jacques? - gongolò all'indirizzo del collega - Gli yankee non usano le turche. 
Comodo, vero? Ghignando, sollevò la tavoletta, impose entrambe le mani sulla testa della donna, la spinse nella tazza, faccia nell'acqua, tenendola ferma mentre lei si dibatteva. 
- Cristo, Nico, hai il flacone di Verosint! - esclamò Moretti, disgustato - Usalo e facciamola finita. 
- Yep! - approvò l'altro, brutalmente gioviale - L'userò senz'altro. 
Ma prima lasciami divertire un po', vuoi? 
Allentò la presa in modo che la donna potesse rialzare la testa e respirare. 
Lei boccheggiò, tentò di scalciare, ma l'uomo l'immobilizzò facilmente, mostrando di aver buona pratica di quel tipo di interrogatori. 
- Allora? Ti è tornata la memoria? - chiese sarcastico. 
Poi, senza attendere risposta dalla donna, le fece rituffare nuovamente la testa nel water. 
Qualcuno bussò alla porta. 
Colpi appena avvertibili contro il fondale sonoro del concerto, eppure concreti, inequivocabili. 
- Hai sentito? - esclamò Moretti, con la gola secca. 
L'altro scrollò le spalle con noncuranza. 
- Niente di grave: qualcuno che se la sta facendo sotto. 
Si stancheranno... 
Poi tornò a dedicarsi alla sua vittima. 
La tirò su. Lei si afflosciò sul pavimento con gli occhi vitrei. 
- Di già? - si lamentò Boselli - Ho capito: ci vuole qualcosa di caldo. 
Un po' di brace sui capezzoli, magari, o una cicca tra le cosce. 
Hai una sigaretta, Jacques? 
Moretti gli voltò la schiena, tremando d'irritazione e di disgusto. 
Lo sguardo gli cadde sullo schermo del digipad, ancora acceso. 
Con sorpresa, riconobbe il viso che vi campeggiava. 
Era dunque lei la donna che stavano cercando? 
La giornalista dell'ospedale? 
Si diede dello stupido. 
Naturalmente era così. Come aveva fatto a non afferrare? 
E mentre i fili sciolti nella sua mente si annodavano insieme, il malumore che Moretti provava si mutò in quella sensazione che lo aveva colto allora, in quel letto di trazione, di fronte alle domande della donna le cui tracce seguivano dall'alba. 
I dubbi che erano sbocciati allora come semi al disgelo tornarono a fiorire, nutrendosi della contrarietà e della nausea che lo pervadeva. 
E all'improvviso, egli capì l'enormità dell'orrore e della prevaricazione cui stava assistendo. 
I colpi alla porta continuavano. 
Moretti si voltò duro verso il collega. 
Boselli incombeva sulla donna semisvenuta, ed era intento a strapparle i vestiti di dosso. 
- Ora basta! - ingiunse - Lasciala! 
L'altro lo guardò inespressivo. 
Poi sorrise. - Vuoi fartela prima tu? 
E va bene, zio Nico è generoso. 
Ti cedo il turno. 
Moretti lo colpì sulla bocca. 
Boselli barcollò, un'espressione incredula sul viso volgare. 
Si portò le mani alle labbra, le ritrasse sporche di sangue. 
- Ti sei bevuto il cervello, Jacques? - strillò. Moretti non si lasciò distrarre. 
Fissava le mani dell'altro, e si accorse subito di cosa Boselli stava facendo. 
- Non toccare la pistola, Nico. 
L'altro abbassò ancora di più la mano. 
- Lasciala stare, ti ho detto: possiamo ancora chiuderla qui. 
- Ma certo, Jacques. 
- approvò l'altro, afferrando il calcio della Beretta alla cintura e facendo per estrarla. 
Moretti gli fu addosso, gli afferrò il polso, strinse. 
Boselli tentò un calcio al basso ventre. 
Moretti schivò, recuperò l'equilibrio, afferrò anche l'altro polso del collega. 
I colpi alla porta erano martellate, adesso. 
- Questo ti costerà caro, Jacques! - minacciò Boselli, finalmente spaventato. 
- Lo so. - ribatté Moretti, serio - È ora che io cominci a pagare. 
Il suo braccio destro scattò veloce. 
Il diretto colpì Boselli sulla fronte, all'attaccatura del naso. 
L'uomo cadde all'indietro, incespicò sul corpo di Gloria, rovinò contro il lavabo, colpì con la nuca il piano di ceramica smaltata. 
Prima di toccare terra, era già privo di sensi. 
Moretti si chinò sulla donna, che singhiozzava debolmente, la prese in braccio con tutta la dolcezza di cui era capace. 
- Mi dispiace. - disse, e non riuscì ad aggiungere altro. 
Poi si diresse alla porta, che tremava sotto i colpi provenienti dall'esterno. 
Tolse la sbarra con cui Boselli l'aveva bloccata, l'aprì. Dieci paia d'occhi lo guardarono spiritati. 
- Abbiamo bisogno d'aiuto. 
- disse semplicemente. 
La vita è come l'anticamera di un cavadenti: c'è sempre chi sta peggio di te. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Uccidiamoli. 
Moretti, l'acconciatura rasta zuppa di sudore, sollevò gli occhi verdi dal pavimento e squadrò amaro gli uomini di cui era prigioniero. 
Il capo, rifletté, doveva essere quel vecchio dal viso rugoso che tamburellava sul ginocchio le dita rese nodose dall'artrite. 
Diede un'occhiata carica di disprezzo a Boselli: il suo compagno si massaggiava la nuca contusa con aria di sfida. 
- Sì - sentì dire dal vecchio - È la cosa migliore. 
Moretti si sentiva troppo stanco per perorare la sua causa. 
Boselli, però, aveva ancora qualche risorsa: si agitò contro i legacci e provocò sprezzante. 
- Se volete tagliarci la gola, fatelo adesso! - gridò sputando saliva - Forse è la vostra ultima occasione! 
Al fianco del vecchio, un secondo uomo ridacchiò, scuotendo le spalle ampie e la testa calva. 
- Mi spiace disilluderti, settantuno, ma se conti sull'arrivo dei tuoi ti sbagli. 
Puoi anche spegnere il segnalatore: questo posto è completamente schermato. 
- Idioti... Credete che basti? - insistette Boselli. 
L'altro esplose in una risata plateale. 
- Ah, capisco... 
Stai pensando al tuo gallinaccio. 
Be', eccotelo. Mi dispiace, i miei lo hanno un po' spennato... 
L'uomo scostò una coperta sul pavimento, lasciando Boselli a fissare esterrefatto i resti del genofalco. 
Boselli, all'improvviso, sembrò sgonfiarsi. 
Quando riaprì la bocca, la sua voce tremava. 
- Io... io sono solo un soldato... 
- balbettò in tono supplichevole - Eseguo ordini... 
- Piantala. - mormorò Moretti, disgustato. 
L'altro si illuminò, come se avesse scorto la salvezza. 
Puntò il dito verso il collega. 
- Lui è un agente scelto. 
È lui che dà gli ordini. 
Io sono solo un sottoposto, sono una vittima come voi. 
Volevo disertare e unirmi alla rivolta: per questo mi ha colpito, laggiù nel cesso. 
Io... Moretti avvampò di rabbia. 
Il suo primo impulso fu di saltare addosso a Boselli, ma si sentiva troppo stanco, troppo svuotato. 
Scrollò le spalle, rassegnandosi agli eventi. 
L'uomo calvo ridacchiò ancora. 
- Davvero divertente, settantuno. 
Ma dimmi, perché dovremmo crederti? - Vi dimostrerò che sono dei vostri! - farfugliò ancora Boselli, sputando parole come proiettili contro Moretti - Cosa volete che faccia? 
Che uccida io stesso questo porco macellaio, questo nemico del popolo? 
Lo farò con piacere! 
Anche subito! L'altro si grattò pensieroso le orecchie a punta. 
- Tu gli credi, Anselmo? 
Il vecchio si accese una sigaretta. 
- Sì, credo che lo farebbe. 
Non che questo dimostri nulla. 
- commentò tranquillo. 
Poi guardò oltre la spalla dei prigionieri - Tu che ne dici, Masaniello? 
Dall'angolo in ombra della stanza, la voce roca si levò raggelante. 
- Perdiamo tempo. 
C'è un solo modo di trattare questi infami. 
Cerco la regione cruciale dell'anima, laddove il male assoluto si oppone alla fraternità. Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano Lara alzò la testa, perplessa. 
Le era sembrato di udire un grido. 
Un urlo disperato, un vertice di terrore e dolore concretizzatosi in suono. 
Si affacciò al corridoio, ascoltò, ma senza distinguere nulla oltre gli echi del silenzio. 
Forse si era sbagliata. 
Tornò al capezzale di Gloria, le versò ancora dell'acqua. 
- Grazie... - farfugliò la donna. 
Lara le sollevò maggiormente la testa. 
La donna respirava a fatica. 
Le ecchimosi circondavano la pelle candida del suo collo in una spietata collana di macchie violacee, sulla quale la catenina con la croce di legno risaltava minuscola e inerme. 
- Lascia perdere. 
- No, dico davvero. 
- Pensa a riprenderti. 
- replicò Lara - Sei tu, adesso, ad aver passato un brutto momento. 
L'altra scrollò le spalle, sottili e delicate. 
- Fa parte del mio cammino. 
- mormorò in tono fatalista. 
Lara le sistemò meglio il guanciale e fece per andare, ma Gloria la fermò sulla soglia. 
- Non andartene. 
Lei batté le palpebre, interdetta. 
- Hai bisogno di riposo. 
- Ti prego. - Ma... 
- Non voglio restare sola. 
- Forse c'è... - balbettò Lara, vagamente a disagio - ...qualcuno che dovrei avvertire? 
Voglio dire... una persona particolare? 
Gloria annuì, massaggiandosi la gola offesa. 
- Lui verrà presto, io lo so. 
Ti prego, aspettalo con me. 
Lara sedette sul materasso accanto alla donna. 
Sorrise incerta. 
Accennò qualche gesto imbarazzato di rassicurazione. 
Poi, non sapendo cosa fare delle mani, le portò a carezzare gli orecchini. 
C'era un atmosfera strana, lo aveva colto, tra la gente che divideva quei sotterranei un po' rifugio un po' baraccopoli. 
Era un'intimità complice, una comunanza e una confidenza che univa a livelli più profondi del conscio. 
Lara non capiva bene perché ciò avvenisse: forse, pensava, era la consapevolezza di non avere più tempo per il riserbo a unire così tanto persone tra loro estranee. 
Si chiese quanto avrebbe impiegato per disfarsi anche lei delle difese e delle convenzioni di una vita. 
- Lui chi è? Tuo marito? - domandò. - Qualcosa del genere. 
- rispose Gloria. 
Poi fece leva su un gomito e si issò sul materasso, lo sguardo perso nel vuoto. 
- Ero ancora una bambina, quando lo vidi per la prima volta. 
- mormorò. - Capisco. 
- approvò Lara. - Lui era l'uomo più bello che avessi mai visto. 
- proseguì l'altra, come non l'avesse nemmeno ascoltata - Alto, bruno, gli occhi d'angelo, il corpo di un divo del cinema... 
- Come.. come si chiama? - chiese Lara, imbarazzata. 
- Guido. Ma tutti lo chiamavano 'o Pascià... - Gloria sorrise - Era un mito per tutte le ragazzine di Secondigliano, e io ero tra loro. 
Gli andai dietro per anni, sognandolo a occhi aperti, andando ad assistere alle partite di calcetto del quartiere solo per vederlo, affacciandomi al balcone quando sentivo rombare la sua vespa, conservando come tesori le rare parole che lui mi rivolgeva... 
Non che non mi avesse notata, ma era sempre circondato da ragazze magnifiche, donne fatte, al cui confronto io ero un'adolescente brufolosa e insignificante... 
Gloria vuotò di nuovo il bicchiere, riprese in tono da confessionale. 
Lara, sempre più a disagio, si sforzò di trovare il modo di arginare quelle confidenze così intime, che la donna eruttava come spinta da singhiozzi della memoria, viscerali, inarrestabili. 
- Gloria, io... L'altra la ignorò. - Era talmente pieno di vita, di vigore, irradiava come un sole e il mondo splendeva intorno a lui... 
Lo amavo da lontano, e aspettavo, perché sapevo che non era il mio momento. 
Lui non giocava con me, no. 
Avrebbe potuto schioccare le dita quando voleva e io sarei caduta ai suoi piedi. 
Altri ne avrebbero approfittato, lui non lo fece mai. 
Forse mi considerava un'amica insolita, una ragazza strana e silenziosa ai margini del suo mondo. 
A volte mi sorrideva con l'aria di chi aveva capito, e poi si allontanava da me avvolto in quel vortice di energia vitale di cui erano illuminate le sue giornate... 
- Non è... un po'... 
passivo, amare così? - azzardò Lara. 
- Ognuno lo fa a suo modo. 
- replicò Gloria - Non credi? 
Lara pensò ai suoi trascorsi sentimentali, pochi dei quali sereni. 
Non poteva che essere d'accordo con l'altra. 
- Credo di sì. - Io sentivo di dover aspettare. 
Era il mio cuore a dirmelo. 
- E cosa successe? 
La donna deglutì, si abbandonò con la schiena contro il materasso, fissò il soffitto - Un giorno, al cantiere dove lavorava avvenne uno dei quegli orrori criminali che voi giornalisti chiamate "incidenti sul lavoro". 
Il software di controllo di una motoscavatrice aveva un baco. 
Ci furono sei operai morti e dieci feriti prima che il capo cantiere riuscisse a isolare il gruppo elettrogeno... 
- Mio Dio... - Ci fu un processo, ma il proprietario dell'impresa non aspettò la sentenza. 
Scappò in Sudamerica coi fondi della ditta. 
Sei mesi dopo Guido fu dimesso dal Cardarelli, e scoprì che insieme ai pezzi del suo corpo se n'erano andati il lavoro, gli amici, le donne che fingevano di adorarlo, il rispetto del quartiere e la fortuna, che lo aveva sempre ingannato con un falso sorriso... 
Gloria incrociò lo sguardo di Lara - Ma io ero lì, pronta a prendermi cura di lui. 
Per me lui non era cambiato, era ancora l'uomo che avevo sempre amato. 
Dovevo solo farglielo comprendere. 
Passammo dei momenti difficili, ma lui alla fine capì le verità più importanti, si convinse che c'è un cammino tracciato che ci trascende, e che Nostro Signore non toglie mai nulla ai suoi figli se non per dare in cambio una gioia più grande. 
- Gloria! L'uomo entrò di corsa nella stanza senza nemmeno guardarsi intorno. 
Lara fece appena in tempo a sollevarsi dal letto. 
Il nuovo arrivato si precipitò al capezzale di Gloria, l'investì con voce gravida di apprensione. 
- Amore, amore mio... 
Me l'hanno appena detto. 
Come ho potuto lasciarti sola? 
Non potrò mai perdonarmelo. 
Gloria tossì in cerca di aria, e l'uomo si allontanò per farla respirare. 
La donna si riprese subito. 
- Lara, lui è Guido. 
- Tutti mi chiamano Pascià. - aggiunse l'uomo, visibilmente sollevato. 
Lara si sforzò di non fissare quelle che dovevano essere state le braccia del nuovo arrivato. 
Il destro era cauterizzato appena sopra il polso, e il moncherino, solcato da orribili cicatrici bluastre, sporgeva oltre la stoffa della camicia. 
Il sinistro era scomparso fin oltre il gomito, rimpiazzato da una protesi plastica d'aspetto scadente che terminava in tre dita prensili. 
- Io... io vi lascio... 
- balbettò - Avrete molte cose da dirvi. 
Gloria fece per obiettare, ma Lara uscì in corridoio e si chiuse la porta alle spalle, restituendo alla coppia nella stanza la sua intimità. - Buona fortuna. 
- disse, senza preoccuparsi che i due potessero sentirla. 
Non ne avevano bisogno. 
13 Scegli bene i tuoi compagni, perché nessuno vince una guerra da solo. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano Questa volta non poteva essersi sbagliata: era stato un grido, senza alcun dubbio. 
Lara voltò l'angolo del corridoio, vide la luce trapelare dalla porta socchiusa, vi si diresse in fretta. 
Ma qualcuno, all'improvviso, le sbarrò il cammino. 
- Non è spettacolo per te, giornalista. 
Il viso di Anselmo era truce. 
Ma Lara non si lasciò impressionare. 
- Se questo è uno spettacolo, siete stati voi a invitarmi. 
- ribatté decisa - Coraggio, fammi entrare. 
Il vecchio, con titubanza, si fece da parte. 
Lara gli sfilò accanto, gettò uno sguardo nella stanza, si arrestò portandosi una mano alla bocca. 
- Dio santo... Che sta facendo? 
Fermatelo... Tra gli uomini che assistevano alla scena dalla penombra, ci fu qualche mormorio d'assenso, timido, come voci sospese tra il fascino e il raccapriccio. 
- Avanti, ragazzo, lascialo... 
- azzardò alla fine Stefano. 
Masaniello alzò piano la testa. 
Ma non allentò la presa. 
Continuò a mordere selvaggiamente la guancia dell'uomo che giaceva, dibattendosi e gemendo, sotto di lui. 
Il secondo prigioniero, gli occhi chiari pieni di terrore, era seduto a terra, con la schiena contro la parete, i capelli color mattone irti sulla testa, e fissava Masaniello, intento a sbranare il suo compagno, come se non riuscisse a credere a ciò che vedeva. 
- Cos'è quest'orrore? - gridò Lara - Siete impazziti? 
Masaniello atteggiò il volto a un ghigno. 
Poi, all'improvviso, diede uno strattone. 
La pelle del prigioniero si lacerò con un suono orribile. 
Un brano di carne restò in bocca al ragazzo incappucciato. 
Il prigioniero ricadde all'indietro gemendo e restò a terra, portandosi le mani al viso ridotto a una maschera di sangue. 
- Plastica. - dichiarò con voce roca Masaniello, in tono disgustato, sputando schiuma bianca e brandelli di tessuto sintetico - Forse l'altro ha un sapore migliore. 
- No! - strillò Boselli, terrorizzato, addossandosi ancor di più alla parete - Io no! 
Cosa volete sapere? 
Vi dirò tutto! Masaniello, ancora a quattro zampe, gli si avvicinò con un sorriso da lupo. 
- Lei! - disse in fretta Boselli, puntando il dito verso Lara - Era lei il nostro obiettivo. 
Il ragazzo incappucciato, con un balzo, lo afferrò alla gola. 
Snudò i denti. Un canino ballonzolava vistosamente oltre il labbro inferiore. 
Masaniello lo saggiò con la lingua, lo strinse tra l'indice e il pollice. 
Poi scrollò le spalle e lo staccò senza sforzo dalla gengiva. 
Lo fissò con blanda curiosità. Un istante dopo, lo affondò nella carne dell'agente. 
Boselli urlò. - Aspetta! - intervenne Lara - Lascialo parlare. 
- Parlare? - ripeté Masaniello, come se non riuscisse ad afferrare il senso dell'obiezione - Non servono entrambi vivi, per parlare. 
- Uccidi lui, non me! - strillò Boselli, indicando Moretti che respirava affannosamente, gli occhi vitrei e il sangue che gli colava scuro dalle ferite. 
Poi vide che Masaniello non l'ascoltava, e la sua voce si fece stridula. 
- Diglielo tu, ragazza, ti prego! È con lui che dovrete prendervela, non con me! È lui che ha picchiato la vostra amica, laggiù nel cesso! È lui che ti sta braccando da due giorni! 
Ti ha anche devastato l'appartamento! 
Io l'ho visto! - Il mio appartamento? - ripeté Lara, sconcertata. 
Masaniello si fermò e si volse indietro con aria interrogativa. 
- Te l'ha fatto a pezzi! - accusò Boselli - È un vero bastardo. 
Merita la vostra punizione. 
Ma io no. Io sono dalla vostra parte! 
Stefano e gli altri borbottarono pensierosi. 
Lara intuì che, per qualche misteriosa alchimia di gruppo, avevano stabilito che fosse lei a prendere la decisione. 
Ciò la stupì. Aver riportato indietro Masaniello l'aveva forse resa membro de facto del Collettivo? 
Scrollò le spalle e rimandò le domande a un momento migliore. 
- Tu non hai niente da dire? - chiese a Moretti, che cercava faticosamente di trarsi a sedere. 
- La tasca interna della casacca. 
- biascicò l'uomo, sputando sangue e brandelli di epidermide dalle labbra spaccate. 
- Guardagli lì. Lara colse l'improvviso pallore sul volto del secondo uomo, e s'incuriosì. - Cos'hai nella tasca? - Non farti fregare, ragazza. 
- balbettò Boselli - È un bastardo, te l'ho detto. 
Uccidetelo e basta. 
Lara fece un cenno a Masaniello. 
Il ragazzo incappucciato, senza farsi pregare, strappò la casacca di dosso a Boselli e la lanciò verso la donna. 
- Aspetta! - strillò l'agente della Sezione - Tu... 
Ma le dita di Lara tastavano già la rigidezza dell'oggetto celato tra le pieghe della stoffa. 
La donna aprì la cerniera della tasca interna, vi frugò dentro, ne estrasse un monile di cristallo orbitale. 
Toro, Cancro, Gemelli: ogni pietra raffigurava un segno dello Zodiaco. 
Batté le palpebre, attonita, riconoscendo il gioiello. 
- Mia madre... - mormorò - Cosa... 
cosa c'entra mia madre? 
Che le avete fatto? 
Boselli balbettò qualcosa di incomprensibile. 
Masaniello, visibilmente stanco di attendere, grugnì soddisfatto. 
- Va bene, hai fatto la tua scelta. 
Artigliò Boselli, che si mise a urlare disperatamente. 
Ben presto le grida si ridussero a un gorgoglio atroce. 
Lara, inebetita, distolse lo sguardo. 
- Tua madre è viva. 
- ansimò Moretti - Manda... 
qualcuno da lei, se vuoi... 
Ma non andare... 
di persona... Boselli ha riempito il posto... 
di VB15 regolati... 
sul tuo tracciato ormonale... 
Ti beccherebbero... 
subito. - Ma io... 
devo. Mia madre... 
- Mando due dei miei guaglioni. 
- assicurò Anselmo - Sono fidati. 
- Mia madre... - ripeté ancora Lara, quasi incredula - Perché? Moretti tossì espellendo umori giallastri e sangue. 
Un fiotto scuro schizzò dalla sua narice, insozzando il pavimento. 
Lara si scosse. - Portate dell'acqua. 
- esclamò - E delle bende. 
- È meno grave di quello che sembra, giornalista. 
- commentò Stefano, dando gli ordini - Quella che il ragazzo ha azzannato era una specie di maschera. 
Moretti trangugiò voracemente il contenuto del bicchiere, poi ne versò ancora e si ripulì la bocca. 
Poco a poco, smise di tremare. 
Afferrò la salvietta, l'uso per asciugarsi il viso. 
I pezzi malconci di cartilagine posticcia si staccarono definitivamente. 
Lara sobbalzò, ravvisando in lui l'agente dell'ospedale. 
- Sono strani i casi della vita, agente Moretti, vero? - Lo conosci!? - proruppe Stefano, allibito. 
- Abbastanza per sapere che può esserci utile. 
Stefano si fregò pensieroso le orecchie a punta. 
- Dev'esserlo per forza, 'sto settantuno. 
Ha visto cosa lo aspetta, se prova a fare il furbo. 
Moretti non lo degnò di una risposta. 
Con dignità, si tolse anche l'innesto di cuoio capelluto, lo gettò via. 
- Il tuo nome non è Lamberti, vero? - chiese. 
- Il NOS era di un collega. 
- ammise la donna - Ma non ti avevo mentito: mi chiamo Lara. 
- Lara... - ripeté Moretti, asciutto - Farò ciò che vorrete. 
Ma non per paura di quel mostro. 
- aggiunse, accennando verso Masaniello. 
- No? - rise Stefano. 
Ma la sua risata si mutò in tremito, quando vide cosa ancora il ragazzo incappucciato stava facendo sul corpo esanime di Boselli. 
Anche lui dovette distogliere lo sguardo. 
- No. - confermò Moretti, guardandosi le unghie sporche di sangue, e fissando poi il vuoto, e i ricordi. 
- Lo farò per me stesso. 
Per un'immagine nello specchio che mi sentirò in grado di affrontare, aggiunse, ma solo nella sua mente. 
Gli uomini che lo circondavano, del resto, non avrebbero capito. 
Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Se la rivolta napoletana fu grandemente sottovalutata dagli osservatori e dagli analisti, non altrettanto lo fu Masaniello. 
Sin dall'inizio, al contrario, egli fu temuto. 
Dicerie su una sua presunta ferocia e spietatezza lievitarono negli ambienti a lui ostili, sino a donare alla sua figura sanguinari contorni da belva disumana. 
Masaniello, dal canto suo, non mosse un dito per sopire le fiamme che avvolgevano la sua leggenda: nei mesi della rivolta, una simile fama non era nociva, e lui lo percepiva con grande acutezza. 
Ma oggi, mentre gli echi delle sue gesta si frangono contro il vento della Storia, è giusto che la verità venga ristabilita. 
A me, come cronista, spetta questo compito. 
Masaniello non fu una belva, non fu un mostro sanguinario. 
Era un uomo d'azione, e in battaglia lasciava certamente che la violenza riscuotesse il suo tributo. 
Ma non era uomo da infierire inutilmente sull'avversario vinto, non tollerava torture, né inutili spargimenti di sangue. 
Questa, signori, era la sua natura. 
Voci e testimonianze presunte che affermino il contrario sono, senza ombra di dubbio alcune, menzognere. 
Le conseguenze delle nostre azioni sono incubi per i vigliacchi e sogni per gli eroi. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Perché mi cercavate? 
Moretti accettò la sigaretta che Lara gli offriva. 
L'accese e aspirò il fumo con quieta passività. - Ordine del Comando. 
- disse alla fine - La nostra missione era rintracciarti e comunicare la tua posizione a... 
- A Capodimonte? 
Moretti scosse la testa. 
- Direttamente al Nucleo Operativo. 
Il colonnello ha disposto che... 
- Sarrese? - l'interruppe Lara. 
L'uomo annuì. - Lo hai conosciuto? 
Al ricordo, Lara sussultò, brividi di umiliazione mescolata a rabbia. 
- Ho avuto il piacere. 
- L'uomo che mi chiama William? - ringhiò interrogativamente Masaniello. 
Lara annuì con espressione glaciale, senza rivolgergli una sola sillaba: l'esplosione di ferocia del ragazzo non le era piaciuta affatto. 
Non si illudeva certo di riuscire a cambiare la sua natura bestiale, ma voleva almeno fargli sapere che non approvava. 
- Quell'uomo. - ringhiò ancora Masaniello - Dove si nasconde? - Sarrese? - Moretti spense la sigaretta - Non lo so. 
A warn-con4 i vertici della Sezione abbandonano i compiti di routine e attivano le procedure di sicurezza. 
Potrebbe essere ovunque. 
- Non capisco perché questo pezzo da novanta ti giudichi così importante, giornalista... 
- commentò Anselmo, versandosi un bicchiere odoroso di Falanghina - Se vuole arrivare a Masaniello, avrebbe tanti altri modi... 
- all'improvviso, sembrò colpito da un'idea illuminante. 
- Ma, forse... Aspetta. 
Aprì un cassetto, ne trasse un involucro scuro. 
- Quando Salvatore e gli altri ti hanno liberato, accanto alla Mercedes, hanno raccolto questo. 
Il vecchio aprì l'involucro, rivelando un dischetto bruno delle dimensioni di una moneta. 
Era sottile ai bordi, rigonfio al centro, e solcato da sottili venature radiali. 
- Un'unità bio-zip Seagate. 
- commentò Moretti, sorpreso. 
- Una cosa? - ripeté Lara. 
- Tecnologia militare, riservata alla Sezione. 
- spiegò Moretti - Chi porta un memobox innestato nel lobo parietale usa questi dispositivi come archivi di backup... 
- osservò meglio il dischetto - Questa deve appartenere al colonnello. 
Lara ripensò all'incidente d'auto, al corpo di Sarrese che gli franava addosso nell'abitacolo ricolmo di schiuma da impatto. 
- Può essere. - ammise. 
- Forse è questo bottone, ciò che il pezzo da novanta vuole. 
- meditò Anselmo, tamburellando le dita sul bicchiere scheggiato. 
- Le mie consegne non ne parlavano. 
- commentò Moretti, laconico - Ma non significa nulla: Boselli poteva avere istruzioni a me segrete... 
Lara si carezzò gli orecchini. 
- Sarebbe interessante leggere cosa c'è dentro. 
Ma non siamo in grado di farlo, vero? 
Anselmo scrollò le spalle, di cattivo umore. 
- Io sono di un'altra generazione, è vero, ma quando vedo le meraviglie che questi bastardi usano, mi sembra di essere un cavernicolo. 
- È vero. - gli fece eco Lara, amara, pensando alle cure raffinate che aveva visto somministrare agli agenti al Cardarelli e confrontandole con la rozza protesi che sostituiva grottescamente le braccia perdute sul lavoro di Pascià. - Forse possiamo. 
- mormorò Moretti. 
- Cosa? - Credo che potremmo leggerla. 
- E come? - Lo zaino. 
- spiegò Moretti, a voce più alta. 
- Quello che portava il mio compagno. 
Dov'è? Anselmo diede gli ordini, e qualche istante dopo un ragazzino dalla faccia bitorzoluta portò correndo la sacca di Boselli. 
Lara si sforzò di ignorare le macchie di sangue che ne imbrattavano la stoffa robusta. 
Moretti, con aria impassibile, aprì lo zaino, scartò ammennicoli di varia foggia e dimensioni, scelse il digipad di Boselli e un paio di adattatori. 
- Forse con questo... 
- trafficò sull'interfaccia multipla, accese il digipad. 
- Ci sono: datemi la Seagate. 
Anselmo fissò Lara con aria interrogativa. 
La donna annuì. L'anziano, sospettoso, consegnò il dischetto all'agente e tornò al suo vino. 
Moretti picchiettò nervosamente sui tasti. 
- Chiede una parola d'accesso. 
Me l'aspettavo... 
- E allora? - chiese Lara - Come facciamo? 
L'uomo scrollò le spalle. 
- Tentiamo. Quel bastardo di Boselli collezionava software di intrusione... 
Vediamo se qualcuno dei suoi programmi è abbastanza potente... 
Impostò i comandi e attese. 
Nulla. Tentò di nuovo. 
Questa volta, dopo qualche secondo, sul digipad si accese una spia verde. 
- Ci siamo. - commentò Moretti, asciutto - Ho forzato i controlli. 
- Forza, allora. 
- lo esortò Lara - Andiamo avanti. 
- Non ho un monitor. 
- mormorò Moretti, a labbra strette - Imposto la lettura vocale. 
Il digipad ronzò lamentosamente. 
Poi il sibilo crebbe d'intensità, virò in una voce umana. 
Lara, Anselmo e Masaniello, dapprima scettici, poi attoniti, infine agghiacciati dalla rivelazione, ascoltarono. 
- Mio Dio... - balbettò la donna. 
- Mio Dio... 14 Attraverso gli occhi umiliati dei miei fratelli io vedo il mio stesso passato. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Ehi tu, sbirro. 
Vieni qui. Moretti si alzò con cautela. 
I vestiti che i suoi ospiti - non riusciva ancora a considerarli alleati, al massimo complici di ribellione, anche se con motivazioni diverse dalle sue - gli avevano fornito gli calzavano un po' stretti, specie alle spalle. 
La clavicola e l'articolazione, compresse dalle cuciture, gli rammentavano a sprazzi la sua perdurante condizione di convalescente. 
In compenso, ora che aveva potuto lavarsi e disinfettarsi a dovere il viso ferito, si sentiva molto meglio. 
Le escoriazioni sarebbero guarite in fretta. 
Certo molto prima delle lacerazioni della sua coscienza. 
- Dite a me? - Vedi altri sbirri in giro? - gli fu risposto a muso duro. 
Più che giusto, si disse Moretti, amaro. 
Chi voleva prendere in giro? 
Se il codice a barre tatuato alla sua caviglia era indelebile, la sua condizione di mercenario al servizio degli oppressori della città lo era anche di più. - Cosa c'è? - Seguici. 
Devi darci una mano. 
Moretti non era sicuro di voler andare con i due lazzari. 
Li scrutò con uno sguardo obliquo. 
Il primo era l'uomo calvo con le orecchie a punta che aveva sentito chiamare col nome di Stefano; l'altro era un tizio tarchiato che odorava di tabacco e che si esprimeva quasi esclusivamente in dialetto. 
Salvatore? Era questo il suo nome? 
Forse... Di certo, nessuno dei due aveva mosso un dito in sua difesa, mentre quel mostro, quella belva dal corpo di ragazzo e dal viso bendato gli aveva affondato i denti in faccia. 
Senza dubbio lo avrebbero lasciato sbranare con la massima tranquillità, se in suo soccorso non fosse intervenuta... 
- Devo aspettare la giornalista... 
- obiettò guardingo - Lei e il vecchio mi hanno detto di... 
- Lascia perdere. 
- tagliò corto l'uomo calvo - Li aspetteresti a vuoto: ne avranno per parecchio. 
Moretti dovette riconoscere che l'altro aveva ragione. 
Sia la donna che il vecchio erano rimasti più che colpiti dal contenuto della Seagate: non sarebbe stata un'impresa semplice recuperare quel tanto di lucidità e chiarezza mentale necessaria per definire una linea d'azione. 
Quanto a lui, quanto aveva appreso lo aveva sì stupito ma anche, in fondo, convinto dei sospetti che da tempo nutriva sul ruolo della Sezione e della sua stessa presenza in quella città. I misteri, le eterne domande che lo assillavano avevano infine avuto la loro risposta. 
Nel modo peggiore. 
Si mosse verso i due lazzari. 
Attento. - Ti sei deciso, sbirro? - Non chiamatemi così. - protestò Moretti. 
Il tizio tarchiato roteò gli occhi, sorpreso. 
- E comm' t'aggio 'a chiama'? - Il mio nome è Jacques. 
- Comm' vuo' tu, sbirro. 
- concordò pacificamente l'altro. 
Moretti scrollò le spalle: non aveva diritto di pretendere di più, in fondo. 
I due lo condussero attraverso un dedalo di lunghi corridoi male illuminati e grevi di odori umani. 
Percorsero un breve tratto allo scoperto, durante il quale Moretti si sorprese a scrutare il cielo terso alla ricerca di genofalchi. 
Ma nessuna forma scura, neppure i gabbiani, solcava l'azzurro. 
Tornati al coperto, discesero una breve rampa, che li portò rapidamente a un angusto sotterraneo dall'aria fumosa. 
Su un lungo tavolaccio, consunto agli angoli e solcato da graffi profondi come ferite, erano ammonticchiate delle armi. 
- Le conosci? - chiese Stefano, brusco. 
- AIM32. - rispose automaticamente Moretti - Armamento individuale multifunzione. 
Fabbricazione tedesca. 
- Non sparano. Neppure a bestemmiare in crucco. 
Devi aiutarci. Più che una richiesta, un imperativo. 
Moretti batté le palpebre, confuso. 
Il caldo, in quel sotterraneo claustrofobico, era una presenza tangibile, e i suoi abiti erano troppo pesanti. 
Sentiva già il sudore inumidirgli la schiena. 
- Questo è equipaggiamento della Sezione. 
- osservò, scorgendo i codici a barre - Come lo avete avuto? 
Stefano sembrò contrariato dalla domanda. 
Atteggiò il viso a una smorfia, ma Salvatore lo prevenne. 
- 'no guaglione dei nostri ha razzolato un furgone essessì. - spiegò. - Avete rubato un trasporto della Sezione? - esclamò Moretti, incredulo - Non è possibile! 
Come diavolo... - Teniamo guaglioni, alla Sanità, che potrebbero pitturare il culo del presidente senza farlo neppure svegliare. 
- assicurò il lazzaro. 
Ripresosi dallo sbalordimento, Moretti realizzò un pensiero inquietante. 
- Tutti i mezzi della Sezione, trasporti compresi, hanno segnalatori satellitari incapsulati nella carrozzeria. 
Il furgone rubato... 
Non... non lo avrete portato qui, vero? 
Stefano e Salvatore si scambiarono un ghigno di derisione. 
- Chisto ci ha preso pe' fessi. 
- ridacchiò l'uomo tarchiato. 
- Sbirro, il furgone fa compagnia alle mezzancolle sotto gli scogli di Nisida. 
- garantì Stefano. 
- Dove sta anche la due ruote giapponese del tuo compare. 
- aggiunse l'altro. 
Moretti annuì. Ragionevole, pensò. Ciò nonostante, lo sapeva bene, le risorse dei suoi ex-colleghi della Sezione erano di gran lunga superiori a quei rudimentali stratagemmi: i lazzari, concluse, avevano avuto fortuna, ma non poteva durare. 
- Basta perdere tempo, sbirro - esortò Stefano, duro - Spiegaci come si usano questi affari. 
Moretti sussultò. Non si era ancora abituato a quel tono. 
- Questi... affari, come li chiami tu... 
- lui avrebbe detto chindogu, ma il gergo cino-nipponico non era così diffuso nel proletariato napoletano, a quanto sembrava. 
- sono diverse dalle mproc. 
Non avete fatto un buon affare, rubandoli. 
- Che vuoi dire, sbirro? 
Infastidito dal continuo insistere con quell'appellativo e dal tono di Stefano, Moretti si irrigidì. - Solo gli operativi della Sezione possono usare gli AIM. 
- disse secco - Voi no. 
Stefano socchiuse gli occhi. 
Moretti capì che l'altro non solo non si fidava di lui, ma che lo odiava. 
Si chiese se lo aveva mai avuto davanti, in uno scontro, dall'altra parte del suo bastone. 
Forse. - Spiegaci perché, settantuno. 
- replicò Stefano in tono di sfida, indicando il mucchio d'armi. 
- Prima che ti vengano in mente idee strane... 
- aggiunse - Sappi che abbiamo tolto le munizioni. 
Moretti vide che Salvatore indirizzava una smorfia di rimprovero all'indirizzo del compagno, e ciò lo confortò. Non tutti i lazzari, concluse, erano restii ad accettare la sua "conversione". 
- Vedete questo? - disse, indicando il piccolo rigonfiamento, a malapena avvertibile, che aveva sul palmo della mano destra, proprio alla base del pollice. 
Salvatore aggrottò le sopracciglia. 
- Che maronn' è? - Un biochip termico. 
- spiegò Moretti - Ci viene innestato all'arruolamento, proprio come il tatuaggio alla caviglia... 
Guardate adesso. 
Moretti imbracciò l'AIM32, sistemando il calcio brunito dell'arma contro l'incavo del braccio e carezzando la canna con il palmo della mano. 
Immediatamente il display a cristalli accanto al grilletto si accese, sciorinando una serie di dati tecnici e di vettori di puntamento. 
Salvatore fischiò tra i denti. 
- 'azz! - L'AIM è un modulo integrato da combattimento con funzionalità di ricerca e appoggio tattico. 
- recitò Moretti - Senza i codici d'attivazione memorizzati nel biochip, è solo un ammasso di ferraglia. 
- Va bene, sbirro - sibilò Stefano, maligno - in questo caso... 
è chiaro cosa ci serve. 
Fece scattare il lungo coltello a serramanico. 
Salvatore fu lesto a intervenire. 
- Ohì! - gridò - Sei uscito pazzo?! - Non voglio mica ammazzarlo. 
- replicò tranquillamente l'altro - D'oggi in poi 'sto sbirro si tirerà le seghe con la sinistra, tutto qui. 
- Tu sì che ssi furbo! - protestò energicamente Salvatore, frapponendosi tra Moretti e il compagno - Che ci guadagni a tagliarlo? 
Solo un fucile. Questa è cazzimm' e basta. 
L'altro lo squadrò torvo. 
- Tu lo difendi, Salvato'? 
A questo infame? 
Hai dimenticato cosa hanno fatto 'sti settantuno a mio fratello? 
E a mio padre? Moretti cercò di sovrapporre i singolari tratti del viso di Stefano ai volti di Bagnoli, e dei suoi avversari in tanti scontri precedenti. 
Inutile: ne aveva veduti troppi, e il sangue sul suo bastone era sempre stato dello stesso colore. 
- Perdonami. - mormorò. - Lascia perdere - tagliò corto Salvatore, tornando ai fucili - Puoi sistemare questi affari in modo che anche noi possiamo usarli? 
Moretti stava per rispondere di no, poi incrociò lo sguardo di Salvatore, e capì che la sua era una richiesta di quelle che non si potevano rifiutare. 
- Mi occorre un saldatore. 
- disse con cautela - Un cacciavite, e pinze di precisione. 
- Laggiù c'è una borsa di attrezzi. 
- ringhiò Stefano, rinfoderando il coltello. 
Moretti capì che la crisi era superata. 
Per il momento. - Mettiti al lavoro, sbirro. 
Moretti rovistò nella borsa, scelse una chiave multipla, un saldatore a stagno dalla punta fine, e un tester per circuiti integrati. 
Poi sedette su un angolo del tavolaccio e impugnò uno degli AIM. 
Facendo leva contro il solco tra la canna e il corpo centrale dell'arma, con un po' di sforzo e tanto sudore, mise a nudo i meccanismi interni. 
Muovendosi con attenzione, fece scattare il grilletto, bloccò l'otturatore e soffiò per togliere la polvere dalle piste di rame. 
Forse, si disse, era possibile isolare la CPU. 
Accese il saldatore e tagliò un segmento di stagno della lunghezza di un dito. 
L'odore del metallo fuso lo riportò indietro negli anni, ai laboratori tecnici del centro addestramento di Nizza. 
Come si chiamava il docente del corso? 
Rentier? Bertier? 
Aveva la barba eternamente sporca di gesso, abiti stinti e stazzonati, e si diceva che usasse tenere accanto al letto un oscilloscopio piuttosto che un abat-jour. 
Moretti ricordò quanto detestasse quel corso, e come non perdesse occasione per svignarsela e correre al poligono di tiro. 
Era strano pensare che ora, forse, la meno stimata delle sue conoscenze potesse salvargli la vita. 
- Vedi come s'impegna? - sentì mormorare Salvatore - Non ti fidi ancora? - No. 
- sentì ribattere brutalmente Stefano - E non capisco come possa farlo tu. 
Non hai sentito... 
la registrazione...? L'altro abbassò ancor di più la voce. 
Moretti faticò a seguire la conversazione. 
Ma sapeva di doverlo fare. 
- Tu ci credi, allora? - Tutto torna, Salvato'. 
Io lo sapevo che c'era qualcosa di grosso, sotto. 
- il tono di Stefano era teso, quasi tremante - Solo... 
non credevo che fosse qualcosa di così orribile. 
- Se non fosse stato per lui. 
- considerò Salvatore, facendo un cenno verso Moretti - Non l'avremmo mai saputo. 
Ha trovato lui il codice, ricorda. 
- È vero. - ammise Stefano, piccato dall'osservazione - Vorrà dire che lo ringrazierò. Prima di tagliargli la gola. 
- Masaniello lo ha risparmiato. 
- insistette l'altro - Perché non puoi farlo anche tu? - Masaniello... 
- l'uomo calvo cambiò registro - Credevo che non lo avremmo più rivisto... 
Come avrà fatto quella giornalista a convincerlo a tornare? 
Salvatore scrollò le spalle. 
- Chilla guagliona è in gamba. 
- Tu credi che... 
Sì, insomma... - Moretti colse nella voce dell'uomo calvo una nota d'imbarazzo - Dici che... 
se l'è fatto? Moretti sentì che Salvatore sussultava. 
- Tu ssi pazzo! - Perché? Li hai visti quando sono tornati? 
Lui camminava curvo, e lei gli teneva un braccio intorno alle spalle... 
Sì, anch'io so cosa il ragazzo ha sotto le bende, ma so anche che ci sono femmine ricche che ci godono, con l'orrido. 
- Non sai chillo che dici. 
- obiettò Salvatore, lo sguardo cupo. 
- Perché? Una volta, una sciacquetta del Vomero... 
- Statte citto! - tagliò corto l'altro, ora decisamente rabbuiato - Non so che è successo tra Masaniello e la giornalista, ma certo non è stato niente di quello che pensi tu. 
- Come puoi dirlo? - Tu hai visto il ragazzo senza la maschera, ma io l'ho visto senza vestiti... 
Tra le gambe è combinato peggio che in faccia. 
- Maronn' mia! - esclamò l'altro, orripilato. 
- Mi ero sempre chiesto cosa gli fosse successo... 
Ora l'ho capito. 
- Mio Dio... - esclamò silenziosamente Moretti - Cosa abbiamo... 
cosa ho fatto a questa gente? 
La voce dura di Stefano lo scosse. 
- Come andiamo, sbirro? 
Moretti chiuse l'otturatore con un gesto secco e strinse la giuntura con la chiave. 
- Prova. - disse, lanciando l'AIM verso l'uomo calvo. 
L'altro afferrò il fucile al volo, digrignando i denti con aria di sfida. 
L'imbracciò, lo puntò. Il display si accese. 
- 'azz! - esclamò Salvatore - Ce l'ha fatta! - Un momento. 
- protestò Stefano - Che significa E-07? - Un messaggio d'errore dal sistema operativo. 
La Eprom non riconosce il segnale sul piedino di ACK. 
Stefano lo guardò inespressivo. 
- E allora? - Allora niente. 
Gli upgrade sono disabilitati. 
Potete usare l'AIM come un fucile ordinario, senza le opzioni del tiro automatico, del reticolo e del database tattico. 
Mi dispiace, ma è il massimo che posso fare. 
Stefano considerò sospettoso le parole di Moretti. 
- Uhm... diciamo che va bene. 
Ma puoi fare lo stesso lavoro con gli altri fucili? 
L'ex agente infiltrato fissò sconsolato il cumulo di armi. 
- Be', ci metterei un mucchio di tempo, ma... 
- Allora ti consiglio di muoverti. 
- l'interruppe malignamente Stefano - Credo che stiamo per entrare in azione. 
Oggi ci troviamo, in questo scorcio di secolo, a vivere un'esperienza del tutto nuova. 
La tecnologia ha finalmente reso possibile realizzare ciò che, a livello concettuale, era stato teorizzato in passato dai più grandi analisti di dinamica sociale. 
Rinunciare a questa opportunità è un'opzione che non possiamo in alcun modo permetterci. 
Joseph B. Sarrese, Rapporto 82 - Criticità? La risposta giunse dopo qualche secondo d'attesa. 
- Rivolta nel braccio C di Poggioreale. 
Sollevazione al Porto. 
Scomparsa di due informatori stipendiati dalla Sezione. 
Attentato su via Cavour. 
Sarrese aderì contro lo schienale della poltrona e allargò le gambe. 
Qualcosa si mosse appena più in basso del suo campo visivo. 
Lui non vi badò. - Prima criticità: dettaglio. 
- Centoundici detenuti. 
- replicò docilmente la voce - Venti per cento reclusi per reati comuni, ottanta per cento politici. 
Sopraffatti i guardiani, saccheggiata l'armeria. 
Totalità del braccio C sotto controllo dei rivoltosi. 
Due deceduti, cinque ostaggi. 
Probabili complicità esterne. 
Il colonnello si carezzò la punta del naso, dalla pelle ancora più candida del resto del viso. 
Soffocò un'imprecazione di disappunto. 
- Grado di isolamento dai media? 
La voce si incrinò. - Basso. 
Il funzionario responsabile ha dovuto consegnare il suo sat-com ai rivoltosi. 
- E...? - E sono state completate sei chiamate prima che riuscissimo a isolarlo. 
L'uomo si morse le labbra. 
- Le chiamate sono state intercettate? - Sì, signor colonnello. 
Vuole le trascrizioni? 
Sarrese scosse la testa. 
- No. Ricerca testuale. 
Il termine è "Masaniello". 
La voce si fece attendere qualche istante. 
Poi riprese in tono efficiente. 
- Vocabolo rintracciato in tutte le conversazioni. 
Da un minimo di tre a un massimo di dodici istanze per chiamata. 
- Fa' piano, stupida! - sibilò Sarrese, agitandosi sulla poltrona rivestita in pelle d'antilope. 
- Signor colonnello? - Non dicevo a voi, Controllo... 
- l'uomo sospirò - Seconda criticità? - Agitazione ai moli tre e quattro. 
Grado nove punto cinque scala Reimann. 
Danni ingenti inflitti alle strutture portuali e alle imbarcazioni da carico. 
Traghetti per Capri dati alle fiamme. 
Contenimento in corso. 
- Maggiori dettagli. 
- mormorò Sarrese. 
- Unità coinvolte valutate tra ottocento e mille. 
Lavoratori portuali, marinai e disoccupati. 
Tracciata la presenza di individui bio-marchiati a Bagnoli... 
Esoscheletri da carico e elevatori individuali usati come armi. 
Blocco stradale e ferrato completo della zona compresa tra via Caracciolo e Piazza Santa Lucia. 
Impossibile l'allontanamento dei media. 
Agenti in loco: quarantadue. 
Previsto impiego degli EH301. 
Probabilità di contenimento: ottanta per cento. 
Sarrese rimuginò qualcosa tra sé. - Causa scatenante? - Incerta. 
Gli analisti stanno lavorando sugli slogan e gli striscioni in mano ai manifestanti. 
- Termine a maggiore frequenza? - chiese Sarrese, con l'aria di chi conosce già la risposta. 
- Masaniello. - confermò la voce. 
- Sì, così... - sussurrò Sarrese. 
Poi, alzando la voce. 
- Reazioni alla mia nota da parte del Comando? - Respinta. 
- replicò la voce. 
- Dettaglio. - I reparti di stanza a Roma non saranno mobilitati. 
- aggiunse la voce - È previsto l'arrivo del contingente di Strasburgo, ma solo il mese prossimo, in accordo alla pianificazione ordinaria. 
L'uso esclusivo e continuativo dell'occhio orbitale è stato escluso. 
L'uomo si morse ancora le labbra, questa volta d'incredulà. - Puoi confermare, Controllo? - Le decisioni del Comando sono agli atti della Rete, signor colonnello. 
- Idioti... - Sarrese scosse la testa, fremendo di rabbia - Mentecatti incapaci. 
Di cos'altro hanno bisogno, per convincersi? 
Si scosse. - Controllo, ti invio una seconda nota per il Comando. 
Sei in ricezione? - Quando vuole, colonnello. 
- Signori, a seguito dei... 
- sulla scrivania di Sarrese si accese una luce azzurra. 
L'uomo s'interruppe. 
- Termina l'operazione, Controllo. 
Richiamerò più tardi. 
- Come preferisce, signor colonnello. 
- assentì la voce, facendosi sempre più flebile e infine spegnendosi. 
Sarrese chiuse la connessione, tolse la ventosa dalla fronte e la ripose nel taschino dell'uniforme. 
Poi assunse un'aria interrogativa. 
- Non risponde alla chiamata, signorina? 
La ragazza, ancora in ginocchio, sussultò. Si rimise in piedi con aria imbarazzata, allontanandosi con le dita smaltate i capelli che le erano franati sul viso. 
- Subito, colonnello. 
- blaterò - Mi scusi. 
- aggiunse, mettendo la cuffia e premendo il pulsante accanto alla luce azzurra. 
- Una chiamata su linea hi-sec. 
- disse, digitando i controlli regolamentari - Il codice è Uno Otto Tango Verde. 
- Ovvero? - Agente scelto Boselli Dominic in missione di infiltrazione, classificata "coperto livello 3". 
Sarrese si fece interessato. 
Tirò su la cerniera dei calzoni e prese a tamburellare nervosamente sul ripiano della scrivania. 
- Non dorma, signorina. 
Veda cosa vuole, avanti. 
La ragazza, rossa in viso, premette il secondo pulsante. 
- Qui Nucleo Operativo. 
- esordì. Ascoltò qualche istante con aria assorta, in piedi, mentre l'uomo la scrutava attentamente dalla sua poltrona. 
L'ufficio era immerso nella penombra. 
Piccoli fari incastonati nel soffitto, come gemme sul velluto, lanciavano strali di luce verso i quadri rinascimentali affissi alle pareti. 
Un Rubens, un Goya e un Tiziano rendevano artisticamente omaggio alla carica dell'alto ufficiale. 
Una possente pianta di ficus bio-alterato, piantato accanto a una pila di monitor, dominava l'angolo opposto alla scrivania. 
L'impianto a microprocessore manteneva umide le grandi foglie spruzzando minuscole goccioline tutto intorno, in una nebbia leggera che sfocava i contorni degli oggetti. 
- Mi dispiace, non è la procedura standard... 
- iniziò a protestare la ragazza. 
Poi sembrò cedere - Ah, capisco. 
Ma non so se il colonnello può... - infine, più debolmente - Attenda, prego. 
Si voltò verso l'uomo, ancora più imbarazzata. 
- Non è l'agente Boselli. 
- E allora? - È una donna. 
Non ha voluto dirmi il suo nome. 
Insiste per parlare con lei. 
- Davvero? - Sarrese aggrottò le sopracciglia bionde, esili come speranze - E perché, di grazia? 
La ragazza ascoltò quanto le veniva detto in cuffia, poi tornò a rivolgersi al colonnello. 
Dice - Abbiamo l'ottantadue. 
Vogliamo trattare. 
Sarrese, le cui dita stavano picchiettando frenetiche sulla scrivania, smise di muoversi, persino di respirare. 
Per un istante, sembrò non trovare le parole. 
Poi il suo viso divenne di pietra. 
- Mi passi quella cuffia ed esca da questa stanza. 
Adesso. La ragazza, colpita dal tono gelido del superiore, arretrò, senza fiatare, verso la porta. 
Prima che potesse raggiungerla, Sarrese raccolse qualcosa da terra e glielo lanciò contro di malagrazia. 
- Ma che fa, dorme? 
Si rimetta questi addosso, prima. 
Lei, rossa in viso, afferrò i vestiti, affrettandosi a indossarli. 
- Mi... mi scusi, signor colonnello. 
- La scuserò più tardi. 
- replicò lui, duro - Se completerà a dovere il compito che le era stato assegnato. 
Fuori, adesso. Sarrese attese che la ragazza si chiudesse la porta alle spalle, poi riattivò la comunicazione. 
- Con chi parlo? - intimò. - Lo sa benissimo. 
- replicò Lara all'altro capo della linea, in tono ugualmente deciso - D'ora in avanti giochiamo a carte scoperte, colonnello. 
Sarrese, riconoscendo la voce, storse le labbra in un ghigno gravido di sarcasmo. 
- La nostra impavida giornalista... 
Che sorpresa... Mi fa piacere sentire che sta bene. 
Pensavo che, dopo il nostro piccolo incidente... 
- La chiami pure battaglia. 
- tagliò corto Lara - E la smetta di recitare. 
Giochiamo a carte scoperte, le ho detto. 
Sarrese incrociò le braccia, affondando le spalle messe in mostra dall'uniforme nell'abbraccio morbido della poltrona. 
- Come preferisce... 
Cosa vuole, giornalista? - Non così. - obiettò Lara - Di persona. 
L'uomo inarcò un sopracciglio. 
- E perché mai? - Prendere o lasciare, colonnello. 
Lei sa cosa ho da offrire. 
Se non le interessa... 
Sarrese riprese a tamburellare sulla scrivania. 
Ogni quattro tump, un toc!, quando l'anulare innestato di congegni elettronici batteva sul mogano del ripiano. 
- D'accordo. - disse alla fine - Ha vinto, giornalista. 
Dove si trova? - Non faccia lo stupido, colonnello. 
- lo gelò la donna - So benissimo che potete tracciare la mia chiamata. 
Lei ha trenta minuti di tempo. 
Non attenderò un istante in più. - Aspetti, giornalista, non crederà che... 
- Sarrese imprecò: l'altra aveva chiuso la comunicazione. 
L'uomo si alzò furibondo. 
D'un colpo, spazzò via i diagrammi, gli stampati, le lettere e i documenti affastellati sulla scrivania. 
Poi accese i monitor e premette i pulsanti d'allarme. 
- Qui Sarrese. - sibilò. - Agli ordini, colonnello. 
- risposero più voci all'unisono. 
- Voglio che mi siano assegnati tutti i mezzi e tutti gli uomini disponibili. 
E li voglio adesso. 
La generazione del consenso è la chiave di volta. 
È il punto cruciale su cui si gioca il successo o la sconfitta di ogni esperienza di controllo sociale. 
La generazione del consenso è il problema cardine, il nodo che legioni di teorici si sono affannati a risolvere negli ultimi due secoli, già ben prima che la conquista e la gestione del Potere acquisissero rango di scienza. 
Come generare il consenso, dicevamo. 
Le soluzioni più efficienti sperimentate fino a oggi, è noto, vertono sul condizionamento dello strato di popolazione ancora in età evolutiva. 
Irreggimentare le nuove generazioni, isolarle dalle famiglie, inquadrarle e vestirle in modo opportuno, assegnare loro modelli di comportamento ben definiti e rispondenti alle esigenze della classe dirigente si è rivelata nel recente passato una scelta di innegabile successo. 
E tuttavia, oggi ne siamo consapevoli, il lavoro di indottrinamento richiesto da tale soluzione risulta troppo oneroso. 
La manipolazione dei giovani cervelli ottiene buoni risultati, ma deve ricominciare da capo a ogni generazione. 
Nel lungo periodo, il costo di tale operazione diviene insostenibile. 
Oggi, per la prima volta, abbiamo modo di aggirare il problema. 
La tecnologia biogenetica ci consente di intervenire a livello più basso, manipolando il nucleo di comportamenti innati codificati nella stessa spirale del DNA umano. 
Tale nucleo, da alcuni teorici definito "istinto", da altri "etica ancestrale", finalmente può essere riscritto a piacimento, rimarcando gli elementi utili e potando quelli fuorvianti, eliminando alla radice ogni ostacolo al formarsi di quell'obbedienza verso i capi e di quella disciplina che sono i valori essenziali alla nascita di una Grande Nazione. 
Ma, soprattutto, la tecnologica biogenetica può rendere il risultato della manipolazione ereditario, facendo sì che i geni indotti risultino dominanti. 
Le classi inferiori, una volta condizionate al consenso, trasmetteranno i loro schemi mentali alla generazione successiva, e così via, in una spirale auto-alimentante di indottrinamento che nessuna organizzazione di Figli della Lupa, di Giovani Comunisti o di Azionisti Cattolici è mai riuscita a raggiungere. 
La tecnologia, signori, è pronta. 
I metodi e gli strumenti che essa ci offre sono già stati utilizzati, in una sperimentazione scientifica, eseguita non in RV ma totalmente sul campo. 
I risultati di tale sperimentazione vi saranno illustrati nel proseguo della presente relazione. 
Joseph B. Sarrese, Rapporto 82 - Riesci a vederli? 
Annuendo, Salvatore replicò in una fiatata che sapeva di limoncello e di tabacco di seconda scelta. 
- Tenevi ragione: vengono coi motoscafi. 
- Hover-jet Saab G-17. 
- precisò Moretti - È logico: sono gli unici mezzi della Sezione in grado di raggiungere questa spiaggetta in così poco tempo. 
Avete scelto un terreno davvero favorevole. 
- Uno... due... 
tre... - contò Salvatore - Non sono molti, chilli malamenti. 
L'altro scosse la testa. 
- Sono sufficienti. 
- Che significa? - Mi spiace dirtelo, ma i G-17 hanno potenza di fuoco superiore a quella di un carro Abraham. 
E poi possono trasportare una squadra di diciotto uomini, completa di armi ed equipaggiamento... 
Spero che i tuoi compagni siano pronti. 
Salvatore non raccolse la provocazione. 
- Nisida sembra 'na capa 'i muorto, 'stamattina. 
- meditò, assorto. 
- Vuoi dire un teschio? - Moretti fissò l'isola, valutando la metafora. 
I fianchi rocciosi ricoperti dalla macchia mediterranea si ergevano in curve quasi innaturali. 
- Forse hai ragione. 
- ammise - non l'avevo mai vista così. - Neanch'io. 
- Sarà la luce... 
Speriamo che non sia un brutto segno. 
- I segni non sono né belli né brutti, guaglio'. 
Sono messaggi, da interpretare, o da giocare sfidando 'a suorte. 
Quasi soddisfatto dell'epitaffio, Salvatore brandì uno specchietto, si sporse dal rifugio dentro il quale era appostato insieme a Moretti, e cominciò a lanciare messaggi luminosi verso la parete di tufo che si ergeva quasi verticalmente a ridosso della minuscola spiaggia. 
Dall'imboccatura di una delle caverne che si aprivano sulla parete, giunsero in eco bagliori riflessi, in una sequenza che Moretti non comprese. 
- Potete tenere tutte le scatolette e i computer che volete, voialtri malamenti. 
- mormorò l'uomo tarchiato, cogliendo lo sguardo interrogativo dell'altro - 'o sole non riuscirete mai a togliercelo. 
Moretti scrollò le spalle. 
Poi gesticolò in direzione della battigia. 
- Eccoli. Stanno sbarcando. 
Gli hover-jet dalla fusoliera tinteggiata in toni gialli e grigi superarono la linea della risacca e puntarono decisamente sulla spiaggia, sollevando intorno ai bassi cuscini pneumatici nuvole di sabbia polverosa e di rifiuti. 
I rotori intonavano una sinfonia meccanica di inquietante potenza. 
Uno stormo di gabbiani che banchettava tra i sacchetti di plastica, spaventato dagli inaspettati intrusi, si sollevò in volo schiamazzando. 
Gli uccelli si dispersero, poi tornarono a riunirsi sulla verticale dello sbarco; ma non osarono avvicinarsi, e restarono a volteggiare ad ali spiegate, roteando quasi senza sforzo, simili a coltelli volanti nella brezza. 
Dal rifugio tra le rocce, i due uomini osservarono i mezzi anfibi giungere sino a ridosso della scarpata, sistemarsi ai vertici di un triangolo, puntare le armi all'esterno, aprire i portelloni e partorire una nidiata di uomini in assetto da combattimento. 
Il tutto in pochi secondi e nel silenzio più assoluto. 
Salvatore, suo malgrado, fischiò di ammirazione. 
- Cos' 'e pazzi! - gli sfuggì - Sembrano i ballerini del San Carlo. 
- Addestramento Seals. 
- sussurrò Moretti, non perdendo d'occhio la scena. 
- Quello è un commando d'assalto... 
E c'è anche Sarrese. 
- Qual è? - Al centro del primo gruppo. 
L'unico senza casco. 
- L'aggio visto. 
- assentì Salvatore - Ha abboccato all'amo... 
- Ammesso che sia il pesce, e non il pescatore... 
- mormorò l'altro a mezza voce. 
- Non aggio capito. 
- confessò l'altro. 
- Lascia perdere. 
- Moretti aggrottò la fronte - Guarda... 
Stanno salendo verso la grotta. 
Lo sapevo: hanno visto i vostri stupidi segnali. 
- Calma, guaglio'. 
- lo rassicurò l'altro, addentando una cicca scura di tabacco - Va tutto bene. 
Poco convinto, Moretti riprese a osservare i movimenti dei militari. 
Inconsciamente, rabbrividì: il commando si era diviso in due gruppi; il primo era rimasto a ridosso degli hover-jet, e scrutava tutto intorno con le armi spianate; il secondo si era disposto in colonna, guidata da Sarrese, e aveva cominciato a inerpicarsi lungo la parete di tufo. 
Moretti contò venti soldati, tra cui due donne, tutti dotati di equipaggiamento completo, casco e tuta antiproiettile inclusa. 
Avevano un aria decisa, e il loro vigore nel risalire il ripido pendio, nonostante il caldo e il peso delle armi, suggeriva a Moretti che avessero fatto il pieno di stimoline prima di partire per la missione. 
Un lampo di desiderio, bruciante, percorse i muscoli dell'uomo. 
Ma egli lo respinse risoluto: aveva preso la sua decisione, e non poteva tornare indietro. 
Con tempi da primato olimpionico, la squadra raggiunse l'imboccatura della caverna. 
Sarrese vi indugiò qualche istante, scambiando poche battute concitate col sottufficiale di colore che gli procedeva al fianco. 
- Che fanno? - ansimò Salvatore, improvvisamente nervoso. 
- Cosa vuoi che ne sappia? - protestò Moretti. 
- Non sei della loro stessa parrocchia? - Lo ero, certo. 
E allora? Salvatore lo guardò storto. 
- E allora devi dirmi che fanno. 
Stai qui apposta. 
Moretti scrollò le spalle. 
- Non so. Forse controllano le coordinate del tracciante. 
- Ma tu guarda che cazzimma! - ringhiò l'altro, sputando boli nerastri di tabacco sulla rena fangosa - Avanti, figl' 'i zoccola, mancano pochi metri. 
Quasi in risposta all'esortazione, Sarrese varcò la soglia della caverna. 
Uno dopo l'altro, i componenti della squadra lo seguirono. 
L'ultimo entrò camminando all'indietro, AIM in pugno, un'espressione guardinga celata tra le ombre disegnate dal casco. 
Salvatore parve rilassarsi. 
All'improvviso, sorrise compiaciuto. 
- Bravi guaglioni. 
E mo' pe' voi comincia la musica. 
- Musica? - ripeté Moretti, confuso - Che musica? - Musica di paradiso, compare. 
Ascolta e godi. Salvatore diede un calcio a quel che sembrava un insignificante mucchio di terriccio. 
I granelli caddero, rivelando un antiquato deviatore elettromeccanico, collegato a un cavo che si perdeva nella rena. 
L'uomo tarchiato calcò lo stivale sulla leva del deviatore, vi montò sopra con tutto il suo peso. 
La leva si abbassò. - A soreta. 
- recitò, a mo' di epitaffio. 
L'esplosione fu assordante. 
La terra tremò. Sullo strapiombo divamparono lingue di fuoco. 
Schegge di roccia schizzarono come proiettili in ogni direzione. 
D'impulso, Moretti affondò il viso nella sabbia e si coprì la testa con le mani, stupendosi che nessun macigno volante si abbattesse sul loro rifugio. 
La pioggia di pietre e fango durò interminabili istanti. 
Quando l'ex agente scelto osò alzare la testa, la sua prima occhiata fu per l'imboccatura della caverna. 
Non c'era più. La parete di tufo era franata ad arte, ostruendo completamente l'apertura. 
Alla base della scarpata, uno dei G-17, investito dalla frana, giaceva rovesciato sul fianco. 
Profondi squarci si aprivano sulla sua carena; i finestrini erano in frantumi; dal blocco motore, lesionato, si levava una colonna di fumo nerastro. 
Gli uomini in grigio e giallo correvano lungo la spiaggia come formiche impazzite. 
Un paio erano riversi a terra e si agitavano debolmente; un terzo gridava col viso coperto di sangue; altri si erano gettati al riparo delle rocce, e puntavano le armi contro inesistenti cecchini. 
I gabbiani erano spariti. 
Il sole dardeggiava nel cielo deserto. 
- Almeno venti chili di C-3... 
- valutò Moretti, incredulo - Dove diavolo avete preso tanto esplosivo? 
Salvatore lo guardò sornione. 
- Fai troppe domande, guaglio', per uno che fino a ieri giocava nell'altra squadra. 
- Ma... - Statte citto e quando sarà finita, forse, mi fiderò di te... 
- Salvatore si alzò e cominciò a raccogliere la sua roba - Adesso andiamo. 
Travolto dagli eventi, l'ex agente scelto replicò debolmente. 
- Andiamo? Andiamo dove? - A raggiungere Masaniello. 
Dove, se no? - E come possiamo? 
L'ingresso della caverna è saltato. 
- Ah... fidati. 
Come direbbe Eduardo, tutti in scena per l'ultimo atto... 
E questo vale anche per te, guaglio'. 
Non vorrai perderti il finale, vero? 
E scappò via. A Moretti, interdetto, non rimase altro da fare che corrergli dietro. 
15 La sperimentazione, riferita nel seguito del documento come "Progetto 82", è stata impostata su un campione statisticamente significativo della popolazione comunitaria. 
Inizialmente si è ricercato uno strato censuario rappresentativo dell'universo oggetto di studio (ceppo europeo, cultura occidentale, grado di istruzione e di sviluppo fisico standard, ecc.), una collocazione geo-economica ottimale (tensione sociale, disoccupazione, scarsa coscienza civica), una modalità di esecuzione facilmente replicabile e monitorabile. 
Le classi sotto-proletarie residenti nell'area metropolitana di Napoli incarnavano tutti i requisiti richiesti, e sono state perciò scelte per l'esperimento. 
Quando è stato necessario, i parametri politici ed economici dell'area sono stati modificati (o esasperati), finché lo scenario non si è presentato soddisfacente. 
Identificato il target, si è sviluppato il vettore. 
L'enzima trans-genico KJH82 (Khrisnagandha - Jones - Hokuto, in onore ai ricercatori che lo hanno sintetizzato) è stato polimerizzato su un substrato collagenico. 
Si è realizzato così un composto organico battezzato exitrazina, lievemente tossico ma tollerato (in piccole quantità) dal sistema immunitario umano. 
L'exitrazina, sostanza cristallina facilmente solubile, può penetrare nel sistema sanguigno con una semplice iniezione ipodermica, può essere ingerita con gli alimenti, o ancora essere inalata allo stato gassoso. 
Imponendo ai soggetti campione un'assunzione regolare di exitrazina, si è registrato (in tempi dell'ordine del mese solare) un accumulo di KJH82 nelle ghiandole genitali (tessuti ovarici nelle femmine, testicoli nei maschi). 
Esaminando la generazione successiva, nel settantacinque per cento dei casi si è osservata una modifica del patrimonio genetico. 
Di tale percentuale, il novanta per cento risulta composta da mutazioni rispondenti ai parametri impostati, il nove per cento da mutazioni letali (causa di decesso entro il primo anno di vita), e il restante uno per cento da mutazioni inaspettate, non previste, dalle caratteristiche ancora sotto indagine. 
Il Progetto 82 è tuttora in corso. 
Il numero attuale di soggetti sotto dosaggio controllato di exitrazina si aggira intorno alle ventimila unità. Duemila bambini sono stati e sono tuttora sotto osservazione. 
Tra questi, 1350 hanno con certezza assunto il profilo caratteriale ereditario che rappresentava il fine ultimo della sperimentazione. 
Non possiamo ancora definirlo un successo globale, ma si tratta di un risultato estremamente incoraggiante. 
È da sottolineare l'aspetto finanziario del progetto. 
In pieno accordo con le linee strategiche della Nuova Ricerca Europea (vedi cfr. 
Eureka2000, EuroJoint Focus Group) la nostra sperimentazione non impegna risorse esterne, ma risulta anzi totalmente auto-finanziata. 
Il budget necessario, unito a un non trascurabile surplus finanziario, proviene dallo stesso campione oggetto del test. 
Questo brillante risultato è stato reso possibile donando alla molecola dell'exitrazina proprietà narcotiche e neurotropiche. 
L'exitrazina possiede, dal punto di vista biologico, interessantissimi effetti collaterali: di fatto, il suo ruolo da vettore chimico viene a essere totalmente oscurato dalle sue capacità di sostanza stupefacente. 
La realizzazione di una struttura di vendita e diffusione capillare dell'exitrazina alla popolazione ha costituito, nella vita del progetto, un parentesi pregna di interessanti traguardi secondari... 
Joseph B. Sarrese, Rapporto 82 Le pareti della grotta vibravano ancora, risuonando sonoramente come la cassa armonica di uno strumento a corde. 
Lara fissò col cuore in gola le crepe irregolari, lunghe e scure come presagi, disegnate sulla volta giallastra di tufo, e la polvere sottile come ricordi che ne cadeva piano. 
Rabbrividì. - Non preoccuparti, giornalista. 
- sussurrò Anselmo, a rassicurarla - Questo tunnel ha cinquecento anni, ha resistito a ben altro che il nostro petardo. 
- Non tremavo per questo. 
- replicò la donna. 
- Per cosa, allora? - Pensavo a ciò che abbiamo ascoltato, alla registrazione, ai dati che abbiamo visto... 
Il vecchio corrugò la fronte. 
- Allora? Lara era terrea in volto. 
- Quei reparti speciali dell'ospedale, i bambini sottoposti a biopsie cerebrali, le vivisezioni... 
Non riesco a farmene una ragione. 
- Vuoi dire che non ci credi? 
Lei deglutì. - Magari potessi farlo. 
Anselmo annuì, comprensivo ma con gravità rancorosa. 
- Ne hai parlato a Masaniello? 
A te lui ha raccontato molto più che a chiunque altro. 
Forse... Lara scosse la testa. 
- Ho provato. Sai cosa mi ha risposto? - Cosa? - "Storia lunga, orribile" ha detto "Non vorresti sentirla". 
Anselmo annuì. - Dovevo immaginarmelo. 
Flebili bagliori rischiararono in lontananza il tunnel, rivelando agli occhi di Lara complesse strutture di pietra, archi, volte, stalagmiti alte come canne d'organo, macigni immensi e rampe che si perdevano nell'oscurità. I colori variavano dal giallo del tufo al verde delle deiezioni di pipistrello, dal nero dei rivoli d'acqua al bianco del gesso e delle ragnatele. 
- Non avevo idea... 
- mormorò. - Cosa? - Non avevo idea che la collina di Posillipo fosse un simile groviera. 
- ripeté la donna, sottovoce, quasi temesse di contaminare il silenzio umido di quella grande bolla nella roccia. 
Anselmo annuì con aria vissuta. 
- Tutta Napoli è un... 
un "groviera", come dici tu, giornalista. 
Una vera città sotterranea, il posto ideale per nascondersi. 
Quando ero più giovane io... 
Dalla sua posizione, Stefano segnalò con la torcia. 
Anselmo si zittì. Lara segnò nel suo libro di ricordi di essere in debito di un ringraziamento verso l'uomo dalle orecchie a punta: l'aveva appena salvata da una delle inesauribili storie di camorra del vecchio, e ciò costituiva un merito non trascurabile. 
Stefano accese e spense la torcia sette volte. 
Lampi di luce rossastra, occhi di drago nella semioscurità di quell'antro informe e avvolto dagli echi. 
- Soltanto sette uomini. 
- mormorò Anselmo - Non dovremmo avere problemi. 
- Sono ben armati. 
- Non importa. - Pensi che la frana possa tenere fuori gli altri a lungo? - Credo di sì. - Quanto? 
Anselmo scosse la testa. 
- Non so. Questo potrebbe dircelo quel tuo... 
Moretti. - Peccato che non sia qui. 
Il vecchio carezzò la sua Beretta. 
- Non importa: il tempo ci basterà, in un modo o nell'altro. 
Avanti... Procediamo come stabilito. 
Il panico è una buona coperta di sicurezza. 
Puoi usarlo per coprirti, chiudere gli occhi e fingere che nulla faccia più differenza, perché il peggio è garantito Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Movimento. 
- segnalò il sergente, leggendo il suo strumento alla fioca luce del visore del casco. 
- Dove? - Cinquanta metri. 
Nord ovest. - Ho rilevamento anch'io, signore. 
- echeggiò un secondo soldato. 
- Anch'io. - approvò un terzo. 
- Spegnete le torce e passate all'infrarosso! - ringhiò Sarrese - In fretta! - Idioti... 
- aggiunse tra sé, mentre gli uomini eseguivano l'ordine con qualche imbarazzo - Cosa ho fatto per meritarmi simili incapaci? - Signore... 
- azzardò il sergente, tenendo lo sguardo fisso a terra, e strascicando gli stivali grigi con la banda laterale gialla. 
- Cosa c'è? - Non sarebbe meglio aspettare che la pattuglia in retroguardia liberi il passaggio dalla frana? 
Siamo rimasti in pochi, e... 
Sarrese squadrò gelidamente il sottoposto. 
Era un uomo di colore, dai tratti del viso grezzi, quasi fossero stati appena abbozzati nel mogano, e folti baffi, sporchi di cenere e di terra rossastra. 
- Ha paura, sergente? - inquisì. - Non è questo, signore. 
- protestò il sottufficiale. 
- E allora? - L'esplosione ha procurato gravi danni alla squadra. 
Abbiamo molti feriti, e... 
- Va bene. - tagliò corto Sarrese, glaciale - Lasci pure la testa della colonna e vada a occuparsi di loro. 
- Io... Va bene, signore. 
- acconsentì l'altro. 
Nella voce, netto, un registro di sollievo. 
- Agli ordini. Sarrese lo guardò allontanarsi. 
Vene azzurre, pulsanti, affiorarono sulle sue palpebre candide. 
Poi scomparvero. 
La pelle perfetta del suo viso tornò a distendersi. 
- Brandi? - Signore? - rispose prontamente un agente al suo fianco, un giovane colosso dal naso rotto e dallo sguardo bovino. 
- Il sergente Ortega. 
Codice due. - Codice due? - ripeté l'altro, in tono incredulo - È sicuro, signore? - Codice due. 
- scandì Sarrese, fissandosi distrattamente le unghie. 
Il giovane agente batté le palpebre, sconcertato. 
Poi sembrò irrigidirsi. 
Alzò il FAL, sfiorò col dito i comandi a sensore posti sul grilletto. 
Sparò. Il proiettile colpì con precisione crudele, conficcandosi alla base del collo del sergente, nei pochi millimetri di carne lasciati scoperti tra l'elmetto anatomico e il giubbotto corazzato. 
Il sottufficiale stramazzò al suolo senza un lamento. 
I suoi arti si agitarono scompostamente, poi rimasero immobili. 
Il terreno morbido della caverna si colorò di rosso. 
Sarrese passò in rassegna con lo sguardo quanto restava della sua squadra. 
- Ci sono problemi? - chiese in tono di sfida. 
Gli rispose solo il silenzio. 
Il memobox di Sarrese comunicò un avviso tattico. 
L'uomo annuì, pensieroso. 
- Alta probabilità di cedimenti della volta. 
- disse ai suoi - Niente granate. 
- Movimenti a nord, a nord ovest e a est, signore. 
- balbettò Brandi. 
- Rilevo tracce termiche, colonnello - disse un altro agente. 
- Quante? - Molte. 
Credo... credo che siamo circondati. 
Un sibilo. Un tonfo. 
Sarrese guardò ai suoi piedi. 
Un coltello si era piantato nel terreno, a pochi centimetri dalla punta del suo stivale. 
L'acciaio vibrava ancora. 
- In nome dell'esercito popolare di Masaniello... 
- gridò una voce dal ventre oscuro della caverna - ...vi ordino di gettare le armi. 
- Gas. - replicò tranquillamente Sarrese, infilandosi i filtri nelle narici. 
Gli uomini in giallo e grigio, come l'ufficiale aveva sperato, reagirono positivamente alla sua freddezza. 
Si disposero a coppie, schiena contro schiena, impugnarono i lanciatori e lasciarono partire le cariche chimiche. 
Si udirono tre tonfi e tre sibili in rapida successione, poi il foop degli involucri che si laceravano. 
Dalle rocce intorno, imprecazioni e scariche di pallottole. 
Stormi di pipistrelli, spaventati, si levarono in volo dalla volta, disperdendosi nei meandri della grotta. 
Alcuni agenti, colpiti, barcollarono. 
Ma i loro corpetti erano pesantemente blindati, e riuscirono a rimanere in piedi. 
In pochi secondi il gas, denso come nebbia, invase la caverna, sollevando una cortina impenetrabile tra gli assedianti e gli assediati. 
- Presto, metti questi! - farfugliò Anselmo. 
Lara fu lesta ad afferrare i tamponi che il vecchio le porgeva. 
Erano umidi, odorosi, della consistenza del cotone. 
Lei li palleggiò tra le dita, perplessa, non sapendo cosa dovesse farne. 
- Legali con un fazzoletto! - le ingiunse Anselmo, facendole vedere come sistemava i suoi intorno al viso cotto dal sole. 
- E speriamo che si tratti solo di L-5. 
- Altrimenti? - ansimò la donna, respirando a stento attraverso il tessuto greve del tampone. 
- Altrimenti niente. 
- tagliò corto il vecchio - Abbiamo vissuto anche troppo. 
- Cosa? - ansimò Lara, sperando di aver sentito male. 
- Mi dispiacerebbe solo perché non vedrò la fine di questa storia... 
- tagliò corto Anselmo. 
Lara sussultò. Si toccò gli orecchini, sforzandosi di ricordare qualche brandello di preghiera. 
Non vi riuscì: la sua mente era un muro imbiancato dalla tensione. 
- Eccoli che arrivano! - esclamò Anselmo, tossendo. 
- Corrono! Come fanno a non finire contro le rocce? - Vedono nella nebbia. 
Ma è logico: hanno gli infrarossi, quei bastardi... 
Ci sarà mai qualcosa che non hanno? - Che facciamo? - chiese la donna. 
- Tu fermati qui, giornalista: è il posto più sicuro. 
Per qualche istante, Lara meditò su una possibile replica che suonasse eroica. 
Mi hai già invitata a questo ballo, ricordi? oppure L'unico posto sicuro è col nemico di fronte e un'arma in mano! o ancora Sono loro che devono avere paura, non io! 
Appuntò quelle frasi per migliori usi futuri, e tacque. 
Anselmo aveva ragione: non era una combattente, e doveva accettare il suo ruolo. 
Erano altri i modi in cui avrebbe potuto essere utile. 
Si appostò dietro una delle tante colonne di roccia che si alzavano sino a raggiungere la volta della caverna, e attese. 
Poco a poco, la tensione lasciò il posto alla voglia di capire, di assistere agli eventi. 
Era un momento decisivo, lo sentiva. 
Negli squarci nel muro di nebbia, sipari della battaglia si aprivano e si chiudevano di fronte ai suoi occhi, illuminati dai lampi degli spari, sciabolati di luce dal raggio delle torce impugnate a mano o legate alle canne dei fucili, soffusi di chiarore dallo stesso gas e dai suoi misteriosi processi chimici. 
Scorse Stefano, il colorito cianotico e gli occhi iniettati di sangue, che tossiva immerso nei vapori di nebbia, sputando saliva mista a sangue scuro. 
Lara lo vide puntare il fucile contro un agente della Sezione che gli si avvicinava e premere il grilletto. 
Il colpo echeggiò a lungo, riverberando contro le pareti, stillando nuove piogge di polvere di roccia dalla volta. 
Il suo avversario, un uomo massiccio, dal collo taurino, sussultò. Ma non cadde. 
Si volse subito nella direzione del colpo ricevuto e alzò il suo FAL. 
Il cerchio violaceo del laser di puntamento si accese sul petto di Stefano. 
Il lazzaro imprecò, si strappò dal viso il tampone e si gettò addosso al soldato prima che questi avesse il tempo di premere il grilletto. 
Rotolarono nella polvere, avvinghiati. 
Nessuno intervenne. 
Le volute del gas isolavano quel duello solitario, riservando la scena ai soli occhi angosciati di Lara. 
Interminabili secondi dopo, Stefano si rialzò, mentre il suo avversario restava a terra, la lama di un coltello affondata nella gola. 
L'uomo dalle orecchie a punta gli strappò il visore infrarosso e lo lanciò a Pascià, che sopraggiungeva. 
Ma era stato il suo ultimo sforzo. 
Lara lo vide afflosciarsi, la lingua ormai nera fuori dalla bocca, in un estremo tentativo di trarre ossigeno dall'aria avvelenata che lo circondava. 
Un refolo di nebbia cancellò la scena. 
Lara batté le palpebre, aspettando l'aprirsi di un arco varco. 
E il gas, impietoso, si squarciò, rivelandole una scena inaspettata e agghiacciante. 
Due uomini della Sezione Speciale, appostati al riparo di una parete di nebbia, facevano strage di lazzari, colpendo metodicamente e con precisione letale, uno dopo l'altro, uomini, donne e ragazzi. 
I loro bersagli erano guidati dal tizio allampanato e dalla donna scura dagli occhi pungenti, i due membri del Collettivo che Lara ricordava di aver conosciuto durante la sua prima riunione al rifugio clandestino. 
Costoro abbaiavano ordini confusi e facevano sparare i loro uomini alla cieca, non rendendosi assolutamente conto della posizione dei due cecchini. 
Il gas doveva alterare la percezione, pensò con angoscia Lara: non sapeva spiegarsi in altro modo perché quei disgraziati restassero lì, caparbi, a farsi massacrare. 
I corpi cadevano l'uno sull'altro, come spighe in una mietitura di sangue. 
Lara non avrebbe saputo contarli, ma erano decine. 
Con la cosa dell'occhio, vide Pascià vagare nella nebbia alla ricerca della sorgente degli spari. 
L'uomo con le braccia artificiali, valutò Lara, non era stato individuato dai cecchini, e aveva buone possibilità di prenderli d'infilata. 
- Pascià! - gridò, incurante di rivelare la sua posizione - Alla tua destra! 
Il lazzaro afferrò subito la situazione, e fu pronto a reagire con energia. 
- Questo è per Gloria, figli 'i zoccola! - gridò, rivolgendo la canna del fucile contro i refoli di gas e facendo partire una serie di raffiche furibonde. 
La maggior parte dei colpi, vide con angoscia Lara, andarono a vuoto. 
Uno dei proiettili staccò schegge di roccia dalla parete, che rimbalzarono prendendo al viso uno dei cecchini. 
Imprecando, costui lasciò andare il suo AIM e prese a fregarsi gli occhi. 
L'altro, sul viso un'espressione imperturbabile che sconvolse Lara, si guardò intorno alla ricerca del nuovo avversario. 
Al visore che portava sugli occhi, il calore corporeo di Pascià dovette apparirgli distintamente nella nebbia, perché il soldato sprecò una sola pallottola. 
L'uomo senza braccia cadde senza un lamento. 
Lara smise di respirare. 
Il cecchino si era accorto anche di lei. 
E la fissava. Come un passero incantato da un serpente, la donna vide il laser di puntamento che la cercava bucando la cortina di gas, sempre più vicino, sempre più mortale, finché non arse violaceo sulla sua carne. 
Nessuna direzione in cui fuggire, nessun posto in cui nascondersi. 
Era finita. - Sono morta. 
- pensò Lara, chiudendo gli occhi in attesa del colpo finale. 
- Masaniello! Masaniello! 
Le urla le fecero capire che, per qualche strano motivo, il suo momento era stato rinviato. 
La donna batté le palpebre e scrutò nella nebbia. 
Spalancò gli occhi per la sorpresa. 
Il manipolo di lazzari doveva aver approfittato della distrazione dei cecchini per riorganizzarsi, e adesso era decisamente passato al contrattacco. 
Ripetendo ossessivamente il nome del Vate della rivolta, i membri del neonato "Esercito Popolare", incuranti delle pallottole, erano balzati addosso ai due agenti della Sezione, li avevano sopraffatti con la forza del numero, e adesso li stavano letteralmente facendo a pezzi. 
Quando le urla cessarono, e la mischia si diradò, Lara azzardò un nuovo sguardo. 
I lazzari ancora in piedi non erano molti, osservò la donna. 
E, tra i sopravvissuti alla carneficina, Lara non riusciva a scorgere traccia dei due membri del Collettivo. 
Erano le due figure stese sul terreno, appena alla base del pendio? 
Forse: fuori dal cerchio delle torce, il chiarore era troppo fioco per distinguere alcunché. Ma non sembrava che l'assenza dei capi mitigasse l'ardore degli uomini. 
Ormai, pensò Lara, lo scontro era andato ben oltre il punto di non ritorno. 
- Laggiù! - sentì Anselmo che gridava - Ecco gli ultimi! 
Lara aspettò che le lanterne dei lazzari venissero puntate nella nuova direzione. 
Fu allora che li vide. 
Sarrese e due uomini attendevano a piè fermo in una zona della caverna libera dal gas, un piccolo pianoro di qualche decina di metri di lato, a ridosso di un arco di pietra il cui apice si perdeva nell'oscurità. Ciò che restava dell'esercito di Masaniello investì Sarrese e i suoi con furia cieca. 
Lara vide gli uomini in divisa esitare, arretrare, addossarsi alla parete e sparare sempre più concitatamente. 
All'improvviso Sarrese fece cenno ai suoi soldati, indicandosi le orecchie. 
Loro annuirono. Lara non fece in tempo a chiedersi cosa l'ufficiale avesse in mente. 
Un ronzio penetrante pervase la grotta, dapprima solo fastidioso, poi sempre più intenso, sempre più acuto, sempre più insopportabile. 
La donna sentì un dolore atroce esploderle nei timpani, come se avesse ricevuto all'improvviso una stilettata incandescente. 
Fu colta dalle vertigini. 
Si portò le mani alle orecchie e premette con forza, tenendo di resistere a quella tortura. 
Urlò, ma senza sentire il suono della propria voce. 
Cadde in ginocchio, mugolando, con gli occhi pieni di lacrime. 
Quando ormai credeva, o sperava, di impazzire dal dolore, il suono cessò. Si scosse, attese che il mondo smettesse di tremare e acquisisse di nuovo contorni definiti. 
Si guardò intorno: i lazzari erano a terra; alcuni gemevano contorcendosi; altri giacevano immobili, in pose scomposte, innaturali. 
Sarrese incombeva su di lei. 
Alla sua destra e alla sua sinistra, due agenti in tenuta cenere e nicotina gli facevano ala. 
Avevano acceso di nuovo tutte le luci del loro equipaggiamento, ostentatamente, come per dimostrare di avere ormai in pugno la situazione. 
- Venti metri - considerò quietamente l'ufficiale - Proprio sul limite d'efficacia del blast-sonic. 
Lara non riusciva ancora a rimettersi dagli effetti del colpo sonico, e soprattutto dall'enormità dell'accaduto. 
- Cosa... come... 
- balbettò. - Lei è sempre fortunata, giornalista. 
- Sono... sono tutti morti? 
Sarrese scosse la testa. 
Il suo viso dalla pelle perfetta non rivelava la minima emozione. 
- È davvero deprecabile, ma devo rispondere di no... 
- ammise in tono professionale, come se la carneficina che li circondava fosse una semplice dimostrazione accademica. 
- Ma... Lui diede una pacca sul calcio dell'arma sonica. 
La somiglianza con un revolver era solo apparente: in realtà, visto da vicino, il dispositivo ricordò agli occhi di Lara più un telecomando che una pistola. 
- Questo prototipo non fornisce ancora la potenza richiesta dalle specifiche. 
- considerò in un registro di rammarico. 
- Al momento provoca soltanto lesioni cerebrali... 
Lesioni notevoli, devo riconoscere. 
All'improvviso, cambiò tono. 
- La Seagate, giornalista. 
- Cosa...? - L'unità bio-zip. 
Quella che mi avete rubato. 
Una sferzata di orgoglio, potente come adrenalina, fece riprendere Lara, almeno per un istante. 
- L'ho qui con me, figlio di puttana, ma non ti servirà a niente. 
- sibilò, stringendo i denti per resistere al ronzio che ancora echeggiava nelle sue orecchie. 
- Davvero? - commentò Sarrese, tranquillo. 
- L'abbiamo letta e duplicata. 
Possiamo renderne pubblico il contenuto quando vogliamo. 
Per la prima volta, lui parve divertito. 
- Perché, pensate che io voglia lasciarlo privato? 
La donna batté le palpebre, confusa. 
- Cosa? - Sono quasi vent'anni che curo il progetto 82. 
- ridacchiò Sarrese - È ben ora che ne illustri i risultati... 
E che ne riceva il giusto riconoscimento. 
- aggiunse. Lara, interdetta, indietreggiò, incespicando, riuscendo solo a malapena a reggersi in piedi. 
- Non... non capisco... 
- Pensava che volessi indietro la mia unità per paura che la leggeste? 
Lei è una sciocca. 
Sarrese ripose l'arma sonica nella custodia alla cintura. 
Incrociò le braccia e sorrise: una smorfia finta, raggelante, orribile. 
- Mi preme il possesso del documento originale. 
Lei sa come vanno le cose nel mondo della ricerca... 
C'è sempre qualcuno pronto a batterti sul tempo, plagiando la tua pubblicazione e firmandola al posto tuo... 
E, lei sarà d'accordo, la paternità del progetto 82 rappresenta un titolo non indifferente. 
Mi seccherebbe davvero trascorrere i prossimi sei mesi a combattere battaglie legali. 
Le vincerei, intendiamoci, ma provo più gusto a battermi in scontri reali... 
Perciò, le ripeto: mi renda la mia bio-rec. 
Adesso. Lara pensò che l'arma sonica doveva averle annebbiato il cervello, o che i rudimentali filtri di Anselmo non l'avevano protetta a dovere dal gas: ciò che sentiva non poteva essere reale. 
Batté le palpebre, respirò a fondo, senza riuscire a liberarsi dalla sensazione di galleggiare in un limbo onirico e crudele, dove le coordinate del buon senso e della morale si erano smarrite, dove la stessa verità era deformata. 
- Pubblicazione? 
Titolo? - ripeté, attonita e furiosa, forse furiosa perché attonita. 
- Di cosa stai parlando, figlio di puttana? 
Il tuo "progetto 82" è un incubo! 
Uomini ridotti a esemplari da laboratorio, manipolazioni genetiche, indottrinamento, droga... 
Come osi chiamare questi orrori "ricerca"? 
Sarrese rise senza trattenersi. 
Lara, lucidamente, capì che l'avrebbe uccisa: glielo leggeva in quegli occhi tondi, assurdamente infantili. 
- Sciocca ragazzina... 
Crede davvero che il progetto 82 sia l'unico esperimento in corso sulla popolazione di questa città? - Cosa? 
Lui gettò indietro la testa. 
La sua sagoma si interpose tra il fascio di luce proiettato dal fucile d'assalto dei due agenti e la parete della caverna. 
Sul tufo e le ragnatele si stagliò un'ombra minacciosa, deforme. 
- Le classi inferiori sono serbatoio di cavie umane per definizione. 
Specie in città come questa, dove le condizioni ambientali creano campioni numericamente significativi. 
Lei crede davvero che io sia stato il primo? 
Lara arretrò ancora. 
Sentiva le gambe molli; il suo senso d'equilibrio rispondeva solo a tratti. 
Sotto la suola delle sue scarpe, il terreno cosparso di bossoli scricchiolava sinistramente. 
- Non... non ti credo. 
Le persone non si usano come cavie. 
Sarrese restò divertito. 
Ma sul suo viso corse un'ombra di disappunto. 
- Temo che lei usi il vocabolo "persona" in modo inappropriato. 
Non vorrà porre, spero, i membri delle classi inferiori al mio stesso piano... 
Non è solo un concetto deprecabile: è del tutto errato. 
Lara pensò che se avesse ascoltato un'altra volta ancora la parola "deprecabile" avrebbe cominciato a urlare. 
La fraseologia di Sarrese l'irritava quanto e più del tono trionfale, arrogante della sua voce. 
Classi inferiori? 
Da quanto tempo non sentiva un termine simile? - Io... 
- tentò di protestare, ma senza successo: la testa le doleva, le orecchie martoriate continuavano a fischiarle. 
Avrebbe voluto bere qualcosa di forte, ma lì non c'era nulla, solo lei e quel pazzo assassino in divisa. 
Sarrese compì un gesto ampio con la mano, ad abbracciare la distesa di corpi inerti che punteggiavano il terreno della grotta. 
- Queste misere creature hanno in comune con me un'origine biologica, forse, ma nulla di più. A separare i membri della mia classe e costoro ci sono decenni di tecnologia, nuove branche scientifiche, ritrovati, mezzi, risorse e privilegi che lei neppure immagina... 
Sorrise di nuovo. 
- Ma vedo che non afferra. 
Mi permetta allora di chiarire con qualche esempio. 
Quanti anni crede che io abbia, giornalista? 
Assurdamente, Lara si trovò a pensare all'ultima volta che qualcuno le aveva rivolto la stessa domanda, in una casa abbandonata alla polvere e ai ricordi. 
Le sembrava fosse trascorsa un'intera vita, da allora. 
- Non risponde? - insistette Sarrese - Non importa, difficilmente potrebbe indovinare... 
Ho compiuto settantanove anni da pochi giorni. 
Sono perfettamente sano, e potrò conservare l'aspetto e la forma fisica attuale per almeno altri tre decenni. 
Le tecniche di bio-innesto a disposizione della mia classe lo consentono senza problemi. 
Mi guardi bene, e poi mi dica: cosa ho in comune io, o quelli come me, con questi bipedi quasi senzienti, con queste misere bestie da laboratorio? 
Lara sbarrò gli occhi. 
Settantanove anni? 
Sarrese era più anziano di Anselmo? 
La donna sovrappose il viso regolare, perfetto dell'uomo in divisa all'arabesco di rughe, bruciato dal sole e dagli scempi della vita, del vecchio camorrista; accostò l'ottimismo vincente, da dominatore, del colonnello, con il pessimismo rancoroso, da settantenne che intravede la fossa scura, dell'amico dai capelli grigi. 
Il paragone suonava di una crudeltà indicibile. 
- Loro non sono... 
noi non siamo cavie. 
- ripeté, cocciuta nonostante la debolezza che si sentiva addosso - Non siamo sudditi da rendere geneticamente schiavi. 
- Siete già schiavi. 
- tagliò corto l'uomo - Molti di voi sono persino felici di esserlo. 
Io cerco solo di rendere il processo più rapido. 
Di nuovo, Sarrese gettò indietro la testa. 
- Adesso basta, però: lei mi ha fatto perdere anche troppo tempo, giornalista. 
- Brandi. - ordinò al giovane colosso che gli era al fianco - La prigioniera ha indosso un'unità Seagate che mi appartiene. 
Codice undici, prego. 
Lara vide l'agente della SSI avanzare minaccioso verso di lei. 
Tentò di voltarsi e fuggire, ma il suo senso dell'equilibrio la tradì di nuovo. 
Cadde a terra carponi, mentre le orecchie le ronzavano furiosamente e il mondo le vorticava intorno. 
Con gelida efficacia, il soldato le piantò un ginocchio sulla schiena, immobilizzandola, e cominciò a frugarle violentemente i vestiti. 
La stoffa si lacerò con un suono acuto, come urla di bambini contro la roccia. 
- La... lasciami, animale. 
- protestò la donna, tentando disperatamente di opporsi, mentre l'uomo le strappava di dosso la blusa e i calzoni elastici della tuta, gettandoli poi lontano. 
- L'ho trovata, signore. 
- esclamò l'agente, soppesando il dischetto bruno sul palmo della mano. 
- Molto bene. - commentò Sarrese. 
Poi ghignò. - Ma la prego, Brandi, continui: la prigioniera potrebbe nascondere ancora qualcosa d'interessante. 
L'agente, con docilità assoluta, obbedì all'ordine, tornando a chinarsi su Lara. 
La donna, senza fiato, si dibatté debolmente, in bocca il sapore orribile della vergogna e dell'umiliazione. 
- Anche la biancheria. 
- specificò serafico Sarrese - Servizio completo, Brandi. 
- Maledetti... maiali... 
- ansimò Lara, sopraffatta dalla rabbia impotente. 
Il colonnello assunse un'espressione sorniona. 
- Pudore, giornalista? 
E perché? Le ho già dato un'occhiata una volta, ricorda? 
Ora che ci penso... 
- ghignò ancora - Avevamo lasciato qualcosa in sospeso... 
Possiamo rimediare adesso. 
Lara, ancora immobilizzata dal peso di Brandi e dai postumi del colpo sonico, sentì che i suoi slip le venivano abbassati fino alle caviglie. 
Gridò, mentre veniva afferrata brutalmente per i fianchi e costretta ad allargare le gambe. 
Osò alzare la testa. 
Sarrese incombeva su di lei, adesso. 
Si era slacciato i calzoni con intenzioni inequivocabili. 
Il pene dell'uomo era roseo, regolare, neppure troppo turgido, la pelle sottile, una corta peluria bionda all'inguine e intorno ai testicoli. 
Alle spalle del colonnello, il terzo agente della Sezione aveva abbassato il suo fucile d'assalto, ed era intento ad osservare la scena con aperto interesse. 
- La tenga bene ferma, Brandi. 
- ordinò Sarrese - Ho intenzione di farle male. 
Lara tentò di mordere la mano che l'agente le stava calcando sul collo. 
Ma, prima che potesse stringere i denti, si trovò libera. 
Avvertì uno spostamento d'aria, rapidissimo. 
Poi un urlo. Rotolò sulla schiena, appena in tempo per vedere Brandi scagliato violentemente contro l'arco di pietra che chiudeva il piccolo pianoro. 
Il volo dell'uomo fu assurdamente soave, una parabola di perfetta armonia alla luce delle torce. 
Ma l'impatto fu atroce: Brandi rovinò a terra e giacque immobile, la schiena piegata in un angolo non previsto dall'anatomia umana. 
Uno, due, tre secondi. 
Agli occhi della donna, scene accelerate, immagini quasi stroboscopiche. 
Lara vide il secondo agente che puntava il FAL, il cerchio violaceo del laser che cercava il bersaglio; un corpo smunto che correva a una velocità folle; un cencio che svolazzava, nero forse più di fuliggine che di tintura. 
Un nuovo urlo, un nuovo volo verso il nulla. 
- Che fine avevi fatto? - ansimò Lara, provando un sollievo tale da dimenticare persino di coprirsi. 
- Non avevo voglia di combattere. 
- tagliò corto Masaniello, le parole come foglie secche sotto la lingua - Volevo solo lui. 
Indicò Sarrese, che non sembrava capacitarsi della velocità di quell'attacco. 
Era immobile, i calzoni ancora abbassati. 
Non spaventato, solo incredulo. 
- Una sola domanda, infame. 
- ringhiò il ragazzo - Sei tu mio padre? 16 Come accennato nel paragrafo precedente, l'uno per cento dei bambini facenti parte del campione presenta caratteristiche genetiche indotte non previste dalle specifiche. 
Si tratta di una percentuale compatibile con la qualità del tracciato cromosomico usato nel corso del progetto, nonché con l'instabilità residua dell'enzima KJH82. 
Tale risultato collaterale è dunque da ascrivere alle due cause predette. 
La descrizione delle mutazioni impreviste esula dagli scopi del presente documento. 
A titolo d'esempio, si segnala soltanto la nascita di soggetti (denominati nel seguito "gruppo X") dalle caratteristiche estremamente singolari. 
L'organismo dei bambini appartenenti al gruppo X sembra possedere un orologio biologico assolutamente non umano: i normali meccanismi cellulari, in particolare l'accrescimento e la ricostruzione dei tessuti, in tali soggetti risultano accelerati di un fattore oscillante tra il venti e il cinquanta rispetto al normale. 
Sono presenti inoltre anomalie a livello sensoriale, concentrate soprattutto nella percezione del dolore, dei suoni e della temperatura. 
Evitando di addentrarci nell'analisi clinica (riportata comunque in appendice al documento), sembra che ogni singola cellula dei soggetti "gruppo X" goda delle proprietà delle cellule cancerose, soprattutto per quanto riguarda la resistenza e la capacità di proliferazione. 
E sottolineo ogni singola cellula: tutti i tessuti corporei dei soggetti presentano le medesime caratteristiche. 
Test di mutilazione eseguiti su bambini del gruppo X hanno confermato l'asserzione di cui sopra: ossa, pelle e cartilagine dei soggetti sono in grado di crescere e di ricostruire gli arti perduti. 
Anche la velocità degli impulsi nervosi, nel gruppo X, sembra essere superiore rispetto ai normali standard umani. 
Il test di Fitzgerald-Hume, imposto ai soggetti gruppo X di età inferiore ai due anni, ha dato punteggi variabili tra dodici e quattordici virgola cinque. 
La mutazione, tuttavia, presenta anche aspetti negativi: l'invecchiamento dei tessuti, ad esempio, risulta parimenti accelerato; la proliferazione cancerosa delle cellule produce deformazioni fisiche, malfunzionamento degli organi, emorragie e lesioni interne. 
L'analisi di tale mutazione, essendo al di fuori delle finalità immediate del progetto, non è stata approfondita, né tantomeno esaustiva. 
Si suggerisce fortemente la costituzione di un gruppo di lavoro dedicato all'argomento. 
Data l'esperienza maturata nel corso del progetto, si propone il presente relatore in qualità di coordinatore di tale gruppo. 
Joseph B. Sarrese, Rapporto 82 Semina il coraggio negli animi, raccoglierai sulle braccia dei tuoi compagni la forza di combattere Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - È la seconda volta che mi interrompi in un momento inopportuno, William. 
- mormorò Sarrese, non ostile, solo in tono di tranquilla riprovazione - Comincio a pensare che tu lo faccia apposta. 
Non sarai geloso di questa stupida, spero... 
È la tua amichetta, forse? - Sei tu mio padre? - chiese ancora Masaniello, emettendo questa volta una sorta di ruggito, un verso da belva ferita che fece sussultare Lara. 
Il ragazzo, lei si rese conto, stava tremando. 
La benda nera si era slacciata, e pendeva mollemente sull'orrore informe del suo volto. 
La figura magra di Masaniello, curva, dalle articolazioni gonfie, le unghie spezzate, la pelle giallastra sporca di muco e di sangue rappreso, avrebbe potuto spaventarla, se non l'avesse riempita di pietà. Il colonnello, con la massima serenità, tirò su la cerniera dei calzoni. 
- William, William... 
- disse - Non puoi ricordarti di me. 
Quanti anni avevi, quando mi sono mostrato a te per l'ultima volta? 
Tre? Quattro? 
Ti ho seguito anche dopo di allora, è vero, ma solo da lontano: altri sono stati i miei occhi, e le mie orecchie. 
- Rispondimi! - gridò il ragazzo, facendo piovere polvere di roccia dalla volta della caverna. 
Un pipistrello, l'ultimo rimasto appeso agli speroni di tufo, nonostante il frastuono della battaglia, nel sonno letargico della sua specie, aprì le membrane color ardesia e volò via, verso il buio. 
Istintivamente, di fronte alla violenza sonora di Masaniello, anche Sarrese arretrò. Ma senza mostrare paura. 
Lara credette di cogliere persino un'ombra di compiacimento sul viso curato dell'uomo. 
- Mi chiedi se sono il tuo genitore biologico? - disse serafico - Buona domanda. 
Potrei anche esserlo, in effetti... 
Anche se in genere preferisco servirmi del sesso come mezzo di umiliazione, non ho mai disdegnato l'uso delle femmine delle classi inferiori, dove e quando ne valesse la pena. 
E tua madre, a quell'epoca, valeva il tempo che le ho dedicato. 
Me ne sono servito più di una volta... 
Prima di mandarla sulla strada, beninteso: perdo sempre l'interesse, poi, per gli articoli di seconda mano. 
Masaniello si lanciò verso Sarrese con un urlo che non aveva nulla di umano. 
Lara vide che il colonnello accennava un movimento con la mano destra, e intuì il pericolo. 
- Alla cintura! - gridò - L'arma sonica! 
Un istante dopo, capì che Masaniello doveva aver assistito alla battaglia, perché si muoveva con estrema chiarezza e lucidità, senza il minimo dubbio su cosa dovesse fare. 
Il ragazzo strappò il blast-sonic a Sarrese prima che questi anche solo accennasse a toccarlo, lo strinse nel pugno, lo stritolò in un'esplosione di sangue e metallo. 
Poi colpì, col palmo aperto della mano, il colonnello sul petto, mandandolo a finire lungo disteso sul terreno. 
Si stagliò su di lui nella luce crudele delle torce che ancora brillavano dai corpi inerti degli agenti uccisi e dai fucili abbandonati, che illuminavano la caverna come un tragico presepe blasfemo. 
- Ora ti ucciderò, padre. 
- Masaniello sputò parole impastate a saliva scura - Lo farò coi miei denti, e le mie unghie. 
Sarà una cosa molto, molto lunga. 
Sono vissuto per questo momento, padre, e lo farò durare. 
Sarrese alzò la mano destra, le dita chiuse, l'anulare teso. 
Oltre la pelle e l'unghia dalla mezzaluna delicata, si intuiva un lampeggiare di congegni elettronici. 
D'un tratto, lampi di luce fulgida scaturirono dal dito dell'uomo, bagliori rapidi, violacei, in successione frenetica. 
Il viso di Sarrese e quello di Masaniello ne furono illuminati come dalla vampata di un flash. 
Subito il ragazzo si portò le mani agli occhi, cadde in ginocchio, si contorse, gemette. 
Si artigliò la carne, come per resistere a un dolore terribile. 
Con la massima tranquillità, il colonnello si rialzò, scosse la polvere dall'uniforme, raccolse un fucile e lo puntò contro Masaniello e Lara. 
- Dicevo, potrei essere il tuo padre biologico, William... 
Di certo, sono il tuo genitore in senso lato. 
Devi a me la tua esistenza, il tuo aspetto, i tuoi poteri. 
Io ho fatto di te ciò che sei. 
Ti conosco bene, William. 
So cosa ti muove, e ciò che può fermarti. 
- Cosa gli hai fatto, maledetto? - sibilò Lara, angosciata. 
Barcollando, aiutandosi con mani e ginocchia, la donna si precipitò a soccorrere il ragazzo. 
Masaniello tremava dalla testa ai piedi, l'occhio sano girato a mostrare il bianco, e muoveva le labbra senza riuscire a emettere un solo suono. 
Lara mise insieme alla bell'e meglio le scarse nozioni di Pronto Soccorso che ricordava, e infilò due dita in bocca al ragazzo per evitare che si troncasse la lingua a morsi. 
- Ancora qualche istante di pazienza, mia cara giornalista. 
- assicurò Sarrese, ghignando - Si tenga in caldo: tra un po' potrò tornare da lei... 
Anche se mi è passata la voglia, a dire il vero. 
Non è poi questa gran bellezza, lo sa... 
In quell'istante Lara fu sopraffatta da un odio assoluto, quale mai prima di allora aveva provato, in tutta la sua vita e oltre. 
Si sarebbe gettata contro Sarrese e il suo fucile a mani nude, se solo fosse riuscita a muoversi. 
Non era l'insulto, né la minaccia, né la violenza o l'umiliazione subita. 
Era la totale tranquillità del suo avversario a sconvolgerla: Sarrese giocava con lei, con Masaniello, con gli altri. 
Aveva giocato con loro sin dall'inizio, da sempre. 
Capirlo era terribile. 
Scosse il ragazzo, lo schiaffeggiò tentando di farlo riprendere. 
- Svegliati, presto! 
Svegliati, o ci ucciderà! Masaniello ebbe un sussulto, emise un lamento quale unico, flebile segno di vita. 
Il tremito diminuì appena. 
- Avanti! - esortò Lara - Alzati! 
Puoi farcela! - Dove... 
chi...? - balbettò il ragazzo. 
- Perde il suo tempo, giornalista. 
- l'assicurò Sarrese, sorridendo - William non ha i recettori tattili, ed è impossibile fermarlo col dolore. 
Però reagisce all'ultravioletto: alla giusta frequenza, posso provocargli una crisi epilettica a comando. 
Quasi a confermare quanto diceva, il colonnello fece scattare ancora il lampeggiatore innestato nel dito. 
Masaniello scattò, si dimenò come sotto l'effetto di una scossa elettrica. 
- L'ultima volta che ci siamo incontrati mi ha colto alla sprovvista: non credevo che il giustiziere mascherato fosse proprio William... 
- continuò Sarrese - Sinceramente, lo credevo morto da tempo... 
Quando ho scoperto la verità, ho creduto doveroso prepararmi a un nuovo incontro. 
Una buona pianificazione è essenziale, non crede anche lei? - Basta! - urlò Lara - Smettila! 
Lo ucciderai! Sarrese, condiscendente, spense il lampeggiatore. 
Masaniello rantolò, strisciò sul terreno tentando invano di arrestare il tremito. 
Macchie scure erano affiorate un po' ovunque sul suo vestito sdrucito, e si allargavano. 
- Ucciderlo? - considerò Sarrese - Sì, già dopo un paio di attacchi, questa frequenza gli è letale. 
Lo abbiamo verificato, su soggetti con le sue stesse caratteristiche fisiche. 
- Allora... ci sono... 
- ansimò il ragazzo - ...altri... 
come me? Lara, incredula, si rese conto che per la prima volta, da quando conosceva Masaniello, coglieva nella voce del ragazzo un registro particolare, un accenno diverso. 
Qualcosa che superava la sofferenza, e l'odio, che pure in quell'istante dovevano contendersi invincibili la mente del giovane. 
Speranza. Sbigottita, Lara capì che era proprio speranza il tono che sentiva, che avvertiva affacciarsi, timoroso e guardingo, nella domanda tremante di Masaniello. 
- Ci sono... altri come me...? - chiese ancora il ragazzo, con la voce del naufrago allo stremo che vede profilarsi all'orizzonte la luce dei soccorsi. 
- C'erano. - rispose Sarrese, controllandosi distrattamente le unghie. 
- Cosa...? - Almeno una di loro dovresti ricordarla, William. 
Era nella tua stessa corsia, all'ospedale. 
Volevi portarla via con te, ricordi? 
Il giorno prima della tua fuga la feci trasferire al Centro di Biopsia Specifica per altri esami. 
- Ro... Rosanna? - balbettò Masaniello, sotto lo sguardo incredulo di Lara. 
- Chi è questa Rosanna? - chiese la donna, attonita. 
- Una bambina. - mormorò Masaniello, sostenendosi a lei. 
- Una bambina? - ripeté lei. 
Masaniello sputò sangue e saliva. 
- Era piccola... 
Aveva paura... delle cose che si muovevano nel suo corpo... 
E temeva anche... 
i dottori... nei loro camici bianchi... 
e le maschere sterili... 
Poi, rivolgendosi a Sarrese in un tono gravido di aspettativa, balbettò ancora. 
- Lei... lei è come me? 
Io... io lo sentivo... 
E dove... dov'è, adesso? 
Sarrese scrollò le spalle, gelido. 
- Be', con me. In parte. 
- Co... come? - Ho una teca piena di suoi tessuti, in ufficio. 
Il resto... credo sia sparso tra i laboratori di Patologia e i gabinetti di Analisi. 
La visione della speranza che si spegneva nell'occhio di Masaniello superò in crudeltà qualsiasi orrore a cui Lara avesse mai assistito: il sangue e la violenza di quella battaglia tragica, al confronto, non erano stati nulla. 
Il ragazzo si raggomitolò su se stesso, le mani al viso, singhiozzando come un capretto ferito. 
Lara capì che era in agonia. 
Sarrese bilanciò il fucile, poi lo bloccò nell'incavo del gomito, prendendo tranquillamente la mira. 
- Allora? - chiese in tono leggero - Chi è il primo? 
Precedenza alle donne? 
O ai bambini? Questa volta Lara non chiuse gli occhi. 
Ricacciò indietro le lacrime e puntò lo sguardo dritto contro la canna del FAL. 
Era giusto così, lo sentiva. 
Alle spalle di Sarrese, all'improvviso, echeggiò un rumore di metallo che grattava sulla pietra. 
Sassi e terriccio rotolarono lontano. 
Una lama di luce solare dardeggiò nell'aria immota della caverna. 
- La squadra di rinforzo è arrivata. 
- considerò Sarrese - Ce l'hanno fatta, alla fine, quegli idioti... 
Bene, cari amici, qui si chiude la vostra ridicola rivoluzione. 
I miei uomini sanno che non devono prendere prigionieri. 
Del resto, a che varrebbe arrestare dei decerebrati? 
Sorrise ancora, prendendo la mira. 
- Questo piacere, però, lo riservo per me. 
Addio, giornalista. 
Il ringhio che si levò dai polmoni di Masaniello fece accapponare la pelle di Lara. 
Sorpreso, Sarrese alzò d'istinto il dito, a far scattare di nuovo il lampo violaceo. 
Ma il ragazzo, questa volta, non sembrò risentirne. 
Drizzò la schiena, si alzò lentamente e allargò le braccia, le dita protese come artigli. 
- Come... com'è possibile? - balbettò Sarrese, continuando ad azionare il lampeggiatore al dito, freneticamente, inutilmente. 
Quando la luce violacea investì in pieno il viso di Masaniello, Lara capì. A stento riuscì a non urlare. 
Fiumi di sangue correvano sulle guance del ragazzo e zampillavano fino a inzuppare il colletto sfilacciato della camicia. 
Le sue orbite erano due pozzi scarnificati. 
Masaniello si era cavato gli occhi con le unghie. 
- La tua luce non serve a niente, padre. 
- ansimò, tossendo saliva nerastra - Io non posso più vederla... 
Ma posso sempre sentire il tuo odore. 
Si gettò su Sarrese. 
- Ho poco tempo, padre. 
- boccheggiò, rotolando con lui a terra - Ma lo farò bastare. 
- Uomini, a me! - gridò il colonnello - Aiuto! 
Aiu...! Aaarrrrggggghhhhh! 
Lara si volse spaventata verso l'apertura nella parete della caverna. 
Due figure stavano allargando il varco. 
Questione di attimi e sarebbero entrati. 
Cercò disperata un'arma. 
Poi, come svegliandosi da un incubo, capì che era finita. 
- Siamo noi, guagliona. 
- disse Salvatore, precipitandosi in suo aiuto - Che è successo? 
Lara si voltò di nuovo. 
Le urla di Sarrese si erano mutate in un gorgoglio, poi si erano spente. 
Né il colonnello né il ragazzo incappucciato si muovevano. 
Lei raggiunse Masaniello, lo toccò sulla schiena, lo staccò dal corpo esanime di Sarrese. 
Quando riuscì a voltarlo e vide cosa il ragazzo aveva tra i denti, arretrò e si portò una mano alla bocca. 
- Cristo. - sussurrò Moretti, sopraggiungendo - Non credevo che si potesse scannare un uomo così, a morsi. 
Dietro di lui, Salvatore fissò trasognato il pezzo di carne sanguinolento in bocca a Masaniello, come se rifiutasse di capire cos'era. 
- 'sto sfaccimm' aveva un cuore, dopotutto. 
- mormorò alla fine. 
- Dobbiamo andare. 
- intervenne Moretti, togliendosi la camicia e posandola con un gesto protettivo sulle spalle di Lara - Tra pochi minuti questo posto scotterà. Possiamo solo portare al sicuro Masaniello e gli altri. 
- Non serve più. - disse la donna, mentre lacrime troppo a lungo represse le scorrevano lungo le guance. 
Si inginocchiò, prese il ragazzo in grembo, lo guardò a occhi bassi come una madre rassegnata in una composizione michelangiolesca. 
- Che dici? - È morto. 
- disse lei, piangendo. 
Da "In cerca di Masaniello" di Lara Mastrantuono Da molti mi viene chiesto, spesso, perché io non diffusi mai una fotografia, né un filmato, neppure un disegno, del viso che Masaniello nascondeva sotto la maschera. 
"Sei stata la sua cronista esclusiva, un tazebao umano durante tutto il corso della rivolta" mi viene rimproverato "Hai raccolto persino i suoi aforismi, le sue parole d'ordine, le sue riflessioni partorite ai piedi del Vesuvio, e ne hai fatto un libro. 
Eppure non hai mai voluto svelare il mistero celato sotto il drappo nero. 
Perché?" Devo dare atto ai miei critici: mi sono ostinatamente rifiutata di assegnare contorni precisi a una figura che si aggirava troppo vicino al confine del mito, con il risultato, forse, di spingerlo io stessa oltre la barriera. 
La conseguenza è che molti, oggi, pensano che Masaniello non fosse neppure un uomo in carne e ossa. 
Altri, i più, sono convinti che i piedi scalzi, la maschera nera e il vestito sdrucito da pescatore non celassero un uomo solo, ma che fossero in tanti a indossarli, secondo i casi e le situazioni. 
Per smentire queste illazioni, non posso portare che la mia testimonianza. 
Io conobbi Masaniello, vissi con lui per i due mesi che sconvolsero la metropoli partenopea e poi tutta la nazione. 
E so che esisteva, che era reale, e che era solo; dall'inizio alla fine, anche quando il numero delle sue apparizioni si moltiplicò, e molti si chiesero come egli potesse guidare al contempo la rivolta delle carceri, l'insurrezione al porto, il blocco delle linee di comunicazione, l'assalto alle caserme, il linciaggio dei trafficanti di exitrazina, le trattative col governo e la diffusione dei proclami. 
Lui poteva. Aveva un'energia, una forza di vivere e di lottare, tale da rivaleggiare in fulgore con il sole di Napoli. 
A spingerlo era una pulsione interiore che è difficile spiegare, o anche solo nominare, in un'epoca cinica e priva di valori come la nostra. 
Col rischio di apparire retorica, e persino pretenziosa, io lo farò ugualmente: è giusto così. L'energia di Masaniello era l'amore. 
L'amore per la sua gente, per la libertà, la felicità e la vita. 
Il suo amore, viscerale, immenso, totalizzante, era tale che, quando egli decise di rientrare nell'ombra, da solo come ne era uscito, esso gli sopravvisse, fecondo, incarnandosi nel ricordo e nelle opere che egli lasciava dietro di sé. Donandogli in definitiva, come meritava, l'immortalità. 18 Il traguardo più alto che un eroe possa perseguire nel nuovo secolo è quello di entrare in una nota a pie' di pagina. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Come ti senti? 
Anselmo non si mosse. 
Continuò a fissare il soffitto dall'intonaco butterato, intensamente, come se cercasse di leggere nelle screpolature della scagliola tracce carsiche del futuro. 
Lara sedette accanto al letto dell'anziano. 
La sedia cigolò piano. 
Lei si chinò in avanti, appoggiò i gomiti aguzzi sulle ginocchia nude. 
Fece correre lo sguardo lungo la stanza. 
Le lenzuola a righe bianche e azzurre erano pulite, ma consunte, gli angoli sfilacciati come ricordi perduti; sul comodino metallico, dipinto in un'improbabile tinta magenta, un posacenere a forma di conchiglia traboccava sigarette mutilate e polvere di tabacco. 
Il chiarore dell'alba filtrava a stento dal finestrone socchiuso, alto sulla parete, oscurato da una veneziana sgangherata, disegnando losanghe di luce sul pavimento di linoleum. 
- Sono io, Anselmo. 
- insistette Lara, alzando la voce. 
Il vecchio si voltò verso di lei. 
- Giornalista... 
- Riesci a sentirmi? 
Anselmo scrollò le spalle. 
- L'orecchio destro è andato. 
Il sinistro funziona ancora, in qualche modo... 
Il dottore ha detto che il timpano non è perforato del tutto. 
- Mi dispiace. - mormorò la donna - Di quanto è successo. 
Io... - Posso leggere le labbra. 
- l'assicurò il vecchio, orgoglioso - Ci sono sempre riuscito bene... 
Lara non replicò. Anselmo lo prese per un incoraggiamento. 
- Una volta io e Ciro Pascarella venimmo incaricati di sorvegliare il covo degli Afragolesi. 
Ricordo che il loro sistema ICM disturbava il microfono direzionale, ma la camera telescopica funzionava benissimo; potevo contare le pulci che saltavano sulla testa brillantinata di quegli idioti... 
E leggevo ciò che dicevano. 
Perfettamente. La falsa allegria di Anselmo non ingannò Lara. 
Il vecchio soffriva terribilmente, lei se ne rendeva bene conto. 
Gloria e gli altri le avevano spiegato la gravità delle sue lesioni. 
Le connessioni nervose distrutte dal colpo sonico non ricrescevano. 
Potevano solo peggiorare. 
Era una semplice questione di tempo, prima che... 
- Mi hanno detto che riesci a muoverti. 
- azzardò. - Riesco ad andare a pisciare da solo, questo sì. - replicò seccamente il vecchio - Anche se mi sembra di camminare su una barca in mezzo alla burrasca... 
Ma non voglio lamentarmi. 
Dimmi cosa succede là fuori. 
Lara annuì, lieta che lui le avesse rivolto così presto la domanda che lei, in fondo, si aspettava. 
- Intendi la rivolta? - Cos'altro? - Preferisci che inizi con le notizie buone o con quelle cattive? 
Il vecchio tentò di accendersi una Marlboro. 
Ci riuscì solo dopo averne spezzate tre. 
Le sue dita si muovevano senza alcuna coordinazione. 
Lara non osò aiutarlo. 
- Scegli tu, giornalista. 
- Bene... - mormorò la donna - La polizia e gli SSI sembrano impazziti: stanno battendo i quartieri senza tregua. 
Ci sono blocchi stradali ovunque, perquisizioni senza preavviso, arresti in massa. 
E di notte c'è il coprifuoco. 
Non si sono mai viste tante autoblindo e convertiplani in giro... 
Abbiamo dovuto abbandonare la vecchia base NATO: scottava troppo. 
Anche questo rifugio, forse, non è più sicuro. 
Anselmo aspirò il fumo. 
Tossì malamente, deglutendo a fatica. 
- Adesso dammi le notizie cattive. 
Lara sgranò gli occhi. 
- Perché, queste ti sembravano buone? 
Il vecchio annuì. - Certo. 
Significa che il Prefetto e il Sindaco se la stanno facendo sotto. 
- Sei sicuro? - Ma certo. 
Il coprifuoco... 
Ti rendi conto? Qui a Napoli non lo avevamo dal 1977. 
Va tutto a nostro vantaggio. 
- Perché? - Farà crescere l'odio e il risentimento in città. Spingerà la gente dalla nostra parte. 
Anche gli indecisi, anche i rassegnati, anche quelli che, come sempre, tirano a campare. 
Lara ripensò alle parole di Sarrese, sul condizionamento latente e sugli schiavi felici di esserlo. 
Si morse le labbra dubbiosa. 
- Sei sicuro? - ripeté. - Certo che sono sicuro. 
- protestò il vecchio - Cos'altro mi resta, se non la sicurezza? 
Avanti, dimmi il resto. 
Lei riprese, condiscendente. 
- A Poggioreale sono arrivati i carri armati. 
Gli insorti volevano attaccarli, ma noi li abbiamo convinti a tagliare la corda. 
È stata una fuga di massa spettacolare. 
Gli incendi al Centro Direzionale sono durati per ore. 
Anselmo batté le palpebre, visibilmente impressionato. 
- Siete riusciti a farvi ascoltare da quel branco di ossessi? 
Da non credere. Lara scrollò le spalle. 
- Avevamo Masaniello. 
Loro non chiedevano che di seguirlo. 
Anselmo socchiuse gli occhi. 
- Questa era una notizia cattiva, vero? - Cattiva? 
Non capisco... Lui sorrise amaro. 
- Dove nasconderemo tutti quei ricercati? 
I rifugi non bastano neppure per noi. 
E come li nutriremo, come li cureremo? 
Non possiamo certo sostenere un esercito, lo sai benissimo. 
- Salvatore e gli altri pensano che basti armarlo. 
Si stanno preparando per assaltare l'Arsenale di Capodimonte. 
Anselmo annuì, colpito. 
Meditò a lungo, poi rispose pensieroso. 
- Forse hanno ragione loro... 
- Credo di sì. - E del resto, ormai è tardi per tirarsi indietro. 
A cosa puntano, dopo l'Arsenale? 
Lara si dondolò sulla sedia. 
Era molto scomoda per il suo corpo spigoloso. 
Avrebbe voluto alzarsi e passeggiare per la stanza, ma non le sembrava giusto nei confronti di Anselmo. 
Si sforzò di rimanere seduta. 
- Abbiamo deciso di bloccare Capodichino. 
Non è poi così difficile... 
Moretti ha calcolato che sia sufficiente un annullatore di campo e un centinaio di chili di C-3. 
- L'aeroporto? Ma è presidiato da due battaglioni! È un suicidio! - Non sarà un'insurrezione, come al Porto. 
Pensiamo a un attacco "mordi e fuggi". 
Distruggeremo la pista e lasceremo sulle macerie il nuovo proclama di Masaniello. 
E questa volta ci rivolgeremo al governo centrale. 
Non potranno ancora far finta di ignorarci. 
- Il nuovo proclama di... 
- ripeté Anselmo, cupo. 
Spense la sigaretta. 
- Quanti tra noi sanno la verità, giornalista? 
Lara abbassò gli occhi. 
- Moretti e Salvatore, naturalmente. 
E un altro paio di compagni, quelli che ci hanno aiutato a portarlo... 
a portarvi fuori dalla caverna. 
- Troppi. - Sono fidati... 
Hanno capito quanto sia importante. 
- E noi lo abbiamo capito, giornalista? 
Lara accavallò le gambe, inquieta. 
- Che vuoi dire? - Tu ne stai facendo un eroe. 
- mormorò il vecchio - Ma non è giusto. 
Lui non era così. - Che vuoi dire? - Non si interessava affatto a noi, alla nostra lotta. 
Non credo che ci fosse posto, nella sua testa, per qualcosa di diverso dalla sua follia. 
- No, aspetta... 
- C'ero anch'io in quella caverna! - tagliò corto Anselmo - Ha lasciato che ci facessero a pezzi senza muovere un dito, e tu lo sai benissimo. 
- Non lo nego. Ma non volevo dire questo. 
- E allora cosa? 
Le dita di Lara corsero istintivamente agli orecchini. 
Poi si fermarono: non li portava più. La donna intrecciò le mani sotto il mento. 
Fissò Anselmo negli occhi. 
- Io credo... credo che la cosa veramente importante nella vita... 
non sia come la si affronta, ma come si riesce a raccontarla, a se stessi e agli altri. 
Il vecchio considerò a lungo l'affermazione di Lara. 
- Sei molto cambiata, da quando ti ho conosciuta - disse alla fine. 
- Non credo. - ribatté la donna, con serenità - L'ho sempre pensata così. - Ne sei sicura? - L'unica differenza, credo, è che una volta non avrei tradotto i miei pensieri in azioni. 
O in scritti... - ammise Lara - In questo, sì, sono cambiata. 
E il merito è vostro. 
- In scritti... - Anselmo sollevò il cuscino, sfogliò una manciata di appunti vergati a mano - Ho dato un'occhiata alla roba che mi hai lasciato ieri, quando sei passata e credevi che io dormissi... 
- Mi avevi visto, allora? 
E perché... - Non mi sentivo in vena di chiacchiere. 
- tagliò corto il vecchio - Ma non preoccuparti: i tuoi appunti mi hanno fatto compagnia, stanotte. 
- Allora? - chiese lei, apprensiva. 
- Be', quant'è vero che il mare del Golfo è salato, non ho mai sentito nessuna di quelle frasi dalla bocca del ragazzo. 
A dirla tutta, non gli ho mai sentito pronunciare qualcosa di più prolisso di un monosillabo. 
Dove hai pescato quel campionario di sermoni, giornalista? - Ho saccheggiato i classici. 
- confessò Lara - Tolstoi, Twain, Brecht, Shakespeare... 
- Una bella plagiaria. 
Lei sorrise. - Non lo scoprirà mai nessuno: quegli autori ormai non si leggono più, né in questa città né altrove... 
- Cosa hai in mente? - Pensavo di farne una sorta di "Libretto Rosso" della nostra... 
chiamiamola pure rivoluzione. 
"I pensieri di Masaniello", se vuoi. 
Oppure "I pensieri all'ombra del Vesuvio". 
Il titolo possiamo deciderlo insieme. 
Lui scosse la testa. 
Ma alla fine sorrise. 
- Gli hai assegnato azioni non sue, attribuito meriti non suoi... 
e adesso gli metti in bocca parole non sue... 
L'importante in una vita è come la si racconta agli altri, vero? - Anche a se stessi. 
- ripeté la donna, con voce ferma. 
- E va bene, forse hai ragione tu... 
- Anselmo si accese una nuova sigaretta. 
Tossì, mentre il fumo si levava faticosamente in volo verso la finestra socchiusa e la sua illusoria libertà. - Pensi mai alla morte, giornalista? - Come? - replicò Lara, sorpresa da quel repentino cambio d'argomento. 
- Rammenti cosa ti dissi nella caverna, prima che mi facessero... 
- il suo sguardo corse lungo le lenzuola - ...questo? - Di cosa parli? - "Mi dispiace solo perché non vedrò la fine di questa storia"... 
Ti ricordi? Anselmo mosse in tondo la mano; la brace della sigaretta delineò un cerchio rosso nell'aria sonnolenta. 
- È ancor più vero oggi, giornalista. 
Questa storia si sta facendo sempre più interessante, e mi piacerebbe davvero sapere come andrà a finire... 
Purtroppo, non ne avrò il tempo. 
- Smettila! - lo redarguì Lara, mentre un nodo le stringeva l'anima. 
- Tu come vedi la morte, giornalista? - proseguì il vecchio, ignorandola - Resterà qualcosa, di noi, o si spegnerà tutto, come da un video quando si stacca la spina? - Non mi piace sentirti parlare così... - E se davvero sarà la fine di tutto, che senso avrà avuto lottare, soffrire, prodigarsi in nome di qualcosa? 
Comunque sia andata, vincitori o sconfitti, ci dovremo alzare dal tavolo di gioco, tornare nel buio da cui siamo venuti e lasciare le nostre fiches nelle mani di altri... 
Anselmo tossì ancora, questa volta più dolorosamente - Se vivremo ancora soltanto nel ricordo dei nuovi giocatori di questa assurda partita, allora, giornalista, forse hai ragione tu: l'importante è come la nostra esistenza verrà raccontata. 
Lara, all'improvviso, lanciò uno sguardo di soppiatto verso la finestra, come se avesse sentito qualcosa attraverso la veneziana e i vetri socchiusi. 
Anselmo se ne accorse subito. 
- Che succede, giornalista? - Masaniello è tornato, credo. 
Il vecchio annuì. - È meglio che tu vada, allora. 
- Perché? - Ci sarà bisogno di te, laggiù. - Anselmo, io... 
- Solo una cosa, giornalista, prima che tu ti chiuda quella porta alle spalle. 
- Anselmo si issò faticosamente sulle ginocchia. 
Il suo viso cotto dal sole si raggrinzì in un sorriso. 
- Non fare lo stesso con me. 
- Lo stesso cosa? - balbettò la donna. 
- Lo sai benissimo. 
- il sorriso del vecchio si spense - Non rendermi un martire, giornalista. 
Né un eroe. Raccontami per quello che sono, per quello che ero. 
- Io... - Va', adesso. 
- tagliò corto Anselmo, come un epitaffio - La tua Storia aspetta... 
O meglio, sei tu ad aspettare lei. 
Vai. Lara, controvoglia, obbedì. Uscì dalla stanza di Anselmo, scese le scale, affollate come sempre da piramidi di masserizie, animali pulciosi e bambini sentinella, si diresse verso quella che Masaniello, nella fraseologia militare non priva di ironia che esibiva adesso, aveva battezzato "Centrale di coordinamento tecnico". 
Non era nient'altro che uno stanzone schermato, con mappe della città e dei sotterranei, sfregiate da segni di pennarello e trafitte da spilli, affisse alla parete, ma il nome bastava a conferirgli un'aura di rispetto. 
Vide che gli altri stavano entrando in quel momento. 
Sembravano eccitati. 
Desiderosa di risposte, Lara cercò di individuare nel gruppo qualche figura nota. 
Il Collettivo, rifletté, era molto cambiato, dal giorno della battaglia nelle caverne di Posillipo: Stefano e gli altri caduti erano stati rimpiazzati da nuovi arrivati; lo stesso era avvenuto con i vecchi capi, che avevano ceduto volontariamente il loro posto a compagni più giovani. 
Moretti, poi, aveva contribuito in modo decisivo al rimescolamento delle carte: Lara ricordava ancora con sgomento la rivelazione di due giorni prima: l'ex agente della Sezione, finalmente accettato da tutti, aveva spiegato che l'Intelligence governativa infiltrava regolarmente tutti i gruppi considerati eversivi, e che quindi anche in mezzo a loro dovevano esserci informatori, coscienti o meno di esserlo. 
Moretti aveva illustrato delle tecniche standard per l'individuazione delle spie, e aveva dimostrato la loro validità smascherando tre "lazzari" della prima ora. 
Fra i vestiti e sotto la pelle dei tre, fra lo stupore di tutti, erano stati scoperti segnalatori e microfoni in biofibra. 
Moretti aveva verificato che, fortunatamente, gli strumenti erano ancora "dormienti", ma certo si sarebbero attivati da un momento all'altro, visto che adesso erano tutti ricercati. 
Grazie a l'ex agente, con ogni probabilità, il cervello della rivolta era al sicuro da delatori e spie. 
- Ce l'abbiamo fatta! - disse a Lara il primo lazzaro che si calmò quel tanto che bastava a darle retta - Siamo sbucati dalla fogne, proprio dietro le loro linee di difesa! - Non ci aspettavano davvero, quei cornuti! - echeggiò un secondo - Gli abbiamo fatto 'o mazzo! - Abbiamo perso solo due dei nostri! - aggiunse un terzo - Una grande vittoria! - L'arsenale? - azzardò Lara, sorpresa - Lo avete assaltato? 
Ma... - Masaniello non ha voluto aspettare. 
- spiegò il lazzaro - C'erano rischi di soffiate, ha detto. 
E aveva ragione. 
- Quello sa sempre tutto. 
- mormorò il secondo, la voce carica di rispetto. 
- Hai ragione! - approvò il terzo, ridendo soddisfatto - Se mi desse i numeri, andrei subito a giocarli. 
- Dov'è, adesso? - li interruppe Lara. 
Il lazzaro gesticolò, spargendo goccioline odorose di sudore intorno. 
- Di sopra, in infermeria. 
- Infermeria? - ripeté la donna, inquieta - Forse... 
- Non è lui ad averne bisogno, naturalmente - disse l'uomo, con sufficienza, come se avesse a che fare con un'interlocutrice non troppo sveglia - È il suo braccio destro, quel Moretti, a essere stato ferito. 
Lara gli rivolse un vago cenno di saluto e corse di nuovo su per le scale. 
Imboccò il corridoio opposto a quello in cui si trovava la stanza di Anselmo, voltò l'angolo, percorse ancora una cinquantina di passi, in una corsa affannosa. 
Giunse nel locale adibito ad approssimativa infermeria col fiatone, ma non perse tempo a calmare le sue pulsazioni. 
Vagò tra le brande, lanciò occhiate tra i pochi feriti che giacevano o sostavano seduti in attesa di essere medicati. 
Un paio, a gambe incrociate su una lettiga, aveva improvvisato una partita a carte; un altro, atteggiando la mano insanguinata, si divertiva a proiettare ombre cinesi sul muro imbiancato. 
Nessuno, neppure tra i più gravi, emetteva un lamento. 
Nell'aria c'era odore di disinfettante e di caffè. - Lara! 
La donna si voltò, incrociando gli occhi verde sciroppo di Moretti. 
L'ex agente speciale, appollaiato su un alto sgabello, aveva la gamba sinistra dei calzoni arrotolati fin sopra il ginocchio, e una brutta ferita dai bordi frastagliati che si estendeva intorno al polpaccio tatuato. 
Una ragazza dai capelli d'inchiostro, sedutagli di fronte, stava provvedendo a pulire e cucire insieme i lembi dello squarcio. 
L'ago sterile si muoveva tra le sue dita con movimenti aggraziati. 
Lara, inspiegabilmente, ebbe la sensazione di una scena già vissuta. 
- Una scheggia. - spiegò Moretti - Ho avuto sfortuna. 
- Mi dispiace. - Non preoccuparti: ho chi si prenderà cura di me. 
Ricordi Teresa, vero? 
Il deja-vù si concretizzò. Con meraviglia, Lara riconobbe nella ragazza mora l'infermiera del Cardarelli. 
Senza il camice bianco, le sembrò ancora più graziosa dell'ultima volta che l'aveva veduta. 
- Cosa le avevo detto, signora? - rise la giovane, cogliendo lo stupore di Lara - Io e Jacques siamo fatti uno per l'altra. 
Tra un po' mi chiederà di sposarlo. 
- E una sorpresa vederti qui... 
Teresa. - considerò la donna. 
L'infermiera diede l'ultimo punto, poi avvolse con una garza elastica il polpaccio di Moretti. 
Valutò il suo lavoro, e infine annuì soddisfatta. 
- Io e i miei colleghi abbiamo visto troppe porcherie, da quando i militari hanno monopolizzato il reparto... 
Abbiamo mandato una delegazione al Prefetto, per protestare e denunciare gli abusi... 
Non sono mai tornati. 
Pensavamo a uno sciopero, ma avevamo paura. 
Poi abbiamo letto il proclama di Masaniello, e molti di noi hanno deciso di passare alla clandestinità. - Capisco... 
- commentò Lara, impressionata dal vedere come si allargavano i cerchi concentrici di onde dalla superficie che lei, quasi per gioco, aveva cominciato a increspare. 
- Ho finito, Jacques. 
- informò Teresa, lanciando all'ex agente un sorriso complice. 
- Mi duole ancora. 
- protestò Moretti - Potrò camminare? - Mi spiace, Jacques. 
- si scusò lei, aiutandolo a scendere dal trespolo - Non ho microsonde né tessuto cicatrizzante, qui. 
Dovrai stare a riposo per almeno quattro giorni. 
Niente movimenti bruschi, né sforzi con quella gamba. 
Lui si appoggiò alla ragazza. 
Nonostante le fitte di sofferenza che gli attraversavano il volto, sembrava felice. 
- Sono completamente ai tuoi ordini, crocerossina. 
Tra la sorpresa e l'imbarazzo, Lara colse l'intimità crescente tra i due, e comprese di essere di troppo. 
- Dov'è Masaniello? - chiese, cercando un pretesto per allontanarsi. 
- Lui torna sempre da solo, come sai. 
- rispose Moretti, in tono allusivo - Lo troverai al solito posto. 
Lei fece per andare, ma l'uomo la trattenne. 
- Aspetta! - Che succede? - Qualcuno mi ha chiesto di te. 
- Moretti accennò alle proprie spalle - Laggiù. Lara seguì il dito dell'ex agente, indugiò con lo sguardo sul gruppetto che sostava oltre ingresso opposto dell'infermeria. 
Alla fine sorrise. 
- Be', decisamente è il giorno delle sorprese, questo. 
L'uomo le voltava le spalle. 
Lei poté giungergli accanto senza che questi si accorgesse di lei. 
Lara provò un senso di sollievo misto a piacere nel ritrovarsi di nuovo di fronte, come frantumi di quotidianità in un mondo andato in pezzi, quegli aloni odorosi intorno alle ascelle della camicia, quei fondi di bottiglia calcati sulla punta del naso aquilino, quei capelli sottili come sbuffi di fumo. 
- Come stai, Attilio? 
Il caporedattore la riconobbe, avanzò di un passo, esitò. Lara pensò che volesse abbracciarla, ma alla fine l'uomo le prese semplicemente una mano, la tenne a lungo stretta nella sua. 
- Non so dirti quanto mi faccia piacere rivederti, Lara. 
Il suo tono era sincero. 
La donna notò gli ematomi sul viso, i vestiti stazzonati, la barba mal rasata... 
Pigramente, si chiese se anche il suo aspetto fosse così terribile. 
Forse. Non le importava, in fondo. 
- Come sei finito qui? - chiese. 
- Ero a Poggioreale. 
- rispose lui, scrollando le spalle. 
- In carcere? Perché? Attilio scosse la testa. 
Lara si accorse che teneva qualcosa nel pugno chiuso. 
Le sue dita si muovevano metodicamente. 
Guardò meglio. Sorrise, riconoscendo una graffetta ormai informe. 
Quei replay di normalità la facevano rivivere. 
- Dall'ultima volta che ci siamo visti, ho passato tutto il mio tempo dietro le sbarre. 
- raccontò il caporedattore - E senza nessuna accusa, capisci? 
Credo volessero spaventarmi, ma poi dev'essere successo qualcosa, perché si sono dimenticati di me... 
Quando è scoppiata la rivolta, mi sono ritrovato coinvolto. 
Sapevo di rischiare ma, capisci, non reggevo più quella cella. 
Ho seguito gli uomini del tuo Masaniello, ed eccomi qui. 
Lara sorrise, ma senza la minima cattiveria. 
- Dev'essere stata un'esperienza notevole, per te. 
- Lo è stata di più per lui. 
- replicò Attilio, indicando un uomo intento a sgomitare di fronte al tavolo con le provviste che il Collettivo aveva fatto preparare in fretta e furia per i nuovi arrivati: si dava da fare con molta energia, e ogni tanto imprecava "Al diavolo!" all'indirizzo dei suoi avversari di tavolata. 
- Carmine? - esclamò Lara, incredula - Non lo avevo riconosciuto. 
- Il carcere non era per lui. 
Ha perso dieci chili in due settimane... 
- Attilio gettò quel che restava della graffetta lontano; infilò una mano in tasca, ne trasse una ancora integra, riprese a tormentare il metallo. 
- Dieci chili, capisci? È un genere di dieta che non raccomanderei a nessuno. 
Poi la fissò negli occhi. 
- Credi che potremo tornare a casa? - Non ancora, temo. 
- rispose lei, seria - Il meglio... 
o il peggio, a seconda dei punti di vista... 
deve ancora venire. 
Si aspettava che l'altro protestasse, o che chiedesse spiegazioni. 
Attilio invece annuì con aria responsabile. 
- Credi che potrei essere utile, allora? 
Lei rimase interdetta. 
- Questa è una guerra, Attilio. 
- Lo so. - assentì lui, deciso. 
- E non è giusto che tu la combatta e io resti a guardare. 
Non credi? Il rispetto che Lara provava nei confronti del suo ex capo crebbe. 
Non l'aveva mai considerato uno stupido, ma forse non era mai riuscito a pensare a lui come a un alleato. 
Oziosamente, si chiese se sua madre, in fondo, non avesse visto più lontano di lei. 
Attilio teneva la sua mano ancora stretta nella sua, come se traesse energia da quel contatto. 
Lara lo fissò a lungo. 
Alla fine annuì. - Credo ci sia bisogno dell'aiuto di tutti. 
- Dimmi cosa potrei fare, allora. 
- Meglio raccontarti tutto dall'inizio. 
- commentò Lara. 
Prefazione L'ipertesto che state per leggere è qualcosa di più della cronaca di una rivolta. 
Ho tentato di riversare nei suoi capoversi e nei suoi link tutte le sensazioni, i valori, i drammi, le verità e i segreti di un evento unico nella storia di questo nostro giovane secolo, un evento nel quale sono entrata forse indegnamente, seguendo gli indizi di un'inchiesta giornalistica, ma che poi ho vissuto in pieno, accettandone compiutamente le sofferenze e i rischi. 
Questo ipertesto, sappiatelo, è il mio ultimo lavoro. 
La cronista che ero un tempo non esiste più: la Lara Mastrantuono di oggi ha deciso di dedicarsi anima e corpo alla ricostruzione della città, alla cura dei diseredati e delle vittime della nostra breve ma furiosa guerra civile. 
In accordo a tale scelta, i proventi che deriveranno dalla vendita di questo saggio saranno interamente devoluti al Fondo Sociale Masaniello. 
Sappiatelo, quando acquistate il disco o scaricate il testo via rete: non state solo pagando per un frammento di Storia, ma state anche contribuendo a edificare le fondamenta di un nuovo vivere civile. 
Il resoconto che state per leggere è stilato quasi sempre in prima persona. 
Benché possiate trovare la cronologia degli avvenimenti in appendice, scopo del testo che avete di fronte non è narrare freddamente lo svolgersi degli eventi. 
Tutti voi, ne sono sicura, avete letto i proclami sulla Rete, siete stati informati dai notiziari sui media, avete assistito sul teleschermo a tutte le immagini possibili, dagli scontri di piazza alle battaglie fino all'armistizio; tutti voi avete seguito lo smascheramento del complotto, i negoziati di Anacapri, il processo ai vertici della Sezione Speciale, l'elezione del governo provvisorio, il graduale ritorno alla normalità... Io non ripeterò banalmente ciò che è stato detto, non mostrerò ciò che è già stato visto. 
Anche se presenterò i fatti e i personaggi attraverso le lenti fredde della Storia, il mio punto di vista sarà comunque soggettivo, interno agli eventi, pregno di essi. 
Io andrò a fondo, sviscererò le psicologie degli attori e il perché delle decisioni. 
Omaggerò chi ha perduto la vita credendo in ciò per cui lottava; ricorderò non solo i capi, ma anche i gregari. 
Ricorderò chi non si rassegnava, chi aveva a cuore il futuro proprio e quello degli altri, chi anteponeva la dignità e il diritto al conformismo... 
Da tutto ciò, forse, sarò tentata di trarre una morale, e finirò magari nel cadere nel retorico. 
Non importa. Ciò che conta è che il messaggio giunga a destinazione. 
Voi lettori, alla fine, capirete che la rivolta di Masaniello non è stato, come qualche sciocco urlatore dei media ha insinuato, un accadimento tra il folkloristico e il surreale, una guerra dialettale di tarallucci e mandolino. 
Capirete che essa ha concretizzato invece un pericolo latente, sospeso su tempi e luoghi anche molto diversi da Napoli e dai giorni nostri. 
Ciò che è avvenuto nella città del Golfo e del Vulcano è già avvenuto e può ripetersi. 
Possiamo solo sperare che, ovunque avvenga, ci sia sempre un Masaniello pronto ad affrontare la minaccia e chi la rappresenta. 
Di eroi come lui ci sarà sempre bisogno. 
Epilogo Quando guardo gli scugnizzi di Forcella mi trafigge una pietà, ingiustificata, certo irrichiesta, per queste creature innocenti, condannate dai potenti a diventare, senza speranza, vili e cattive. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano - Mi ricevi, Lara? - Perfettamente, Teresa. 
- Provo ad attivare il video, allora. 
- Sono pronta. Lara batté le palpebre per adattarsi alla luce improvvisa. 
Le immagini presero a formarsi, prima simili a forme scure che emergessero dalla nebbia, poi sempre più nidite. 
Il visore le procurava un formicolio leggero intorno alle tempie, ma per il resto l'illusione era perfetta. 
Teresa era una decina di centimetri più alta di lei, per cui la prospettiva le era insolita. 
Tutto sommato, però, le occorse solo qualche istante perché la visione le risultasse naturale. 
Il giardino della clinica era una macchia di verde assediata dai massicci palazzi del Vomero. 
Un vecchio olmo si ergeva con pervicacia a sfidare le muraglie di cemento. 
Gli faceva corte un drappello di alberi più giovani, qualche ulivo, e una quercia dal tronco grottescamente contorto. 
Più lontano, una siepe di pitosfori di un intenso color smeraldo faceva cortina al cancello d'ingresso. 
I rami ondeggiavano alla brezza. 
Cirri sottili si ricorrevano in cielo. 
La cacofonia dei clacson dalla vicina tangenziale si stemperava contro le barriere sonore curve sul giardino come madri che proteggessero i loro piccoli. 
- Quando sei pronta, io entro. 
- Te lo dico ancora una volta, Teresa. 
Non sei obbligata a correre questi rischi per me. 
Non ho nessun diritto di chiedertelo. 
Lara sentì il sorriso dell'altra come un contrarsi degli attuatori interni al casco. 
- Il debito che noi tutti abbiamo nei tuoi confronti è troppo grande perché io riesca a saldarlo, Lara. 
Non lo faccio per riconoscenza, non ci provo neppure. 
Lo faccio perché posso. 
- Ma è pericoloso. 
Lei sarà certamente sorvegliata. 
- Io sono un'infermiera. 
- obiettò Teresa - La mia presenza qui è perfettamente naturale. 
Lara si morse le labbra. 
- Sì, ma... - E poi... 
- aggiunse Teresa - dobbiamo provare il Coax20. 
Quale occasione migliore? - E... 
se intercettassero il segnale? - Impossibile. 
- Perché? - Jacques dice che non possono. 
Lo ha spiegato, ricordi? 
Dopo che lui e i compagni lo hanno riprogrammato, il trasmettitore cambia portante due volte al secondo, seguendo schemi... 
come li ha chiamati? 
Markoviani? Lara scosse la testa, facendo tintinnare il visore. 
La facilità con cui i lazzari si impadronivano degli strumenti e dei concetti scientifici propri dei loro avversari non finiva di stupirla. 
Eppure, considerò, era meno sorprendente di quanto sembrava. 
La gente di Napoli, meditò pensierosa, era sempre stata maestra nell'arte dell'imitazione e della contraffazione. 
In quel frangente, semplicemente, i suoi compagni di lotta avevano volto la loro tradizionale abilità in un "modello giapponese", e avevano dato il via a un'analisi (artigianale, ma non per questo meno efficace) delle armi e dei dispositivi tecnici del nemico. 
Forse non sarebbero riusciti a pareggiare le forze in campo, ma almeno ci provavano. 
E forse, rifletté, ci voleva proprio una rivoluzione per dare il "la" a quel massiccio trasferimento di tecnologia che chi governava la città e il continente aveva sempre negato. 
L'immagine tremolò, e Lara capì che Teresa stava sistemandosi le stanghette degli occhiali che ospitavano i sensori del Coax. 
- D'ora in avanti dovrò proseguire in silenzio - sussurrò la giovane infermiera - Tu, però, continua a parlarmi... 
Io vedrò di risponderti, in qualche modo... 
- Come? - Vediamo... 
Darò un colpo di tosse per dire "sì", e deglutirò per dire "no". 
Ti sta bene? - D'accordo. 
- approvò Lara. - Attenzione, entro. 
Come Lara si aspettava, c'era una guardia all'angolo del corridoio. 
Era di mezza età, d'aspetto pingue e annoiato. 
La sua uniforme grigia e gialla era stazzonata, l'AIM regolamentare pendeva impolverato dalla sua spalla. 
Quella dimostrazione di scarsa marzialità non sorprese affatto Lara. 
Di certo, si disse, con la rivolta in corso il comando della Sezione Speciale aveva disposto che tutti gli uomini validi fossero di pattuglia per le strade. 
Il piantonamento dei sospetti doveva essere stato delegato alle riserve. 
Una microcamera brillava all'angolo del soffitto, rivelata da una lama di luce proveniente dal finestrone con le imposte a losanga che areava l'ambiente. 
Forse ce n'erano altre, pensò Lara. 
Ma non costituivano un problema, concluse: Teresa non aveva partecipato a nessuno scontro, e di certo non era schedata. 
Anche il suo momentaneo abbandono del posto di lavoro al Cardarelli, del resto, non era insolito, in quella città e in quei giorni di caos. 
Forse, considerò Lara, la sua assenza non era neppure stata notata. 
Attraverso gli occhi di Teresa, Lara fece correre lo sguardo lungo la corsia. 
Non tutte le brande erano occupate: un gruppetto di degenti era raccolto, chi in piedi, chi seduto, chi reggendosi a un bastone, a formare un capannello vivace seppure composto. 
- Vai laggiù, Teresa. 
- propose Lara - Voglio vedere. 
La giovane infermiera diede un colpo di tosse. 
Avanzò lungo il corridoio di piastrelle bianche, che risplendeva di quel candore opaco così tipico dei detergenti dei grandi ospedali. 
I suoi sandali di legno echeggiavano piano contro la ceramica di poco prezzo. 
Quando fu abbastanza vicina, i pazienti in cerchio sembrarono notarla. 
Alcuni assunsero un'espressione imbarazzata, altri contrariata. 
Ma i più si fecero da parte, lasciando intravedere il fulcro intorno a cui ruotava il capannello. 
Lara sorrise. Dovevo immaginarlo, pensò. La tinta turchese dei capelli era scomparsa. 
Le piccole cicatrici al mento e intorno all'occhio destro avevano cancellato gli effetti del lifting e dato strada all'inevitabile ritorno delle rughe. 
La gamba in trazione e le bende intorno alle mani la facevano sembrare fragile nonostante la pienezza del corpo che si intravedeva oltre il lenzuolo. 
Eppure, si disse Lara, sua madre appariva in forma: quella signora dai capelli d'argento e dai segni profondi come abissi intorno agli occhi appariva vera, attiva e vitale, come se il simulacro di plastica e ciglia finte avesse lasciato il posto all'originale, e si fosse dimostrato alla fine indegno di sostituirlo. 
- Che succede qui? - chiese Teresa, in tono professionale. 
Dalla cerchia di malati si levò un coro di proteste. 
- Andiamo, infermiera, non facciamo niente di male! - Non diamo fastidio a nessuno! - È il nostro turno! 
Abbiamo aspettato tanto! 
Non può rimandarci nella nostra corsia, adesso! - Non sarebbe giusto! - Sì. Se vuole, la signora lo farà anche a lei. 
Lara, attraverso gli occhi di Teresa, inquadrò direttamente sua madre. 
Sembrava essersi ripresa più che bene dallo shock dell'aggressione e della violenza subita. 
La cartella clinica recitava, tra gli altri sintomi, "amnesia". 
Evidentemente, considerò con afflizione Lara, la mente di sua madre aveva pietosamente rimosso il ricordo. 
- Lei dovrebbe riposare, signora. 
- osservò Teresa. 
- Oh, naturalmente, mia cara... 
- assentì l'altra. 
Nel sorriso sereno di sua madre, Lara vide che la dentatura rifatta non era più perfetta, ma che tutto sommato l'effetto adesso era migliore, perché più naturale. 
- ...ma questi cari amici aspettano il loro oroscopo. 
- aggiunse - Come posso deluderli? 
Lara seguì lo sguardo sorpreso di Teresa. 
Si chiese come sua madre avesse potuto trovare le figure dei tarocchi anche in ospedale. 
Scosse la testa, sorridendo: certe cose non erano cambiate affatto. 
- Vuole che legga le carte anche a lei, signorina? - propose la matrona. 
- Accetta. - sussurrò Lara. 
Teresa deglutì. - Lo so, è una sciocchezza. 
- insistette Lara - Ma voglio assicurarmi che stia bene. 
Teresa tossì. - D'accordo, signora. 
Cosa dice di me la sua sfera di cristallo? 
L'altra assunse un aria compita, e cominciò a disporre i tarocchi in fila sul lenzuolo. 
- Odio e amore. - disse seria, e Laura ne fu quasi deliziata - Due facce della stessa medaglia. 
La strada per il cuore di chi le sta vicino è stata aspra, e lo sarà ancora in futuro. 
Ma lei è felice, perché chi la ama... 
è un soldato, vero signorina? finalmente le è accanto, e ha capito quanto lei sia importante. 
Non la lascerà più andare. 
Lara si rese conto che Teresa tratteneva il respiro, colpita. 
- Non ce la puoi fare con mia madre. 
- l'assicurò - In queste cose è imbattibile. 
- La ringrazio, signora. 
- mormorò Teresa - Adesso, però, mi permetta di sistemarle lo schienale. 
Incurante delle proteste, la giovane infermiera allontanò gli altri pazienti, impostò i comandi del letto in modo che lo riportassero in posizione orizzontale, e infine sistemò il guanciale in posizione più comoda. 
Nell'ultimo movimento, quando le sue labbra furono accanto all'orecchio della matrona, sussurrò poche parole. 
- Lara sta bene. 
Non deve preoccuparsi per lei... 
È al sicuro. Ah... 
le manda questo. 
Fece scivolare l'involto sotto il lenzuolo. 
Poi si allontanò con viso impassibile e incedere professionale. 
- Non avresti dovuto farlo. 
- la riprese Lara - Un rischio inutile. 
Vederla era già sufficiente, per me. 
Teresa non replicò. Neppure con un cenno. 
Non ce ne fu bisogno. 
Le bastò invece lanciare un ultimo sguardo alla donna dai capelli d'argento, appena prima di varcare la soglia della corsia, perché Lara si rendesse conto di avere torto. 
Perché l'espressione radiosa che illuminava il viso di sua madre, mentre carezzava con le dita i segni dello Zodiaco della collana di pietre orbitali, era qualcosa che la ripagava di ogni dramma che entrambe, vittime prima che protagoniste di quella guerra, avevano dovuto subire. 
Il coltello è un mezzo. 
Siamo noi a decidere cosa farne, se aprire una portiera o chiudere una discussione. 
Masaniello, Pensieri all'ombra del vulcano Il cielo era plumbeo. 
Un gregge di nuvole gravide di pioggia e di presagi opprimeva la città. Nell'aria, neppure un soffio di vento osava smuovere la minaccia incombente. 
Poi un fulmine, di un candore acceso, si abbatté proprio sulla cima del vulcano, squarciando la cortina di grigio. 
L'acquazzone venne giù con furia, allagando in un niente vicoli e terrazzi, facendo oscillare i cornicioni, picchiettando avidamente sul tettuccio delle automobili, costringendo i passanti a un'affannosa ricerca di riparo. 
Altri strali luminosi saettarono tra le nubi, e lo scroscio d'acqua divenne torrenziale. 
Rivoli di fango cominciarono a tracimare dai canali di scolo dei marciapiedi e a scorrere via, quasi che la pioggia volesse mondare la città dalle sue lordure e dai suoi peccati. 
Le sirene d'allarme dei veicoli presero a echeggiare il rombo dei tuoni. 
- E si dice che a Napoli non piove mai... 
- commentò Lara, sbirciando dall'imposta socchiusa. 
- La tempesta passerà. - replicò l'uomo dal viso coperto, a bassa voce - E tornerà 'o sole. 
- Questo è fatalismo. 
- obiettò la giovane, sorridendo. 
L'uomo non smise di esaminare lo schermo del computer. 
Era robusto, tarchiato, e odorava di tabacco. 
La benda nera avvolta malamente intorno al viso ne celava i contorni. 
- Al contrario. È speranza. 
Lara, nonostante l'impazienza, si trattenne finché gli occhi dell'altro non raggiunsero l'ultima riga. 
- Allora? - disse infine - Che te ne sembra? - Che aggio 'a di', giurnalist'? - ammise l'altro, impressionato - I tuoi proclami sono fantastici. 
Uno migliore dell'altro. 
- Ti ringrazio. Ma volevo sapere se... 
- Aspetta. - l'uomo si slacciò il nodo sotto il mento e svolse la benda, liberando il naso e la bocca. 
Sembrò respirare di sollievo. 
- Non dovresti farlo, Salvatore. 
- lo redarguì Lara - Potrebbe entrare qualcuno che non sa. 
- Song' io che non so. 
- replicò sbuffando l'uomo - Come faceva a respirare, il ragazzo? 
Io soffoco! La donna fece per insistere. 
Rinunciò. Si staccò dalla finestra e raggiunse l'uomo. 
Afferrò i capi della benda e ne saggiò l'elasticità. - Lascia stare: te la sistemo io. 
L'altro abbozzò un tentativo di sottrarsi all'operazione. 
Poi sembrò rassegnarsi. 
Chinò docilmente il capo e lo offrì a Lara. 
- Tu sei capace di sistemare tutto, vero? - disse in tono blandamente sarcastico. 
Lei fissò il nodo e rimase un attimo a contemplare il risultato del suo lavoro. 
Non ne sembrò particolarmente soddisfatta, ma decise che era comunque sufficiente. 
- Sistemare tutto? - ripeté - Magari fosse così... Il registro serio, sincero, di quelle poche parole sembrò colpire l'uomo. 
La fissò a lungo, come se cercasse delle risposte ai suoi dubbi. 
Il silenzio, tra loro due, era colmato soltanto dal ronzio della pioggia. 
- Cosa pensi, giurnalist'? - chiese alla fine - Cosa ne pensi, pe' 'o vero? 
Ce la faremo? Vinceremo? 
Lara rimase taciturna. 
Si voltò, si accostò nuovamente alla finestra e guardò il panorama, quasi a cercare fuori di sé il responso che dentro non aveva. 
La luce vivida dei lampi rischiarava a tratti i toni plumbei del cielo, dando tocchi di colore impressionista a un quadro altrimenti cupo, fiammingo. 
La sagoma del vulcano, ovattata dalle nubi, chiudeva brutalmente l'orizzonte a sud; a ovest, lontano, la superficie del golfo era increspata dalle onde e flagellata dalla grandine; a est e a nord, la metropoli si offriva ai suoi occhi col suo usuale, caotico, folle scenario di cemento. 
Lara abbassò lo sguardo. 
E, all'improvviso, senza neppure rendersi conto di averlo cercato, lo trovò. Al riparo di un vecchio porticato consunto dagli anni e dallo smog, un gruppo di scugnizzi di quartiere giocava ignorando il temporale. 
Era un pugno di ragazzini magri, minuscoli, d'aspetto rapido e nervoso. 
Avevano messo da parte, a causa della pioggia, l'eterno pallone di cuoio sdrucito, e avevano variato il gioco in una sorta di pantomima bellica, una di quelle sfide tra bande a metà strada tra la sceneggiata napoletana e I ragazzi della via Paal che Lara aveva veduto altre volte svolgersi nei rioni popolari della città. Questa volta, però, lei vide qualcosa di diverso. 
I ragazzi erano scalzi, ma questo non era insolito. 
Vestivano delle casacche bianche, ma neppure questo la sorprese. 
Era la benda con cui si erano coperti il viso ad affascinarla. 
Nera, avvolta su se stessa, una via di mezzo tra un turbante indiano e la maschera di Pulcinella, era un segnale, un simbolo sul cui significato era impossibile ingannarsi. 
- Sì. - disse all'uomo alle sue spalle, senza distogliere gli occhi dallo spettacolo - Vinceremo. 
Fine.